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Spetta a Gioacchino Murat il merito di aver
introdotto nel Regno di Napoli la coltivazione del
tabacco, allora detto ‘erbasanta’. Ma furono
Ferdinando I e, in seguito, Francesco di Borbone a
dar vita al Monopolio di Stato, limitando la
coltivazione del tabacco ai territori di Cava e
limitrofi.
Nonostante la successiva scomparsa del Regno di
Napoli, questo tipo di produzione non cessò mai, e
ancora oggi è fonte di reddito per i contadini
dell’area. A causa della mancanza di locali, su
proposta dei dirigenti della Manifattura SS.
Apostoli di Napoli, nel 1845 fu costruita una
succursale a Cava per la lavorazione dell’‘erbasanta’.
Si tratta della Manifattura Tabacchi, situata in
località Passetto (sulla via che conduce alla
frazione di S. Arcangelo), che dal 1860 divenne il
luogo della consegna. Il continuo aumento degli
ordinativi di questa coltivazione indusse, poi, gli
amministratori locali a ricercare locali più ampi.
Venne perciò affittato l’edificio
dell’ex-conservatorio della Madonna del Rifugio,
sopra la Villa Comunale, che in quel momento era
adibito a caserma per il battaglione di fanteria
distaccato a Cava.
“Il Municipio di Cava de’ Tirreni […] cede, libero
da qualsiasi servitù, onere, canone, etc […] al
Demanio dello Stato per uso Agenzia Tabacchi
l’intero corpo di fabbricato detto Conservatorio”: è
quanto si legge in un documento datato 2 Aprile
1900, che ha per oggetto la cessione dei locali
dell’Agenzia Tabacchi al Governo.
L’attuale Manifattura per la trasformazione dei
tabacchi in sigari Toscani nacque nel 1912, quando
tale produzione, che ebbe origine a Firenze nei
primi dell’Ottocento, finalmente approdò anche a
Cava.
Una particolarità. A Cava sono state create alcune
nuove varietà di tabacchi, tra cui il Burley
Giuseppina, che fu chiamato così in ricordo della
figlia di Michele Benincasa, uno dei più importanti
studiosi in materia di fine Ottocento.
Alcune fasi della lavorazione dei sigari Toscani,
prodotti utilizzando esclusivamente tabacco Kentucky
coltivato in Italia, sono rimaste le stesse di un
quarto di secolo fa.
Il tabacco, liberato dagli involucri, viene prima
immerso in grosse vasche colme d’acqua per circa
mezz’ora. Quindi, lasciato sgocciolare per alcune
ore, il prodotto passa al tagliatestate, dove le
foglie sono private delle testate e preparate per la
scostolatura. Qui, dopo essere stata aperta e
selezionata manualmente, con un’apposita macchina la
foglia viene privata della costola centrale e divisa
in due lembi (destro e sinistro), per poi essere
utilizzata come fascia esterna del sigaro.
Per quanto riguarda l’interno del sigaro, il tabacco,
anch’esso bagnato come per la fascia, è sistemato in
grandi cassoni per favorire la fermentazione. Quando
ha raggiunto la temperatura di 66°C ca., il tabacco
passa al prosciugamento e, successivamente, alla
battitura, per diventare così utilizzabile nella
successiva lavorazione come interno dei sigari. Il
confezionamento avviene con una macchina semimanuale,
in cui un operatore introduce costantemente
l’interno. Nello stesso tempo una sigaraia stende la
fascia su una formetta rotante. Fascia che, poi,
viene tagliata secondo la forma stabilita e
trasportata da una braccio su un telo di gomma
formando, con un movimento opportuno, il sigaro.
I sigari così confezionati, a questo punto, vengono
stesi su telai e sottoposti a controlli per
verificarne diametro, lunghezza, peso e tiraggio.
Trascorso questo periodo, il prodotto è sottoposto a
una cernita accurata, quindi imbustinato e avviato
alla maturazione. Ma i sigari, in seguito,
torneranno nuovamente in laboratorio, dove saranno
cellofanati, impacchettati, inscatolati e avviati
alle rivendite.
Il Toscano, presentato
per la prima volta al pubblico nel 1930, è un sigaro fermentato
prodotto nella Manifattura di Cava de’ Tirreni
utilizzando tabacco Kentucky prodotto in Italia. La
fascia, la mezza foglia che avvolge il ripieno,
proviene dalle coltivazioni dell’area toscana,
veneta, campana e del basso Lazio.
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