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POPOLAZIONE MONDIALE
Dalle epoche più antiche ai tempi moderni sono in molti ad
aver sentito l'esigenza di descrivere spostamenti vissuti in
prima persona, riferiti o creati dalla fantasia. Tutti sono
concordi nell'ammettere che il viaggio significa
allontanamento da ciò che è conosciuto e familiare e che,
attraverso l'esperienza del diverso, si arriva a una nuova o
maggior consapevolezza di sé (già Omero definiva Odisseo
l'uomo più saggio per il fatto che "di molti uomini vide le
città e conobbe la mente"). La differenza tra i vari
resoconti consiste nell'atteggiamento mentale con cui il
viaggio viene affrontato: se nell'antichità esso è concepito
come una penitenza, una necessità che, imposta solitamente
dagli dei, genera sofferenza, nel Medioevo assume tutt'altro
significato e diventa piuttosto simbolo di libertà. Bisogna
però aspettare l'età rinascimentale perché partire diventi
un'azione totalmente volontaria, un mezzo, nelle intenzioni
di chi lo compie, per appagare la propria sete di
conoscenza. È spia di questo nuovo atteggiamento il fatto
che Gian Battista Ramusio, un nobile veneziano vissuto nel
XVI secolo, abbia raccolto e pubblicato in un'opera
mastodontica non solo i memoriali di viaggio di personaggi
di cultura, educati al pensiero umanistico, ma anche le
lettere di semplici marinai. E ciò per soddisfare la
curiosità dei contemporanei in merito alle Indie Orientali e
a quelle Occidentali di recente scoperta. Si deve attendere
il Settecento, con il Grand Tour, e soprattutto l'Ottocento,
con le spedizioni scientifiche, perché il diario di viaggio
diventi uno strumento atto a segnalare e a catalogare tutto
ciò che viene osservato nei viaggi d'istruzione nel primo
caso, in terre nuove e inesplorate nel secondo.
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Perchè
L'Uomo Viaggia ??? |
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Il viaggio è un'esperienza
che affonda le sue radici in tempi assai antichi. Esso implica un
coinvolgimento emotivo ed esperienziale dell'individuo, che lo carica di
attese, fantasie e timori.
Le prime esperienze di viaggio, reali o
simboliche, in genere, sono molto precoci e possono essere fatte risalire
ai primi viaggi mentali, effettuati tramite la nostra fantasia, che viene
stimolata dalle favole, dai miti, dalle leggende e dai racconti di altri
viaggiatori.
Il turismo, invece, è un fenomeno relativamente recente, il cui termine
prende origine dal verbo arcaico francese 'torner', che implica un
movimento circolare. Il turismo, quindi, comporta sempre un ritorno al
punto di partenza, contrariamente al viaggio,
che presuppone un procedere indefinito ed un contatto più diretto con i
luoghi e le persone che si incontrano.
Sia nel caso del turismo, sia in quello
del viaggio,
però, l'interpretazione di quanto visto non può mai prescindere dai
valori, dalla cultura, dalle aspettative, dalle fantasie e dai timori
del singolo viaggiatore.
Per quanto riguarda la
preferenza in fatto di mete, non esiste
ovviamente un luogo che si possa definire bello
in assoluto. Tale giudizio varia in relazione
all'età, al sesso, alle condizioni
psico-fisiche, alla cultura, ai tratti di
personalità, alla professione e agli scopi dei
singoli individui. Inoltre, la bellezza non
coincide sempre e necessariamente con
l'equilibrio: basti pensare alla torre di Pisa
nella quale la deviazione dalla norma
rappresenta proprio l'elemento di attrazione.
Ad esempio, si è visto che all'aumentare dell'età
delle persone diminuisce la preferenza per
luoghi come il deserto e la savana, che nei
giudizi si tende a differenziare in modo più
ricorrente tra i luoghi belli da visitare
(valutazione estetica) e quelli belli per
viverci (valutazione funzionale).
I più giovani, invece, tendono ad esprimere giudizi
indipendenti dalla funzionalità e dalla presenza
umana.
Prima della partenza vera e propria si
compie una serie di azioni atte alla sua
preparazione: si rinnovano i documenti, si
cambia la valuta, si approntano i bagagli, si
eseguono le ultime commissioni. In questo senso,
diventa lecito domandarsi se il
viaggio non sia già iniziato. Anche la mente
si sofferma spesso a fantasticare sulla partenza
imminente. Inoltre, il ritmo di vita è già,
almeno in parte, cambiato e le emozioni non sono
più quelle legate alla routine quotidiana.
Il transito è lo spostamento fisico che consente di
raggiungere la meta. Esso permette al
viaggiatore di porsi come un osservatore esterno
e di distanziarsi dal contesto, induce in lui
una trasformazione intellettuale, grazie
all'osservazione, sebbene limitata a sguardi
fugaci. Inoltre, comporta dei mutamenti nel
rapporto con lo spazio e con le persone.
Attualmente, però, questa dimensione si sta
attenuando, grazie ai moderni mezzi di
trasporto, primo fra tutti l'aereo. Essi,
infatti, permettono degli spostamenti che
comportano un allontanamento fisico e
psicologico dal territorio, creando un senso di
isolamento dal contesto.
Come non è possibile definire il
momento preciso di inizio
del
viaggio, così non è possibile farlo
neanche per quello di arrivo. L'arrivo, infatti,
non coincide sempre, né necessariamente con la
presenza fisica in un altro luogo: non esiste un
confine netto tra un ambiente e l'altro, ma solo
aree di passaggio.
Quando si giunge alla meta, diventa possibile
confrontare l'idea che di essa ci si era creata,
rappresentabile come una sorta di 'cartolina
mentale', con la concretezza
del luogo stesso. Diventa difficile, in
tal modo, ammettere di non avere trovato ciò che
ci si aspettava, soprattutto se esso è ben al di
sotto delle aspettative.
Recenti ricerche, però, mettono in evidenza che la
soddisfazione non coincide tanto con la
realizzazione completa di tutte le nostre
aspettative, ma dipende dal grado di adattamento
che si riesce a realizzare con le inevitabili
differenze dal nostro prototipo mentale.
A tale aspetto, Bowen aggiunge anche la percezione
delle cause degli eventi negativi come poco
stabili, contrariamente a quelle stabili degli
eventi positivi, la considerazione che le
componenti emotive sono prevalentemente positive
e che il trattamento, sia nei suoi aspetti
materiali, sia in quelli immateriali, è stato di
buon livello.
Una volta visitato, un luogo non è più
uno come tanti altri, ma diventa parte di noi
stessi, della nostra esperienza, dei nostri
ricordi e contribuisce a creare la nostra
identità.
Nei giorni immediatamente successivi al ritorno, la
mente continua a rievocare quei momenti e con il
trascorrere del
tempo si crea il cosiddetto effetto dell' "ottimismo
mnestico", in base al quale il ricordo
del
viaggio appare più piacevole rispetto a
quanto è stato effettivamente.
Nella maggior parte dei casi, il valore soggettivo
del viaggio è
così rilevante al punto che, spesso, ci si trova
a raccontare quanto visto e vissuto. Le
narrazioni del
viaggiatore sono sempre estremamente soggettive,
filtrate da pregiudizi, attese e timori, che
inducono a cogliere solo gli elementi più
funzionali per i propri scopi. Come sostiene la
psicologia della Gestalt, infatti, i
nostri sensi tendono a selezionare e organizzare
i dati
del mondo esterno in
strutture dotate di senso, integrando le parti
mancanti per fare quadrare i conti.
Tali racconti, sebbene filtrati e deformati da
elementi soggettivi, rappresentano le basi
fondamentali su cui si fonderà la motivazione
per nuove partenze.
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