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Sommario : * LA_“QUESTIONE_MORALE”
* GETTITI_E_PAROLE… _ TAGLIARE LE TASSE ? A CHI ? E PERCHÉ ? UN PAESE DI “TARTASSATI” ED “EVASORI”:
* E_CONTINUANO_A_CHIAMARLO_“PAPI”…_(!)_
LA “QUESTIONE MORALE” ANCORA AL CENTRO DEL PROBLEMA ITALIANO… IL “CONSENSO ELETTORALE” PUO’ ESSERE UTILIZZATO COME “PURGA” DI OGNI COLPA?...
L’OPINIONE DI PAOLO BORSELLINO SUL RAPPORTO TRA POLITICA E MAGISTRATURA:
“C’è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni, invece, hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali!”
(Paolo Borsellino) UNA RIFLESSIONE SUL RAPPORTO TRA MORALITA’ PUBBLICA E POTERE: Quella sopra richiamata è un’opinione: - chiara ed “inequivocabile” - autorevole (data la fonte) - e personalmente pienamente (e “convintamente”) condivisa! Oggi si ha la tendenza a sovraccaricare la Magistratura di compiti e responsabilità non proprie… Occorrerebbe, invece, ribadire con forza che: - alla Magistratura compete solo un “giudizio penale” (in ordine l’accertamento di fatti di reato) - mentre alla politica dovrebbe spettare un autonomo e trasparente “giudizio morale” sulla condotta della classe dirigente (dalla stessa selezionata, ancor più in virtù dell’attuale sistema elettorale per quanto attiene i parlamentari!). Posizioni del genere si tacciano normalmente di “inutile moralismo” o “datato "giustizialismo”… Quanto di più sbagliato, a mio avviso! Si tratta, semmai, di semplice “garantismo” rivendicato a tutela dei cittadini (detentori originari della sovranità), che hanno diritto a veder affidata l’amministrazione della “Cosa Pubblica” a personalità (politici ed autorità di Stato) di indiscusso valore ed “integrità morale”! Certamente chi fa politica o gestisce le finanze pubbliche: - non può essere solo un “brav’uomo”, una persona onesta e corretta (in grado di valutare l’“opportunità” delle proprie azioni) - bensì deve essere anche una persona capace, competente, d’esperienza... Credete forse che in Italia (tra circa 50 milioni di cittadini eleggibili) sia davvero impossibile o terribilmente arduo individuare persone disponibili a mettersi al servizio della Collettività e, allo stesso tempo, in grado di fornire adeguate garanzie e di professionalità e di rettitudine?! La “moralità” (pubblica e privata) di chi rappresenta il Popolo (e, in sua veste, ne esercita la sovranità) resta sempre e comunque una qualità, una dote “irrinunciabile” per chiunque eserciti funzioni pubbliche! Il semplice “consenso elettorale” (cui spesso ci si aggrappa come “purga delle proprie colpe” o forma di “immunità”!), invece, non può mai, da solo, cancellare: - i “misfatti” (pubblici e/o privati) - o le “ambigue frequentazioni” di un personaggio politico!
L’ARTICOLO SEGUE SU: Gaspare Serra
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PRECARIETA’ E “FLEX SECURITY”: QUALE NUOVO MODELLO SOCIALE ?
I termini “lavoro” e “precarietà” sempre più spesso sono impiegati in Italia come sostanziali “sinonimi”.
Le riforme del lavoro susseguitesi nell’ultimo decennio (dalla riforma Treu del centrosinistra a quella Biagi del centrodestra) si sono, infatti, caratterizzate per un tratto comune:
a- l’introduzione di una notevole “flessibilizzazione del lavoro” (di nuove forme contrattuali a termine), da un lato; b- e la mancata previsione di “garanzie e tutele” specifiche per i lavoratori a termine (o la mancata estensione, in alternativa, delle tutele già previste per il lavoro a tempo indeterminato anche ai precari), dall’altro lato.
La normativa del lavoro vigente in Italia, dunque:
a- se, da una parte, incentiva i datori di lavoro ad assumere “a tempo determinato” (essendo tali rapporti di lavoro sottoposti a trattamenti fiscali di favore e/o esenti dalle più stringenti maglie di protezione che proteggono il lavoro a tempo indeterminato); b- dall’altra parte, non incentiva affatto i datori di lavoro a valorizzare le professionalità dei precari stabilizzandoli nel tempo (dopo una sia pur opportuna fase iniziale di verifica della professionalità e del rendimento del lavoratore).
Il risultato combinato di tali politiche del lavoro d’impronta marcatamente “neo-liberista” è stato una incontrollata “precarizzazione” dei rapporti di lavoro in tutti i settori (soprattutto privati, ma spesso anche pubblici!).
Le logiche reali di funzionamento del mercato del lavoro sono divenute inequivocabili:
I- le aziende ed imprese assumono sempre più nuovo personale (specie più giovane e con minori vincoli familiari possibili) ricorrendo a contratti a tempo determinato (di regola, della durata di tre o sei mesi) II- dopodiché le stesse, alla scadenza dei contratti, non si fanno molti scrupoli nel rinnovare all’infinito gli stessi contratti a termine oppure nel non rinnovarli affatto (preferendo assumere diverso personale o ridurre lo stesso!).
Il “mancato rinnovo” di un contratto a termine non è giuridicamente qualificabile come un licenziamento: l’effetto reale, però, è difficilmente distinguibile da un “licenziamento a tutti gli effetti”!
Questo “perverso” meccanismo pone le basi per una moderna forma di “schiavitù” del lavoro: il “precariato” appunto, un “limbo” senza regole in cui molti lavoratori sono costretti a rifugiarsi per mancanza di alcuna valida alternativa!
La precarietà del lavoro diviene così una forma legalizzata di “sfruttamento” del lavoratore, che comporta per quest’ultimo diverse conseguenze:
1- una perdurante “incertezza nella percezione del reddito” (mancando uno stipendio fisso e garantito nel tempo); 2- l’impossibilità di disporre di una formazione professionale continua (vista la “frammentazione del lavoro”); 3- la “disparità dei diritti” tra i lavoratori precari ed i loro colleghi stabilizzati (essendo i primi, rispetto ai secondi, spesso privi persino dei più elementari diritti, come quelli alla malattia, alla maternità o alle ferie!); 4- una totale e continua “soggezione al proprio datore di lavoro”, disponendo quest’ultimo di un potere contrattuale incomparabile (eccessive rivendicazioni da parte del lavoratore -come la pretesa del pagamento degli straordinari, delle ferie o dei periodi di malattia- generalmente condannano lo stesso al mancato rinnovo del proprio contratto di lavoro!); 5- ed uno stato di stress psico-fisico dovuto all’“impossibilità di programmare la propria vita” con serenità (sposarsi, fare un figlio, acquistare una auto, chiedere un prestito…).
La flessibilità -sia chiaro- è un elemento del nuovo mercato del lavoro “insopprimibile”. Ciò non vuol dire, però, che non sia sottoponibile a regole e limitazioni volte a renderla un’opportunità per il lavoratore (piuttosto che un handicap!), una fase intermedia della propria vita lavorativa indispensabile (ma “temporanea”!). Una “flessibilità spinta” (priva delle regole necessarie per riequilibrare i rapporti di forza tra le parti) è destinata a generare “iniquità e diseguaglianze” (tra lavoratori “protetti” ed i loro colleghi “precari”!). Una “flessibilità sana” (o “socialmente sostenibile” o “flex security”), invece, dovrebbe rappresentare qualcosa di radicalmente diverso dal modello di “precarietà” oggi predominante! Raggiungere tale obiettivo, in ultima analisi, vuol dire bilanciare tutti gli interessi in campo (sia del datore di lavoro che del lavoratore).
A tal fine sarebbe opportuno:
1- limitare le possibilità di “reiterazione continua” dei contratti a termine (sia con lo stesso lavoratore che con lavoratori diversi nel corso di un relativo arco di tempo); 2- introdurre un sistema di “vincoli ed incentivi” per promuovere la stabilizzazione dei precari entro termini ragionevoli; 3- rendere la “formazione continua” dei lavoratori (volta ad aumentare il loro valore professionale, valorizzandone meriti e talenti) sia un obbligo per le imprese che un diritto per i lavoratori; 4- attuare “politiche per l’occupazione” (in specie in favore delle aree più depresse del Mezzogiorno), come sistemi di incentivi/agevolazioni ad assumere per le imprese e la riduzione del costo del lavoro (a partire dalla riduzione del cuneo fiscale); 5- agevolare il lavoro autonomo e l’attività d’impresa “liberalizzando” le attività professionali (in primis, riformando gli ordini di categoria) e commerciali (semplificando le procedure amministrative richieste per l’apertura di una nuova attività); 6- riformare il sistema degli “ammortizzatori sociali” (uniformando il più possibile le tutele dei lavoratori precari ed a tempo indeterminato); 7- introdurre un “salario minimo garantito” per tutti coloro che perdono il lavoro (dalla durata ed entità stabilita in rapporto alla natura ed alla durata del contratto di lavoro); 8- aumentare i controlli e le sanzioni in materia di “lavoro nero” (ogni lavoratore irregolare è, di fatto, un soggetto privato dei suoi diritti!); 9- ed aumentare i controlli e le sanzioni in materia di “sicurezza sul lavoro” (per prevenire le “morti bianche”).
Gaspare Serra TAGLIARE LE TASSE? A CHI? E PERCHE? UN PAESE DI “TARTASSATI” ED “EVASORI”: Non esistendo sistemi fiscali “perfetti” (un po’ come le leggi elettorali), un sistema fiscale, generalmente, può essere: - più “efficace” che giusto - o più “giusto” che efficace. Il dramma del nostro sistema fiscale, invece, è che esso non è: a- né efficace (stante l’enorme “buco nero” dell’evasione fiscale che ha consentito crescere negli anni) b- né giusto (stante la grave discriminazione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati rispetto ai lavoratori autonomi: i primi tartassati con pesanti prelievi alla fonte, i secondi liberi di auto-denunciare a piacimento il proprio reddito!). Segno evidente del marcato “disequilibrio” del nostro sistema fiscale è che: a- mentre sulle spalle di lavoratori dipendenti e pensionati grava gran parte del “carico fiscale” pendente sugli Italiani (da soli, queste categorie garantiscono ben l’“82%” dell’intero gettito Irpef!) b- i lavoratori autonomi sono in grado di difendersi dall’elevata pressione fiscale: - “evadendo” le tasse (essendo il loro “reddito effettivo” difficilmente accertabile) - “eludendo” le imposte (ad esempio, scaricando l’Iva anche su beni ad uso personale) - e “dividendo le fonti di reddito” tra i componenti della famiglia (di modo che, pur a parità di reddito complessivo, il livello di reddito di ogni componente familiare si mantenga più basso di quello effettivo e rientri in scaglioni Irpef inferiori!). IL “TAX FREEDOM DAY” Del taglio delle tasse si discute oramai da anni, per lo meno dal 1994 (con lo slogan “meno tasse per tutti” è avvenuta la scesa in campo di Silvio Berlusconi). Salve qualche intervento settoriale e sporadico (come la cancellazione dell’ICI sulla prima casa), però, di risultati concreti non se n’è visto l’ombra! L’imposizione fiscale in Italia continua ad essere tra le più alte d’Europa (se non del mondo!). In Italia quest’anno il “tax freedom day” (ossia il giorno dell’anno a partire dal quale i lavoratori, al netto delle tasse dovute allo Stato, iniziano a guadagnare fino alla fine dell’anno solo per se stessi) si è ulteriormente spostato in avanti: dal 22 al 23 giugno! Ogni contribuente italiano, in pratica, nel corso del 2010 dovrà devolvere all’erario un’equivalente in media pari a tutto ciò che intascherà col suo lavoro dall’1 gennaio fino al 23 giugno! Un esempio di quanto il fisco sia vorace? Nella dichiarazione dei redditi quando si raggiunge la soglia dei 28.000 euro scatta automaticamente l’aliquota del 38%: ciò vuol dire che una famiglia media italiana (con un reddito poco superiore ai 2.000 euro mensili, oggigiorno appena sufficiente per vivere se si è in affitto, si ha un mutuo da pagare o si hanno più figli a carico) deve restituire quasi il 40% del proprio reddito allo Stato! Per fare qualche utile comparazione: - in Francia un contribuente dichiarante 55 mila euro di reddito paga solo “3 mila euro” di tasse sul reddito (mentre in Italia lo stesso sarebbe tenuto a pagare ben “16 mila euro”!) - mentre in Germania i redditi fino a 52 mila euro scontano un’aliquota del solo “15%”, contro un’aliquota del 42% per i redditi superiori (in Italia, invece, entro lo stesso livello di reddito l’aliquota Irpef varia dal 23 fino al “38%”!).
BERLUSCONI (LA PROMESSA): “DUE SOLE ALIQUOTE IRPEF PER GLI ITALIANI!” “Riforma fiscale? Si parta dalla riduzione a due delle aliquote Irpef!”. Questo il progetto al quale starebbe lavorando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. La novità principale altro non è che la riedizione (per la terza volta) della proposta con cui lo stesso Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si era presentato agli elettori già 15 anni fa: la riduzione delle aliquote Irpef a due sole (del 23% per i redditi inferiori a 100 mila euro e del 33% per i redditi superiori).
IL SISTEMA DELL’IRPEF VIGENTE IN ITALIA:
In Italia l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) si articola: - in “cinque scaglioni” di reddito - ad ognuno dei quali corrisponde una propria “aliquota imponibile” (progressiva all’aumentare del reddito). Più in dettaglio: I- per i redditi compresi tra 0 e 15 mila euro l’aliquota Irpef è pari al 23% II- per quelli tra 15 e 28 mila euro al 27% III- per quelli tra 28 a 55 mila euro al 38% IV- per quelli tra 55 a 75 mila euro al 41% V- e per quelli oltre i 75 mila euro al 43%. Sui redditi più bassi, inoltre, grazie ad un complesso sistema di “deduzioni” dal reddito e di “detrazioni” dall’imposta, l’incidenza effettiva media dell’Irpef risulta pari: - per i redditi fino a 8 mila euro, all’1,6% - e per quelli compresi tra 8 e 15 mila euro, al 9%.
Che l’Irpef rappresenti l’“imposta perno” del nostro sistema fiscale, infine, lo dimostra il suo enorme gettito, pari: - a 163,4 miliardi di euro (contro i soli 43 dell’Ires e 38 dell’Irap) - ad oltre i 2/3 dell’intero gettito delle imposte dirette - e a ben 1/3 delle intere entrate tributarie dello Stato (pari a 471 miliardi di euro).
COSA CAMBIEREBBE CON LA RIFORMA DELL’IRPEF ANNUNCIATA? Se la riforma prospettata dal Premier entrasse in vigore, il sistema dell’Irpef si articolerebbe in due soli scaglioni di reddito con aliquote fiscali notevolmente ridotte rispetto alle attuali: I- per i redditi tra 0 e 100 mila euro l’aliquota risulterebbe del 23% II- mentre per i redditi oltre i 100 mila euro si ridurrebbe a solo il 33%!
CHI BENEFICEREBBE DELLA RIFORMA?
Un simile disegno riformatore risulterebbe premiante soprattutto per i ceti sociali più alti. Più in dettaglio: - per le fasce sociali basse (dichiaranti fino a 15 mila euro) il beneficio fiscale sarebbe “nullo”: in sostanza, i soggetti più deboli (come pensionati e lavoratori percepenti meno di 1.000 euro al mese) non riceverebbero “1 solo euro” di riduzione fiscale! - per le fasce sociali medio-basse (dichiaranti dai 15 ai 28 mila euro) cambierebbe ben poco, beneficiando di una minima riduzione dell’aliquota (dal 27% al 23%) - per le fasce sociali medio-alte (dichiaranti dai 28 ai 75 mila euro) lo “sconto fiscale” risulterebbe già “sostanziale” (beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 38% al 23%) - mentre le fasce sociali alte (ossia dichiaranti oltre i 75 mila euro) risulterebbero paradossalmente essere quelle in assoluto più premiate, beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 43% al 33% (di 10 punti percentuali netti!).
Secondo l’ufficio studi della Cgia di Mestre (“Associazione artigiani e piccole imprese”): - a fronte di una riduzione del carico fiscale di “520 euro” annui per una coppia con un figlio a carico e con un reddito di 21.500 euro ciascuno - coloro che intascano più di 40 mila euro vedrebbero ridurre il loro carico fiscale di “2.320 euro” - mentre coloro dichiarati oltre 100 mila euro disporrebbero di ben “14.170 euro” di sconto fiscale!
ECCO PERCHE’ L’ANNUNCIATA RIFORMA DELL’IRPEF RISULTEREBBE “CLASSISTA”, “INIQUA”, “INSOSTENIBILE” E “POPULISTA”!
I- UNA RIFORMA “CLASSISTA”! A seguito dell’approvazione di una riforma del genere, a regime: - mentre chi dichiarerà 100 mila euro di reddito annuo beneficerà di ben “14 mila euro” di sconto fiscale - la maggioranza dei pensionati e dei lavoratori (dichiaranti non più di 15 mila euro) non beneficerà di “1 solo euro” di taglio dell’Irpef! A dimostrazione del fatto che in pochi (anzi “pochissimi”) beneficerebbero della riforma in oggetto basti considerare il fatto che: - mentre il 50,9% dei contribuenti (oltre 21 milioni) dichiara meno di 28 mila euro annui - e il 93,2% dei contribuenti dichiara meno di 40 mila euro - solo il 6, 8% dichiarano più di 40 mila euro - solo l’1% (pari a 400 mila contribuenti) dichiarano più di 100 mila euro (contribuendo solo per il 17% all’intero ammontare del gettito Irpef) - e solo lo 0,5% (pari a 150 mila contribuenti) dichiarano oltre 150 mila euro! Questi dati, da soli, evidenziano il carattere “classista” di una riforma che sarebbe soltanto un’“offesa alla dignità” di chi lavora ed un “regalo” inatteso per grossi professionisti, ricchi ereditieri e speculatori economico-finanziari! Qual è, dunque, l’“interesse generale” che giustifica una riforma “costosissima” ed a beneficio di una minoranza “risicatissima”???
II- UNA RIFORMA “INIQUA”! Secondo l’art. 53 co.2 della Costituzione “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Progressività dell’imposizione fiscale significa che: a- chi guadagna di più, per un principio di “equità sociale”, deve pagare più tasse (non in proporzione ma “in progressione” al proprio reddito) b- mentre chi guadagna di meno è tenuto a contribuire di meno alla finanza pubblica. La riforma fiscale in discussione, invece, va esattamente nella direzione opposta! Se si considera che il 99,5% dei contribuenti italiani dichiara redditi inferiori a 100 mila euro (per cui l’aliquota del 33% si applicherebbe soltanto ad una ristrettissima minoranza di contribuenti), tale riforma comporterebbe, di fatto, l’introduzione di un’“unica aliquota” del 23% su tutti i redditi: il pensionato o l’operaio pagherebbero allo Stato (in proporzione al proprio reddito) le stesse tasse dovute da un imprenditore, un medico, un commercialista, un avvocato o un libero professionista!
III- UNA RIFORMA “INSOSTENIBILE”! Alle considerazioni sull’“impatto sociale” della prospettata riforma vanno aggiunte quelle sul suo “impatto economico”. Come coniugare, infatti: - la notevole diminuzione del gettito provocata dalla riduzione degli scaglioni e delle aliquote Irpef (intorno ai 20 miliardi di euro) - con la tenuta dei conti pubblici dell’Italia (il terzo paese più indebitato al mondo, pur non essendo la terza economia al mondo)? Quale sarebbe il vero prezzo (in termini di tagli alla spesa sociale e/o di aumenti della fiscalità generale, ossia di “macelleria sociale”) che gli Italiani sarebbero tenuti a pagare???
IV- UNA RIFORMA “POPULISTA”! Un ultimo interrogativo lo pone la tempistica degli annunci del Governo: - il 9 novembre 2009 il Premier ha pubblicamente manifestato il suo proposito di riduzione delle aliquote Irpef - appena quattro giorni dopo, però, ha parzialmente smentito se stesso dichiarando: “l’attuale situazione di crisi non consente alcuna riduzione delle imposte”. L’impressione, allora, è che si tratti dell’ennesima “boutade berlusconiana”! Un ulteriore fatto, tra l’altro, ci impone di esser scettici: - lo scorso ottobre 2009 il Cavaliere si era impegnato (davanti all’assemblea di Confcommercio) per una riduzione dell’Irap nella Finanziaria 2010 - poco dopo, però, il Parlamento, ha piuttosto concesso libertà alle Regioni di aumentare ulteriormente l’Irap in caso di deficit sanitario eccessivo - e poche settimane dopo, infine, lo stesso Cavaliere, dimenticandosi della promessa fatta, ha trasformare la riforma dell’Irpef nella priorità dell’azione di Governo. Quale la ratio di questa politica dei “continui proclami”? Verrebbe voglia, al proposito, di richiamare alla mente una notoria citazione del sen. Giulio Andreotti: “A pensar male si sbaglia… ma a volte ci s’azzecca!”.
UNA PROPOSTA ALTERNATIVA DI RIFORMA DELL’IRPEF E DEL SISTEMA FISCALE:
Una riduzione dell’Irpef, sia pur necessaria (specie in una fase di generale impoverimento delle classi sociali medie, di perdita di potere d’acquisto delle famiglie e di crollo dei consumi), non può che avvenire: - nel rispetto del principio di “progressività dell’imposta” - e nel quadro di una lotta senza campo contro l’evasione fiscale. Stante le limitate risorse finanziarie di cui dispone attualmente lo Stato: - se è improponibile una “riduzione generalizzata” delle imposte per tutti - è, di contro, auspicabile una rimodulazione del carico fiscale su lavoratori, pensionati e famiglie in modo da alleviare il carico fiscale specificatamente: a- sui percettori di “redditi minori” b- e sulle “famiglie numerose” (l’introduzione del quoziente familiare, benché richieda uno notevole sforzo riformatore, dovrebbe divenire il principale obiettivo di qualsiasi riforma fiscale). Sarebbe allora opportuna una progressiva RIDUZIONE: a- e DEGLI SCAGLIONI DI REDDITO (portandoli da 5 a 4) b- E DELLE ALIQUOTE IRPEF. Un nuovo possibile schema impositivo dell’Irpef, così, potrebbe essere il seguente: I- fino a 20 mila euro di reddito, riduzione dell’aliquota Irpef al 15% II- fino a 40 mila euro, riduzione dell’aliquota al 25% III- fino a 60 mila euro, riduzione del’aliquota al 35% IV- oltre gli 80 mila euro, riduzione dell’aliquota al 40%.
Una riduzione così sostanziale del gettito Irpef, ovviamente, sarebbe sostenibile solo riequilibrando il sistema fiscale nel suo complesso. A tal fine sarebbe auspicabile:
a- l’INTRODUZIONE DI UNA “TASSA PATRIMONIALE” SUI GRANDI PATRIMONI (ossia, di valore stimato superiore a “1 milione di euro”): una sorta di “imposta di solidarietà sociale” che garantirebbe un nuovo gettito fiscale in grado di compensare, almeno in parte, la riduzione del gettito Irpef e di incentivare le fasce sociali più ricche a spendere i propri redditi piuttosto che accumularli parassitariamente.
I- l’AUMENTO DELLA TASSAZIONE SULLE “RENDITE FINANZIARIE”. In Italia l’aliquota sulle rendite finanziarie è del 12,5%. Ciò significa che: - mentre chi lavora paga l’Irpef dal 23 al 43% - mentre chi fa impresa paga fino al 50% di tasse - mentre chi consuma paga l’Iva dal 4 fino al 20% - chi dispone semplicemente di rendite finanziarie (dunque guadagna sul capitale investito) paga solo il 12,5% di tasse! Ragioni di “equità fiscale”, dunque, impongono di portare la tassazione delle rendite ad un livello più adeguato, comparabile con quello europeo: sarebbe auspicabile il raddoppio dell’imposta dal 12,5 al 25%.
II- l’AUMENTO DELL’IVA SUI “BENI DI LUSSO”. E’ auspicabile spostare progressivamente l’imposizione fiscale sempre più dal reddito ai consumi, sulla base della constatazione che la capacità di consumo (salvo che per i beni primari) cresce all’aumentare del reddito: l’imposta sui consumi di beni “di lusso”, dunque, è l’imposta progressiva per eccellenza! In Italia l’aliquota Iva varia dal 4% (per beni primari come il pane e la pasta) al 20% (per beni come i profumi): sarebbe opportuno portare al 25% l’aliquota Iva sui beni di lusso (come auto di grossa cilindrata, barche di grosse dimensioni, ville, piscine…).
III- e la REINTRODUZIONE DELL’ICI SULLA PRIMA CASA PER I REDDITI PIU’ ALTI, ossia: a- per i proprietari di case con redditi personali superiori ai 60 mila euro annui b- e per i proprietari di abitazioni con un valore stimato superiore ai 500 mila euro.
GASPARE SERRA
Blog “SPAZIO LIBERO!”: http://spaziolibero.blogattivo.com
Gruppo “PER UN FISCO PIU’ EQUO E SOLIDALE… (Tolleranza zero contro l’evasione!)”: http://www.facebook.com/group.php?gid=304648003215&ref=mf
E CONTINUANO A CHIAMARLO “PAPI”… (!) DONNE IN CARRIERA: OLTRE LE GONNE C’E’ DI PIU’! QUANDO IL “CORPO DELLE DONNE” DIVIENE UN’ARMA DI SEDUZIONE POLITICA…
“Abbiamo messo in campo un esercito di donne gradevoli, brave e soprattutto donne!”. Con queste parole, sornione come suo solito, Silvio Berlusconi ha presentato ufficialmente, lo scorso 16 febbraio, le quattro “candidate rosa” del Pdl per le prossime elezioni regionali di marzo:
- Anna Maria Bernini (in Emilia Romagna) - Monica Faenzi (in Toscana) - Fiammetta Modena (in Umbria) - e Renata Polverini (nel Lazio).
Poco importa, ovviamente, se alle stesse sia stato affidato il “fardello” più pesante delle elezioni (la candidatura nelle quattro “regioni rosse” d’Italia, roccaforti del centrosinistra): è noto, difatti, che per far carriera, in politica come nel lavoro, alle donne è generalmente chiesto “uno sforzo in più” rispetto ai propri colleghi!
Il Cavaliere, orgoglioso delle proprie “creature”, non ha fatto mancare le sue “attenzioni” alle candidate che lo attorniavano. Ma perché evidenziare pubblicamente la “bella presenza” come “merito politico” peculiare portato in dote dalle proprie candiate? E perché, soprattutto, enfatizzare tanto come “valore aggiunto” il loro essere “soprattutto donne”? Perché, in altre parole, alle donne è consentito dire ciò che sarebbe “inimmaginabile” dire ad un uomo come, ad esempio, Formigoni, Cota o Brunetta (ossia motivare la loro candidatura col loro essere “soprattutto uomini”)?! Riportando la bella immagine costruita da Giulia Innocenzi (giornalista di Annozero), più che ad una presentazione elettorale è sembrato di assistere alla scena di un “paparino” affettuoso ed attento che invita le proprie figliolette a sedersi sulle sue gambe per dir loro: “brave figlie mie, avete fatto tutti come mi avevo chiesto, vi siete comportate bene, così vi offro volentieri un lecca-lecca!”. L’impressione, purtroppo, è sempre la stessa: quella di aver assistito all’ennesima “boutade berlusconiana”, ad una nuova puntata del triste spettacolo con protagoniste le “donne” e regista il “potere”! Evidentemente non è bastato al nostro “insaziabile” Presidente del Consiglio l’aver già: - fortemente voluto la nomina di una “soubrette”, Mara Carfagna, al Ministero per le Pari Opportunità (sono ancora oscuri i particolari meriti che hanno indotto tale scelta!); - giustificato l’impotenza dello Stato a fronte dei crescenti casi di stupro con la battuta “per impedirli dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane…”; - offeso pubblicamente l’on. Rosy Bindi tacciandola come persona “più intelligente che bella”; - e approfittato dell’ultima visita ufficiale in Albania per dire che l’Italia non farà sconti agli scafisti: “faremo eccezioni solo per chi porta in Italia belle ragazze!”. La mancanza di pudore e “buon gusto” del Premier, però, è solo la manifestazione all’“ennesima potenza” di un radicato e atavico “maschilismo” della politica italiana cresciuto esponenzialmente in questi anni. Il corpo della donna, oramai, sembra a tutti gli effetti divenuto un’“arma politica”: l’immagine più sublime, al contempo, di seduzione e completa sottomissione al potere! Le qualità di una donna più utili per far carriera televisiva, ossia avvenenza ed ubbidienza, sembrano divenute irrinunciabili doti anche per far carriera politica! Ma come si può accettare di farsi rappresentare (anche quando non lo si è) come meri “oggetti” in mano al potere? Può la (pur legittima) aspirazione di far carriera far tollerare ad una donna queste “rappresentazioni teatrali” di se stessa?! LE “QUOTE ROSA” COME ARMA DI SCARDINAMENTO DEL SISTEMA! L’introduzione di “quote rosa” per garantire alle donne un’adeguata rappresentanza politica (come già avvenuto in molti paesi europei, tra cui la Germania) è un passo, a questo punto, divenuto “ineluttabile”! Non si tratta: - di un modo come un altro per candidare le donne “solo in quanto donne” - oppure del tacito riconoscimento di una loro “inferiorità” (dell’incapacità, senza la libera concessione dell’uomo, di conquistarsi autonomamente spazi in politica). Le quote rosa, al contrario, si giustificano solo in considerazione dello “status quo”: l’emergenziale “carenza di rappresentanza femminile” in politica (specie nelle cariche decisionali di maggior rilievo), che si traduce inevitabilmente in una “carenza di democrazia”! La ragione di questo stato di cose, poi, non può certo spiegarsi in ragione del fatto che le donne italiane siano “antropologicamente” più avvezze agli affari di casa piuttosto che al calcio o alla politica! Le vere causa di ciò risiedono: 1- nella mancanza di “democrazia interna” ai partiti, i quali riservano alle poche donne impegnate in politica un ruolo da “gregario” (nessuna donna potrebbe ambire a scardinare gli equilibri di potere consolidati in mani ai gruppi dirigenti!) 2- e nella “legge elettorale porcata” (cd. “porcellum”) vigente, che non offre alle donne (oltre che, più in generale, ai giovani) alcuna possibilità per affermarsi in politica senza la “protezione” di un influente dirigente di partito! Se è vero che: a- il “sesso” non dovrebbe essere una ragione di “preferenza” in politica (essere donna o uomo non dovrebbe rappresentare un valore “in sé”, un motivo per dare maggiore o minore rilievo ad una candidatura); b- e l’unica dote “irrinunciabile” di ogni politico dovrebbe essere la capacità di rappresentare le istanze di tutti i cittadini e di offrire soluzioni adeguate ai problemi della collettività è ancor più vero, però, che: a- il sesso non può nemmeno essere una “discriminante” per le donne (superabile solo nel caso in cui alla qualità d’essere donna si aggiunga una buona dose di “bella presenza” e di “accondiscendenza” al proprio superiore!); b- e una classe politica quasi interamente maschile non può essere “degna rappresentante” degli interessi di un elettorato, al contrario, in prevalenza femminile (ad esempio, come può un Parlamento in gran parte maschile -se non maschilista!- tutelare la maternità, riconoscere diritti alle donne lavoratrici, disciplinare la fecondazione assistita o l’aborto… senza tener minimamente in debito conto anche del punto di vista delle dirette interessate, ossia le donne?).
Gaspare Serra Gruppo “Ali spezzate…(contro ogni violenza su donne e minori!)” |
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