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IN GUERRA PER IL PETROLIO L'ALTRA FACCIA DEI RAID dalla Pagina Petrolio
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Vacilla l'asse di ferro tra Usa e Arabia Saudita La Repubblica, 24 ottobre 2001 REPUBBLICA SAN FRANCICISCO - Scatenata come risposta alla strage dell'11 settembre e per catturare Osama Bin Laden, la spedizione americana in Afghanistan nasconde un'altra faccia: quella di una guerra del petrolio, in cui si disegneranno i nuovi equilibri geopolitici nel controllo mondiale delle fonti di energia. In America il clima di unità nazionale e la popolarità di Bush finora hanno fatto passare in secondo piano alcune verità. Presidente e vice presidente sono due ex petrolieri e dall'industria petrolifera hanno avuto i maggiori finanziamenti elettorali. George Bush padre, anche lui petroliere, dopo aver sconfitto Saddam Hussein fu il regista della ricostruzione del Kuwait, grande business per le imprese Usa. Infine il teatro di guerra in Afghanistan non è solo un deserto montagnoso: è un incrocio fondamentale per i futuri approvvigionamenti di energia, dove si gioca una partita decisiva per la sicurezza economica dei paesi industrializzati.
"L'incognita principale che pesa sul mondo intero è il rischio di instabilità in Arabi Saudita", dice Patrick Clawson, direttore del Washington Institute for Near East Policy. Bin Laden, leader di un terrorismo reclutato e finanziato in Arabia saudita, dimostra la fragilità del Paese che custodisce nel suo sottosuolo le riserve petrolifere più ricche del mondo: 262 miliardi di barili, quasi il decuplo dei giacimenti americani, libici o messicani. L'importanza strategica dell'Arabia è stata accresciuta dalla politica energetica di Washington che ne ha fatto il maggiore fornitore singolo di greggio degli Stati Uniti. Il 28%d tutte le importazioni americane oggi proviene dal Golfo persico, mentre negli anni ottanta era meno della metà. Questa forte dipendenza da un paese fornitore aveva una logica. Ricucito lo strappo della guerra del Kippur nel 1973 la monarchia saudita ha sempre giocato il ruolo dell'"amico americano" in seno dell'Opec; i suoi provvidenziali aumenti di produzione hanno salvato l'economia dei paesi ricchi ad ogni crisi: rivoluzione iraniana, conflitto Iran-Iraq, Guerra del Golfo. E con i sauditi hanno un rapporto privilegiato i colossi petroliferi Usa, a cominciare dalla Exxon Mobile che sul loro territorio lavora a progetti di gas naturale del lavoro di 25 miliardi di dollari. Ma dopo l'11 settembre la Casa Bianca è costretta a considerare scenari apocalittici sul futuro di Riad: un colpo di stato guidato da integralisti; un attacco terroristico contro i pozzi o gli oleodotti; l'affondamento ad opera di Bin Laden di qualche superpetroliera nello stretto di Hormuz, che bloccherebbe un flusso di 14 milioni di barili al giorno dal Golfo persico. "Bin Laden ha detto esplicitamente che vuole il prezzo del greggio a 144 dollari al barile, sette volte il livello attuale- dice Roger Diwan della Petroleum Finance Company di Washington- e ha veri modi per tentare di arrivarci. Uno dei quali è diventare lui il re dell'Arabia saudita". La situazione rosea del mercato petrolifero in questi giorni- con la benzina ai minimi da trent'anni- è ingannevole. E' falsata dalla recessione mondiale che fa scendere i consumi, e soprattutto dall'azione discreta dell'Arabia che controlla la maggiore produzione dell'Opec. Dall'11 settembre la generosità dei sauditi verso gli acquirenti occidentali ha raggiunto livelli sospetti, pur di far dimenticare all'America le origini di Bin Laden. Bush ricambia il favore: la Casa Bianca fa finta di ignorare che Riad non ha ancora congelato uno solo dei conti bancari che Cia ed Fbi attribuiscono alla galassia del terrore Al Qaeda. È una calma irreale quella del mercato petrolifero che nasconde squilibri e pericoli immensi. I sauditi tengono un prezzo "politico" a 22 dollari il barile, è vero, ma al tempo stesso si sono assottigliati i margini di capacità produttiva in eccesso (pozzi e oleodotti disponibili per pompare più greggio in caso di crisi). Per gli esperti l'Occidente è più vulnerabile oggi che nel 1990 quando la Guerra del Golfo fece schizzare il greggio a 40 dollari, ma c'erano 5 milioni di barili al giorno di capacità aggiuntiva a disposizione. Viaggiamo sul filo del rasoio, appesi al destino politico di un regime dispotico e corrotto come la monarchia saudita, che inter masse islamiche considerano traditrice e venduta agli Stati Uniti. Bush ha lanciato l'allarme il giorno prima di partire per il vertice di Shanghai: "Abbiamo bisogno di più indipendenza energetica, è in gioco la sicurezza nazionale". La risposta l'ha fornita il premier russo Vladimir Putin senza esitazione: "In caso di conflitti regionali la Russia è pronta a fornire più petrolio. Lo dico chiaro e forte". È una vera svolta, un colpo di scena che illustra la ricomposizione delle alleanze internazionali scatenata dall'11 settembre. La Russia, per 40 anni protettrice degli arabi contro Israele e l'America, oggi fa una mossa che indebolisce il potere di ricatto dell'Opec, e nel giro di qualche anno può minacciare la centralità economica dell'Arabia Saudita. La Russia ha già aumentato la sua produzione a ritmi sostenuti: con 7 milioni di barili al giorno è ormai vicina ad agganciare i livelli sauditi. Ha meno riserve conosciute (49 miliardi di barili) ma molti giacimenti potenziali che non sono esplorati per mancanza di capitali. "Il nostro petrolio è la vostra riserva", ha detto agli americani Mikhail Khodorkovsky, amministratore delegato della Yukos Oil, secondo produttore russo. "Quella di Putin è una mossa geniale - osserva Joseph Stanislaw direttore delle ricerche alla Cambridge Energy Research Associates - in un sol colpo ha cambiato lo scenario economico della Russia…e del mondo intero". Se il petrolio può ridefinire la geografia delle alleanze mondiali avvicinando gli interessi americani e russi, lo stesso petrolio ha un ruolo invisibile ma cruciale nella guerra dell'Afghanistan. Sotto le rocce del deserto afghano sono stati rilevati giacimenti di greggio e gas naturale, come segnala il centro Enisen di Santa Monica, in California. Soprattutto, la terra afghana è il luogo di passaggio obbligato per il gasdotto più importante del mondo. È un progetto di importanza storica, che sposterebbe il baricentro del potere energetico dal Golfo all'Asia centrale, ma è bloccato da anni proprio per i conflitti afghani. 2000 miliardi di metri cubi, il 30% di tutti i giacimenti mondiali di gas naturale sono sepolti nel sottosuolo del Turkmenistan: di che farne un nuovo Kuwait. Ma da lì nessuno riesce a trasportare quel gas verso il mare e verso i ricchi mercati occidentali. Se non attraversando l'Afghanistan. Il progetto di gasdotto è già pronto, lo ha predisposto - guarda caso - una società texana, la Unocal, molto vicina al Partito repubblicano USA. Ora nei piani di guerra del Pentagono c'è proprio l'occupazione militare di una fascia di territorio afghano che corrisponde al tracciato di gasdotti e oleodotti per trasportare il gas turkmeno e il petrolio uzbeko fino al porto di Karachi, accessibile all'Occidente. La benedizione russa è pronta, in cambio della promesso che il futuro governo afghano sarà una coalizione di forze gradite a Mosca. E con tanti ringraziamenti dalla Chevron Texaco, la multinazionale texano-californiana e il primattore assoluto in questa zona: ha investito 2,5 miliardi di dollari nell'altro oleodotto del Mar Caspio, e ha già messo gli occhi su giacimenti di 110 miliardi di barili di petrolio (il triplo delle riserve americane). " L'Asia centrale sta per diventare una regione molto più importante per i destini del mondo", dice Daniel Yergin presidente della Cambridge Resarch Associate. Sulla sua spartizione si cementa un nuova Yalta dell'energia mondiale tra Stati Uniti e Russia. Le vie del petrolio potrebbero essere trasformate radicalmente, e con loro la geografia della ricchezza, e la forza politica di alcuni regimi islamici che da 30 anni s'intreccia con la dipendenza energetica dell'Occidente. Prima, naturalmente, bisogna regolare i conti con i Taliban, e con il loro ospite saudita.
Ecco perché i piani del superterrorista puntano al controllo delle risorse energetiche "TUTTO IL GREGGIO DELL'ISLAM" LA PAROLA D'ORDINE DI BIN LADEN
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