Perché l'uomo viaggia?
Ogni uomo va alla ricerca della propria felicità: c'è chi la cerca
nella stabilità di una casa, chi nelle soddisfazioni di un lavoro, chi
nella fede; c'è chi cerca la felicità dentro se stesso e chi vive per
gli altri. E c'è chi viaggia.
Veniamo inondati di consigli sul dove, ma poco o nulla ci viene
domandato circa il come e il perché del
nostro andare. Eppure l'arte di viaggiare pone una serie di
interrogativi nient'affatto semplici o banali, e il cui studio
potrebbe modestamente contribuire alla comprensione di ciò che i
filosofi greci indicavano con la bella espressione eudaimonia,
ovvero felicità.
(Alain de Botton,2002)
Ma il viaggio può donare felicità?
La strada, fatta di polvere, asfalto o fango…può davvero essere una
strada che porta il viaggiatore prima alla scoperta
del mondo e poi di se stesso? Perché
alcuni sentono il bisogno, irrefrenabile, di partire? Di che cosa
vanno in cerca? Che cosa li spinge ad abbandonare le abitudini e le
sicurezze della propria casa, per andare alla scoperta
del mondo?
I cieli girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e
pianeti mantengono costanti i loro moti, l'aria è in perpetua agitata
dai venti, le acque crescono e calano…per insegnarci che dovremmo
essere sempre in movimento.
(Robert Burton, 1951)
L'impulso a viaggiare è irrefrenabile, fa parte della natura umana, è
una passione che divora e arricchisce allo stesso tempo, come il
desiderio della felicità. Gli innumerevoli scopi
del viaggiare si intrecciano e non sempre sono chiari per chi
resta, ma spesso neppure per chi parte.
C’è l’irrequietezza, che è bisogno di conoscere cose sempre nuove, far
spaziare lo sguardo, perdersi nell’immensità del
mondo:
mi svegliai una mattina mezzo cieco. L'oculista disse che guasti
organici non c'erano. Forse mi ero sforzato troppo a guardar quadri? E
se avessi provato orizzonti più vasti?
(Bruce Chatwin, 1996)
Con un telegramma inviato al Sundey Times, dove lavorava, Chatwin dà
così inizio al suo primo grande viaggio:
“Sono andato in Patagonia”.
C’è il coraggio di lasciare le proprie sicurezze, che poi può essere
anche necessità di lasciare una quotidianità che soffoca. E’ l’
horreur du domicil di Baudelaire:
Non importa dove! Non importa dove! Purché sia fuori da questo mondo!
(Charles-Pierre Baudelaire)
C’è il bisogno di conoscenza, la voglia di scoprire ed imparare:
Ecco perché il Piccolo Principe aveva dovuto lasciare la sua stella e
la sua rosa. Per prendere a poco a poco conoscenza.
(Antoine de Saint-Exupérie, 1943)
Ma perché è più interessante ciò che è lontano? Perché non è
sufficiente conoscere il proprio mondo?
Quelle cose per conoscere le quali ci mettiamo in cammino e
attraversiamo il mare, se sono poste sotto i nostri occhi non ce ne
curiamo.
(Plinio il Giovane)
Forse perché viaggiare permette di conoscere gli altri, ed attraverso
gli altri, se stessi. Permette di scoprire alternative inimmaginate,
di svincolarsi dai lacci dei sistemi sociali, basati sulla fissità
della persona, sulla sua continuità ed immutabilità, considerate come
garanzia di onestà e di carattere: le società fanno pressione sugli
individui ad essere “una cosa sola”. Ma l’identità umana è mutevole e
molteplice.
Lo scarto tra l’immagine che gli altri hanno di una persona e quella
che lei ha di se stessa, tra quello che è nella realtà e quello che
vorrebbe essere, è lo spazio in cui prende vita il desiderio
del viaggio.
Per trovare la libertà, bisogna uscire dalla struttura di un unico
sistema e capire altre culture: è la possibilità di scegliere i modi
in cui dare senso alla propria vita che permette di essere liberi. E’
la libertà di credere in se stessi, nei propri sogni, come fa il
gabbiano Jonathan Livingston:
Altro che far la spola tutto il giorno, altro che la monotonia
del tran-tran quotidiano sulla scia dei
battelli da pesca! Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci
solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo d’essere
creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a
volare!
(Richard Bach, 1970)
E all’inizio di un viaggio spesso c’è un
sogno: un nome che stimola la fantasia, un richiamo della strada,
delle montagne, del mare,
del deserto…
Capii che ci sono viaggi che scegliamo noi, e che ce ne sono altri dai
quali veniamo scelti.
(Bruce Feiler, 2001)
Solo facendo quel viaggio, si capirà
perché lo si doveva fare, e si darà voce ad una parte di sé che chiede
di venir fuori. E se qualche volta è difficile partire, le abitudini,
il dovere, gli impegni, la mancanza di tempo, il dubbio, le
aspettative della altre persone… sembrano ostacoli insormontabili, non
dimentichiamo che
C’è solo una cosa peggiore del viaggiare,
ed è il non viaggiare affatto.
(Oscar Wilde) |
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