|
Albert Hofmann
PERCEZIONI DI REALTA';
titolo originale -
Einsichten, Ausblike - 1986
traduzione di
Roberto Fedeli
copertina di
Armando Orfeo
Disponibile per acquisti on-line su
Shop.Mariuana.it
INDICE
Introduzione
Spazio esterno e Interno
La sicurezza nella visione del mondo e nelle scienze naturali
Sul possesso
Riflessioni
II sole, una centrale nucleare
Il Dr. Hofmann
Ricordo quel lontano incontro alla stazione di Basilea. La mia
fretta ansiosa che quasi preclude il nostro primo appuntamento, lo
sguardo di un uomo che sta percorrendo la sotterranea attraverso
cui mi sono precipitato, il cuore in gola, con la speranza di rimediare all'errore. La voce che prorompe in un timido e impacciato
"Dr. Hofmann?". È lui, affabile ed elegante come me lo ero immaginato. Poche battute che già introducono la nostra curiosità.
E poi via con le domande, mie e sue, seduti al tavolo di un ristorante alla moda, "ma niente registratore", giusto, nessuno deve
entrare nella magia dell'incontro. "Sono qui per la traduzione del
libro, dr. Hofmann, ho alcuni capitoli da farle leggere": già,
il libro, ma il libro è un sogno di chi lo scrive, chissà,
quanti altri ce
ne sono nella mente di questo uomo! Percorriamo in auto la distanza che ci separa dal pìccolo villaggio dove, poggiata su
un colle, spinta fin verso i confinì della Francia, lo scienziato
fece costruire la sua abitazione negli anni'60.
Anita, la moglie sorridente
e agile, porta del caffè. Mi rendo conto che in quella casa
l'ospitalità è una prassi ormai consolidata da decenni: pare
infatti non ci
sia alcun imbarazzo tra i coniugi Hofmann nel vedermi girare tra
le stanze dove sono invitato a soffermarmi di fronte a questa e
quell'opera, riflesso più o meno diretto dì una lunga
e intensa vita
dedicata a riconsegnare al mondo la sua meraviglia.
Meraviglia,
una parola che ricorre spesso nelle frasi di questo anziano scienziato, vero tonificante per le nostre esistenze, antidoto contro l'eccessiva staticità dei significati su cui le comunità degli
uomini hanno
costruito inattaccabili fortezze. La stessa meraviglia del piccolo
Albert di fronte all'incanto di un bosco primaverile, ed ancora del
chimico Hofmann di fronte ai giochi misteriosi delle molecole e
della materia tutta. La meraviglia è il sacro, l'ineffabile
e la sua
presenza è dappertutto. Ma se così stanno le cose dovremmo
essere
più esigenti con la nostra vista, dr. Hofmann.
"Certo per muoversi
nel mondo, per rispettarlo ed amarlo, per sentirci coinvolti interamente in esso, è necessario vedere la profondità delle
cose, usufruire di uno sguardo stereoscopico". C'è un disegno nella libreria,
un
sole stilizzato ed un po' triste che fa capolino oltre le sbarre di
una
cella, non è certo chi sia il prigioniero, se il sole o l'ospite
invisibile della prigione, ma tant'è, la luce è là, distante,
separata. Il velo
di Maya, la caverna di Platone, la coscienza atrofizzata, sono le
immagini che mi scorrono davanti mentre il vecchio scienziato mi
indicai volumi della sua biblioteca.
"Questo è il risultato
di una
ricerca sui Misteri eleusini: mi ha sempre affascinato il fatto che
migliaio di individui, simultaneamente, potessero avere quelle visioni sublimi di cui si accenna negli antichi testi". "Lei pensa, dr.
Hofmann, che nella bevanda offerta dai sacerdoti del tempio venisse aggiunta una sostanza psicoattiva?". "E probabile". Ma al-
lora, 'ho bevuto il ciceone -- ho indagato me stesso ' di Eraclito...
Usciamo in giardino, un giardino sul Jura svizzero. Tanti fiori e
aromi dolcissimi. "Vede il colore di questo fiore, la sua-meraviglia
è pari all'opera creativa che è occorsa perché
questo azzurro venisse in essere. Conoscere i meccanismi della creazione è per me
un
atto spirituale, non esiste separazione tra materia e spirito, questo
è uno dei falsi problemi dell'uomo".
Già, gli orrori
della metafisica! Talvolta penso che tutti gli uomini conoscano la verità,
poi ad
un'attenta indagine ognuno di noi si accorge della sua consistenza
statica, fatta di fibre forti e per nulla permeabili. Arrivederla a
presto, dr. Hofmann, tra l'altro dovremo celebrare i cinquant 'anni
della sua scoperta chimica (materiale e spirituale).
Roberto Fedeli
INTRODUZIONE
II mondo è una sfera in rotazione che vaga per lo spazio girando
intomo al sole. Tutti noi lo sapevamo, ma poi lo abbiamo potuto
vedere non appena i programmi di ricerca spaziale ce ne hanno fornito anni fa le immagini fotografiche: simile ad una sfera blu, il
pianeta terra naviga libero nello spazio.
Fin da quei giorni, ho sempre amato evocare questa immagine nel
mio occhio inferiore, prima di coricarmi. Disteso qui, nel mio letto, vedo me stesso partecipare di quel viaggio, sopra la superficie
della sfera, dove cosi tante cose sono accadute da quando si è
messa in quieto cammino lungo la traiettoria alci assegnata nel tempo
primordiale.
Solo dopo alcuni miliardi di rivoluzioni intomo al sole, dopo l'apparizione sul pianeta terra delle forme vegetali e dopo molti altri
milioni di anni, quando cominciò a svilupparsi -la vita animale,
soltanto allora apparve l'essere che sperimenta se stesso e 'il mondo
consapevolmente. Come uno di questi esseri dotati di coscienza,
sono ora dietro l'obiettivo di una macchina fotografica e osservo
dallo spazio quella sfera blu dove l'umanità dispiega il suo
dramma. La sorte delle nazioni, gli accadimene individuali, che li hanno avuto la loro rappresentazione, oramai separati dalla cortina
del tempo dallo spettatore del presente! Ma le immagini, alle quali
tutti noi prendiamo parte attraverso la nostra coscienza, si perpetuano nell'eterno: civiltà leggendarie che fiorirono in Cina
secoli
fa, il mondo dell'antichità greca e romana, la guerra persiana
di
Alessandro Magno, l'impero Atzeco, le Crociate, i periodi gotico
e rinascimentale, due guerre mondiali...
Nulla potrebbe essere visto di questo scenario mutevole da una
prospettiva cosmica e tantomeno lo potrebbe essere il continuo ricambio delle generazioni. Quell'immagine che oggi si presenta dallo spazio è sempre rimasta immutata -- una sfera blu, illuminata
dal sole, che percorre quietamente lo spazio, non turbata dal tempo e dalle sorti dell'umanità.
Benché abbia impressa questa visione nel mio occhio intcriore
con
la stessa nitidezza di un 'immagine fotografica, io so di essere in
questo momento sul lato oscuro della superficie di quella sfera,
'qui nella mia casa adagiata sopra un prato neIJura svizzero, disteso sul letto, la finestra aperta, respirando la fresca brezza notturna
mista alla fragranza del fieno. Sulla sfera la mia esistenza individuale si annulla tra i miliardi di esseri umani che ne popolano la
superficie in questo momento per un secondo cosmico. Allo stesso
tempo, eccomi qui, centro del mondo, del mio mondo, senza più
confini, oltre la stanza attraverso i paesi della terra verso la luna,
e poi il sole, immerso nell'infinito dello spazio scintillante di
stelle.
Allora dove è la verità, quale la realtà, dove
sono io? E addirittura
plausibile porsi questa domanda, la cui risposta sembra così
ovvia?
Penso di si, dal momento che niente è scontato. Il fatto che
molte
cose o quasi tutto ci risulti cosi scontato è uno dei più
monumentali errori nel nostro atteggiamento mentale. L'ovvìetà
potrebbe risultare fatale al mondo.
La risposta alla domanda, io sono qui nella mia stanza e al contempo là su quella sfera blu, non è scontata. Essa descrive
una verità più complessa, che solo può essere compresa
da chi in realtà
sa che il mondo su cui abita è una sfera. Per un uomo primitivo
la sola cosa vera e reale è quella di cui può avere diretta
esperienza
attraverso i suoi apparati di senso; costui sì trova qui, su
questo
mondo, che è piatto, e sopra, dappertutto, il firmamento.
Quest'uomo conosce solo una parte della verità.
Nelle pagine che seguono vorrei rendere palese ciò che questo
esempio di meditazione notturna presuppone: conformemente alla
posizione dell'osservatore, la realtà offre prospettive alquanto
diversificate che non si escludono necessariamente a vicenda, ma al
contrario contribuiscono a tracciare un quadro più inclusivo
della
verità.
Ciascuna contiene delle intuizioni concementi l'essenza
della realtà quotidiana che ho appreso nel corso delle mie esperienze di vita. Pertanto, queste prospettive descrivono osservazioni
molto personali su un problema centrale della realtà che inevitabilmente ci proiettano, nel domìnio della religione.
Ciascuno di noi è in realtà il filosofo di se stesso,
dal momento
che ogni essere umano esperisce il mondo in maniera peculiare, in
osservanza alla propria unicità e concordemente ne elabora l'immagine personale. Ognuno deve gestire al meglio le risorse della
propria realtà.
Le interrogazioni dei bambini evidenziano la nostra natura filoso-
fica: --Papa, dove finisce il mondo? -- Quand'è che Dio fece
il mondo? -- Perché dobbiamo morire?-- ... Sono domande a
cui tuttora non ci è dato di trovare le risposte in tutti i
numerosi
trattati filosofici, benché rappresentino quesiti fondamentali
della
nostra esistenza.
Ho ancora un ricordo cristallino di quella infantile discussione filoso fica che ebbi con un mio amico, avevo ali'incirca dieci anni.
Si stava andando a scuola e ci stavamo avvicinando alla porta vecchia della città quando il mio compagno mi chiese: "Credi sempre
in Dio? Da quando mi sono accorto che tutti mi prendevano in
giro con la storia di Babbo Natale e che Babbo Natale non era
altri che mio zio Fritz, ormai non credo più che esista neppure
lui". Risposi che Dìo doveva essere una faccenda diversa da
quella
di Babbo Natale. In realtà, il mondo e la gente, che solo Dio
avrebbe potuto creare, esistevano davvero.
E questa era la mia testimonianza ài Dio, e lo è tutt'oggi.
Perché i bambini si pongono domande cosi profonde? Perché
la
creazione che si schiude in modo diretto e totale ai loro sensi inalterati non appare loro scontata. Sono gli adulti che la vedono in
quel modo, attraverso un apparato percettivo intorpidito dall' abitudine. Ma non è il modo giusto, hanno ragione i bambini.
Essi
vivono ancora in Paradiso perché vivono ancora nella verità.
I
bambini percepiscono ancora il mondo per quello che è, meraviglioso.
Gli adulti riversano il loro stupore solo sulle più recenti
invenzioni e sui prodotti della scienza e della tecnologia, missili computercomandati, dischi laser, viaggi nello spazio...
Non dobbiamo certo
far mancare la nostra ammirazione per queste stupende realizzazioni dell'ingegno umano, sebbene alcune ci sgomentino. La tragedia è che non ci preoccupiamo dì vedere l'aspetto secondario,
caduco di tutte le imprese umane, che non siamo consapevoli che
la scienza e la tecnologia traggono il loro fondamento dalle cose
preesistenti in natura. Il chimico opera con la materia di cui la terra è composta; il fisico e il biologo indagano le forze e le
leggi trascendentali che preservano l'universo inorganico e animano il
mondo delle piante e degli animali; il tecnico osservo e sfrutta queste leggi.
Ben al dì là di ogni esegesi razionale è l'origine
della realtà primordiale, della creazione con le sue leggi che governano il corso delle
stelle e la crescita del filo d'erba antecedenti la comparsa dell'uomo. Le intuizioni delle scienze naturali sono soltanto descrizioni
di condizioni preesistenti, non possono certo pervenire alla loro
spiegazione. Il botanico è in grado di riferire della forma
e del colore di un fiore fin nei minimi particolari e raffrontarli con altri
fiori; il fisiologo cellulare può indagare e descrivere scrupolosamente i meccanismi della fertilizzazione, la divisione della cellula,
e le modalità attraverso cui questo fiore viene a formare i
suoi organi. Ma l'essenza del fiore e da dove provengano il suo progetto
e le leggi in base alle quali è stato attuato rimangono un mistero.
Il bambino vede il fiore cosi come è nella sua totalità,
dunque vede l'essenza, vale a dire il miracolo. Al confronto, qualunque cosa
la ricerca scientifica possa aggiungere è di lieve importanza.
Questo non significa naturalmente sia priva di senso. Mi laureai
in chimica e in seguito intrapresi lo studio delle piante proprio perché ero affascinato dal mistero della materia e del regno vegetale.
La conoscenza dell'intreccio della materia e della struttura chimica dei pigmenti dei fiori e di altre piante accumulata nel corso del
mio lavoro non hanno indebolito il mio stupore verso la natura,
i suoi meccanismi, le sue forze e le sue leggi, ma al contrario lo
hanno accresciuto. La visione interna della struttura e dei processi
vitali degli oggetti naturali va ad aggiungersi alla percezione della
forma e del colore rivelati dall'osservazione della loro superficie.
Da questo ne deriva un quadro più compiuto, una verità
più
ampia.
È molto probabile che il valore e l'importanza delle scienze
naturali non vengano espressi principalmente dalla loro capacità
di offrirci tecnologia, comodità e benessere materiale; forse il
loro significato vero su scala evolutiva è la crescita della consapevolezza
umana del miracolo della creazione. Il riconoscimento della creazione come rivelazione non mediata, diretta del<t libro scritto
dalle dita di Dio", potrebbe assurgere a fondamento di una nuova e
cosmopolita spiritualità.
Le scienze naturali ci hanno mostrato come l'uomo sia parte integrante e inscindibile nella totalità della natura. E la stessa
visione
a cui giunge l'esperienza mistica dell'unità dì tutti
gli esseri viventi. Oggi sempre più questa verità sostanziale sembra
riversarsi dalle
due fonti conoscitive, in maniera complementare, dentro la coscienza collettiva.
Ciò autorizza uno sguardo promettente sul futuro, dato che le
difficoltà principali del presente derivano da una visione dualistica
della realtà. La percezione dell'ambiente naturale come elemento
separato dall'uomo, come oggetto da usare e sfruttare senza limiti,
ha prodotto l'attuale crisi ecologica; solo il recente risveglio spirituale e la coscienza dell'unità dell'uomo con la natura potrebbe
impedire l'irrimediabile.
Il presente lavoro trae il suo fondamento da una visione infantile
e personale della natura, simile all'esperienza mistica, da un lato,
è dalle intuizioni delle scienze naturali, dall'altro. Questi
due
sguardi complementari dentro l'unità del mondo estemo della
materia e quello intemo dello spirito descrivono la mia filosofia di
vita. In essa non ci sono nuove rivelazioni filosofìche; è
piuttosto
il risultato di un provvidenziale incontro personale con antiche ve-
rità. È questa visione del mondo che mi da fiducia, sicurezza
e serenità perché i suoi tratti essenziali coincidono con
i concetti dei
grandi filosofi e con la loro comune origine religiosa.
Rittimatte, Burg i.L.
L'INTERDIPENDENZA TRA SPAZIO ESTERNO E INTERNO
La realtà è magica quanto la magia
è reale
Ernst Jünger
Lettere siciliane all'uomo sulla luna
Ci sono avvenimenti di cui la maggior parte di noi esita a
parlare perché non si conformano alla realtà quotidiana
e sfidano ogni spiegazione razionale. Non sono eventi esterni particolari, ma piuttosto accadimenti delle nostre vite inferiori, che
vengono generalmente respinti come creazioni della fantasia
ed esclusi dalla memoria. D'improvviso, la percezione della
realtà subisce una trasformazione che può essere stupefacente
o allarmante ma comunque insolita; il mondo ci appare in una
nuova luce, e assume un significato particolare. Esperienze del
genere possono essere leggere e fugaci come un soffio diaria,
oppure fissarsi profondamente nelle nostre menti.
Ho sempre vivido nella mia memoria un episodio di tale intensità che vissi durante l'infanzia. Avvenne un mattino di maggio, e benché non mi ricordi l'anno, posso indicare ancora il
punto esatto dove accadde, nel sentiero di una foresta a Martinsberg, in Svizzera. Passeggiavo in quei boschi che si stavano
rivestendo di un nuovo e scintillante manto verde. Illuminato
dal sole mattutino, l'ambiente era saturo del canto degli uccelli; quando, d'improvviso, tutto apparve in una luce insolitamente splendente. Era qualcosa che semplicemente non ero
riuscito a notare prima. Stavo ora di colpo scoprendo il reale aspetto della foresta primaverile? Essa brillava della più affascinante lucentezza e faceva vibrare il mio cuore come se avesse voluto abbracciarmi nella sua maestà. Mi sentii pervaso da una indescrivibile sensazione di gioia e di profonda unità,
in uno stato di incantevole pace interiore.
Non ho idea quanto a lungo rimasi rapito in quel luogo. Ma
ricordo il turbamento che provai non appena quello splendore
lentamente svanì e di nuovo mi incamminai sul sentiero;
come
poteva una Visione così reale e convincente, percepita in modo
cosi diretto e profondo, non essersi impressa più a lungo? E
come avrei potuto comunicarla, costretto a farlo dalla mia gioia
Straripante, dal momento che sapevo non esistevano parole per
descrivere ciò che avevo visto? Mi sembrava strano che un
bambino come me avesse conosciuto una cosa tanto meravigliosa, qualcosa di, cui gli adulti ovviamente non si accorgevano, visto che non me ne avevano mai parlato. O era uno dei
loro segreti?
Durante la mia adolescenza vissi molti altri di questi momenti
nelle mie escursioni attraverso le foreste e i prati. Furono queste esperienze a modellare i principali lineamenti della mia visione del mondo ed a convincermi dell'esistenza di una realtà
potente e inesplicabile nascosta allo sguardo superficiale.
Ho inserito questa descrizione delle mie esperienze visionarie
del periodo dell'infanzia nell'introduzione al libro autobiografico Lsd-Mein sorgenkind (Stoccarda, 1979), perché quell'esperienza mistica rappresentò uno dei motivi che mi convinsero
a intraprendere lo studio della chimica. Essa risvegliò in me
un intenso desiderio di comprendere in profondità la struttura
e
l'essenza del mondo della materia. Nel corso della mia attività
professionale, venni a contatto con alcune sostanze estratte da
piante psicoattive, le quali, date certe condizioni, sono in grado di provocare stati visionari simili alle esperienze spontanee
riferite in apertura. I miei esperimenti con le sostanze che alterano la mente, tra cui figura l'Lsd conosciuto in tutto il mondo, mi posero di fronte al problema del rapporto tra droghe e
coscienza, tra la realtà esterna della materia e quella interna
dello spirito.
Non c'è dubbio che quella che chiamiamo realtà è
la risultante
dell'interdipendenza tra spazio esterno e interno. Non la si
può concepire senza l'intervento di un soggetto senziente, un
sé che la possa esperire. Essa è il prodotto dell'interrelazione
fra un ente trasmittente nello spazio esterno ed uno ricevente
nello spazio interno.
Uso il termine spazio esterno nella sua accezione generale, quotidiana. Non faccio alcun riferimento allo spazio curvo o a
quello quadridimensionale della fisica teorica. Mi richiamo qui
allo spazio tridimensionale euclideo. A nient'altro che allo spazio vuoto che può essere riempito di oggetti materiali.
Lo spazio interno è la coscienza. La coscienza elude qualsiasi
definizione, e questo è ciò che si richiede per contemplarne
l'essenza. La possiamo solo rappresentare come centro ricettivo e creativo dello spirito.
Due fondamentali qualità concorrono a definire il divario tra
spazio esterno e interno: all'esistenza di un solo spazio esterno
si contrappone la molteplicità di quello interno, pari al numero
di tutti gli esseri umani; quindi, lo spazio interno descrive
un'esperienza mentale meramente soggettiva, in opposizione
alla presenza oggettiva dell'altro.
Come ho già accennato, la realtà di cui parlo in questo
contesto
non è la realtà trascendentale della fisica teorica,
commentata
e spiegata attraverso l'intervento delle sole formule matematiche. Mi riferisco alla sua accezione comune, al mondo cosi come viene percepito dai nostri sensi. Definita in tal modo, non
la si può immaginare senza un essere, un io, che ne faccia l'esperienza. Essa è la risultanza dell'interrelazione tra materia
ed energia, che provengono sotto forma di segnali dal mondo
e lo spazio esterni, ed un soggetto cosciente nello spazio interiore individuale.
A mo' di illustrazione, possiamo raffrontare questo processo di
costruzione della realtà all'origine dei suoni e delle immagini
nel corso di un programma televisivo. Il mondo della materia
nello spazio esterno assolve .alla funzione di apparato trasmittente, che emette onde ottiche e acustiche e provvede i segnali
gustativi, tattili e olfattivi. Il ricevitore è racchiuso all'interno
del sé, l'unità più profonda dell'io, dove gli
stimoli
ricevuti
dall'antenna degli organi sensoriali vengono convertiti nell'immagine del mondo esterno ed esperiti mentalmente nello spazio interno.
In assenza del ricevitore o del trasmettitore non si può avere
alcuna realtà umana, allo stesso modo come lo schermo del televisore rimarrebbe vuoto in difetto di immagini e suoni.
Cercherò ora di esporre alcune idee su ciò che sappiamo
riguardo alla fisiologia umana con particolare riferimento al funzionamento degli organi riceventi, e sui meccanismi di ricezione
ed elaborazione della realtà.
I nostri cinque organi sensoriali formano le antenne del ricevitore umano; l'antenna che cattura le immagini ottiche del mondo
esterno (l'occhio) è in grado di ricevere onde elettromagnetiche e proiettare una figura dentro -la retina, che coincide con
l'oggetto da cui provengono queste onde. È utile ricordare che
l'occhio umano può soltanto accogliere una piccolissima sezione del vastissimo spettro di onde elettromagnetiche presenti nel
mondo esterno, al fine della rappresentazione dei suoi oggetti.
Lo spettro incommensurabile delle onde elettromagnetiche che
si aggirano per l'universo varia da lunghezze d'onda di un miliardesimo di millimetro, pari all'estensione dei raggi-X e dei
raggi- ultracorti, fino ai diversi metri delle onde radio. I nostri occhi sono in grado di captare solo i segnali provenienti da
una piccolissima banda compresa tra gli 0,4 e gli 0,7 millesimi
di millimetro (da 0,4 a 0,7 millimicron). Questi segnali vengono percepiti come luce. Tutti gli altri raggi appartenenti al campo
illimitato delle onde elettromagnetiche di cui l'universo è
saturo nella realtà umana semplicemente non esistono.
Entro questo piccolo spettro di onde visibili, i nostri occhi e
il ricevente nello spazio interno sono in grado di selezionare le
diverse lunghezze d'onda e tradurle in colori differenti.
Di pari passo con le nostre riflessioni, è utile sottolineare
che
i colori non esistono nello spazio esterno. Di solito, non siamo
consapevoli di questo fatto fondamentale, benché lo si possa
verificare in qualsiasi manuale di fisiologia. Oggettivamente,
tutto ciò che esiste nello spazio esterno è materia che
trasmette
oscillazioni elettromagnetiche di lunghezza d'onda variabili.
Se un oggetto trasmette o riflette onde elettromagnetiche della
lunghezza di 0,4 millimicron dalla luce che vi riverbera, diciamo che è blu; se le onde inviate sono di 0,7 millimicron, ne
concludiamo che è rosso.
La percezione del colore è un evento esclusivamente psichico
e soggettivo che ha luogo nello spazio interno dell'individuo.
Il mondo, così come ci appare, nei suoi colori scintillanti,
non
ha esistenza oggettiva. Il móndo visibile, il mondo cromatico
della realtà quotidiana, è soltanto la risultante dell'azione
combinata di un trasmittente, cioè oggetti materiali emittenti
specifiche onde elettromagnetiche, e di un apparato di ricezione,
lo schermo psichico dello spazio intcriore. Ed è qui, in questo
schermo, che il campo ottico di quella che definiamo realtà
trova la sua giustificazione.
La stessa relazione trasmittente/ricevente sussiste anche nel
mondo dei suoni. L'antenna preposta ai segnali acustici (l'orecchio) rivela la medesima limitatezza nella sua funzione percettiva.
Anche in questo caso, i suoni, come i colori, non hanno
esistenza oggettiva; di nuovo, sono solo onde, sotto forma di
compressioni ed espansioni d'aria, ad essere captate dall'orecchio, registrate dalla membrana del timpano e trasformate in
esperienza psichica del suono dalla facoltà uditiva del cervello,
nella sua varietà di parole, musica e una molteplicità
di altre
risonanze. Le antenne di ricezione acustica, gli orecchi, reagiscono a onde variabili tra le 20 e le 20.000 oscillazioni al secondo. Le oscillazioni più lente e più veloci che saturano
lo spazio
esterno non vengono registrate, e quindi non partecipano della
costruzione della realtà umana.
Anche gli altri aspetti del mondo resi accessibili dai sensi del
gusto, dell'olfatto e del tatto sono prodotti e ricevuti rispettivamente da un trasmittènte nello spazio esterno e da un rice-
vente in quello interno. Analogamente ai colori e ai suoni, anche in questo caso non c'è riscontro fisico o chimico per le
tre
sensazioni.
Il sapore di una pietanza è provocato da certe strutture molecolari presenti in essa che agiscono come trasmettitori. I nervi
gustativi della lingua fungono da apposite antenne che reagiscono a queste strutture e ne trasferiscono gli impulsi al cervello.
Anche per il senso olfattivo, il trasmittente consiste di molecole -- molecole sotto forma di vapore -- alle cui peculiari strutture reagiscono i nervi olfattivi nasali. I segnali ricevuti vengono trasformati in sensazioni di odore o di gusto dal cervello nello
spazio interno. Non sappiamo tuttavia come avvenga questa elaborazione psichica di impulsi elettrofisici e chimici e questa è
senza dubbio una vistosa breccia nel potenziale conoscitivo
umano.
Il più antico e primitivo nell'evoluzione dell'uomo, il senso
tattile, è reattivo agli oggetti solidi del mondo esterno in maniera
imprecisata. I nervi preposti a questa funzione registrano gli oggetti e ne ricevono un'ampia gamma di osservazioni sensoriali,
che vanno da una sensazione di estrema morbidezza ad una di
più duro impatto, grazie a determinati meccanismi cerebrali,
Ogni nervo tattile rappresenta una specifica antenna che invia
segnali di caldo, freddo, dolore. E evidente che il dolore non
esiste nello spazio esterno; è solamente un'esperienza nello
spazio interno, del tutto soggettiva.
Uno dei contrassegni basilari della realtà, così come
si è venuta
delineando, è la sua inerente limitatezza, definita dal campo
circoscritto con cui i nostri ricevitori reagiscono agli impulsi
d'entrata. Come apparirebbe il mondo, se il nostro ricevitore
psichico fosse sintonizzato sulle onde elettromagnetiche e su
altre ampiezze d'onda? Supponiamo su onde longitudinali delle bande radio: potremmo vedere altri paesi; oppure sui raggi-X ultracorti, e in quel caso oggetti solidi risulterebbero trasparenti. E quel mondo diafano risulterebbe tanto reale quanto lo
è ora il nostro.
Tutto questo ci autorizza ad argomentare che la realtà percepita dai nostri occhi e dagli altri organi di senso ritrae un mondo
fatto espressamente su misura d'uomo, determinato dai limiti
e dalle capacità dei sensi umani. Gli animali vedono e vivono
l'ambiente in modo del tutto dissimile in quanto le loro antenne reagiscono a tipi d'impulsi e lunghezze d'onda differenti;
essi vivono in una realtà diversa.
Le api, ad esempio, sono provviste di antenne visive sensibili
alle lunghezze d'onda nello spettro ultravioletto e ultrarosso,
e perciò vedono colori che a noi risultano invisibili. I cani,
grazie alla sensibilità sviluppatissima dei loro nervi olfattivi,
scoprono e gioiscono di odori assenti nella nostra realtà. I pipistrelli percepiscono un mondo di suoni captati da un sistema
radar sonico.
La metafora della realtà come prodotto di un trasmittente e
di
un ricevente ben illustra come il quadro apparentemente oggettivo del mondo intorno a noi che chiamiamo realtà sia in
verità un quadro soggettivo. Dentro di noi elaboriamo una personale immagine del mondo creata dai nostri apparati di ricezione.
Ma se questo è attendibile, dobbiamo allora chiederci quanto
vere siano queste rappresentazioni individuali. La risposta è
che
sono tutte ugualmente vere. Esse descrivono la verità, la realtà
dei rispettivi individui. In un senso assoluto, oggettivo, tuttavia, esse non lo sono. Esiste una realta trascendentale, la cui essenza rimane un mistero, al di là della manifestazione del mondo fisico che è la nostra realtà, celata ad esso, e limitata
dalla
selettività e chiarezza di modulazione dei nostri organi sensoriali e dalla.capacità della nostra perspicacia mentale.
Tutto
ciò
che sappiamo del mondo fisico in termini oggettivi, la nostra conoscenza parziale di quello che si è definito il trasmittente,
ci
è stato rivelato dalla ricerca scientifica. L'osservazione obiettiva
della realtà estema palesa solo l'esistenza di materia ed energia:
materia caratterizzata dalle sue proprietà chimiche e fisiche,
nelle
molteplici forme inorganiche e nella configurazione degli innumerevoli organismi viventi; energia come radiazione, energia termica e meccanica. È stato inoltre scoperto che materia ed energia possono essere reciprocamente trasformate in accordo alla
formula di Einstein: E = mc2 (E sta per energia, m per la più
piccola unità di materia, e e equivale alla velocità
della luce).
Noi e gli animali di stadio superiore condividiamo la facoltà
--
la meravigliosa facoltà che elude qualsiasi tentativo di interpretazione scientifica -- di trasformare stimoli selezionati di energia e materia dal mondo circostante nell'esperienza concreta dell'immagine vivente e luminosa della realtà fisica.
Questa stessa
rappresentazione fisica non può tuttavia pretendere di definirsi umana fintantoché non vi aggiungiamo quello che Teilhard
de Chardin ha chiamato la noosfera del mondo spirituale.
Il termine noosfera evoca l'immagine di un'atmosfera spirituale che avvolge invisibilmente il nostro pianeta. Anche in questo caso, comunque, dobbiamo fare riferimento alla sola esistenza
di materia ed energia. Solamente nello spazio esterno possiamo
rintracciare i simboli dello spirito, suoni sottoforma di parole
enunciate e di musica, materia sotto forma di libri contenenti
parole scritte, e inoltre materia sotto forma di manufatti umani
-- dipinti, sculture, architettura, ecc. La noosfera, 'risultante
dall'apporto di innumerevoli individui nel corso storico ed evolutivo del genere umano, esiste esclusivamente nella configurazione di questi simboli energetici e materiali nello spazio esterno. Grazie solo all'abilità decodificatrice degli organi riceventi
umani, essa diviene una realtà psichica. Sulla base di queste
riflessioni, ben si palesa la piena interdipendenza tra il mondo
esterno della materia, il trasmittente, e il mondo interno dello
spirito, il ricevente, entrambi entità necessario e inseparabili
nella
formazione di-quella che chiamiamo realtà.
La metafora trasmittente/ricevente svela il carattere indefinito
della realtà, la sua condizione non categorica, come continuo
trasferimento di segnali materiali ed energetici dallo spazio
esterno incessantemente decodificati e modificati in esperienza psichica del mondo. La realtà risulta così essere
un processo
dinamico, capace di rinnovarsi in ogni momento.
La realtà effettiva esiste solo nel qui e ora, nell'attimo.
Ecco
perché il bambino, vivendo molto più intensamente che
un
adulto ogni singolo momento, percepisce un'immagine più reale del mondo, e quindi più vera.
Conoscere la vera essenza della realtà nel qui e ora è
anche una
delle principali sollecitudini del misticismo. A questo si fa riferimento nella poesia scritta da Andreas Gryphius (1616-1664)
durante il periodo barocco:
Gli anni che non mi appartengono
che il tempo si è portato via
Gli anni che non mi appartengono
che ancor lo potrebbero tuttavia
Tu attimo, tu sei mio
e se caro ti avrò
Allora Egli pure sarà mio
che il tempo e l'eternità creò.
Se là realtà fosse Una condizione stazionaria e non il
risultato
di continui mutamenti, non solo non esisterebbero gli attimi,
ma perfino il tempo non vi troverebbe giustificazione, dato
che soltanto la percezione del cambiamento lo può rendere
operante. La realtà come processo genera il tempo. In assenza
di essa non ci sarebbe svolgimento temporale, mentre non è vera la relazione inversa. Anche in questo caso, il concetto del
trasmittente/ricevente ci aiuta a gettare uno sguardo nell'essenza del tempo.
Concepire la realtà come prodotto del trasmittente e del ricevente accoglie un significato particolarmente importante quando si consideri il contributo di ciascun essere umano alla formazione della realtà. Questo ci rende pienamente consapevoli
del potere assegnato ad ogni individuo di generare il mondo.
Ognuno di noi è il creatore del proprio universo, perché
in noi,
e solo in noi, il mondo e l'esuberanza di vita che vi è contenuta, le stelle e il cielo diventano reali.
La libertà e responsabilità autentiche di ciascun individuo
risiedono in questa vera e propria facoltà cosmogonica.
Una volta in grado di discernere quello che della realtà ha
luogo all'esterno e ciò che avviene all'interno di noi stessi,
solo allora siamo più consapevoli di quello che possiamo modificare
nella nostra vita, conosciamo le nostre possibilità, e quindi
ciò
di cui siamo responsabili. Al contrario, tutto ciò che esula
dalla
nostra volontà lo possiamo accogliere come evento inalterabile.
Avere un limpido discernimento delle proprie responsabilità
è
di inestimabile aiuto. Abbiamo l'opportunità di ricevere ciò
che desideriamo dagli ininterrotti programmi del grande trasmittente; potremmo in tal modo far entrare dentro la nostra
coscienza le figure della creazione -- e saturarle di realtà
--
ed esser felici, oppure farne entrare altre, quelle che ci rendono
tristi. Nostra è la responsabilità di foggiare un'immagine
scintillante od oscura del mondo. Nostra è la facoltà di
investire
gli oggetti, che sono solo materia conformata nel mondo esterno, dei loro colori e, conformemente alla nostra premura e al
nostro amore, dei loro significati. La riflessione procede oltre
le immagini degli ambienti inanimati, per toccare gli esseri viventi, le piante e gli animali, e naturalmente i nostri simili.
Franz Werzel recita in una sua poesia: "Ogni cosa è avverabile
se si ama! Il tuo amico diverrà Socrate se glielo permetti".
lò sono il ricevente dei messaggi dell'altro, quanto il suo
trasmittente, trovandomi materialmente nel suo mondo esterno.
I miei desideri, persino quelli più spirituali, un'idea, l'amore
che provo, possono essere comunicati solamente dalle proprietà del trasmittente: materia ed energia, vale a dire, il mio
corpo. La tacita comunicazione di un'occhiata o di una lieve carezza viene pur trasmessa da dita materiali, occhi materiali,
corpi materiali della coppia in amore. Senza la materia e l'energia, non avrebbe luogo alcun tipo di scambio.
Tutti noi trasmettiamo e riceviamo contemporaneamente, sebbene l'immagine del trasmittente venga a formarsi prima nel
ricevente. Accade di solito che diverse persone si costruiscano
un quadro del tutto eterogeneo dello stesso individuo. Quale
sia quello vero, non è materia su cui si possa decidere oggettivamente, poiché non ha senso parlare di immagine oggettiva
nello spazio esterno. In accordo a quanto è stato detto in precedenza, la persona non è altro che energia e materia priva
di
colore nello spazio esterno.
Anche il mio corpo partecipa del mondo. Lo posso vedere, così
come ne faccio esperienza grazie agli altri organi sensoriali. Similmente, i miei organi di senso, le antenne dell'io ricevente,
sono costituiti di materia ed energia, e in questo caso fanno
parte del mondo esterno. Non soltanto i miei occhi e orecchi,
ma persino la diramazione nervosa che se ne diparte per raggiungere il cervello è materia, cosi come lo è il cervello
stesso.
Il flusso degli impulsi elettrici che trasportano i segnali dal
mondo esterno al cervello attraverso il tratto nervoso e là
continuano ad operare, possono essere quantificati e misurati come fenomeni energetici, possono quindi far parte a pieno diritto del trasmittente. Ecco allora venirci incontro la grande lacuna conoscitiva di cui ho già accennato: la transizione da un
evento materiale/energetico all'immagine immateriale, non più
quantificabile, dell'esperienza psico-spirituale, la percezione e
conoscenza soggettive. Questa, lacuna epistemica concerne
proprio i confini tra il trasmittente e il ricevente, dove i due
Si fondono e si uniscono per generare la totalità della vita.
La metafora del trasmittente/ricevente potrebbe senza dubbio
evocare una visione dualistica del mondo: uno spazio esterno
ed uno interno, qualità oggettiva dell'uno eSoggettiva dell'altro. Sta di fatto che l'aspetto dualistico viene a dissolversi nella realtà trascendente, onnicomprensiva, allorquando si vada
a
rintracciare il processo evolutivo della realtà umana fin vers^
le sue sorgenti.
Cominciamo allora a ricercare le origini della nostra esistenza
corporea, il lato materiale di noi stessi, il trasmittente della nostra metafora.
Là generazione dei nostri corpi dall'unione dell'ovulo con la
cellula spermatozoica è sufficientemente nota, come lo sono
il
suo sviluppo nel grembo, la nascita, e la sua crescita basata su
processi metabolici. Ma potremmo veramente considerare la
combinazione dell'ovulo e dello spermatozoo l'effettiva origine della nostra esistenza materiale e corporale? Dopo tutto,
l'ovulo e lo sperma non hanno origine in un vuoto, provengono
dai nostri genitori, ciò significa che c'è una trasmissione
di materia dai genitori ai figli. E gli stessi genitori sono procreati dagli ovuli e dalle cellule spermatozoiche dei loro genitori, e via
dicendo, per generazioni innumerevoli. È evidente che esiste
un legame tra ogni individuo del nostro tempo e tutti i suoi antenati-- e poi ancora a ritroso nella scala evolutiva, fino all'origine della materia vivente per sé, fino alla cellula primigenia.
Le considerazioni di cui sopra mettono in risalto l'interdipendenza, persino sul piano della materia, tra tutti gli esseri umani, nonché tra questi e gli organismi viventi, piante e animali.
Possiamo continuare la ricerca delle origini e proporre una serie di congetture su quella cellula primigenia. Essa è infatti
il
prodotto di una procreazione primordiale, in cui fu coinvolta
la materia inanimata, atomi e molecole, all'esordio dell'evoluzione.
La demarcazione tra materia inanimata e materia animata rappresenta anche la linea dove si arrestano i pensieri scientifica
mente fondati ed inizia il dominio dell'immaginazione e della
credenza. È qui che ci dobbiamo domandare se la creazione
della cellula primigenia sia la risultante di una pura coincidenza, che ha visto un numero elevato di molecole vagare insieme
e combinarsi nella struttura complessa della cellula, oppure se
la cellula sia stata costruita secondo un piano ben definito. Si
tratta allora della generazione di un evento fortuito, puramente materiale, oppure di un evento progettato, e quindi spirituale? Sembra inimmaginabile che un'entità così complessa
come
la cellula, dalla struttura e organizzazione così elevate, possa
essere stata creata per il concorso di accadimenti fortuiti. Appare evidente -- ma qui siamo già nel dominio della credenza
-- che per venire al mondo la nostra cellula primordiale un piano lo abbia seguito. Nel contempo, essa cela un progetto di sua
proprietà, quello per riprodurre se stessa, e qui si parla del
vero
attributo della vita. Un progetto contiene un'idea, un'idea che
è spirito.
In realtà, gli atòmi stessi, il materiale da costruzione
della prima cellula, sono entità altamente organizzate. Rappresentano
una sorta di microcosmo che elude qualsiasi idea in cui il caso
venga coinvolto.
E un fenomeno rimarchevole che la più piccola unità strutturale di materia-inorganica, l'atomo, e la più piccola unità
strutturale di un organismo vivente, la cellula, palesino il medesimo
progetto. Entrambe hanno un nucleo e un rivestimento. Sia nell'atomo che nella cellulaci nucleo è la componente più
importante. Gli attributi peculiari della materia, la massa e la gravità, sono concentrati nel nucleo dell'atomo, mentre quello della cellula accoglie all'interno dei suoi cromosomi gli elementi base
della vita, ovvero il codice genetico e i caratteri ereditari.
Quando diciamo che le origini di forme altamente sviluppate
come l'atomo e la cellula non possono essere ascritte al caso,
ci riferiamo a un inizio e a uno sfondo spirituale dell'universo.
Per rendere più chiara questa idea, sarà utile servirsi
di una
metafora tangibile. La costruzione di una cattedrale è un esempio di genesi di forme strutturate; naturalmente, ognuno è libero di scegliere altri esempi.
Supponiamo che tutto il materiale da costruzione per l'edificazione di una cattedrale, inclusi gli strumenti tecnici e l'energia
necessaria, fossero disponibili in un dato luogo. In assenza dell'idea di un architetto, senza il suo progetto e le sue disposizioni, mai quella cattedrale sarebbe stata innalzata.
Questo genere di riflessione deve esser ancor più legittimo
per
la creazione di atomi o di cellule viventi essendo le loro strutture molto più complesse ed elaborate che non quelle di una
cattedrale.
Se risulta arduo immaginarsi la genesi fortuita della cellula, la
più minuscola unità degli organismi viventi, ancor più
difficoltoso lo è nel caso delle molteplici forme vitali altamente sviluppate del mondo vegetale e animale. Sostenere che l'evoluzione
abbia avuto luogo a partire da piante primitive fino a forme
più complesse, dai rettili agli uccelli per arrivare ai mammiferi,
per mutazioni graduali o cambiamento repentino, non è rilevante ai fini della discussione; ne risultano esserlo gli intervalli
di questi accadimenti, poiché ogni nuovo organismo vivente racchiude in sé il compimento e la trasformazione di un progetto,
di
una nuova idea in realtà.
Vorrei riprendere di nuovo la metafora della cattedrale. Come
essa irradia l'idea e lo spirito del suo architetto, cosi ogni organismo vivente diffonde l'idea e lo spirito del suo creatore. Più
differenziata, complessa e altamente sviluppata è la forma della creazione, maggiore risulta il contenuto spirituale da essa
manifestato.
Gli esseri umani sono tra tutti gli organismi esistenti i più
evoluti, differenziati e complessi; perciò, essi palesano molto
di
più del loro creatore che non altre creature. Il cervello umano,
con i suoi miliardi di cellule nervose, ciascuna collegata con seicentomila altre cellule, è la più complessa e organizzata
struttura vivente nell'universo conosciuto. Qui, in quello che abbiamo chiamato il "ricevente", l'elemento spirituale ha raggiunto
la sua somma evoluzione e l'attuale perfezione. Nel ricevente
umano, le facoltà dello spirito hanno conosciuto una tale
espansione da farne oggi la sola creatura auto-cosciente tra
quelle conosciute. Nell'uomo, l'universo riflette se stesso.
In accordo alla metafora trasmittente/ricevente, si può enunciare tutto questo come segue: in quanto materia, il cervello
umano partecipa dell'universo materiale, quindi esso è parte
del trasmittente; l'idea ed il suo progetto si sono tradotti però
nella facoltà spirituale del ricevente. In altre parole, materia
e
spirito, trasmittente e ricevente, sono fusi insieme nel cervello
umano, e il dualismo perde la sua evidenza. Trasmittente e ricevente altro non sono che costrutti mentali dell'intelletto --
strumenti utili e necessari al fine del discernimento razionale
dei meccanismi su cui si fonda la realta umana.
Un'idea per esistere, per divenire realtà nello spazio esterno,
ha bisogno, stando alla nostra metafora, di essere espressa sotto forma di energia e materia. E sempre la medesima metafora
ci dice che tutte le forme create, dall'atomo alla cellula, alle
molteplici configurazioni degli organismi viventi nel mondo
vegetale e animale, dai pianeti ai soli e alle galassie, indistintamente manifestano il compimento di un'idea. Interrogarsi circa l'origine di tutte le idee, circa lo spirito-creatore che ha generato e pervade le forme della creazione, significa indagare
l'origine dell'essere.
Nel vangelo secondo Giovanni è scritto: "Quando tutte le cose
ebbero il loro inizio, il Verbo già dimorava". La traduzione
di
"Verbo" dal greco "Logos" è oggetto di controversia. "Logos" può essere tradotto anche come "Idea". "Quando tutte
le cose ebbero il loro inizio, l'Idea già dimorava...".
Nel corso degli ultimi duemila anni, non è mai stata sviluppata
una consapevolezza più profonda della genesi della creazione.
Nelle precedenti riflessioni siamo pervenuti alla medesima conclusione partendo dai presupposti razionali della ricerca scientifica: un'idea divina cóme origine e fondamento della creazione. Etimologicamente, la parola "idea" deriva dal greco "eidos" (immagine, figura). Un'idea e la manifestazione spontanea dell'immagine interiore di qualcosa che non esisteva in precedenza. Alla fonte di ogni processo creativo c'è un'idea. La
capacità di produrre nuove idee, di essere creativi, è
la prerogativa che condividiamo con il creatore di quella idea originale,
da cui il mondo venne in essere. Questa prerogativa rappresenta il nostro retaggio divino. Le meditazioni circa la natura della
realtà grazie al ricorso alla metafora del trasmittente/ricevente
ci hanno condotto al problema primigenio dell'essere.
A conclusione di queste riflessioni sull'essenza della realtà,
vorrei qui sottolinearne il valore nell'esistenza quotidiana,
l'aiuto che possono offrire per una migliore comprensione del
nostro posto entro la creazione.
La creazione in quanto configurazione, manifestazione e realizzazione dell'idea divina trasmette ininterrottamente le qualità. Essa racchiude il messaggio, è il messaggio del
suo creatore alle sue creature, all'umanità che può accoglierlo.
Paracelso, sommo medico, scienziato e filosofo del Rinascimento, a cui sia la radio che la televisione erano sconosciute,
provvide con altra metafora a cogliere questo evento, definendo la creazione come il libro scritto dalle dita di Dio, un libro
che dobbiamo imparare a leggere. Purtroppo, anziché studiarne la rivelazione che vi è contenuta senza mediazioni, noi solitamente caliamo lo sguardo sopra i testi scritti dalle mani degli
uomini.
Piuttosto che spalancare i nostri sensi e le nostre menti al messaggio eterno delle stelle, alla magnificenza della nostra terra con tutte le sue mirabili creature del regno animale
e vegetale, ce ne rimaniamo incollati alle nostre angosce personali, soffocati in una visione ristretta, egoistica della vita. Cosi facendo, omettiamo l'aspetto più rilevante: ovverossia, il
nostro esserci come parte della creazione divina e dello spirito onnipervadente, in quanto esistenza corporale e spirituale; e dimentichi anche che ognuno di noi è il "solo erede del mondo
intero". Oltre al fatto della inesistenza di barriere tra il soggetto e l'oggetto, tra un Io e un Tu mere costruzioni dualistiche
del nostro intelletto, questa verità si è palesata, nel
corso delle
precedenti meditazioni circa la natura della realtà, grazie
all'intervento della metafora del trasmittente/ricevente.
La verità come esclusiva risultante di un processo ideativo,
di
una riflessione razionale, non potrà mai assurgere a fattore
decisivo di cambiamento dell'esistenza. Solo se unita ad un'esperienza diretta, emozionale, può raggiungere uno spessore sufficientemente efficace per influenzare e modificare le nostre vite. Le pratiche di meditazione concorrono a far crescere questo
spessore. Il loro intervento contribuisce ad eliminare il dualismo apparente-tra soggetto/oggetto,Io/Tu.
Per la sua idoneità nel gettare uno sguardo entro l'origine
della
scissione di soggetto e oggetto e nello svelarne l'edificazione
intellettuale, il concetto di realtà che poggia sul trasmittente
e il ricevente può divenire oggetto opportuno di meditazione.
Percepire in maniera diretta l'abolizione di ogni forma duale,
significa esperire uno stato cosmico di coscienza, quello che la
tradizione cristiana ha chiamato Unio Mystica. Lo si può raggiungere con la sola meditazione oppure con questa e lo yoga,
le tecniche di respirazione, le sostanze psichedeliche, o talvolta
spontaneamente, come privilegio. Esso è l'esperienza visionaria di una realtà più profonda, la realtà totale
del trasmittente/ricevente.
La nostra metafora può di nuovo esserci d'aiuto nello svolgimento interpretativo di questo straordinario stato di coscienza, l'Unio Mystica.
Innanzitutto, essa ci dice che la visione mistica non è un'illu-
sione, bensì la rivelazione di un aspetto differente della realtà.
La nostra coscienza ordinaria percepisce e conosce solamente
una minuta frazione del mondo circostante, il trasmittente;
ogniqualvolta il ricevente si sintonizza sulla massima ampiézza
percettiva, e ciò accade nello stato mistico, veniamo alla conoscenza simultanea dell'universo esterno e interno nella sua
espansione illimitata. I confini eretti dall'attività raziocinante
tra l'io e l'ambiente prossimo vengono meno, e gli spazi interno e esterno si uniscono. La vastità di questi fluisce adesso
dentro quello. Lo spazio infinito si apre ad un numero infinito
di immagini che vi confluiscono, immagini anche del passato,
esperienze accumulate nel corso di un'intera esistenza, antiche
reminiscenze depositate nel subconscio a causa della modesta
capacità della coscienza; tutte queste rappresentazioni interiori si risvegliano a nuova vita e si fondono con le nuove epifanie.
L'esperienza straordinariamente intensa di innumerevoli
vecchie e nuove percezioni e sensazioni dovute al confluire degli universi esterni con gli spazi intcriori avvicina al senso dell'eterno, dell'infinito, di un perenne qui e ora. Il corpo, che nello stato normale di coscienza sente se stesso distaccato dal
mondò circostante, viene adesso percepito come inscindibile
dalla creazione, come frammento dell'universo, cosa che di fatto concorda con le acquisizioni scientifiche. Questa esperienza
conforta e da sicurezza anche rispetto all'esistenza corporea.
Nella condizione estatica, il trasmittente ed il ricevente, i
mondi esterno della materia e interno dello spirito, lo spazio
esteriore e quello intcriore, Sono fusi assieme nella coscienza;
dobbiamo perciò sviluppare un concetto dell'idea originale,
l'idea che già esisteva, che dimorava in Dio.
Un'esperienza visionaria dell'intensità dell'Unio Mystica o
della coscienza cosmica è definita nel tempo. Può durare
un secondo, una manciata di minuti, raramente alcune ore. Non potremmo comunque provvedere alle nostre quotidiane occupazioni in un siffatto stato. Si rivela pienamente necessario possedere una facoltà percettiva ed una coscienza limitate che
ci
permettano di svolgere i nostri doveri di sempre. Per sopravvivere nella quotidiana esistenza, è indispensabile concentrarsi
sulle attività a cui noi siamo chiamati.
Tuttavia, di quando
in
quando, abbiamo bisogno di una visione, di uno sguardo d'insieme sull'esistenza e sulle sue ragioni spirituali primigenie, si
da osservare il nostro posto nell'universo ed i nostri vincoli e
problemi quotidiani dalla corretta prospettiva e con il giusto
discernimento.
Questo spiega il motivo per cui oggi un numero crescente di
individui ami ritargliarsi uno spazio da dedicare alla pratica
meditativa, magari di pochi minuti o talvolta più lungo, interrompendo la routine giornaliera. Obiettivo di questa non è
raggiungere necessariamente l'esperienza visionaria ultima,
quanto riuscire a cogliere in profondità l'interdipendenza tra
lo spazio intcriore e lo spazio esterno, la realtà soggettiva
e
quella della materia, e divenire perciò consapevoli dell'esistenza del trasmittente e del ricevente transpersonali, del nesso tra
soggetto e oggetto, creatore e creazione, penetrando la qualità
onnicomprensiva della realtà. E tutto questo ci può donare
fiducia, amore, forza e serenità.
Sempre più il nostro spirito è consapevole
della totalità del
mondo e dell'unità con questi grazie all'avanzamento delle
" scienze naturali. Se questo riconoscimento non è solamente
dell'intelletto, se esso schiude il nostro essere totale ad una
onnicoscienza luminosa, solo allora si trasforma in radian-
te felicità, in amore che tutto avvolge.
Rabindranath Tagore
Sadhana (1861-1941)
Non è necessario dimostrare che un artista dimori
nella na-
tura. Le sue opere possono essere manifeste, ma nessuno spì-
rito procreato guadagna l'accesso al suo laboratorio. Ne ve-
diamo la conferma ovunque sì sosti con lo sguardo, in ogni
ala di zanzara, in ogni filo d'erba, in ogni fiocco di neve.
Ernst Jünger
Le corna ispanice della luna
La felicità poggia sulla sicurezza nell'accezione più ampia
del termine. Tutti noi l'avvertiamo nel senso di protezione che ci offre
la famiglia, un'amicizia, la casa dei nostri genitori. Perfino nell'appartenenza
a piccole o grandi associazioni, siano esse di natura professionale, politica,
culturale o religiosa, ne cogliamo talvolta la presenza. All'opposto, l'infelicità
si accompagna di solito alla separazione, alla solitudine, al sentirsi perduti
e vulnerabili.
Il nesso tra felicità e sicurezza non si riferisce solo alle sorti
individuali, ma anche a intere epoche storiche. Stiamo parlando della sicurezza
che certi gruppi umani attingono da determinate visioni del mondo -- valide
per un circoscritto periodo storico e con funzioni di indirizzo generale
verso i molteplici aspetti dell'esistenza.
Con la creazione, e soprattutto con la natura vivente che vi si manifesta.
La causa ultima e comune delle difficoltà e dei problemi apparentemente
insolubili del presente, ih tutti i loro aspetti spirituali, sociali, economici
ed ecologici, sembra debba essere rintracciata in una sorta di perturbazione
nel nesso tra uomo e natura. La visione del mondo materialistica e parziale
delle scienze naturali, valida nelle moderne società industrializzate
dell'occidente, non è in grado di offrire sicurezza, in quanto vi
è inespressa la relazione dell'uomo con la natura, il suo essere
parte inscindibile di essa. Vorrei chiarire come la presente situazione
possa essere eliminata mediante un adeguato ampliamento e approfondimento
della visione del mondo delle scienze naturali, in accordo alle mie esperienze
ed opinioni personali.
Ogni gruppo culturale ha preservato la memoria del tempo preistorico in
forma di miti, reminiscenze di un mondo dove gli umani vivevano nell'abbondanza
e nella sicurezza, felici e liberi dalle fatiche e dai problemi. Era l'Età
Aurea di cui parla Esiodo, o, nella tradizione giudeo-cristiana, l'era antecedente
l'espulsione dal Paradiso. In quel tempo, l'uomo viveva ancora nell'unità
con la creazione, ne era parte integrante, e questo gli dava sicurezza.
Il mondo era un giardino, il Giardino del Paradiso, dove tutti gli esseri
vivevano in armonia e l'uomo trovava sostentamento e tutto ciò di
cui necessitava senza dover soffrire ne lavorare.
Se queste persone dei tempi preistorici siano state veramente cosi felici
come ci vien detto nelle narrazioni mitiche, è un aspetto non del
tutto importante; non ci sono dubbi, d'altra parte, che al tempo in cui
i miti vennero creati le condizioni di vita non erano poi tanto paradisiache,
altrimenti l'assenza di questi non sarebbe stata mai notata. Gli autori
dell'antichità, che ci hanno permesso di leggere quei miti, avevano
già una consapevolezza storica, e conoscevano anche il modo di raffrontare
le visioni del mondo delle epoche passate con quelle dei loro tempi. Questa
conoscenza, che richiedeva un certo distacco critico dagli eventi, era già
caratteristica di un nuovo stadio nello sviluppo della coscienza umana.
L'allegoria biblica della Caduta vuole essere forse una rappresentazione
del nuovo livello di consapevolezza. L'adempimen- to della promessa del
Serpente: "...come gli dei anche tu discernerai il bene dal male", separa
l'unità primordiale della creazione e della creatura nella coscienza
umana. La nuova, facoltà di identificazione e differenziazione consapevoli
affidò all'uomo la responsabilità diretta delle proprie azioni,
ma contemporaneamente lo privò della sicurezza che derivava dall'unione
inconscia con la creazione. E questa fu la cacciata dal Paradiso.
Espulso dall'abbondanza profferta dalla natura nel Giardino del Paradiso,
l'uomo, oramai non più protetto, dovette provvedere a se stesso con
i frutti del suo lavoro, e fu allora che vennero alla luce i primi insediamenti
e le prime città. Qui ha origine la storia culturale, una storia
soprattutto di civiltà urbane.
Tutte le grandi culture crebbero e perirono nelle città. Laddove
non apparvero abitati urbani, il tempo trascorreva ignaro della storia.
Le città erano luoghi dove i popoli trovavano protezione dai loro
nemici e dàlie insidie della natura. Per migliaia di anni, esse,
rappresentarono delle vere e proprie culle, permettendo lo sviluppo delle
civiltà e delle culture. Nel corso delle epoche recenti, lo scopo
e le caratteristiche delle città, con particolare riferimento alle
più densamente popolate, sono andati incontro a mutamenti radicali.
Da centri di vita e di cultura, si sono trasformate in centri del commercio
e dell'industria. Le moderne aree urbane non offrono più protezione
dai nemici, bensì ne attraggono le armi. E con i rumori e l'inquinamento
generale, si è andato perdendo il senso di sicurezza.
Ciononostante, la vita culturale è tuttora collegata alle città,
ed è. ancora li che individui sempre più insicuri e spaventati
decidono la storia mondiale. Incertezza, paura, insoddisfazione, vuoto intcriore
e aggressività descrivono il coacervo dei sentimenti dominanti nella
nostra vita sociale, politica e culturale. Dove si collocano le origini
dello sviluppo che ha provocato questi cambiamenti nei costumi, che ha condotto
alle modificazioni della crosta terrestre, all'attuale visione del mondo,
al tipo di realtà che molti di noi condividono? Cronologicamente,
essi si situano nel diciassettesimo secolo e l'Europa è il luogo
geografico della nascita. In quel periodo, fece la sua comparsa un naturalismo
totalmente consacrato alla misurazione quantitativa; molti furono i suoi
successi nella descrizione delle leggi fisiche e chimiche nella struttura
del mondo della materia. Questa conoscenza rese possibile uno sfruttamento
fino ad allora inimmaginabile della natura e delle sue forze. L'attuale
industrializzazione e il progresso tecnologico estesi a quasi tutti gli
aspetti della convivenza umana sono i suoi prodotti. Da una parte, ciò
ha significato benessere e Vantaggi materiali per un segmento di umanità,
dall'altra, ha determinato la trasfigurazione delle città di cui
si accennava, da centri vitali e culturali ad aggregazioni commerciali e
industriali, e la rovinosa aggressione all'ambiente naturale.
Il motivo per cui fu la mente europea in particolare a partorire e sviluppare
le scienze naturali si comprende quando ci accorgiamo che la prima consapevolezza
della separazione dell'individuo dal suo habitat ebbe luogo in questa area
geografica presumibilmente in anticipo sulle altre civiltà. Un io
in grado di contrastare l'universo circostante, di percepire il mondo come
entità, oggetto, una mente in grado di oggettivare la realtà
esterna, sono questi i requisiti per la creazione del naturalismo scientifico
occidentale. La visione oggettivistica del mondo era già al lavoro
nei documenti del primo pensiero scientifico, nelle teorie cosmologiche
dei filosofi presocratici. Questo nuovo atteggiamento dell'uomo verso la
natura, che ne avrebbe reso possibile il controllo, venne poi formulato
e strutturato filoso- ficamente nel diciassettesimo secolo da Cartesio.
In origine, il naturalismo fondava ancora i propri asserti su una visione
religiosa del mondo. I primi ricercatori si accostavano alla natura còme
ad una creatura animata dallo spirito di Dio. Paracelso amava chiamarla
"un libro scritto dalle dita di Dio", la cui decifrazione era il compito
del naturalista, Keplero ravvisava nelle leggi delle orbite planetarie l'armonia
dell'universo creato da Dio, e nessuno degli scrittori delle antiche opere
di botanica trascurava di lodare il Signore per la magnificenza del regno
vegetale.
Il cambiamento decisivo di prospettiva avvenne quando, in seguito alle rivoluzionarie
scoperte di Galilei e Newton, l'indagine venne a concentrarsi sempre più
sugli aspetti quantitativi della natura, trascurando in maniera crescente
il metodo qualitativo e inclusivo dell'osservazione, di cui Goethe esaltò
la ricchezza adducendo la teoria dei colori come esempio. Mentre l'osservazione
diretta dei fenomeni andava sempre più eclissandosi, le metodologie
quantitative del naturalismo richiedevano strumenti di misurazione più
Complessi e sofisticati. I risultati oggettivi cosi conseguiti si rivelavano
sostanzialmente indipendenti dall'osservatore, amplificando in tal modo
la consapevolezza della separazione tra soggetto e oggetto. Le discipline
che esaminavano gli aspetti misurabili della natura, la fisica e la chimica,
conóbbero una crescita inaspettata. Le loro metodologie vennero incorporate
nelle altre branche delle scienze naturali: biologia, botanica e zoologia.
In quanto scienze esatte, le discipline della natura si differenziarono
dalle arti, e venne loro concessa la supremazia come veicoli di introspezione
teoretica grazie alla riproducibilità e oggettivazione dei loro risultati.
I grandi successi delle scienze naturali, soprattutto nel campo della fisica
e della chimica, ci hanno permesso uno sguardo approfondito dentro il macrocosmo
e il microcosmo del nostro mondo.
religiosi. Certo, i principi ecclesiastici vengono tuttora ostentati; il
dogma e l'etica religiosa rappresentano ancora ufficial- mente la linea
di condotta nella vita pubblica e individuale. Nondimeno, le sfere della
credenza e della conoscenza fattuale rimangono separate, quest'ultima determinando
gli aspetti pratici della vita. Sebbene un capo di stato giuri Sulla Bibbia,
egli crede tuttora e soltanto nella realtà della bomba atomica e
di conseguenza attua le sue decisioni politiche internazionali. Oggigiorno,
solo il mondo creato e controllato dalla tecnologia è riconosciuto
come reale e importante ai fini dell'esistenza quotidiana: se ne può
rilevare la portata nel fatto che tuttora (1986-N.d.T.) gli ambientalisti,
che vedono nella natura la nostra vera dimora, sono considerati in certo
qual modo dei personaggi bizzarri.
I tentativi qui riferiti di illustrare brevemente come l'attuale situazione
mondiale venne in essere, trovano di nuovo corrispondenza nell'esempio biblico
della Caduta. Dopo l'espulsione dalla sicurezza del Giardino del Paradiso,
l'uomo, spogliato della sua protezione e responsabile di se stesso, nonché
dotato di ampie facoltà di percezione, fu autorizzato a disporre
della terra e dei suoi tesori, secondo la direttiva "Soggioga la terra ai
tuoi bisogni". Ma anziché trasformare questa nuova dimora in un Giardino
terrestre dell'Eden dove riacquistare la sicurezza perduta, l'uomo, fraintendendo
la divina disposizione, comincio a devastare il pianeta abusando delle capacità
mentali di cui disponeva per retaggio divino ed ora è prossimo a
renderlo del tutto inabitabile.
Il processo è destinato a continuare in questa direzione? La distruzione
del mondo esterno e interno diverrà sempre più palese? Le
previsioni pessimistiche si stanno moltiplicando. Quel che è certo
è che non possiamo tornare indietro, la storia delle idee che abbiamo
ereditato è destinata ad arricchirsi di nuovi contributi e così
anche la visione del mondo delle scienze naturali. E semplicemente impossibile
invertire l'espansione della civiltà tecnologico-industriale. Possiamo
solo assegnare un nuovo obiettivo ed un nuovo significato al suo ulteriore
sviluppo. Condizione necessaria e base per un cambiamento in direzione positiva
dovrebbe essere la cura di quella che Gottfried Benn ha chiamato la "nevrosi
del destino europeo", con ciò descrivendo la percezione scissa della
realtà. Si imporrebbe quindi l'esigenza di ravvivare nella coscienza
collettiva un'immagine della realtà in cui l'individuo cessa di fare
esperienza di se stesso come entità separata dal mondo.
Non si può non riconoscere a questo punto il grave malinteso su cui
si fonda la monocredenza della visione del mondo delle s.cienze naturali.
La realtà che essa abbraccia è certamente vera, tuttavia ne
descrive una parte soltanto: la sua parte materiale, quantificabile. La
dimensione spirituale, che rifugge qualsiasi rappresentazione in termini
fisici o chimici e che non dimeno assurge a caratteristica essenziale delle
forme vivènti, vi è assente. Èssa necessita di essere
integrata nella visione del mondo delle scienze naturali per completare
il quadro di un'immagine totale dell'universo che includa l'uomo e la sua
spiritualità. L'esperienza consapevole di questa realtà onnicomprensiva
abolisce la separazione tra individuo e ambiente Circostante, uomo e creazione,
e al contempo cura la "nevrosi del destino europeo". La sinergia tra visione
scientifica del mondo, dimensione spirituale delle configurazioni viventi
e pratiche meditative, potrebbe restituirci la sicurezza smarrita.
Di nuovo, non si vuole qui negare la validità filosofica delle scienze
della natura, nè tantomeno sottovalutare il loro aspetto quantitativo.
Stiamo solo riconoscendone la titanica miopia. La conoscenza scientifica
rappresenta comunque l'unica base solida e stabile su cui continuare a edificare,
non tralasciando nè la componente spirituale nè quella materiale.
La profusione di dati offertaci nonché le intuizioni profonde sulla
struttura dell'universo, della terra e dei suoi organismi viventi sono indiscutibilmente
grandi conquiste da non sminuire. Nè lo sono i loro effetti sulla
crescita della nostra coscienza, in quanto esse annunciano uno stadio più
elevato nella storia dello sviluppo dello spirito umano.
Di seguito, vorrei delineare come la conoscenza e le intuizioni di scienziato
influirono sulla mia visione del mondo. Poiché queste osservazioni
descrivono opinioni e convincimenti personali -- ed in quanto tali il fattore
soggettivo è rilevante-- ritengo opportuno tracciare alcune note
sull'autore, su me stesso. Da bambino avevo di frequente esperienze di unione
mistica con la natura ogniqualvolta mi incamminavo per i boschi ed i prati.
Un campo di fiori, un angoletto raggiante di sole nella foresta, certi luoghi
dei miei dintorni d'improvviso mi apparivano in un'insolita lucentezza.
Era come se gli alberi e Ì fióri volessero dischiudermi la
loro vera essenza, ne divenivo parte, avvolto da un'indicibile sensazione
di beatitudine. Sebbene di breve durata, questi episodi lasciarono una profonda
traccia dentro di me. L'esistenza di quella realtà nascosta, che
mi si disvelava in tutta la sua rassicurante e inclusiva presenza, destò
il mio amore per il mondo delle piante e soprattutto concorse a definire
i primi lineamenti della mia visione esistenziale.
L'interessamento al problema della realtà, che si rivelava primariamente
nei suoi aspetti materiali, rappresentò il motivo della decisione
di intraprendere lo studio della chimica, benché la mia educazione
sui classici latini fosse ritenuta più adatta ad un indirizzo umanistico.
Un altro fattore concomitante nella scelta della chimica fu il mio desiderio
di trovare una certa stabilità in un settore conoscitivo rigido e
irrefutabile. In filosofia, letteratura, ecc., le opinioni vengono contraddette
da altre opinioni, dato che qualsiasi proposizione della mente può
essere messa in discussione. Al contrario, la realtà della materia
è indiscutibile e le leggi ad. essa inerenti sono costanti. La disciplina
che studia, questa parte del mondo tangibile, solida, benché misteriosa
nella sua essenza, vale a dire la materia, è la chimica. Di solito,
si ritiene che essa sia la più materialistica delle scienze. Tuttavia,
ciò che è materialistico o materiale, la materia, è
solamente l'oggetto di questa disciplina; il suo metodo di ricerca è,
come. per tutta la ricerca scientifica, di natura mentale.
Vorrei, a questo punto, aprire una parentesi sull'idea generale che il pubblico
ha delle scienze naturali, in particolar modo della chimica. Una conoscenza
superficiale è la causa della convinzione errata sull'essenza e il
significato di queste. Le nostre opinioni e i nostri convincimenti sono
prodotti oggigiorno, dappertutto e in modo uniforme, principalmente dai
mass media. Quella che viene offerta come conoscenza -- oggi si chiama informazione
-- corrisponde di solito a criteri parziali di correttezza, a superficialità;
il sensazionalismo prende il posto della ricerca della verità. D'altra
parte, i programmi devono essere venduti, e bene. Ad esempio, le idee di
una persona comune sulla chimica in larga parte non hanno niente a che vedere
con essa in quanto scienza. Lo Stereotipo del chimico è quello di
un uomo in camice bianco, con un paio di occhiali inforcati sul naso, tutto
preso a mescolare qualcosa in una provetta. Costui è il mischia veleni
par excellence. Solo questo già dimostra l'attuale valutazione erronea
sulla natura della chimica. Il mischia veleni si adatta infatti più
alla figura del fisico, dato che il mescolamento è un processo fisico.
La chimica inizia solamente laddove interviene la trasformazione delle sostanze,
della materia. Oltre a ciò, l'idea dominante su di essa si esaurisce
nell'immagine dell'industria chimica, e nell'inquinamento ambientale legato
a questa. Soltanto una piccola minoranza di individui è consapevole
dell'importanza delle intuizioni teoretiche di questa disciplina in quanto
scienza della struttura dell'intero mondo visibile e materiale.
E qui chiudo la parentesi sulla percezione inesatta circa la natura della
chimica, un problema che riguarda anche le altre scienze naturali. Ho creduto
fosse necessario aprirla per ascrivere ad una conoscenza superficiale tutti
i fraintendimenti di cui la scienza è oggetto. Lo studio della chimica
non deluse affatto le mie aspettative. Esso mi ha schiuso l'accesso verso
l'interno, dentro la struttura del mondo visibile: fin dentro le strutture
atomiche e molecolari e dentro il microcosmo dell'atomo. Grazie ad esso,
ho appreso che il regno dei minerali, i mondi delle piante e degli animali,
uomo comprèso, consistono degli stessi pochi elementi. Dei 92 atomi
complessivi conosciuti, la maggior parte esiste solo in tracce. Solamente
una dozzina di elementi sono coinvolti appieno nella costruzione del pianeta
e della sua biosfera: idrogeno, ossigeno, azoto, silicio, calcio, stronzio,
fosforo, zolfo, ferro, nichel, magnesio, sodio, potassio, tanto per citare
i più importanti. Se poi volessimo rintracciare gli elementi comuni
che concorrono alla costruzione degli atomi arriviamo ai protoni e ai neutroni
che formano il nucleo atomico e agli elettroni che vi ruotano attorno; a
questo punto, il numero degli elementi costitutivi dell'intero universo
si riduce a tre.
La riduzione del mondo a pochi elementi privi di vita come sua realtà
ultima è un argomento usato per gettare le basi della visione materialistica
del mondo. Così facendo però non si fa che enfatizzare a dismisura
il ruolo svolto dalla materia nella creazione. È come voler ridurre
il miracolo della cattedrale al numero e alla qualità delle pietre
da costruzione utilizzate, trascurandone il progetto, la bellezza, il significato,
e di conseguenza negando l'intervento di un architetto. Inoltre la cattedrale
e priva della dimensione vivente, quindi ancora più inammissibile
appare la riduzione dell'essenza della creazione al livello dei suoi elementi
chimici.
Riesce difficile comprendere il motivo per cui i chimici, che meglio di
altri dovrebbero conoscere le potenzialità e i limiti della loro
disciplina, non critichino apertamente questa visione materialistica e riduttiva
del mondo. In realtà, sono i biologi soprattutto a investire questa
disciplina di una smisurata capacità esplicativa, nei ripetuti tentativi
di ricondurre il fenomeno della vita a semplici reazioni chimiche tra elementi.
Uno degli aspetti essenziali del presente lavoro è quello di rendere
palese la divergenza di opinioni sul modo d'intendere il ruolo che la chimica
gioca all'interno della visione scientifica del mondo. Da un lato, questa
e le sue leggi viste come causa e ragione ultima della creazione del mondo
manifesto, dall'altro, il suo ruolo in quanto scienza dei materiali costruttivi
impiegati da una forza Spirituale nell'edificazione dell'universo con la
sua esuberanza cromatica.
Vorrei ora introdurre alcune riflessioni che mostrino come le mie conoscenze
Scientifiche mi abbiano dischiuso un mondo in cui ho ritrovato fiducia e
sicurezza. Ogniqualvolta, passeggiando nei boschi o nel mio giardino, mi
fermo a contemplare una pianta, non vedo soltanto ciò che di solito
si vede, la sua forma, i suoi colori; una moltitudine di pensieri si affolla
nella mia mente circa la struttura e la sua vita interne e i processi chimici
e fisici da cui queste hanno origine.
Una pianta è composta di innumerevoli elementi, di cui posso visualizzare
la formula. Per fare alcuni esempi: la composizione della sostanza di sostegno,
la cellulosa, formata da residui di saccarosio; la complessa formula della
clorofilla delle sue foglie verdi, consistente di vari anelli di idrocarburo
azotato con un atomo di magnesio al centro; oppure la formula strutturale
dei colori del fiore, ad esempio del colore blu, l'antociano. La maggior
parte di questi elementi può anche essere prodotta artificialmente,
tramite sintesi chimica. Conosco personalmente le difficoltà a cui
si va incontro in laboratorio ogniqualvolta si tratti di creare qualcosa
da un gruppo di atomi reattivi attraverso una serie di stadi intermedi,
con impiego di alte o basse temperature a seconda del genere di reazione
chimica, talvolta in condizioni di vuoto, oppure usufruendo di alte pressioni,
e via dicendo. Il chimico Hans Fischer Munich lavorò assiduamente,
coadiuvato da un gruppo numeroso di assistenti e studenti, all'opera principale
di sistematizzazione della struttura della clorofilla e fu per questo insignito
del premio Nobel. Lo stesso premio andò al professore con cui lavorai
per la stesura della mia tesi di dottorato, lo stimato dr. Paul Karrer,
come risultato delle ricerche svolte negli anni venti e trenta sulla struttura
e la sintesi dei colori dei fiori, sugli antociani e i carotenoidi. Tutti
questi successi furono possibili grazie solo alle conoscenze acquisite dalla
chimica nel corso delle .generazioni precedenti. Ho voluto sottolineare
questi dettagli per evidenziare l'immane sforzo che si cela dietro la sintesi
di ognuna delle numerose sostanze di cui si compone una pianta.
Ed ogni singolo filo d'erba è capace di compiere questo sforzo; in
silenzio e con umiltà produce i suoi costituenti -- la cui sintesi
in laboratorio richiederebbe svariati anni di lavoro per centinaia di chimici
-- sfruttando la luce come unica fonte di energia. Un chimico non può
che meravigliarsi di tutto questo. Ciononostante, noi conosciamo oggi le
leggi di questi processi.
E benché risulti estremamente complesso, e richieda un ampio sfruttamento
delle nostre possibilità, si è in grado di riprodurli. Osservando
la pianta su cui è concentrata la mia attenzione in questo momento,
altre riflessioni si agitano nella mia mente. Esse riguardano il ruolo subordinato
svolto dalle reazioni chimiche, un fatto di cui non è possibile fornire
spiegazioni, ma solo descrizioni. Lo spazio e il tempo entrano nell'equazione,
eventi che tutto sommato non hanno nulla a che fare con la chimica. Dopo
tutto, ognuno degli innumerevoli processi di sintesi deve aver luogo in
un dato momento, in un certo luogo, perché la configurazione esterna
del progetto della pianta, i suoi organi diversificati, ciascuno con la
propria funzione, possano avere realizzazione. Alla chimica si aggiunge
una moltitudine di processi e forze fisiche, quali la diffusione, l'assimilazione,
i fenomeni capillari. Ciò non è pensabile senza l'intervento
di un piano e di una potenza coordinatrici.
La fisiologia cellulare e la biologia molecolare ce ne offrono una spiegazione.
Il progetto è pre-programmato all'interno della mappa cromosomica
del nucleo della cellula. Esso è inscritto nelle quattro lettere
del codice genetico, nelle quattro molecole differenziate del DNA.
Tutto ciò è conseguenza di profonde osservazioni scientifiche
all'interno di un meraviglioso meccanismo. E importante comunque sottolineare
che si tratta soltanto di una descrizione del meccanismo: noi conosciamo
solo le quattro lettere dell'alfabeto biologico. La domanda ultima sulla
sua origine rimane senza risposta. Oltre a questo, si deve prendere in considerazione
il fatto che le strutture chimiche, quali quelle descritte dal gruppo acido
nucleico del DNA, possono in quanto tali dirigere solo il chimismo di un
organismo, e non determinarne là configurazione.
Per concludere, vorrei presentare un terzo tipo di riflessione che mi accompagna
nelle mie passeggiate tra i boschi o nel giardino di casa: contempla il
rapporto tra esseri umani e organismi vegetali nella loro struttura chimica
e l'appartenenza dell'uomo al biocosmo.
Tutti gli organismi superiori, siano essi piante, animali o esseri umani,
derivano da un'unica cellula, l'uovo fertilizzato. Le cellule rappresentano
le più piccole unità viventi di cui si compongono gli organismi.
Ognuna di queste cellule palesa non solo una struttura analoga -- il nucleo
a protezione dei cromosomi, questo racchiuso nel protoplasma ed il tutto
contenuto dalla membrana cellulare -- ma anche la stessa composizione chimica.
Nonostante le molteplici variazioni nella struttura delle varie parti organiche
e dei tipi di tessuto, nel complesso, le medesime classi di composti chimici
organici partecipano alla composizione materiale degli esseri umani, degli
animali e delle piante; sono le proteine, i carboidrati, i grassi, i fosfatidi,
ecc., formati a loro volta delle stesse unità strutturali semplici,
gli amino acidi, gli zuccheri, i grassi complementari, ecc., elementi principali
che concorrono alla formazione delle basi materiali degli organismi.
Questa affinità nella composizione materiale esiste in relazione
ai grandi cicli metabolici ed energetici di tutte le forme viventi, determinando
l'unità del regno vegetale, animale ed umano.
L'energia necessaria a sostenere questo ciclo vitale è fornita dal
sole. Si tratta essenzialmente di energia nucleare creata dalla trasformazione
di materia in energia di radiazione nel corso della fusione nucleare. La
stella diurna trasmette questa energia alla terra sotto forma di luce. La
pianta, il manto verde, il regno vegetale, è in grado di assorbire
il flusso di energia in maniera del tutto ricettiva e di immagazzinarlo
sótto forma di energia chimica.. Durante questo processo, la pianta
trasforma la sostanza organica, l'acqua e l'acido carbonico in materie organiche
con l'aiuto della clorofilla presente nelle foglie in funzione di catalizzatore
e della luce come fonte di energia. Il processo, che va sotto il nome di
assimilazione dell'acido carbonico, provvede le unità organiche di
base -- zuccheri, carboidrati, amino acidi, proteine, ecc.-- per la crescita
della pianta, e di conseguenza degli organismi animali. Da un punto di vista
energetico, tutti i processi vitali si basano sull'assorbimento di luce
doparle delle piante. Ogniqualvólta le sostanze nutritive di queste
vengono combuste nel corpo umano per ottenere l'energia necessaria allo
sviluppo della vita, ha luogo il processo inverso di assimilazione: le sostanze
nutritive organiche si trasformano di nuovo in materia inorganica, in acqua
e in acido carbonico, rilasciando al contempo la stessa quantità
di energia preceden- temente assorbita sotto forma di luce. Finanche il
pensiero umano è sostenuto da questa energia, per cui lo spirito
o coscienza rappresenta il più alto e più sublime stadio energetico
nella trasformazione della luce.
Mi sono preso la libertà di riassumere queste fondamentali osservazioni
scientifiche, rintracciabili in qualsiasi manuale elementare di biologia,
soprattutto perché non vi si presta ormai più attenzione data
la loro familiarità. Esse concorrono ad arricchire un tipo di conoscenza
esclusivamente intellettuale. Allunaggi, viaggi spaziali, libri e film di
fantascienza, tutte cose dove la natura vivente non occupa più alcuno
spazio, esercitano una grande influenza sulle coscienze e sull'immaginazione
degli abitanti delle nostre società industriali, delineandone i valori
esistenziali e le modalità di percezione della realtà. Tuttavia,
a chi ha legami stretti con la natura, a chi, attraverso la meditazione,
fa diretta esperienza di queste scoperte scientifiche, l'albero o il fiore
su cui sosta in contemplazione non appaiono più semplicemente nella
loro bellezza oggettiva: costui si sente profondamente connesso a questi
e ne condivide il destino di esseri viventi creati dalla luce.
Non sto qui parlando di certo entusiasmo sentimentale, di "ritorno alla
natura" nel significato assegnategli da Rousseau. In realtà, le radici
di quel movimento romantico, che ricercava un *idillio nella natura, possono
essere rintracciate nel senso di separazione dell'uomo dalla creazióne.
Quello che ho cercato di descrivere adottando l'esempio della nostra interdipendenza
con il mondo delle piante è l'unità di tutti gli esseri viventi,
e come da essa derivi un senso profondo di sicurezza. II progressivo deterioramento
della flora e della fauna originali del pianeta a vantaggio di un ambiente
tecnolo gico inanimato crea le premesse di un ulteriore decremento di questa
esperienza unitiva.
Quegli episodi importanti della mia gioventù di cui ho fatto cenno
in altra parte del libro, durante i quali un prato e un bosco splendevano
d'improvviso di una indicibile luce meravigliosa, non hanno nulla a che
fare con il sentimentalismo. In realtà, ora so che quella luce era
la diretta emanazione della consapevolezza dell'unità fondamentale
del creato che andava a riflettersi nella mente dischiusa di un bambino
estasiato.
Ho cercato fin qui di mostrare come, nell'ottica di un chimico, la conoscenza
scientifica del mondo non conduca necessariamente ad una visione materialistica
dell'esistenza. Al contrario, questa conoscenza se compresa ed esaminata
correttamente, ci rivela invariabilmente le fondamenta primordiali, spirituali
e inesplicabili della creazione, il miracolo, il mistero -- nel microcosmo
dell'atomo, nel macrocosmo della nebulosa a spirale, nel seme di una pianta,
nel corpo e nello spirito di un uomo -- il divino.
L'osservazione contemplativa inizia dalle profondità della realtà
oggettiva, laddove sono penetrate la conoscenza e l'intuizione scientifiche.
La meditazione non è quindi una fuga dal mondo, ma una sua più
ampia e profonda comprensione. Non è un ritirarsi nel misticismo,
bensì la ricerca di una verità più inclusiva grazie
all'osservazione simultanea, stereoscopica della superfìcie e delle
profondità della realtà oggettiva.
Concentrando l'attenzione sviluppata dalla meditazione sulle scoperte delle
scienze naturali, l'uomo può accrescere la sua consapevolezza del
mondo, la quale potrebbe assurgere a fondamento di una spiritualità
non più partorita dai dogmi delle religioni storiche, bensì
dalla visione di una verità più ampia.
Sto parlando della capacità di riconoscere, di leggere e di comprendere
le rivelazioni di.prima mano "nel libro scritto dalle dita di Dio", secondo
l'espressione adottata da Paracelso per designare la creazione.
E necessario, perciò, riconoscere le leggi di natura scoperte dalla
ricerca scientifica per quello che sono: non istruzioni e strumenti atti
allo sfruttamento della natura, ma rivelazioni del progetto metafisico della
creazione. Queste leggi manifestano l'unità di tutte le forme viventi
nella comune base spirituale primigenia.
Un'altra importante considerazione concernente la posizione dell'uomo entro
la creazione si può derivare dalla struttura gerarchica di tutto
l'esistente, già descritta dalle scienze naturali.
E la gerarchla che si ritrova nella composizione della materia inorganica,
dalle particelle elementari all'atomo, alle molecole, alle rocce, ai pianeti,
ai soli, fino ad arrivare alle galassie, così come la si rintraccia
nel dominio della materia vivente, dalle cellule ai tessuti, gli organi,
i sistemi organici, per giungere agli organismi complessi. Appare quindi
chiara la natura duale di tutte le forme viventi: da un lato, entità
indipendenti, e dall'altro, frazioni di un ordine superiore. Così,
per far fronte ai loro impegni in quanto parti di un insieme più
vasto, tutte le unità Sono abitate dal desiderio e dalla forza di
pervenire alla loro completezza. E qui che l'impegno di ciascun essere umano
a lavorare su'se stesso palesa una legge di natura, e quindi un disegno
metafisico -- l'impegno a migliorare le proprie facoltà e ad espandere
la conoscenza e la coscienza, a rendere giustizia al proprio destino e ai
propri doveri in quanto essere spirituale ohe partecipa della creazione.
Se la beatitudine è inclusa nell'obiettivo finale di questo destino
- come già rilevò Tommaso d'Aquino: ultima finis vitae humanae
beatitudo est - e se la felicità presuppone la sicurezza, allora
tutto il precèdente sviluppo della razza umana potrebbe essere letto
come un invito ad uscire fuori da un senso di sicurezza elargita finora
da una felicità mitica, velata, come quella del sogno, per risvegliarsi
alla gioia di una esistenza completamente consapevole .e splendente fatta
di libertà e responsabilità. Non si può negare di avere
raggiunto oggi un ampio livello di consapevolezza e di libertà grazie
alle visioni delle scienze naturali e alle loro applicazioni tecnologiche.
Adesso, tuttavia, è importante confidare nuovamente nella creazione
per riacquistare la sicurezza perduta, su cui poggia la vera felicità;
è importante riconoscere di nuovo quello che l'uòmo ha trascurato
nella sua arroganza titanica: che le sue radici e la sua sicurezza affondano
nel comune fondamento creativo primordiale di tutte le forme viventi.
Se questa intuizione dovesse entrare a far parte della coscienza collettiva,
la ricerca scientifica e quelle che finóra hanno creato il dissesto
della natura, la tecnologia e l'industria, verrebbero impiegate per ricondurre
il nostro pianeta alla sua condizione primigenia -- un Paradiso sulla terra.
Al posto dei progetti utopici di viaggi spaziali, di folli programmi militari
e competizioni insensate per la supremazia economica e degli armamenti,
tutto ciò potrebbe divenire lo scopo dell'umanità, uno scopo
che unisce i popoli e garantisce una reale felicità. Potremmo sviluppare
nuovi modelli di coesistenza, orientati verso una maggiore solidarietà,
che ci indichino la via per la soluzione di tutti i nostri attuali problemi
economici, sociali e culturali.
SUL POSSESSO
Mai riuscirai a gioire del mondo fintantoché
non sentirai
l'oceano scorrere nelle tue vene, fintantochénon ti rivestirai
del firmamento e ti coronerai di stelle, contemplandoti
come runico erede del mondo intero ---e ancor di più,
poiché ci sono altri individui che, come te, ne sono gli
unici eredi.
Thomas Traheme (1638-1674)
Secoli di meditazione
È stupefacente e istruttivo riflettere sul significato
originale delle parole: derivano da una diretta esperienza con la realtà
e si riferiscono a fatti ed eventi della nostra esistenza. Fin dal loro originarsi,
esse posseggono un carattere figurativo che nel corso del tempo si è
andato cancellando come l'immagine su una moneta, sì che risulta visibile
solo se indagato da vicino.
Se prendiamo la parola "possesso" a mo' di esempio, sì può
ben rilevare una simile trasformazione. Il verbo corrispondente "possedere" richiama il processo di "sedere sopra qualcosa". "Io possiedo una sedia" significava originariamente "io
sto seduto su una sedia". Attraverso questo atto io la posseggo. È divenuta la mia sedia; se non nell'accezione legale, perlomeno nel senso che questa qui è la mia sedia rispetto ad altre
su cui stanno sedute altre persone.
Nelle primissime comunità umane, quando la parola fu creata,
possesso definiva probabilmente solo quello che uno poteva
usare a fini personali. La cosa principale che si pos-sedeva era
il cavallo. Questo, insieme ad altri oggetti impiegati nella vita
quotidiana, costituiva un possesso tra le genti che conducevano una esistenza nomadica. Da allora, possesso e possedere
hanno acquisito un significato molto più inclusivo e simbolico.
A partire dall'introduzione del concetto legale di proprietà
come riconoscimento giuridico e protezione autorizzata di un
possesso, è stato possibile accumulare più proprietà
di quella
che si era in grado di possedere, vale a dire, nel senso originario, di usare a fini personali.
Questo fatto gettò il seme dì una parte rilevante dell'umana
'tragedia. Poiché la parola proprietà sottintende il
diritto di disporre di un possesso che si traduce perciò in potere, l'acquisizione della proprietà conduce allo stesso tempo all'accumulazione di potere. La lotta per il potere, il suo conseguimento e
il suo impiego a fini positivi, o il suo abuso, rappresenta un
aspetto determinante delle nostre esistenze individuali nonché
degli eventi politici mondiali.
Il rapporto tra proprietà e potere è alla base dell'abolizione
della proprietà privata negli stati comunisti. Questo però
non
ha fatto che accrescere la proprietà a vantaggio dello stato,
e
quindi il suo potere. Nei paesi capitalisti il potere viene esercitato in termini reali da gruppi che hanno accumulato quantità
enormi di proprietà.
Il potere che si fonda sulla proprietà ha poco a che vedere
con
il soddisfacimento umano; è più facile semmai che lo
riduca.
Questo èli motivo per cui il presente capitolo si concentrerà
meno sul carattere di proprietà del possesso, e quindi sulla
sua
interdipendenza con il potere, e più sul suo significato primigenio, sulla sua importanza per gli scopi esistenziali dell'individuo. Legalmente, il possesso si definisce come potere reale di
una persona su un'entità, vale a dire, che costui può
disporne
liberamente, secondo i propri desideri. Si può anche possedere
qualcosa che non sia di proprietà; se si prende un utensile
a
prestito e lo si usa a piacimento, questi è in nostro possesso,
ma non ne siamo proprietari. E possibile talvolta anche il contrario: dichiariamo qualcosa di nostra proprietà che non possediamo, se con questo si designa la sua accezione di uso, in senso ampio, come relazione attiva o passiva con l'oggetto.
La proprietà non diviene possesso fintanto che non sussista
un
rapporto esistenziale tra detentore e proprietà. Viceversa,
il
possesso non si trasforma in proprietà fintanto che non si
instauri una relazione astratta, non vi sia cioè attribuzione
legale.
Il fatto che solo per la parola possesso vi sia un verbo corrispondente, possedere, ma non per l'altra, proprietà, sottolinea
ancora la differenza fondamentale tra le due.
Molti sforzi vani, molte dispute, nonché tanta insoddisfazione
si dileguerebbero -- con un conseguente incremento in giustizia, serenità e felicità--se, sempre più consapevoli
di questa
differenza, ci concentrassimo più sul possesso reale e meno
sulla proprietà. Il seguente aforisma cinese vuole rimarcare quanto detto in maniera concisa: "II maestro disse: 'il mio giardino'... e il suo giardiniere sorrise".
Il maestro ha ragione nel dire all'amico che quello è il suo
giardino, in quanto è di sua proprietà. Ma potrebbe anche
darsi
il caso che di rado egli vi metta piede; o magari vi passeggi solo
in certe occasioni, quando si tratti di mostrare ai suoi ospiti
una pianta particolarmente affascinante o la nuova serra. Agli
occhi del giardiniere, invece, il giardino rappresenta un elemento naturale. Egli vive in e con esso: interra gli alberi e sistema lo strato di terra per i fiori che come ogni altra pianta
conosce alla perfezione. Se ne prende cura con amore, li vede
crescere, sbocciare, morire. Conosce il giardino nella freschezza della rugiada mattutina, cammina tra il manto fiorito un'ultima volta quando ormai la notte sta per calare facendosi avvolgere dall'aroma di certi fiori che a quell'ora è particolarmente pervasivo, e durante la calura del pomeriggio adora fare
un sonnellino al riparo della serra. Il giardiniere ama profondamente il suo giardino.
In realtà, è lui che lo 'possiede'
dall'alba
al crepuscolo; lui è il vero possessore. E il suo giardino,
ecco
perché sorride quando il maestro dice: "II mio giardino...".
Nell'esempio qui riportato del maestro e del suo giardiniere, il
proprietario ha perlomeno ancora la possibilità di gioire del
suo
giardino. Se però prendiamo in considerazione proprietà
terriere ben più vaste, la differenza tra proprietario e possessore
è ancor più evidente. Non è necessario essere
in possesso di
praterie, campi e boschi attraverso cui ci incamminiamo per \
rallegrarsi dei fiori che si incontrano, per gioire del gioco del
vento tra gli alberi, o di altre scene e suoni che ci si presentano
lungo i sentieri.
I boschi intorno a cui sono abbastanza fortunato di vivere sono
proprietà delle comunità del luogo e in parte di una
fondazione
privata. Durante le mie lunghe, quasi giornaliere, passeggiate
nella foresta, è raro che incontri qualcuno; comunque non mi
sono mai imbattuto nelle comunità o nella fondazione. In queste occasioni, vivo pienamente il bosco con i suoi uccelli, i suoi
daini e gli altri animali che lo frequentano. E quando incontro
talvolta un camminatore solitario, i nostri saluti sono quasi
sempre accompagnati dallo scambio di poche parole amichevoli, vibranti del comune sentire di due persone entrambe consapevoli che l'altra è il possessore di questi boschi.
C'è una vecchia pietra di confine all'angolo della foresta vicino
alla frontiera di stato. Da un lato mostra la cotta d'arme dell'attiguo monastero di Mariastein, che per diversi secoli fu il
proprietario della radura nel bosco su cui è stata costruita
la
nostra casa. Dall'altro lato, quello rivolto verso la Francia, un
bassorilievo evidenzia, tuttora chiaramente, lo stemma appartenente a nient'altri che Jules Mazarin (1602-1661).
In riconoscimento dei suoi rimarchevoli servizi durante il cosiddetto
Accordo di Pace dei Pirenei tra la Francia e la Spagna, Luigi
XIV gli donò il paese di Pfirt e altre zone adiacenti nel Sundgau, Considerato uno dei più facoltosi signori d'Europa, questo avido statista mori senza aver mai messo piede sui suoi pos*sedimenti alsaziani.
Ciò evidenzia in modo palese il carattere illusorio di questo
tipo di padronanza: è solo una proprietà, non un vero possesso.
Il pellegrino che si metteva in cammino attraverso questa stupènda regione era, in realtà, il possessore della terra;
il ricco
uomo parigino ne era padrone solo sulla carta. A questo punto
si potrebbe sollevare l'obiezione che, visto da un'altra prospettiva, il valore dei possedimenti alsaziani di Mazarino non era
affatto illusorio, ma concreto: il denaro ricavato da questi sotto forma di tasse e altri rendimenti.
E siamo arrivati al problema del possesso di denaro. Se vero
possesso significa avere una relazione corporea, sensoriale con
un oggetto, allora i soldi non diverranno mai un qualcosa che
si possiede; saranno sempre un simbolo di possesso. E facilmente comprensibile come il denaro rappresenti una proprietà
particolarmente ricercata, in quanto ci permette di ottenere
molte cose che possiamo usare e utilizzare per il nostro appagamento; esso ci può offrire un vero possesso.
Non è necessario elencare tutto ciò che il denaro può
comprare. Le innumerevoli possibilità di convenirlo in diversi tipi
di
possesso gli conferisce un potere molteplice che è inerente
alla
proprietà. E utile, tuttavia, riconoscere i limiti della sua
capacità di conversione.
Là dove il valore di un possesso è esclusivamente basato
sul
consumo e sulla gratificazione, esso è determinato dalla capacità del proprietario di soddisfare i propri bisogni.
Persino
un
miliardario può mangiare solo quello che il suo stomaco gli
permette. Se ordina in eccedenza, sarà costretto a lasciare il
cibo
sulla tavola. Ciò che vale per il cibo risulta ancor più
evidente
nel caso di assunzione di liquori. In questo caso, si paga il prezzo della trasgressione: un mal di testa persistente o un'intossicazione da alcool che può risultare fatale.
Tuttavia, una persona benestante è in grado di soddisfare ai
bisogni e ai piaceri del proprio corpo in misura maggiore che non
un nullatenente; questo è vero però fino a un certo punto.
Se
si può spendere più denaro per il cibo, il piacere del
mangiare
verrà senz'altro ad accrescersi. Ciononostante, il pasto più
semplice ha un sapore assai più gustoso per chi è affamato
che quello
più raffinato lo abbia per chi non lo è. In generale,
è una regola
che l'intensità della gratificazione dei piaceri corporei sia
definita dall'estensione del bisogno corrispondente, dall'appetito nel
senso più ampio del termine. Ma un appetito non può essere
comprato. E questo ripaga di molte ingiustizie sociali.
La grande compensazione consiste però nel fatto che ciascun
essere umano è in possesso della facoltà di essere un
possessore. Il rapporto possessore-possesso si ha solo nel caso di un soggetto in grado di percepire un oggetto e il suo godimento, dove
per oggetto dovremmo includere anche la dimensione spirituale e per godimento il rappòrto fondato sull'amore e la felicità.
Poiché ogni individuo è in grado di percepire e di amare,
a lui
solo è data la facoltà di prendere possesso di oggetti
nella realtà
esterna. Questa abilità non soltanto gli permette di possedere
dei singoli beni nel modo in cui si è detto precedentemente,
ma addirittura il mondo intero, nel vero senso della parola.
E
questo è il dono divino depositato in ogni culla umana. La
maggior parte del tempo, tuttavia, la nostra vista è ostruita
dalle cose più a noi prossime, i nostri pensieri sono abitati
da
interessi e problemi personali, cosi che ci sfugge il miracolo e
la bellezza della creazione nella sua interezza. Il cielo e la terra,
il sole e la luna, le passeggiate attraverso i prati e i boschi durante il cambio delle stagioni, sono diventati fatti scontati, degnati a fatica di attenzióne.
E neppure riflettiamo sul fatto che il mondo così come lo
vediamo e ne facciamo esperienza, con tutti i suoi colori e la sua
vibrante sensualità, viene creato dentro noi stessi.
Il primo capitolo del libro affronta in modo ampio il mirabile
fenomeno dell'interdipendenza tra la materia e l'energia nello
spazio esterno in funzione di trasmittente ed il centro spiritua-
le, che è la nostra coscienza, situato nello spazio interno
di ciascun individuo in funzione di ricevente, dalla cui azione reciproca si forma l'immagine della realtà.
Esiste uno spazio fisico esterno che ognuno di noi condivide
con gli altri esseri umani; ciascuno di noi, viceversa, è il
solo
possessore del proprio spazio spirituale intcriore. E qui e non altrove il luogo dove si crea l'immagine che chiamiamo realtà.
Essa cresce dentro di me grazie ai miei organi di senso. Mi appartiene. Io sono l'unico possessore di questa immagine che
corrisponde al mondo, al mio mondo.
Questo è ciò a cui si riferisce Thomas Traherne nell'aforisma
posto in apertura del capitolo, laddove invita ciascun Individuo a contemplarsi come il solo erede del mondo intero. Ogni
essere umano è, infatti, l'unico possessore del mondo nella
sua
interezza, compresi gli altri che ne fanno parte, in quanto esso
diviene realtà solo in ogni singolo io.
Questa consapevolezza che deriva dalle ricerche delle scienze
naturali non è sufficiente di per sé a garantire a ciascun
individuo una piena felicità nel mondo. Ciò di cui si deve
fare esperienza è quello a cui Traherne si riferisce quando afferma:
"Devo sentire gli oceani scorrere nelle mie vene, devo rivestirmi del firmamento e coronarmi di stelle". La conoscenza razionale deve essere accompagnata da un'esperienza emozionale. E
necessario non sentirsi separati dagli oceani, dal firmamento,
dalle stelle. Dobbiamo sentirci dentro la creazione e sentire
che la creazione è dentro di noi, che noi siamo uno. Solo allora
il mondo ci appartiene, così come apparteniamo a lui. Solo allora i nostri cuori riconosceranno il suo vero splendore e ci sentiremo protetti e in grado di gioire di esso.
Appendice 1
RIFLESSIONI BOTANICHE SULL'ESTINZIONE DELLE FORESTE
Nei dibattiti pubblici sull'estinzione delle foreste, due
aspetti fondamentali di biologia vengono raramente se non addirittura mai affrontati, benché siano più che scontati.
Uno di quésti si riflette nella domanda: perché l'inquinamento
atmosferico ha un impatto negativo sul regno vegetale, sugli alberi delle foreste, prima ancora che sugli animali e gli uomini?
Dopo tutto, di solito si pensa che un abete o un faggio siano
più robusti e meno vulnerabili di un animale o un essere umano.
Tuttavia la maggiore sensibilità delle piante rispetto alle
sostanze inquinanti nell'aria risulta immediatamente palese se
prendiamo in considerazione le diversità fondamentali nei processi biologici delle piante e degli animali.
Noi abbiamo bisogno dell'aria "solo" per l'ossigeno, che utilizziamo per comburere il cibo allo scopo di ottenere energia
per i nostri processi vitali. Una pianta, invece, deriva la maggior parte del proprio cibo dall'aria, estraendone il carbonio
sotto forma di acido carbonico (precisamente: anidride carbonica = biossido di carbonio = C02).
Poiché l'aria contiene solamente lo 0,035% di acido carbonico, rispetto ad un contenuto di ossigeno pari al 21%, la pianta deve assorbirne una quantità assai più rilevante, per far fronte al suo vasto
fabbisogno
di acido carbonico, di quanto sia necessaria ad un essere urna-.
no per procurarsi una dose relativamente più piccola di ossigeno. A tale scopo, i tessuti verdi delle piante, le foglie e gli aghi,
dove ha luogo il processo d'assimilazione dell'acido carbonico,
sono forniti di un sistema di aerazione altamente sviluppato
che permette loro di filtrare questa sostanza ampiamente diluita nell'atmosfera. L'aria penetra all'interno della foglia o dell'ago attraverso piccolissimi pori, chiamati stomi; ogni singola
foglia di quercia o di faggio ne ha più di mezzo milione.
Necessaria al metabolismo, questa intensiva aerazione della
pianta palesa il motivo per cui un numero assai più elevato
di
sostanze inquinanti (biossido di zolfo, ossidi nitrici, ozono,
piombo, polvere ed altri) venga da essa assorbito, rispetto agli
organismi animali, si che gli effetti di un ambiente avvelenato
si faranno sentire prima nel mondo vegetale che non in quello
umano e animale.
L'altro aspetto non preso in considerazione circa l'estinzione
delle foreste riguarda la ragione per cui, nel regno vegetale, sono soprattutto gli alberi della foresta le prime vittime degli
agenti inquinanti presenti nell'atmosfera. Per quello che ci è
dato sapere, non risulta esserci alcuna spiegazione attendibile
del fenomeno. Dietro questa mancanza di conoscenza può essere in agguato una minaccia terribile.
Poiché non esiste alcuna
differenza rilevante nota nel meccanismo di assimilazione di'
acido carbonico negli alberi della foresta e in quelli da frutto,
o in altre piante commestibili come le patate, il grano, ecc.,
dobbiamo prendere in considerazione la possibilità che le piante
impiegate dall'uomo a scopi alimentari siano destinate nell'immediato futuro ad estinguersi.
Per. riassumere brevemente, la piànta crea la propria struttura,
formata di composti carbonici, grazie all'acido carbonico presente nell'atmosfera e all'idrogeno, utilizzando la luce del sole
come fonte di energia e il verde delle foglie (clorofilla) in funzione di catalizzatore, nel processo noto come fotosintesi o assimilazione dell'acido carbonico. L'idrogeno è ottenuto mediante scissione fotochimica dell'acqua catturata dalle radici.
L'ossigeno liberato durante il processo viene immesso nell'aria
attraverso gli stomi.
Nel nostro organismo e in quello animale ha luogo un processo
esattamente opposto. La sostanza organica sintetizzata dalla
pianta, il nostro cibo, viene combusta in presenza di ossigeno;
contemporaneamente, noi otteniamo l'energia assorbita dalla
pianta sotto forma di vita e trasferiamo i prodotti di combustione, acido carbonico .e acqua, nell'atmosfera tramite l'espirazione. Il ciclo dunque si conclude.
Oltre al ciclo base dei carboidrati, esistono altri cicli in cui sono coinvolti azoto e minerali; anch'essi sono alimentati dall'energia del sole.
La fotosintesi non è altro che il processo fondamentale della
creazione che sostiene tutta la vita sul pianeta grazie alla trasformazione del flusso di luceimmateriale proveniente dal sole
nell'energia materiale degli organismi vegetali. Questi organismi rappresentano a loro volta il fondamento vitale del mondò
animale e umano. L'estinzione degli alberi dovuta ai danni
causati alla fotosintesi per via degli effetti nocivi degli agenti
inquinanti presenti nell'aria sulle cellule vegetali è foriera
della
minacciosa interruzione del processo di base nel nostro ciclo
vitale.
Le formule dell'assimilazione di acido carbonico, della fotosintesi, sono riportate in qualsiasi manuale elementare di botanica. Sfortunatamente, però, è proprio questa conoscenza
delle
basi della nostra vita, non avendo alcun uso pratico, ad essere
accantonata insieme ai libri di testo. Oggigiorno, nondimeno,
è della massima importanza richiamare alla memoria queste riflessioni scientifiche; solo allora ci potremmo rendere conto
che la morte delle foreste sta cominciando a compromettere le
fondamenta di tutta la vita sul nostro pianeta, e che il rinvio di
possibili provvedimenti atti ad arrestare questa catastrofe incombente non solo sarebbe enormemente irresponsabile, ma
anche un crimine ai danni di tutta la vita,
Appendice 2
IL SOLE, UNA CENTRALE NUCLEARE
Ogniqualvolta ci si soffermi sulle appassionate discussioni
riguardanti le centrali nucleari, si ha l'impressione che il problema verta essenzialmente sulla risposta alle due domande seguenti:
- avremo la necessità di usufruire in futuro di una quantità
considerevole di energia, sì da non potere fare a meno di ener-
gia atomica?
- è il funzionamento di una centrale nucleare cosi sicuro,
ed
il problema delle scorie atomiche così risolvibile tanto da
non
dover temere catastrofi o danni biologici ereditari alla specie
umana?
Sono domande queste a cui solo gli esperti e gli scienziati competenti possono rispondere -- solo comunque sulla base dei
fatti e delle conoscenze che abbiamo oggi.
Tuttavia, gli scienziati non hanno ancora raggiunto alcun accordo su entrambe le domande.
Perciò, se si osserva il problema solo da queste due prospettive, non è chiaro se dovremmo
acconsentire alla costruzione di centrali nucleari.
Altre riflessioni, comunque, sorgono intorno ai problemi legati
all'uso di energia atomica, riflessioni che esulano completamente dalle risposte alle domande in apertura. Ogni individuo
sensibile vi può meditare sopra senza dover scomodare alcun
esperto o specialista.
Sto parlando di quei pensieri e considerazioni che affiorano in
superficie ogniqualvolta si ponderi il fatto che il sole altro non
è che una gigantesca centrale nucleare.
La nostra conoscenza circa i processi chimici e fisici che hanno
luogo su quella stella è abbastanza precisa: sono tutte reazioni
nucleari. Tra queste, riveste grande importanza la fusione del
nucleo dell'idrogeno in nucleo di elio. Contemporaneamente a
questi processi, enormi quantità di energia, la cui potenza
rimane inalterata per miliardi di anni, vengono irradiate nello
spazio.
La distanza media della terra dal sole è approssimativamente
di 150 milioni di chilometri. Rispetto al sole, il volume del nostro pianeta è 1,3 milioni di volte più piccolo. Di conseguenza,
solo una minuta frazione della radiazione proveniente dal reattore nucleare solare raggiunge la terra.
Ma dobbiamo tutto a questa frazione.
In mancanza di questa fonte extraterrestre di energia non ci
sarebbe vita sul pianeta.
Il processo di base per la creazione e formazione di tutte le forme viventi, la trasformazione della materia inorganica -- acido
carbonico e acqua-- in sostanze organiche, ha luogo grazie all'irraggiamento della luce del sole che trasporta l'energia necessaria alla vita. Questo processo, denominato "assimilazione
del'acidocarbonico", provvede i materiali organici -- zuccheri, carboidrati, |