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Vessillo del
Popolo di
Pisa usato
come
bandiera
della
Repubblica
dal XIII
secolo fino
al 1406
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Repubblica marinara assieme
ad Amalfi , Venezia e Genova
, Pisa ha
tracce antiche che, per
quanto riguarda la presenza
dell'uomo nell'area
cittadina, sembrano risalire
al Paleolitico superiore.
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Mappa settecentesca
di Pisa |
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Repubblica marinara assieme
ad Amalfi , Venezia e Genova
, Pisa ha
tracce antiche che, per
quanto riguarda la presenza
dell'uomo nell'area
cittadina, sembrano risalire
al Paleolitico superiore.
La città sorse in prossimità
della confluenza delle foci
dei fiumi Arno ed Auser ,
oggi scomparso, in una zona
all'epoca lagunare. Le
origini di Pisa sono state
nel tempo attribuite ai
Pelasgi , ai greci ( Teuti o
della Focide ), agli
Etruschi e ai Liguri e sono
rimaste incerte fino agli
anni '80 e '90, quando
un'impressionante serie di
ritrovamenti archeologici
(tra cui nel 2005 la
scoperta di una necropoli
villanoviana, cioè etrusca
del IX-VIII sec. a.C.) ha
permesso di affermare senza
dubbi che Pisa nacque e
visse come città etrusca;
secondo la leggenda sarebbe
stato Pelope , tornando
dalla guerra di Troia, a
fondare la città. Il
dibattito sulle origini
della città risale almeno
allo storico romano Catone
ma, in base ai ritrovamenti
archeologici, si può
sostenere con certezza
l'esistenza di una città
marittima e dedita a
traffici con i Greci, i
Fenici e i Galli almeno
dalla metà del VI secolo
a.C. . Anche gli altri
autori latini attribuiscono
a Pisa una non giovane età.
Tra questi in particolare
Virgilio , Plinio , Strabone
e Servio . Servio sostiene
che i fondatori della città
furono i Teuti mentre
secondo Plinio la città
sarebbe stata fondata dai
Teuti oppure da Pelope, re
dei Pisei, tredici secoli
prima di Cristo. Strabone ne
attribuisce invece le
origini a Nestore, re di
Pilo, successivamente alla
caduta di Troia , mentre in
quello stesso periodo,
stando all' Eneide , Pisa
appare già una città grande
e potente. Tra tutte è al
momento più accreditata la
tesi che Pisa sia stata
etrusca fin dagli inizi. In
quanto tale era quindi posta
in posizione di baluardo
contro l'area influenzata
dai Liguri e in posizione
favorevole allo sviluppo dei
commerci provenienti da
Populonia , Volterra ,
Bologna e dalla Sardegna .
Il ruolo marittimo della
città era già spiccato
all'epoca se è vero che gli
autori antichi attribuivano
ad un pisano l'invenzione
del rostro . È falsa ad ogni
modo l'affermazione, spesso
sostenuta, che Pisa fosse
una città costiera. Anche in
antichità infatti la città
distava circa quattro
chilometri dalla linea di
costa. Studi recenti
sostengono che l'espansione
della città abbia comportato
la necessità di utilizzare,
oltre al porto fluviale,
nuovi porti marittimi tra i
quali uno a S.Piero a Grado,
uno nella zona di S.Rossore
e uno nei pressi
dell'attuale Livorno
chiamato Porto Pisano o
Triturrita, dove giungeva il
ramo meridionale del delta
dell' Arno . I primi due
furono in seguito
abbandonati per
l'interramento della laguna
e gli scali furono
trasferiti lungo il corso
dell'Arno.
Col passare del tempo entrò
nell'orbita politica di Roma
e fu base di numerose
imprese navali romane contro
Liguri, Galli e Cartaginesi
. Nel 180 a.C. divenne
colonia romana . e sotto il
consolato di Giulio Cesare
ottenne lo status di colonia
Julia Obsequens e una
maggiore autonomia.
Con la caduta dell'impero
romano Pisa non subì la
decadenza di altre città
grazie alla complessità del
suo sistema fluviale di
allora, che permetteva una
facile difesa della città.
Si deve infatti ricordare
come a Pisa vi fosse un
secondo fiume che confluiva
nell'Arno, l'Auser dal quale
si staccava inoltre un ramo
secondario, l'Auserclus che
proteggeva la città da Nord.
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Veduta del fiume
Arno dal Ponte di
Mezzo |
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La combinazione del bacino
delle acque con la difesa
costituita dai Monti Pisani
definivano un assetto
geografico complessivo
particolarmente favorevole
alle necessità difensive
dell'epoca. A ciò si univa
la presenza di una flotta
che ebbe qualche importanza
anche nell'alto Medioevo. Il
rilievo militare della città
pare infatti non essere
stato scarso se, agli inizi
del 600, tale flotta sembra
aver minacciato la
prosecuzione delle
trattative di pace tra
Bizantini e Longobardi .
Inizialmente unico avamposto
bizantino nella Tuscia
conquistata dai Longobardi,
Pisa entrò poi a far parte
della Tuscia stessa
probabilmente non a causa di
una guerra ma in quanto
lentamente assorbita nel
periodo successivo al
confronto tra i due regni.
Da questo momento inizia
l'ascesa di Pisa al ruolo di
porto principale del Tirreno
e di centro degli scambi
della Tuscia con Corsica ,
Sardegna e coste meridionali
di Francia e Spagna .
Con la sconfitta di re
Desiderio cui Pisa era
fedele, l'avvento dei
Franchi e la vittoria di
Carlo Magno , la città ebbe
una crisi dalla quale si
risollevò presto. Dal punto
di vista politico essa fu
inserita nella contea-ducato
di Lucca . Nel 930 fu
trasformata in centro di
contea, status che perdurò
fino all'avvento di Ottone I
, all'interno della Marca di
Tuscia che aveva in Lucca la
sua capitale ma in Pisa la
città più importante se è
vero che a metà del 900
Liutprando, vescovo di
Verona , chiamava Pisa
"Tusciae provinciae caput" e
un secolo dopo il marchese
di Tuscia veniva comunemente
chiamato "marchese di Pisa".
Proprio ai danni di Lucca ,
Pisa fu vittoriosa
protagonista, nel 1003 della
prima guerra comunale in
Italia. Dal punto di vista
navale invece, l'emergere
dei saraceni nel IX secolo
indusse Pisa ad allestire
autonome flotte per
contrastare i pirati. E
furono tali flotte la
garanzia dell'espansione
della città.
La prima fase dello sviluppo
della potenza pisana vede la
città impegnata nel
contenimento dei pirati
saraceni nel Mediterraneo
occidentale. Le imprese
navali iniziano nell' 828
con una spedizione contro le
coste africane. Nell' 871
Pisa partecipò in forze alla
difesa di Salerno
dall'attacco dei saraceni.
Nel 970 , dette un
importante contributo alla
spedizione dell'imperatore
Ottone I che sconfigge una
flotta bizantina in Calabria
.
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Carta politica della
penisola italiana
intorno al 1000 |
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Nel 1005 Pisa liberò Reggio
Calabria dalla presenza
saracena poiché Papa
Giovanni XVIII, intimorito
dalla presenza degli
invasori nella città dello
Stretto, chiese aiuto ai
pisani. Altre spedizioni
antiarabe furono la
conquista e l'occupazione di
Bona, l'odierna Annaba , nel
1034 , la vittoriosa
spedizione contro la città
genovese in Tunisia di El
Mehedia nel 1088 ed il
saccheggio di Palermo del
1063 con i cui marmi si
dette inizio alla
costruzione della Piazza del
Duomo. Nel corso dello
scontro con gli arabi vi
furono i grandi
accrescimenti territoriali
della città che nel 1016
contribuì alla cacciata
dalla Sardegna di Mugahid ,
detto Musetto, nel 1052
conquistò la Corsica e nel
1115 le Baleari .
Quest'ultima impresa,
peraltro non duratura,
avvenne a seguito di una
guerra iniziata nel 1113 e
promossa da Pisa insieme a
Papa Pasquale II e a cui
parteciparono anche il conte
di Barcellona , e
contingenti di altri alleati
provenzali ed italiani poi
quasi interamente
ritiratisi. Tra questi, a
differenza delle precedenti
spedizioni in Sardegna e
Corsica, non vi furono i
genovesi.
Dalla metà del secolo XI,
l'accresciuto potere della
città le valse diversi
riconoscimenti papali e
imperiali. Gregorio VII
concesse la legazia
sulla Corsica nel 1077 ,
Urbano II elevò il rango
della città a dignità
arcivescovile nel 1092
mentre Enrico IV nel 1081
concesse alla città il
diritto di eleggere i propri
consoli. Quest'ultima
concessione rispecchiava in
realtà una situazione di
fatto dal momento che, negli
anni precedenti, una forte
crisi istituzionale si era
conclusa con l'accordo tra
l'arcivescovo e il visconte,
dal quale rimase escluso il
Marchese, e a seguito del
quale Pisa iniziò a
governarsi tramite dei
consoli assistiti da un
Consiglio degli Anziani.
La crescita del potere
economico e politico Pisa la
ebbe principalmente con
l'acquisizione di
possedimenti e diritti
commerciali verso l'est del
Mediterraneo durante il
periodo delle Crociate . A
meno di due mesi dalla prima
crociata del 1099 , una
flotta pisana di 120 navi
giunse in Terrasanta a
portare rifornimenti ai
crociati. Durante il
tragitto i crociati pisani,
a cui si accompagnava
l'arcivescovo Daiberto ,
futuro patriarca di
Gerusalemme , colsero
l'occasione per attaccare e
saccheggiare varie isole
dell'impero bizantino.
Giuseppe Setaioli, nella sua
Historie
dell'antichissima città di
Pisa scrive "Patriarca
Pisano qual fece ritorno per
allhora alla Patria stette
in quel tempo l'armata
Pisana quattro anni continui
in quelle parti e volendo
far ritorno a i patrij lidi
ricordevoli di alcune
ingiurie ricevute da
Colajanni Imperatore di
Constantinopoli risolvettero
(benché da longhe fatiche
indeboliti) volere andare a
i danni di detto Imperatore
e luoghi e scorrere fino a
Costantinopoli del che
intimorito mandò sei
ambasciatori a chieder paci
alli Pisani dalli quali
benignamente fulli concessa
con alcuni pochi di tributi
quali dovesse detto
imperatore pagare fra i
quali furono cinquanta capi
di paramenti per la lor
Chiesa del Duomo de i quali
ven'era alcuni che per la
quantità dell'oro si
reggevano ritti". La
presenza pisana e delle
altre repubbliche ovviamente
non si limitò al sostegno ai
crociati ma fu volta allo
stabilimento di colonie
commerciali presso Siria ,
Libano e Palestina .
Nello specifico del caso
pisano le concessioni
ottenute permisero di
fondare colonie ad Antiochia
, Acri , Giaffa , Tripoli di
Siria, Tiro , Gioppe ,
Laodicea ed Accone . A
queste si aggiungevano
possessi a Gerusalemme e
Cesarea ed altre colonie,
con un minor grado di
autonomia, al Cairo,
Alessandria e Costantinopoli
. In tutte queste città i
pisani avevano grandi
privilegi ed esenzioni
fiscali ma l'obbligo di
contribuire alla difesa in
caso di attacco esterno. Nel
corso del secolo successivo
l'importanza della presenza
pisana aumentò anche
nell'impero bizantino e a
Costantinopoli in
particolare. Qui fu messo a
disposizione un quartiere,
nella parte orientale della
città, che potrebbe aver
visto la presenza di un
migliaio di pisani. Nel
corso del XII secolo i
rapporti con l'Impero
migliorarono a tal punto che
Pisa, anche se per pochi
decenni, ottenne la
posizione di nazione
preferita, tradizionalmente
assegnata a Venezia .
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L'espansione di
Pisa nel Mar
Mediterraneo
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Dalla metà del XII secolo
Pisa, tramite le
acquisizioni della chiesa
locale, ebbe un'espansione
anche terrestre in Toscana e
particolarmente nella
Valdera, nel Valdarno
inferiore e a Sud in
direzione di Piombino .
Contemporaneamente cresceva
la rivalità con Lucca per il
castello di Montignoso e per
la via Francigena.
Sul mare, arginata la
minaccia saracena nel
Mediterraneo occidentale e
proiettata verso i mercati
dell'oriente, Pisa concentrò
i suoi sforzi nella
costruzione di nuovi scali e
nel conseguimento di nuovi
rapporti diplomatici ed
economici usando la forza
semplicemente per garantirsi
trattati più vantaggiosi o
monopòli in antagonismo con
le città rivali. Tale
rivalità si manifestò, in
momenti diversi, con tutte
le altre repubbliche
marinare ma particolarmente
con Genova. Successivamente
alla spedizione delle
Baleari, a cui seguì la
concessione della primazìa
sulla Sardegna, l'ostilità
tra Pisa e Genova si
trasformò in guerra. Questo
a causa del contrasto tra i
reciproci interessi in tutto
il Tirreno che, negli anni
immediatamente precedenti la
guerra si era esteso ad
occidente spingendosi anche
a Linguadoca e Provenza . La
città toscana aveva infatti
intrecciato proficui
rapporti commerciali con
Noli , Savona e Montpellier
mentre Genova con Hyerés,
Fos, Antibes e Marsiglia .
Le ostilità ebbero inizio
nel 1119 , con l'attacco
genovese ad alcune galee che
si dirigevano a Pisa, e si
protrassero fino al 1133 .
Il conflitto fu combattuto
per mare e per terra ma non
vide battaglie cruciali
quanto un susseguirsi di
scorrerie piratesche sulle
coste sarde, corse e
tirreniche. L'accordo
successivo, favorito
dall'intercessione di Papa
Innocenzo II previde la
spartizione dei vescovati
della Corsica: a Genova
Mariana, Nebbio ed Acca; a
Pisa, che mantenne la
legazìa sulla Sardegna,
Aleria, Aiaccio e Sagona.
Contemporaneamente,
svolgendosi un conflitto tra
il legittimo Papa e
l'antipapa Anacleto
sostenuto da Ruggero II di
Sicilia , Pisa partecipò
alle spedizioni militari
connesse e, il 6 agosto 1135
, attaccò Amalfi . Con la
città campana era in vigore
una convenzione stipulata
nel 1126 ma questa venne
considerata invalida per la
sopravvenuta soggezione ai
normanni. Nel corso
dell'attacco vennero
saccheggiate le navi nel
porto, espugnati i castelli
circostanti e sconfitto un
esercito di Ruggero II
proveniente da Aversa . Due
anni dopo, in una spedizione
alleata del Papa e
dell'Imperatore Lotario II ,
Pisa partecipò operando
nuovamente nella zona di
Amalfi. Seguì una fase di
relativa tranquillità
durante la quale Pisa si
legò ancor di più agli
imperatori tedeschi
ottenendo importanti
concessioni nei due diplomi
del 1162 e 1165 . Con essi
Federico I riconosceva alla
città, oltre alla
giurisdizione sul contado
pisano e la libertà di
commercio nei territori
dell'Impero, anche il lido
del mare da Civitavecchia a
Portovenere , la metà di
Palermo , Messina , Salerno
e Napoli , tutta Gaeta ,
Mazzarri e Trapani e una
strada con case per i
mercanti in ogni città del
Regno di Sicilia . Alcuni di
questi riconoscimenti
vennero successivamente
riconfermati da Enrico VI ,
Ottone IV e Federico II .
L'editto ebbe due
conseguenze. Esso determinò
un certo risentimento anche
da parte di Massa , Volterra
, Lucca e Firenze che
aspiravano ad un autonomo
sbocco al mare. Inoltre
contribuì, unitamente ai
patti stretti tra Pisa e i
giudicati sardi, allo
scoppio di una nuova guerra
con Genova .
Oggetto del contendere con
la città ligure erano
nuovamente le reciproche
posizioni in Sardegna e
Corsica nonché
l'accaparramento dei mercati
del Sud della Francia, dove
Genova aveva assunto una
posizione nettamente
predominante, e di Spagna.
Le ostilità ebbero
probabilmente inizio
nell'agosto 1165 sul Rodano
, dove erano presenti
stanziamenti pisani, con un
fallito attacco dei genovesi
alleati con il conte di
Tolosa , verso un convoglio
pisano supportato dai
provenzali. Le ostilità si
protrassero quindi fino al
1175 senza episodi
eclatanti. Un altro fronte
dei contrasti tra Pisa e
Genova fu la Sicilia . Qui,
a causa dei privilegi
concessi da Enrico VI ad
entrambe le città, si ebbero
vari scontri iniziati con la
conquista pisana dell'intera
città di Messina nel 1192 a
cui seguirono scontri armati
in tutta l'isola fino alla
conquista genovese di
Siracusa nel 1204 .
Le posizioni commerciali in
Sicilia furono
successivamente perdute con
l'accordo tra la Lega Guelfa
toscana, guidata da Firenze,
e Papa Innocenzo III il
quale, pur avendo revocato
la scomunica lanciata poco
tempo prima da Celestino III
, si accordò poco dopo anche
con Genova indebolendo
ulteriormente le posizioni
pisane nel Sud Italia. Negli
anni seguenti si posero le
premesse per ulteriori
successivi scontri con
l'intensificazione maggiore
penetrazione commerciale
pisana nel Sud della
Francia. Dal 1208 Pisa
stipula accordi commerciali
con i borghi di Fos e
Hyères, si accorda col conte
di Barcellona per rinnovare
i privilegi ad Arles e
S.Egidio, stipula un
trattato di pace trentennale
col comune di Marsiglia ,
uno cinquantennale con
quello di Narbonne ed altri
accordi con Gras ed Accone.
All'incirca nello stesso
periodo Pisa tentava una
politica di penetrazione
nell'Adriatico e di sfida
alla supremazia veneziana in
quel settore. Nel 1180
veniva stipulato tra le due
città un accordo di non
aggressione nel Tirreno e
nell'Adriatico ma nello
stesso anno la morte a
Costantinopoli di Emanuele
Commeno mutò gli equilibri e
si verificarono varie azioni
contro convogli veneziani.
Contemporaneamente la
volontà di contrastare la
potenza veneziana in
Adriatico si concretizzava
in iniziative, sia
commerciali che
diplomatiche, verso le città
di Ancona , Pola , Zara ,
Spalato e Brindisi . Nel
1188 si ebbe la firma di un
trattato di pace con Zara,
che si rese indipendente da
Venezia per qualche anno, e
nel 1195 una spedizione
pisana si avventurò fino a
Pola nel tentativo di
indurla a ribellarsi contro
Venezia anche se
quest'ultima riuscì a
riconquistare subito la
città.
L'anno successivo fu firmata
una pace decennale a
condizioni favorevoli per i
pisani. Il trattato ebbe
vita breve in quanto nel
1199 i pisani tornarono
all'attacco con un blocco
navale nei pressi di
Brindisi che si concluse con
una battaglia vittoriosa per
i veneziani. In ogni caso
non si arrivò ad una vera e
propria guerra e nel 1206 le
due città stipularono un
trattato con il quale Pisa
rinunciava alle sue mire
espansionistiche in
Adriatico pur mantenendo il
controllo degli sbocchi già
acquisiti. Il trattato aveva
funzione antigenovese e nel
corso del tempo i rapporti
tra Pisa e Venezia divennero
generalmente di
collaborazione quando non di
alleanza per la conquista
del mercato di
Costantinopoli .
Sotto il profilo culturale
occorre ricordare in questo
periodo la fondazione della
celebre scuola pisana di
studi giuridici, che poi
Firenze cercò di emulare.
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Facciata del Duomo
di Pisa |
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Facciata della
Chiesa di Santa
Maria della Spina |
All'inizio del XIII secolo
Pisa si impegnò nella
normalizzazione dei rapporti
con la rivale Genova. Dopo
essersi accordata con
Venezia per poter
eventualmente sostenere uno
scontro prolungato con i
liguri, Pisa si impegnò in
un tentativo di
pacificazione. Nel 1209 e
nel 1217 , vi furono dei
convegni di pace a Lerici
con i genovesi che si
conclusero positivamente con
la firma di trattati che
garantirono un periodo
ventennale di pace tra le
due potenze marinare. La
pacificazione non fu
peraltro generalizzata in
quanto nel 1220 Federico II
confermò a Pisa il possesso
della costa tirrenica da
Civitavecchia a Portovenere
rinnovando i motivi di
ostilità verso Pisa non solo
di Genova ma anche delle
città toscane. Negli anni
seguenti vi furono infatti
scontri con Lucca in
Garfagnana e Versilia ed una
vittoria fiorentina a Castel
del Bosco nel 1222 . Inoltre
il legame indissolubile con
l'Impero, che vedeva acuire
le tensioni col papato,
portò quest'ultimo ad
ostacolare le ambizioni
pisane cercando di far
perdere alla città
ghibellina le posizioni
acquisite nei giudicati
sardi di Gallura , Arborea e
Torres . Nel corso degli
anni trenta del XIII secolo
il papato accusò diverse
sconfitte militari tra cui
quella della Lega lombarda .
Nel 1238 tuttavia, grazie
all'insoddisfazione di
Genova per la politica di
Federico II, papa Gregorio
IX riuscì a formare
un'alleanza che vedeva
Genova e Venezia unite
contro chi disobbediva al
papato, vale a dire
l'Imperatore e con esso
Pisa. L'anno dopo procedette
a scomunicare Federico II e
indisse poi per il 1241 un
concilio antimperiale da
tenersi a Roma . Il
precedente accordo con
Genova ebbe modo di
concretizzarsi con la scorta
che la città ligure concesse
per il trasporto dei prelati
dell'Italia del Nord e della
Francia verso la città
eterna. Dopo aver cercato
inutilmente di impedire la
partenza attaccando Genova
via terra e conquistando
Lerici , una flotta pisana a
cui si unì una flotta
imperiale proveniente dalla
Sicilia e guidata da Enzo,
figlio di Federico II,
affrontò la scorta. La
battaglia si svolse il 3
maggio 1241 presso l'isola
del Giglio e si concluse con
una pesante sconfitta per
Genova che le costò la
cattura di 25 galee e di
alcune migliaia di
prigionieri, tra i quali due
cardinali e vari vescovi. I
prelati furono
successivamente liberati ma
conseguenza della loro
cattura fu il fallimento del
Concilio, che non ebbe
luogo, e la scomunica della
città di Pisa, accompagnata
dalla revoca dei privilegi
ecclesiastici concessi in
passato. Tale scomunica
venne a sua volta revocata
solo nel 1257 . La città
toscana cercò comunque di
sfruttare il momento
favorevole conquistando la
città corsa di Aleria e, nel
1243 , addirittura cingendo
Genova d'assedio, se pur
inutilmente. La repubblica
ligure si riprese tuttavia
abbastanza velocemente e nel
1256 riuscì a riconquistare
Lerici.
Con l'espansione della
presenza pisana nel
Mediterraneo e il
consolidarsi degli interessi
delle classi mercantili
pisane, divenne necessario
modificare l'assetto
istituzionale della città.
Scomparve quindi la carica
di console e intorno al 1230
tali classi individuarono
una figura che li
rappresentasse sul piano
politico e li difendesse su
quello militare nella nuova
istituzione del Capitano del
popolo. Nonostante l'opera
riformatrice in città così
come nei territori ad essa
sottoposti rimase una forte
tensione dovuta alla
rivalità tra le famiglie
Della Gherardesca e
Visconti. Dopo vari
tentativi di pacificazione,
tra cui quella del 1237 , da
parte degli arcivescovi e
dell'imperatore Federico II
, nel 1254 il popolo con una
rivolta impose la nuova
istituzione dei dodici
Anziani del Popolo come loro
rappresentanti alla guida
del Comune. Inoltre
affiancarono ai Consigli
legislativi, composti da
nobili, i nuovi Consigli del
Popolo formati da
rappresentanti delle arti
principali e dai capi delle
Compagnie del Popolo con la
funzione di ratificare le
leggi approvate dal
Consiglio Maggiore Generale
e dal Senato.
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La Torre di Pisa |
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Il Camposanto in
Piazza del Duomo |
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Le mura cittadine
presso il Battistero |
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Nel 1284 nel corso
dell'ennesimo confronto
militare con Genova, Pisa
subì una disastrosa
sconfitta nella battaglia
della Meloria .
Tale sconfitta, unita alla
devastazione genovese di
Porto Pisano nel 1290 a
seguito di patti non
rispettati, conferì un
durissimo colpo alla potenza
marittima della repubblica.
Il colpo finale alle
gloriose imprese marinare fu
poi dato nel 1324 quando gli
Aragonesi conquistarono
definitivamente e
completamente gli avamposti
pisani in Sardegna. La
potenza terrestre, invece,
non risentì immediatamente
del contraccolpo e ancora
nel 1314 i Pisani, guidati
dal capitano del popolo
Uguccione della Faggiola ,
attaccavano ed espugnavano
Lucca occupandola per tre
giorni, e nel 1315
sconfiggevano duramente i
fiorentini nella battaglia
di Montecatini . Nella
seconda metà del 1300 poi,
Giovanni Acuto attaccò
Firenze cingendola d'assedio
senza però riuscire ad
espugnarla. Tale manovra
istigò i fiorentini a
lanciare un attacco verso
l'antica repubblica
marinara, concretizzatosi
con la famosa Battaglia di
Cascina (della quale
Michelangelo realizzò il
cartone Battaglia di
Cascina che avrebbe
dovuto essere un affresco
del Salone dei Cinquecento a
Palazzo Vecchio ) con
conseguente sconfitta
pisana. Dopo il governo
degli Appiani era ormai
iniziato il lento declino e,
dopo controverse vicende in
cui vi furono numerose
guerre civili, il 9 ottobre
1406 i fiorentini, guidati
da Gino Capponi, riuscivano
ad impossessarsi della città
pagando con 50.000 fiorini
il corrotto Capitano del
popolo Giovanni Gambacorta
che fece aprire la porta di
San Marco. Egli era un uomo
debole e pronto a tutto pur
di far terminare la
lunghissima resistenza della
città agli attacchi esterni
di fiorentini, milanesi,
genovesi. Il tradimento era
compiuto e s'aprivano ai
Fiorentini le porte della
città, tra lo sgomento dei
cittadini che avevano
resistito fino allo stremo,
e la gioia di Firenze che
otteneva finalmente il tanto
agognato sbocco sul mare.
-
conte Ugolino della
Gherardesca 1285-1289
-
Nino Visconti 1286-1288
-
arcivescovo Ruggieri
Ubaldini 1288
-
conte Guido da
Montefeltro, podestà
1289-1290
-
Uguccione della Faggiola
1313-1316
-
conte Gherardo della
Gherardesca 1316-1324
-
conte Rinieri della
Gherardesca 1324-1327
-
conte Fazio della
Gherardesca 1327-1341
-
conte Ranieri della
Gherardesca 1341-47
-
Andrea Gambacorti
1347-1354
-
Francesco Gambacorti
1354-1355
-
Giovanni dell'Agnello
1364-1368
-
Pietro Gambacorti
1369-92
-
Jacopo d'Appiano
1392-1398
-
Gherardo d'Appiano 1398
-
duca Gian Galeazzo
Visconti di Milano
1399-1402
-
Gabriele Maria Visconti
1402-1406.
Il governo di Pisa da parte
della repubblica fiorentina
fu particolarmente duro sia
per la necessità di tenere
soggiogato una così acerrima
nemica sia per la
concorrenza esistente tra i
mercanti delle due città sia
per la volontà di recuperare
le spese di guerra. Sotto il
primo aspetto basti
ricordare che già nel
gennaio del 1407 da Firenze
si ordinò la costruzione di
fortificazioni e la
permanenza di un forte
contingente militare. In
particolare si procedette
alla ricostruzione della
Cittadella che era stata
quasi distrutta durante
l'assedio e ad altre
fortificazioni nella zona
dei vecchi Arsenali e nel
quartiere di Kinzica. Il
controllo della città venne
affidato ad un contingente
di ben 1.500 mercenari.
Inoltre si stabilì che i
cittadini pisani ritenuti
pericolosi fossero confinati
a Firenze e questa misura
riguardò circa 300 persone
appartenenti soprattutto a
famiglie della nobiltà e
della borghesia. L'effetto
fu un drastico impoverimento
cittadino e un deciso
spopolamento visto che altre
famiglie non coinvolte in
queste misure preferirono
abbandonare la città e
trasferirsi in altri stati
(diverse di queste
emigrarono a Lucca , Genova
e Palermo ). A queste misure
seguirono anni di
pesantissima tassazione che
colpirono tutti gli strati
sociali della città e una
serie di misure che
colpirono i commercianti e
le corporazioni cittadine a
vantaggio dei concorrenti.
Nel corso degli anni
successivi vennero decisi
alcuni sgravi e prese lievi
misure in favore della città
ma i loro effetti furono
annullati dalle conseguenze
negative per Firenze delle
guerre combattute negli anni
20 del 1400. A ciò si
aggiunge il depauperamento
anche del contado pisano sul
cui territorio si combatté
la guerra tra Firenze e
Lucca.
Si calcola che attorno al
1430 la popolazione pisana
si fosse dimezzata rispetto
al momento della conquista.
A questa già grave
situazione si aggiunsero le
conseguenze di un tentativo
di congiura organizzato
dalle principali famiglie
pisane. La congiura fu
impedita dall'Arcivescovo
Giuliano de' Ricci che
informò le autorità
fiorentine, e si concluse
con ulteriori misure di
confino. Nel 1494 il duro
regime a cui la città fu
sottoposta e l'orgoglio dei
cittadini pisani fece sì che
al calare in Italia del re
francese Carlo VIII
scoppiasse la rivolta.
La mattina dell'8 novembre
il sovrano francese, che
stava preparando la discesa
verso Napoli , entrò in
città. Dopo l'incontro con
una delegazione delle
principali famiglie pisane
la popolazione, convinta di
aver ottenuto una promessa
di sostegno alla causa della
propria libertà, scese in
piazza e nei due giorni
successivi riuscì a cacciare
tutte le autorità
fiorentine. In realtà lo
scopo di Carlo VIII era di
poter giungere incontrastato
a Napoli e nei mesi
successivi tenne un
atteggiamento ambiguo
promettendo ai fiorentini
che Pisa sarebbe tornata
sotto il loro dominio ma
solo al termine della
propria spedizione; nel
contempo forniva qualche
aiuto alla città ribelle.
Intanto rinascevano le
istituzioni comunali e si
stabilivano positive
relazioni diplomatiche con
Lucca , Siena e Genova in
funzione antifiorentina
(anche Milano inviò
segretamente degli aiuti)
mentre l'esercito della
città gigliata procedeva a
rioccupare le principali
città della pianura pisana.
Questa situazione di attesa
perdurò fino all'agosto del
1495 . Il giorno 22 di quel
mese Carlo VIII convinto
dalle pressioni e dalle
cospicue somme d' oro
versategli dai fiorentini
decise per la restituzione
della città di Pisa e delle
località di Livorno ,
Pietrasanta e Motrone . Nel
frattempo i pisani cercavano
aiuti presso Ludovico il
Moro , il doge di Venezia ,
Genova, l'Imperatore (che
vantava i diritti
dell'Impero sulla Toscana )
e Papa Alessandro VI ,
mentre il comandante
D'Entrangues che capitanava
le truppe presenti a Pisa
dichiarava che non avrebbe
ceduto la città ai
fiorentini. In quei mesi la
città pisana assistette
all'arrivo e alla partenza
dei più disparati
contingenti: milanesi,
veneziani e francesi su
tutti ma anche svizzeri (al
seguito dei francesi),
tedeschi (inviati da
Massimiliano d'Austria ,
genovesi e lucchesi in un
intricato gioco diplomatico
tra tutte queste forze; un
gioco che aveva il suo
nucleo nei rapporti tra
Milano e Venezia e nella
volontà dei milanesi e di
Federico di Napoli di
allontanare Firenze dalla
Francia per impedire il
ritorno in Italia di Carlo
VIII, giustamente
considerato come una
potenziale minaccia per la
loro indipendenza. Sul
versante opposto i
principali sostenitori della
causa pisana erano i
veneziani e Alessandro VI.
Il 15 settembre vi fu il
primo scontro coi fiorentini
che, cannoneggiati dal
capitano francese, fallirono
l'assalto alla porta San
Marco ma conquistarono
Livorno. Il 1 gennaio 1496
D'Entrangues dietro lauto
compenso cedette alla città
il comando delle
fortificazioni e nei mesi
successivi, soprattutto per
merito del contingente
veneziano, furono liberate
diverse località fino a
Terricciola durante scontri
nei quali trovò la morte il
commissario dei fiorentini
Piero Capponi . Due anni
dopo la situazione si era
modificata con il tradimento
dei milanesi passati a
sostenere Firenze e
l'aumentato impegno militare
della Serenissima in favore
di Pisa motivato da
considerazioni diplomatiche
e di prestigio. Occasionali
scontri coi fiorentini
avevano alterne fortune ma
non riuscivano a far pendere
decisamente l'ago della
bilancia verso uno dei due
contendenti. Nel 1499 si
ebbe infine anche la
defezione dei veneziani
causato dalle forti spese
sostenute fino a quel
momento che gravavano sulle
casse cittadine,
dall'offensiva che i Turchi
stavano preparando contro di
loro nel Mar Egeo e dal
rimborso delle spese di
guerra promesso da Firenze.
Cercando di sfruttare il
momento favorevole, il 1
agosto le truppe fiorentine
attaccarono Pisa forti di
15.000 tra fanti e cavalieri
e di 80 pezzi d'artiglieria.
Dopo 10 giorni di
combattimenti furiosi le
truppe guidate da Paolo
Vitelli riuscirono a
occupare il bastione di
Stampace a Porta a mare.
Tuttavia Vitelli non riuscì
ad approfittare del
vantaggio acquisito e i
rinforzi giunti a Pisa da
Lucca, uniti alle perdite
subite dai fiorentini per
mano pisana e per causa
della malaria , dopo un
ultimo tentativo di sfondare
le mura, lo costrinsero a
sospendere gli attacchi di
fanteria. L'8 settembre
Vitelli toglieva il campo
abbandonando tutta
l'artiglieria (che venne
recuperata dai pisani), atto
che gli costò l'accusa di
tradimento e la condanna a
morte. Dall'anno successivo
la situazione mutò
radicalmente per la
conquista da parte di Luigi
XII , nuovo Re di Francia,
del ducato di Milano.
Risolto il principale
ostacolo nella penisola
Carlo XII si volse come suo
padre in direzione di Napoli
ma decise che era tempo di
stabilire un legame solido
con Firenze a scapito di
Pisa. Rispose quindi
negativamente alle
ambasciate pisane per
rispettare l'antico impegno
sulla restituzione della
città ai fiorentini e giunse
a porre un assedio alla
città di Pisa ingente per
gli uomini impiegati ma
blando per intensità e che
si concluse solo con qualche
discussione tra francesi e
fiorentini.
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Pisa nel 1540, mappa
di Pisa, incisione
di Jacopo Filippo
Foresti |
 |
Nel 1501 si ebbe poi una
spedizione di Alessandro VI
contro lo stato fiorentino
che si concretizzò nella
conquista di Piombino ,
dell' Isola d'Elba e di
Pianosa mentre i francesi
tentavano la conquista del
regno aragonese di Napoli .
Questa semplificazione degli
equilibri politici nella
penisola spinse Pisa a
considerare come unici
possibili interlocutori i
Borgia a cui si rivolsero e
che in effetti inviarono più
volte aiuti in armi e denaro
ma, in un primo momento,
senza opporsi a Firenze con
sufficiente decisione. Nel
1503 , dopo che l'anno
precedente la questione
pisana aveva fatto fallire
una proposta francese per
una lega di stati italiani,
i Borgia mutarono
atteggiamento. In primavera
inviarono via nave truppe,
armi e denaro mentre i
fiorentini si limitavano a
colpire i raccolti del
contado e impedire
rifornimenti via terra. In
agosto si concludeva il
patto di soggezione con
Alessandro VI con cui i
pisani rinunciavano alla
loro libertà in cambio di un
sostegno deciso contro
Firenze ma pochi giorni dopo
il pontefice moriva
lasciando Pisa quasi isolata
viste anche le cattive
condizioni di salute di
Cesare Borgia . Quando
questi venne arrestato
Firenze non ebbe più
ostacoli diplomatici e tentò
inizialmente di prendere la
città per fame e anche per
sete col fallito progetto
della deviazione dell' Arno
, quindi cinse nuovamente
d'assedio l'antica rivale.
Il 7 settembre 600
cavalieri, 6000 fanti e vari
pezzi d'artiglieria
iniziarono l'attacco tra
Porta Calcesana e Porta a
Piagge causando brecce nelle
mura ma senza che i fanti vi
penetrassero, ragion per cui
l'esercito si ritirò, e in
Firenze si giunse alla
conclusione che la città era
quasi imprendibile se
attaccata con truppe
mercenarie. Da quel momento
in poi i fiorentini si
accontentarono delle
consuete scorrerie nel
contado per affamare la
città, sostenuta solo dai
pochi rifornimenti che
giungevano dalla vicina
Lucca e volte da Genova .
Nel 1509 i Dieci di Balia
decisero che era tempo di
porre termine a una
questione che si trascinava
ormai da troppo tempo. Gli
spazi per la diplomazia
pisana erano ormai chiusi e
Firenze riusciva invece ad
ottenere il consenso sia
della Francia che della
Spagna (anch'essa
ultimamente coinvolta nella
questione) alla riconquista.
Furono pagate grosse somme
in denaro a questi sovrani
per assicurarsene la
neutralità e fu quindi
stretto il cerchio
dell'assedio puntando da
subito sulla conquista per
fame. Le truppe fiorentine
riuscirono a bloccare ogni
afflusso di risorse
provenienti da Lucca e da
Genova, compirono numerose
scorribande nel territorio
lucchese, particolarmente in
Versilia e si assicurarono
il controllo dell'Arno con
un ponte di legno
fortificato. Gli effetti si
fecero sentire in breve e in
una città che da più di una
decade combatteva per la
propria libertà i contadini
iniziarono a premere perché
si trattasse. Vi fu ancora
un ultimatum di uscire dalla
città in cambio della vita
salva per tutti che venne
respinto ma il 4 giugno gli
ambasciatori inviati a
Firenze firmarono
l'inevitabile resa. Le
condizioni furono tutto
sommato favorevoli visto che
vennero rimessi tutti i
debiti e i beni mobili già
confiscati, ristabilite le
franchigie sui traffici e i
privilegi, concesso un certo
grado di autonomia alle
autorità locali. L' 8 giugno
1509 Antonio da Filicaja ,
Averardo Salviati e Niccolò
Capponi entravano quindi in
città alla testa delle
truppe fiorentine. Forse
questa disponibilità fu
dovuta anche a Massimiliano
d'Austria che negli accordi
di Cambrai aveva fatto
accenno alla questione
pisana ma la riconquista
ebbe comunque l'effetto di
allontanare altre famiglie
pisane che espatriarono
soprattutto in direzione di
Palermo , Lucca , della
Sardegna e della Francia .
Il secolo XX
L'azione repressiva del
governo fascista emerge in
tutta la sua evidenza dai
dati provenienti dal
casellario politico
centrale. Durante il regime
si ebbero nella provincia 98
persone inviate al confino
di polizia (39 nel
capoluogo), 115 ammonite (42
nel capoluogo) e 185
diffidate (58 nel
capoluogo). A questi si
aggiungono i 963 iscritti
alla rubrica di frontiera
(da ricercare, fermare e
arrestare) dei quali 165
nati o residenti nel
capoluogo e le persone
deferite al Tribunale
speciale che ammontavano a
136 dei quali 28 nel
capoluogo.
Inoltre la questura nel
complesso arrivò a schedare
nella sola città di Pisa ben
1084 persone sulle 74.802
presenti in base al
censimento del 1936,
corrispondente all'1,44%
della popolazione. Il totale
della provincia è di 3.506
schedati su 341.428 abitanti
corrispondente all'1,02%
della popolazione.
 |
31 agosto 1943, Pisa
viene bombardata |
|
La seconda guerra mondiale
colpì duramente la città a
Pisa. Il 31 agosto 1943 si
abbatté sulla città un
pesantissimo bombardamento
americano. Furono colpiti in
particolare la zona della
stazione e di Porta a mare,
quartieri che vennero
praticamente rasi al suolo,
ma anche parte dei quartieri
di Porta nuova, Porta a
Lucca e Porta fiorentina
fino a La Cella; circa un
quarto del territorio urbano
venne danneggiato o
distrutto.
I
motivi che spinsero le
autorità militari americane
a un bombardamento così
pesante furono di due ordini
diversi. Innanzitutto si
volevano colpire le
infrastrutture di un
importante nodo ferroviario
che aveva nelle vicinanze
diverse fabbriche
riconvertite a scopi bellici
tra le quali in particolare
la Piaggio che produceva
motori per idrovolanti ma
anche la Saint Gobain e la
Vis che producevano vetro;
secondariamente si voleva
dare un segnale forte al
governo italiano in una fase
cruciale delle trattative
per l'armistizio che venne
in effetti firmato appena
tre giorni dopo.
Il bombardamento fu
effettuato da 152 apparecchi
tra Boeing B17 ( Fortezze
Volanti ) e B 24 Liberator ,
decollati dalle coste
africane con ordigni da 250
e 500 chili di cui alcune
incatenate a due a due e
legate a grappolo. Le difese
antiaeree non furono in
grado di opporre alcuna
resistenza perché i velivoli
americani operavano ad alta
quota. Le prime bombe
raggiunsero il suolo alle
13:01 e nell'arco di 10
minuti caddero circa 1100
ordigni per un totale di 408
tonnellate di esplosivo. I
dati sottostimati della
prefettura indicarono 952
vittime, 1000 feriti, 961
case crollate, 551
danneggiate e 952
sinistrate.
Sebbene sia stato di gran
lunga il più massiccio, non
si trattò tuttavia
dell'unico bombardamento
subito dalla città. Fino al
momento della liberazione,
avvenuta nell'estate del
1944, si contarono infatti
ben 54 bombardamenti che,
unitamente a mitragliamenti
e colpi di cannone,
portarono alla morte di 1738
civili (gli abitanti ancora
presenti in città erano
circa 40.000) di cui 175 per
lo scoppio di mine. Sulle
142.245 abitazioni
preesistenti ai
bombardamenti ne andarono
distrutte o gravemente
danneggiate ben 54.045.
| |
La Stazione
Ferroviaria Centrale
dopo il
bombardamento |
 |
A
partire dal giugno 1944 si
ebbero anche nella provincia
di Pisa rappresaglie, eccidi
e fucilazioni nazifasciste.
A seguire l'elenco completo
delle stragi, comprensivo
delle fucilazioni per
renitenza alla leva, che
porta ad un totale di 350
vittime.
Giugno
San Rossore , 13 Giugno
1944: 1 vittima
Coltano , 17 Giugno 1944: 5
vittime
Agnano Pisano, 20 giugno
1944: 1 vittima
Riparbella (loc. Le Marie),
25 giugno 1944: 11 vittime
Guardistallo , 28-29 giugno
1944: 57 vittime (11
partigiani e 46 civili)
Luglio
Crespina , 2 luglio 1944: 3
renitenti alla leva
originari di Collesalvetti
(Li) sono fucilati e
impiccati
Ghezzano, 6 Luglio 1944: 1
vittima
San Giorgio, 10 Luglio 1944:
2 vittime
Ripafratta , 11 Luglio 1944:
2 vittime
S. Frediano di Cascina, 13
luglio 1944: 6 vittime
Piavola di Buti, 23 luglio
1944: 19 vittime
Asciano Pisano, 24 Luglio
1944: 2 vittime
San Piero a Grado , 23 - 24
luglio 1944: 5 vittime
Cucigliana, 25 Luglio 1944:
1 vittima
Vicopisano , 25 luglio 1944:
3 vittime
 |
Rovine del Palazzo
Pretorio |
|
Agosto
Pisa, (Via Sant'Andrea), 1
agosto 1944: 12 vittime,
uccise nell'abitazione
dell'ebreo Pardo Roques
Pisa, (San Biagio), 2 agosto
1944: 23 vittime
Cucigliana, 5 Agosto 1944: 2
vittime
Asciano, 5 agosto 1944: 4
vittime
Molina di Quosa ( San
Giuliano Terme ) Loc. La
Romagna, 6-7 agosto 1944: 69
vittime, rastrellate e
condotte alla scuola di
Nozzano (Lu), sede del
comando della 16 Panzer
Grenadier Division del gen.
Simon; verranno tutti
fucilati tra l'11 e il 12
agosto 1944
Pettori, loc. Ansa d'Arno, 9
agosto 1944: 6 vittime
San Rossore , 9 agosto 1944:
9 vittime
Arno Cucigliana, 11 Agosto
1944: 2 vittime
Nodica - Vecchiano , 14
agosto 1944: 18 vittime
fucilate in distinti punti
della bonifica di Migliarino
Cascina , 17 agosto 1944: 3
vittime
Gello di San Giuliano Terme
, 19 agosto 1944: 7 vittime
San Giovanni alla Vena, 19
agosto 1944: 8 vittime tra
le quali 5 donne
Filettole , 24 Agosto 1944:
68 vittime , tra le quali
don Libero Raglianti ,
medaglia d'oro della
resistenza
Non è da includere in questo
elenco invece la Strage del
Duomo di San Miniato del 22
luglio 1944. Per decenni
attribuita ai nazisti, si è
di recente stabilito che fu
causata da una granata
americana fatalmente caduta
all'interno del Duomo
durante i combattimenti con
le truppe tedesche.
Nell'estate del 1944 il
fronte raggiunge Pisa e,
sulle sponde dell'Arno, le
truppe alleate a sud e le
truppe nazifasciste a nord
si scambiano colpi di
cannone e raffiche di mitra,
danneggiando pesantemente
gli storici edifici
cittadini. Dal 21 al 23
giugno si registrano i
peggiori bombardamenti,
circa una trentina e tutti
con l'obiettivo di
distruggere i ponti sul
fiume. Il mese successivo le
mine tedesche fanno saltare
in aria la Cittadella , il
Palazzo Pretorio con la
torre dell'Orologio, il
ponte di Mezzo e gli altri
ponti cittadini.
In luglio circa 1500 persone
si rifugiano all'ospedale,
nel Palazzo Arcivescovile e
in Piazza del Duomo, nella
speranza che la fama dei
suoi monumenti induca i
militari di entrambe le
parti a dirigere altrove le
proprie bordate.
Nel tardo pomeriggio del 27
luglio l'artiglieria alleata
colpisce il tetto del
Camposanto monumentale ,
bruciando le capriate di
legno e fondendo le lastre
di piombo. Pochi coraggiosi
pisani, rifugiatisi insieme
alle proprie famiglie
all'interno del Duomo ,
accorrono sul posto, ma non
possono fare altro che
osservare attoniti lo
spettacolo, non potendo
intervenire per la mancanza
di acqua e il continuo
lancio di proiettili: grosse
gocce di piombo fuso
ricoprono i marmi del
pavimento e le opere
allineate lungo le pareti
interne. Persino un soldato
tedesco di passaggio si
ferma e cerca, una volta
montanto sul tetto, di
isolare le fiamme, ma senza
successo. Per tutta la notte
i pezzi del tetto rovinano
sulle opere d'arte
sottostanti, mentre il
giorno successivo il fuoco
completa il proprio lavoro
danneggiando gli affreschi e
bruciando le porte
dell'edificio. Nei giorni
successivi ulteriori danni
vengono fatti da ignoti, che
spaccano le antiche lapidi
per dare sepoltura ad alcune
persone morte in quei giorni
nel vicino ospedale. [1]
Al momento della liberazione
cittadina, avvenuta il 2
settembre del 1944, la città
di Pisa si trova orfana di
migliaia di suoi
concittadini e di decine dei
suoi monumenti più preziosi.
Oltre alle strutture fatte
saltare dai nazisti, ingenti
danni vengono riportati dal
Palazzo Reale , dal Palazzo
alla Giornata , dalla
Sapienza, dal Palazzo
Timpano, dal Giardino Scotto
e dalle chiese di San
Michele in Borgo , Santo
Stefano dei Cavalieri ,
Santi Cosma e Damiano, San
Paolo a Ripa d'Arno , San
Michele degli Scalzi e San
Piero a Grado . Per fortuna
molte opere d'arte
trasportabili vengono messe
al riparo a Firenze , Calci
e Farneta grazie al
tempestivo intervento
dell'allora soprintendente
Piero Sanpaolesi.
In autunno ben 50.000 vani
risulteranno distrutti o
inagibili, con circa 18.000
persone senza un tetto e
senz'acqua, elettricità e
gas. I trasporti urbani, in
primis su rotaia, resteranno
in ginocchio per mesi. La
ricostruzione della città,
con la cancellazione delle
sue ferite di guerra,
richiederà alcuni decenni. |