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Al
latino appartiene il termine religio, entrato poi in tutte
le lingue moderne. Cicerone fa derivare questa parola da
relegere (rileggere, ripassare, riconsiderare), il cui
contrario è il verbo neglegere ( trascurare). Religio
significa, quindi, prestare attenzione alla volontà
divina, in contrasto con negligentia, che significa invece
trascurarla. Fornendo questa etimologia, Cicerone illustra
appieno il concetto di religione presso i Romani, per i
quali essa è da intendersi come qualcosa che in nessun
caso può essere trascurato, cui si deve scrupolosa
obbedienza. La religione ufficiale degli abitanti della
città di Roma, e poi dei cittadini dell'Impero Romano,
vanta una storia più che millenaria. La "Dea Roma)) sta a
testimoniare la profonda coscienza di sé e della propria
missione del popolo romano: questa personificazione
femminile della città di Roma fu oggetto di adorazione
rituale e in suo onore vennero eretti templi, come il
doppio tempio di Venere e Roma, consacrato nel 121 d.C.
Per i Romani, mito e storia confluiscono entro una visione
religiosa di carattere na7ionale e politico, in cui i
fatti mitici acquistano efficacia incarnandosi nella
pratica sacra dei presente. Tratto specifico della
religiosità romana può considerarsi l'atteggiamento
scarsamente speculativo, molto più attento alla
valorizzazione delle realtà concrete e immediate della
vita religiosa.
IL PANTHEON
Divinità locali
Al primo
posto tra gli dei locali (dii indigeter) troviamo la somma
triade divina, composta da Giove, Marte e da Quirino, il
cui culto risale all'epoca dei re di Roma. Giove (luppiter,
da Diupiter, Deus pater: Dio padre), grande dio della luce
celeste, è al vertice del pantheon romano; è per i Romani
un padre buono e premuroso in cielo. Numerosi sono gli
appellativi di Giove a conferma della sua importanza:
Lucetius, che porta la luce celeste, Fulgor, che lancia
fulmini, Pluvius, che manda la pioggia, Tonans, i tuoni.
Giove è, inoltre, dio dell'ordine morale, del diritto e
della fedeltà. E detto anche Terminus, custode e garante
dei confini; dio dei trattati, Juppiter Latiaris o
Latialis era a capo della Lega Latina, nella quale Roma
deteneva il predominio. Vigile contro ogni violazione
dell'ordine, è anche chiamato Feretrius, (che colpisce).
Il suo titolo più prestigioso è però quello di Optimus
Maximus, e come tale Giove era la somma divinità del culto
di stato romano.
All'epoca
della repubblica egli era a capo della triade capitolina
Giove, Giunone Regina e Minerva il cui tempio sorge sul
Campidoglio. Il Tempio di Giove Capitolino, con le tre
cappelle per le divinità allineate l'una di fianco
all'altra, fu consacrato il primo anno della Repubblica
(509 aC.) dal console M. Orazio ed è uno dei templi più
antichi di Roma. All'interno del tempio erano custoditi il
tesoro dello stato e, in una camera sotterranea, i Libri
della Sibilla; in un primo tempo vi era ospitata anche la
statua della lupa. Marte (Mars), che era con Giove e
Quirino al vertice del culto di stato dell'antica Roma, un
dio forte e protettore, signore della vita e della morte.
Avendo generato con la vestale Rea Silvia i due gemelli
Romolo e Remo, egli è considerato il capostipite dei
popolo romano; conduce e guida le battaglie e per questo
godeva di grande considerazione presso i Romani. Martius
(Marzo) che gli è consacrato era il primo mese del
calendario romano, a testimonianza della sua posizione
dominante.
Marte riceve il sacrificio dei suovetaurilia e il suo
culto è officiato dai sacerdoti salii, con danze in armi.
Il suo emblema, conservato nel tempio di Vesta, è il
giavellotto sacro. Il tempio promesso da Augusto in voto
durante la lotta contro gli assassini di Cesare ed eretto
nel Foro di Augusto fu dedicato proprio al dio della
guerra vendicatore, Marte Ultore; qui furono conservate la
spada di Cesare, le insegne restituite dai Parti e le
cariatidi della tenda di Alessandro Magno. Quirino (Quirinus),
originaria divinità dei Sabini che risiedevano sul colle
del Quirinale, è il protettore degli agricoltori. In
seguito, adorato come dio della guerra, veniva equiparato
a Marte e, anche, identificato con Romolo. Con Giove e
Marte fa parte della triade arcaica della religione
romana. Giunone (Juno), dea di origine greco-etrusca,
rappresenta l'aspetto femminile dei principio divino ed
era venerata soprattutto come Giunone Sospita
(redentrice). Con l'attributo di Lucina è dea della
nascita, che aiuta a "venire alla luce", con quello di
Moneta ammonisce e consiglia e come Giunone Curitis
èarmata di lancia e scudo; con l'appellativo di Regina
divenne, negli ultimi secoli dell'Impero, la massima
divinità dei pantheon romano, insieme con Giove e Minerva,
e fu venerata come madre e regina del cielo e protettrice
delle donne, del matrimonio e della famiglia.
Ogni
primo del mese venivano offerti sacrifici in suo onore e
il mese di giugno fu a lei consacrato. Giano (Janus, da
ianua, "porta"), una delle più antiche divinità di origine
preromana, è una potenza tutelare che prende nome dalla
porta di casa, attraverso la quale
i mali raggiungono gli uomini. Giano entra a far parte del
culto di stato in qualità di dio protettore di tutti gli
inizi. Da lui deriva quindi il nome di gennaio così come
quello dei Gianicolo, uno dei sette colli di Roma. Giano è
raffigurato con un aspetto bifronte a indicare forse, in
qualità di dio del corso del sole e del tempo, il sorgere
e il calare dell'astro. A lui è dedicato nel Foro un arco
con un doppio portale che era aperto in tempo di guerra e
chiuso in tempo di pace (index pacis bellique). La testa
di Giano è raffigurata anche sul recto delle monete di
rame in corso a partire dal 300 a.C. (aes grave), mentre
sui verso campeggia l'immagine della prua di una nave.
Vesta, cui si indirizzavano sacrifici e offerte prima di
ogni pasto, è la dea dei focolare domestico, luogo di
culto e cuore della casa romana. Vesta era preposta anche
alla tutela del fuoco sacro che ardeva all'interno di un
tempio circolare, le cui fondamenta sono visibili tutt'oggi.
Nel primo giorno dell'anno, una fiaccola portata dal
tempio di Ve-sta provvedeva a ravvivare il fuoco di ogni
casa.
L'accesso al tempio era vietato
agli uomini, con l'eccezione dei pontfex maximus, al quale
tuttavia era interdetto l'accesso alla parte più
recondita, dove si conservava il santissimo "Palla-dio
troiano", il tesoro protettore della città; questo era
costituito da una statua opera di Pallade caduta dal cielo
a Troia, narra il mito, e quindi condotta a Roma da Enea.
Nel 394 d.C., in seguito alla proibizione della religione
romana, il Palladio venne distrutto dall'ultima delle
vestali, le sacerdotesse di Vesta, la dea vergine. Vulcano
(Volcanus) è il dio del fuoco, che protegge dal pericolo
degli incendi. Numerosi sono i templi a lui consacrati e
lo stesso imperatore Domiziano dedicò a Vulcano un altare
in ricordo dell'incendio di Roma avvenuto sotto Nerone. Le
principali feste in onore di Vulcano, i Volcanalia,
venivano celebrati il 23 agosto di ogni anno. Saturno (Saturnus,
da serere, "seminare") è dio dell'agricoltura e protettore
della semina. A Saturno, leggendario re dei Lazio, è
connesso il mito dell'età aurea, durante la quale egli
insegnò agli uomini l'agricoltura. Il tempio di Saturno,
uno degli edifici romani più antichi (v secolo a.C.), fu
sede di un culto particolarmente sentito. Al suo interno
si custodiva il tesoro di stato, da cui l'edificio traeva
il nome di aerarium.
Intorno al tempio si svolgevano i
Saturnalia, un'antica festa del solstizio d'inverno, le
cui celebrazioni iniziavano il 17 dicembre e continuavano
per parecchi giorni. Accanto alle divinità di stato erano
venerate anche divinità comuni, connesse alla sfera
privata, come i Lan, i Penati e i Mani. I Lan furono
originariamente divinità rurali protettrici dei campi (lares
compitales), poi divennero i numi della casa e del
focolare (lares familiares). Nella fe- sta dei lares
compitales, i Compitalia, i proprietari di terreni tra
loro confinanti. deponevano libagioni ai crocevia
(compila). Ai laresfamiliares, ai Penati e alle altre
divinità protettrici del focolare domestico venivano
quotidianamente offerti cibi e bevande. Nei giorni di rito
(le calende, le none, le idi) e nelle feste di famiglia,
si apriva il lararium (il luogo in cui erano conservate le
statue dei Lan) e si adornavano di fiori le loro immagini.
I Penati (da penus, "dispensa) sono le divinità tutelari
della dispensa e dell'economia. I penates familiares erano
venerati nel focolare domestico e i penates publici nel
Tempio di Vesta.A partire dall'età imperiale prese forma
il culto dei Mani (dii manes o dei mani), le anime dei
defunti, volto a guadagnarne la benevolenza.
Divinità straniere
Tra gli dei stranieri, cosiddetti
novensides, si deve annoverare anzitutto Minerva: dea di
origini greco- etrusche, èla protettrice delle
professioni, e in particolare degli artigiani e delle
arti, ma anche della sapienza e della pratica medica.
Vergine, come Diana e Vesta, Minerva, diversamente da
Atena, è dea della pace ma non della guerra. Nell'età
repubblicana costituiva la triade capitouna in unione con
Giove e Giunone. A Minerva fu consacrato il tempio al
centro de! Foro Transitorio, costruito da Nerva (96-98 d.C.).
Diana, come Giunone, rappresenta l'aspetto femminile del
principio divino. la dea della luce, in particolare della
luce lunare, e della caccia.
Come Vesta e Minerva è vergine e
viene adorata dalle vergini romane nel tempio a lei
dedicato sull'Aventino. Fortuna è la dea del destino, del
caso e della sorte. Dopo la celebrazione del matrimonio,
le spose offrivano a Fortuna Virgo i loro abiti da ragazza
e i gioielli, mentre a Fortuna Muliebris era consacrato un
tempio cui potevano accedere solo donne sposate. Ai
Dioscuri (greco: (figli di Zeus), i gemelli Castore e
Poiluce, è dedicato uno dei più famosi templi dei Foro
Romano, eretto nel v secolo a.C. Questo tempio periptero
corinzio, più tardi ricostruito da Tiberio, ospitò, come
altri templi del Foro, anche le sedute dei Senato. Venere
(Venus), in origine divinità dei giardini e della
primavera, è considerata dea della bellezza e dell'amore.
a mitica madre di Enea oltre che di Amore. A Roma le
furono consacrati numerosi templi e cappelle. Il tempio di
Venere Verticordia venne costruito nel II secolo aC., in
segno di espiazione per la rottura dei voto di castità da
parte di tre vestali.
Nel 46 a.C. Giulio Cesare fece
erigere al centro del Foro Giulio, da lui fondato, il
tempio di Venere Genetrix, madre di Enea e capostipite
della famiglia Giulia. Tra le divinità di origine greca (
Greci, religione dei) si annoverano: Apollo e Cerere (Demetra),
la coppia composta da Libero e Libera (Dioniso e Persefone),
Mercurio (Ermes) e Nettuno (Poseidone). La dea Salus
(latino: salute, benessere') è garante dei bene pubblico.
Veniva invocata come Salus Populi Romani e nell'età
imperiale era adorata come Salus Augusta; in seguito venne
identificata con la greca Hygieia, dea della salute. Si
devono citare inoltre Dite (Piutone, Ade), Proserpina (Persefone)
e i due fratelli Sole (Elios) e Luna (Selene), ai quali è
dedicato un tempio sull'Aventino. Di origine egizia è
Iside, divinità che, durante il regno di Claudio (37-41
d.C.), fu oggetto di pubblica venerazione, con il tempio
al Campo di Marte in cui pernottarono Vespasiano e Tito
nel 71 d.C., dopo la guerra contro gli Ebrei.
Iside e Osiride, culto dei misteri
di). Anche il culto di Serapide. al quale Caracalla fece
erigere un sontuoso tempio sul Quirinale, è di origine
egizia. Atargate. divinità siriana della fertilità, a Roma
era nota come Dea Siria e, sotto Alessandro Severo
(222-235 d.C.), le venne dedicato un tempio in Trastevere.
11 culto del dio siriano Sol Invictus Elagabal venne
introdotto a Roma dall'imperatore Eliogabalo (218-222 d.C.),
il quale, prima della sua ascesa al trono, era stato
sacerdote del dio nella città sinana di Emesa. Aureliano
(2 15-275 d.C.) consacrò al Sol Invictus un tempio a Roma
e, nel 274 d.C., fissò nel giorno 25 dicembre il
compleanno di Elagabal (Natalis Solis Invicti): la stessa
data che più tardi i Cristiani latini adottarono per
celebrare la nascita di Cristo. Nella religione romana si
riscontrano frequenti fenomeni di sincretismo. cioè di
fusione tra culti autoctoni e altri di provenienza
soprattutto orientale: significativo l'esempio di
Ma-Bellona, divinità originaria della Cappadocia.
il cui
culto venne introdotto a Roma dai soldati di Silla e
Pompeo. Queste divinità venivano incorporate entro il
pantheon romano attraverso l'mi erpret allo, l'uso di
applicare loro nomi latini: la dea Cibele, originaria
della Frigia, venne ad esempio venerata dai Romani con il
nome di Magna Mater ("la grande madre"). Il termine
evocatio fa riferimento a un'altra consuetudine: nel corso
degli assedi, i Romani invocavano te divinità protettrici
della città nemica, facendo voto di istituire a Roma un
luogo di culto a esse dedicato, allo scopo di indune ad
abbandonare la difesa delle popolazioni avversarie. Lo
storico Livio (59 a.C.- 17 d.C.) racconta che nel 369 aC.
il comandante Camillo, prima di espugnare la città etrusca
di Veio, esortò la dea Uni ad abbandonare i suoi templi e
a trasferirsi a Roma.
Il sistema delle dodici divinità
Originariamente al vertice dei pantheon romano si trovava
la triade formata da Giove, Marte e Quirino. poi
sostituita da quella composta da Giove, Giunone e Minerva.
Nell'anno 217 aC., sulle basi di un oracolo, venne
concepito un sistema di dodici divinità articolato in sei
coppie di divinità maggiori: Giove e Giunone. Nettuno e
Minerva. Marte e Venere, Apollo e Diana, Vulcano e Vesta.
Mercurio e Cerere. Un portico dei Campidoglio ricorda
queste dodici divinità.Accanto alle divinità maggiori, dii
maiores, figurava anche un consistente gruppo di divinità
minori, dii minores. Tra le divinità minori vi è Pax, la
dea della pace, alla quale venne dedicata da Augusto la
celebre Ara Pacis, nel 9 a.C. nel Campo di Marte, e da
Vespasiano un tempio, nel 75 d.C. nel Forum Pacis da lui
edificato. In questo tempio erano custodite le famose
opere d'arte della residenza di Nerone e i tesori che Tito
portò con sé da Gerusalemme. Alla dea Concordia venne
dedicato un tempio nel Foro come segno della
riconciliazione tra patri7i e plebei.Questo tempio
conteneva una raccolta dite-son d'arte e ospitava spesso
le riunioni dei senatori. Altre divinità minori, in
particolare divinità femminili, sono: Victoria, dea della
vittoria. Hymen o Hymenaeus, il dio de! matrimonio, e
Naenia, la dea del lamento funebre.
Il culto
dell'imperatore
Nel
periodo imperiale venne gradatamente introdotto il culto
di colui che, avendo la massima autorità, impersonava lo
stato. La giustificazione di questo culto si può
riconoscere nella venerazione della divinità romana Genius
(da gignere, generare, produrre, (fondare). In origine il
Genio simboleggiava infatti la facoltà procreatrice divina
insita nell'uomo, contraltare di quella femminile. Una
decisione del Senato nel 29 a.C. stabili che al Genio di
Augusto venissero tributate offerte in occasione di ogni
banchetto pubblico e privato.
Mentre a
Roma e in italia il culto dell'imperatore era prescritto
solo dopo la sua morte, nelle province dell'Impero, per
decisione dei senato, il sovrano veniva onorato già in
vita. L'apoteosi (greco: "divinizzazione"), la solenne
cerimonia di elevazione agli onori divini dell'imperatore
o dei suoi parenti ebbe inizio con Ottaviano Augusto, che
edificò in onore di Giulio Cesare (morto nel 44 a.C.) il
tempio dei divus Giulio nel luogo del Foro dove era
avvenuta la sua cremazione. Allo stesso Augusto,
"salvatore del mondo", oggetto nei territori orientali
dell'impero di venerazione divina già durante la vita,
venne consacrato dopo la morte un tempio, così come in
onore di Vespasiano (69-79) e di Tito (79-81) vennero
innalzati templi dai successori. Antonino Pio (138-161)
eresse nell'anno 145 un tempio nel Campo di Marte in onore
del suo predecessore, Adriano (117-138). A sua volta il
tempio di Antonino e Faustina sulla Via Sacra, di cui si
conservano ancora dieci colonne, fu dedicato
all'imperatore Antonino Pio e alla sua consorte.
A Marco
Aurelio (16 1-180), l'imperatore-filosofo, venne eretto un
tempio nel Campo di Marte dal figlio e successore Commodo
(180-192). Ancora oggi, i resti di un edificio circolare
dedicato ai divo Romolo sulla Via Sacra testimoniano che
Massenzio fece edificare un tempio in onore del figlio
Romolo, morto prematuramente e successivamente innalzato
agli onori divini intorno al 307. Dal tempo
dell'imperatore Diocleziano (284-305). divenne di uso
comune venerare come divus l'imperatore già durante la
vita; si pregava il suo Genio e si sacrificava dinanzi
alla sua statua. L'ingresso dei Cesari nel cielo degli dei
ufficiali era simbolicamente rappresentato dall'aquila,
l'uccello di Zeus, che veniva liberata dopo le esequie
dell'imperatore: un esempio celebre è l'apoteosi di Tito,
riprodotta nella volta dell'arco dell'imperatore nel Foro.
L'ordine morale
Nel mondo
romano, il diritto umano èstrettamente legato al superiore
ordine divino: io ius divinum ("diritto divino") forniva
ai cittadini le linee fondamentali di comportamento nei
confronti della divinità. Un armonioso rapporto di
concordia tra divinità e cittadini romani era definitapax
deum ("pace degli dei").Il codice morale era sottoposto
alla tutela degli dei, soprattutto di Giove, cosicché una
violazione delle norme etiche era considerata un affronto
fatto agli dei e poteva scatenare la maledizione divina
sul malfattore: il sacrilegio tuttavia poteva essere
espiato (expiatio). L'individuo, la cui vita è governata
dal destino (fatum), doveva guadagnarsi l'aiuto delle
divinità, secondo il principio espresso dalla frase do Ut
des (io do, affinché tu dia). Delle due sfere della vita
dei cittadino romano, la res publica e la res privata, la
seconda veniva sempre subordinata alla prima. Valori
fondamentali dei cittadino romano erano la virtus, la
gloria, la libertas, la pietas (quest'ultima da intendersi
come il rispetto e la pietà religiosa), la fides (la
fedeltà), la dignitas (la stima generale) e la maiestas
populi romani (la potenza e la grandezza del popoio
romano), che era considerata il bene supremo.
Particolare importanza riveste nell'etica romana il
concetto di pietas: inteso dapprima come sentimento di
nspettosa devozione verso i genitori e i figli, passò poi
a esprimere anche la venerazione per la comunità e lo
stato. La ribellione agli dei, l'odio per i genitori e i
fratelli, l'imbroglio, l'avarizia, l'infedeltà e il
tradimento erano considerate gravi mancanze. A capo della
famiglia era posto il padre (paler familias), con potere
illimitato (patria potestas) sulla consorte (mater
familias), i figli e gli schiavi. Il padre di famiglia
imponeva l'ordine domestico attraverso la sua autorità.
Diligentia, severitas e continenhia (nel senso, quest'ultima,
di temperanza) dovevano caratterizzare il suo operato. La
giovane generazione veniva educata secondo l'esempio degli
anziani (mos maiorum). Nei confronti degli adulti i
giovani dovevano mostrare modestia, reverentia, obsequium
(obbedienza), verecundia (sincerità) e pudicitia. La
disciplina domestica era fondamento di quella militare e
con essa della grandezza e della potenza dello stato
romano.
Riti dei ciclo della vita: matrimoni e usi funerari
Il giorno
prima del matrimonio la sposa consacrava il suo abito da
fanciulla a Venere o ai Lari.Il giorno delle nozze si
traevano auspici; se erano favorevoli, gli sposi si
porgevano la mano, dichiarando così la loro volontà di
unione. Il giorno successivo al matrimonio, la giovane
sposa compiva libagioni, per la prima volta a casa del
marito. Vi erano diverse forme di unione matrimoniale, che
era comunque rigorosamente monogama. Il rito della
confarreatio (da farreum bibum, un dolce di frumento
offerto durante la cerimonia al Genio del matrimonio)
veniva celebrato religiosamente. L'unione era suggellata
dinanzi al ponhifex maximus, al f/amen Dia/is (sacerdote
di Giove) e dinanzi a dieci testimoni. Il matrimonio così
concluso era indissolubile nei tempi antichi, mentre nel
periodo imperiale era revocabile. In occasione della
coemplio un accordo che sanciva il distacco della sposa
dalla precedente condizione e il suo diritto di eredità
veniva dichiarata l'unione matrimoniale senza elementi
sacrali, dinanzi a cinque testimoni, e i futuri sposi si
domandavano a vicenda se erano pronti a divenire paler
familias e mater familias.
Il
matrimonio attraverso usus (consuetudine") diventava
valido, con una dichiarazione di entrambi i contraenti,
dopo che la donna aveva abitato per un anno nella casa
dell'uomo; la sua assenza per tre notti consecutive poteva
annullare il matrimonio. Nel matrimonio sine in inanun
convenlione entrambi i coniugi e i rispettivi padri
rilasciavano una semplice dichiarazione. La donna restava
sotto la pOlestas dei padre, e non diveniva di conseguenza
niaterfamilias, ma soltanto uxor ("moglie"). Una simile
unione poteva essere sciolta da entrambi i coniugi senza
complicazioni formali. Per quanto riguarda invece il
cerimoniale funebre, i morti venivano deposti su un letto
circondato da candelabri e corone di fiori. Il corpo
veniva poi seppellito o cremato dai parenti. I Romani
conoscevano inizialmente solo la pratica dell'inumazione,
mentre l'uso di cremare i morti e di raccoglierne le
ceneri in urne, da riporre in apposite nicchie, derivò da
influssi greci ed etruschi: per la somiglianza con le
colombaie, i cimiteri di urne funerarie erano detti
columbaria. Nel luogo della sepoltura venivano deposti
anche alcuni oggetti, ritenuti utili al defunto durante la
sua esistenza futura: per gli uomini armi e attrezzi di
lavoro, per le donne cOsmetici e articoli da toeletta, per
i bambini giocattoli.
Le
necropoli, luoghi di sepoltura, erano situate al di fuori
degli insediamenti abitativi. lungo le strade provinciali.
La più famosa è quella sulla Via Appia Antica, la strada
fatta costruire nell'anno 312 a.C. da Appio Claudio Cieco:
essa unisce, con percorso rettilineo, Roma a Capua e fu la
prima strada provinciale pavimentata della repubblica.
Riti dei ciclo annuale
Il
calendario festivo dei Romani comprendeva, oltre alle
feste private della famiglia e dei gruppi sociali, le
feste di stato, stabilite di anno in anno. Verso la fine
dell'età augustea erano previste 132 feste statali, di cui
45 con data fissa e 87 variabili. Il calendario festivo e
feriale veniva stilato dai ponlifices e, a partire dal 304
a.C., gli elenchi furono regolarmente pubblicati. 1 dies
fasli (da fas, "diritto") erano i giorni stabiliti dai
pontifices, nei quali il diritto divino permetteva
attività profane, intrattenimenti pubblici, e soprattutto
assemblee popolari (dies cornitiales). Al contrario, i
dies nefasti erano giorni nei quali non potevano aver
luogo né sedute di tribunali, né assemblee popolari.
La vita
politica occupava 49 dei 233 giorni lavorativi. Il
saeculum (da serere, seminare, da cui il concetto dei
succedersi delle stagioni e quindi del tempo) era alla
base della cronologia romana. Paragonabile al greco aion
("era dei mondo"), l'età dei mondo veniva suddivisa in 10
saecula, ciascuna della durata di 100 anni. Ogni 100 anni
si celebravano i centenari, collegati ai Ludi saeculares
(giochi dei centenario); questi venivano indetti con lo
scopo di espiare le colpe degli anni precedenti e di
salutare l'inizio della nuova era. Celebrati per la prima
volta nell'anno 249 a.C., durante la Prima Guerra Punica
(264-241 a.C.). vennero di nuovo celebrati nel 146 a.C.,
dopo la terza (149-146 aC.). Il poeta romano Quinto Orazio
FIacco (65-8 a,C.) compose il Carmen Saeculare, poema
celebrativo del centenario nell'anno 17 a.C.. sotto
l'imperatore Augusto. Questo carme, cantato l'ultimo
giorno delle feste da un coro di ventisette giovani e
ventisette fanciulle, si vere nell'animo dell'ascoltatore
il significato religioso della festa dei centenario.
Tra le
feste in onore degli dei sono da citare le Feriae Martis
(feste di Marte) che aprivano, il primo di marzo, l'anno
romano. Ogni cinque anni si festeggiava il Lustrum, con
una processione all'altare di Marte conclusa da riti
sacrificali. In onore della coppia di divinità Libero e
Libera venivano festeggiati il 17 marzo i Liberalia,
durante i quali i figli maschi adulti ricevevano la toga
libera, la veste virile. 1119 aprile erano celebrati i
Cerealia, in onore della dea della terra Cerere, venerata
soprattutto dai plebei. Volpi con fiaccole ardenti
attaccate alle code (simbolo di sciagura) venivano
liberate nei campi e poi cacciate, per scongiurare gli
incendi e le malattie del grano. I Parilia erano celebrati
in onore di Pales, il protettore dei pastori e delle
greggi. Il bestiame veniva portato dalle stalle ai pascoli
estivi e i pastori e le greggi dovevano attraversare
paglia e sterpi dati alle fiamme in segno di
purificazione.
Gli
Ambarvalia, che ricorrevano in maggio, erano un'antica
festa della terra in onore di Marte, caratterizzata da tre
processioni cuiminanti nel sacrificio di un maiale, una
pecora e un toro (suovetaurilia). I Vestalia, le feste
della dea Vesta, cadevano il 9 giugno ed erano celebrati
soprattutto da fornai e mugnai. la cui attività dipendeva
dai focolare. Anch'essi erano tra Le più antiche feste del
calendario romano. I Consualia onoravano Consus, il
protettore delle messi: la festa, durante la quale si
usava inghirlandare le bestie da soma, avveniva il 21
agosto, dopo il raccolto dei grano, e il 15 dicembre, al
termine della semina. In queste occasioni si svolgevano
nel Circo Massimo corse di cavalli, asini e muli, affinché
gli animali si liberassero dalle maledizioni. In onore di
Vulcano, il dio del fuoco, si celebravano il 23 agosto i
Volcanalia, proponeva di far rivinel corso dei quali
venivano gettati pesci nel fuoco, con l'intento di offrire
al dio una vittima sacrificale inconsueta per il suo
elemento.
In onore
di Saturno, il dio protettore della nuova semina, erano
celebrati i Saturnalia, dapprima nella sola giornata dei
17 dicembre, poi anche nei due giorni successivi e infine
nel corso di una intera settimana. La festa della semina e
dei solstizio invernale rappresenta una delle più antiche
e popolari feste nell'anno romano. Ci si scambiavano
candele e piccoli doni ed erano sospese le distinzioni di
classe: l'ordine sociale era rovesciato e i signori si
trovavano a servire i loro schiavi. In concomitanza si
teneva a spese dello stato un banchetto pubblico presso il
tempio di Saturno e l'atmosfera di gioia veniva mantenuta
nei giorni successivi con vari festeggiamenti. La maggior
parte delle feste e delle processioni erano però celebrate
in onore di Zeus, il dio sommo e padre degli dei. Il
culmine della vita religiosa era rappresentato dalle
Feriae lovis, che avevano luogo il 13 o il 15 di ogni mese
ed eccezionalmente il 23 dicembre I Parentalia, feste di
fine anno in ricordo dei genitori morti e dei parenti,
duravano nove giorni (13-21 febbraio). L'ultimo giorno,
detto Feralia, precedeva la festa della Cara C'ognatio
("cara parentela") o Caristia: tale festività
rappresentava l'occasione per riunire intorno a un
banchetto i membri della famiglia e riconciliare chi aveva
rotto i legami di parentela.
La più
antica festa dei Romani è probabilmente quella dei
Lupercalia, celebrata il 15 febbraio, in onore di Fauno.
Questo dio era chiamato Lupercus (da lupus, "lupo" e
arcëre, "proteggere"), facendo riferimento alla sua
funzione di allontanare i lupi dal gregge e favorire così
l'attività dei pastori. Luogo di culto era la grotta del
Fauno, situata sulle pendici occidentali del Palatino (lupercal,
"cavità del lupo"), nella quale i gemelli Romolo e Remo
vennero allattati dalla lupa. Dopo l'esposizione del capro
espiatorio, aveva luogo una processione intorno al
Palatino, promossa dai luperci, i sacerdoti dei dio Fauno.
Il poeta Ovidio espone, nella sua opera dei Fasti, una
trattazione poetica del calendario romano.
Riti quotidiani
La
religione romana prescriveva la più severa osservanza per
i precetti religiosi: importantissimo atto sacro era il
sacrificium, l'offerta di una cosa o di una persona alla
divinità. Nei sacrifici di sangue venivano offerti animali
bianchi agli dei dei cielo e neri agli dei degli inferi.
Le vittime erano condotte all'altare e immolate dal
sacerdote preposto. A Giove, nella sua qualità di dio
della fedeltà, veniva offerto, nella confarreatio
("matrimonio"), un agnello.Sui campi di battaglia avveniva
invece il sacrificio, in onore di Marte, dei suovetaurilia
(sus, "maiale"; ovis, "pecora"; taurus, "toro"). I
sacrifici incruenti consistevano in dolci, frutti, grano,
latte e vino. Tra i riti augurali sono da citare il
lectisternium e, in tempi di carestia, il ver sacrum
("sacra primavera"), durante il quale si offrivano
primizie primaverili. Nei corso di questi banchetti
cerimoniali venivano disposte su dei cuscini le immagini
degli dei allo scopo di rappresentare la loro presenza
fisica.
L'origine
di questi riti può essere rintracciata nei Libri Sibillini
e cronologicamente fissa- ta al iv sec. a.C. Libation (da
lihare, "offrire libagioni") era detta l'offerta cuItuale
di liquidi (miele, latte, olio, acqua, vino) per le
divinità e per i morti: nel caso dei defunti i liquidi
venivano introdotti nelle tombe attraverso aperture
speciali. Le preghiere venivano pronunciate secondo un
formulano preciso l'esattezza sola conferiva efficacia la
mattina, la sera, a tavola e in tutte le occasioni
importanti. Il comandante di un esercito pregava gli dei
prima e dopo la battaglia. L'invocazione alle divinità
nella preghiera era ritenuta sancta, venerabilis, aeterna,
bona, optima, magna, potens. omnipotens e pulchra. Le
suppliche, pubblici riti di preghiera, venivano rivolte
alle divinità da tutti gli adulti, uomini e donne, i primi
a capo scoperto e le seconde con corone sulle teste e rami
di alloro nelle mani.
Questi
riti, associati alla visita di tutti i templi di Roma,
avevano lo scopo di ottenere l'indulgenza degli dei per
l'intera comunità. Più tardi si trasformarono in feste di
ringraziamento (con il tributo di onori ai comandanti
vittoriosi), e vennero celebrate per ordine dei consoli o
dei senato. In età repubblicana i consoli formula-vano
regolarmente, all'inizio di ogni anno, voti per il bene
dello stato e nello stesso tempo ottemperavano a quelli
dell'anno passato. Nel periodo imperiale i voti, che erano
indirizzati principalmente al bene dell'imperatore,
venivano pronunciati anche prima delle battaglie: le prede
di guerra, frutto della benevolenza degli dei,
rappresentavano l'elemento più importante durante il
trionfo del comandante vittorioso. Il pragmatismo
religioso dei Romani li induceva a riconoscere l'efficacia
dei voti e a offrire i doni scdo dopo che la preghiera era
stata esaudita. Il giuramento era sacro e valeva come
pegno di fedeltà e sincerità in tutti gli ambiti della
vita cittadina, ed era considerato come una sorta di
riconoscimento dell'onniscienza e della giustizia divina;
lo spergiuro veniva originariamente punito con la pena di
morte. Il giuramento più sacro e più antico dei Romani era
quello pronunciato dai sacerdoti di Giove e convalidato
dal lancio della pietra dei tuono, simbolo del padre degli
dei. La formula del giuramento così recitava: Con l'aiuto
degli àuguri, i sacerdoti che traevano gli auspici (da
auspicium, "osservazione degli uccelli"), i Romani
interrogavano le divinità sulle loro intenzioni circa le
imprese progettate.
A questi
sacerdoti competeva lo studio del volo degli uccelli,
attraverso l'osservazione delle direzioni e delle
velocità, o ancora l'analisi del comportamento dei polli
nel beccare il cibo: era ritenuto un auspicio positivo, ad
esempio, il fatto che i polli si precipitassero avidi sul
loro becchime. Il prodigium (previsto, "presagio") era per
i Romani l'espressione dell'indignazione divina e
l'indizio di un pericolo per io stato, che si tentava di
allontanare con l'ausilio dei remedia desunti dai Libri
Sibillini per propiziarsi gli dei.
Ministri del culto
Secondo
l'ipotesi tradizionale, non da tutti condivisa, in origine
l'attività religiosa competeva al solo paler familias. In
seguito si creò una suddivisione delle funzioni tra culti
privati (sacra privata pro gentibus) e culti di stato
(sacra publica pro populo romano), riservati alla classe
dei sacerdoti. I sacerdotes apontifices (forse il termine
significa "costruttori di ponti") erano riuniti in un
collegio costituito inizialmente da sei membri e più
tardi, al tempo di Cesare, da sedici. Il collegio
sacerdotale era dapprima prerogativa dei patrizi, ma dal
IV secolo a.C. circa la metà dei membri era reclutata tra
i plebei.I pontifices erano responsabili dell'osservanza
delle leggi religiose e delle prescrizioni dei culto. A
loro spettava compilare il calendario festivo, fissare il
cerimoniale dei riti e formulare i testi delle preghiere e
dei voti pubblici; dovevano inoltre sovrintendere alle
attività cultuali dei complesso dei sacerdoti e stabilire
le pene per le mancanze religiose.
Il
collegio dei pontifices che, dopo la caduta dell'antica
monarchia romana, assunse su di sé tutte le funzioni
sacerdotali, era presieduto dal pontifex maximus; fra i
pontifices assunse particolare rilievo il rex sacrorum o
rex sacrificulus (re dei culto, dei sacrifici). In origine
eletto dal re, il pontifex maximus durante la repubblica
veniva designato dai ponhifices, poi dal popoio e, nel
periodo imperiale, dal senato, con incarico illimitato.
Dal suo titolo si presume che la funzione originaria di
questo sacerdote consistesse, secondo una delle tante
ipotesi, nel fissare il percorso, stabilito dagli dei, per
la comunità in migrazione o per le spedizioni militari.
Come soprintendente dell'originario collegio sacerdotale
egli era, dopo la caduta della monarchia, l'effettivo
sostituto dei sovrano nelle funzioni sacrali e aveva la
propria residenza nella regia (reggia) del Foro. Cesare fu
il primo padrone incontrastato di Roma ad assumere il
titolo di pontifex maximus; a lui seguì Augusto nel 12 a.C.;
gli imperatori successivi lo conservarono sino al 378,
anno in cui l'imperatore romano d'Occidente Graziano
(375-383 d.C.) abolì titolo e carica.
Nel v
secolo, soprattutto a partire da papa Leone i (440-46 1),
il titolo di pontifex maximus indicò la suprema autorità
cristiana. Nel trapasso dall'età monarchica a quella
repubblicana anche i compiti della regina, preposta al
culto di Vesta, vennero assunti da un organo collegiale:
in origine la regina era l'unica vestale così come il re
era l'unico sacerdote di Giano. Successivamente le vestali
divennero due, poi quattro infine sei: esse provenivano da
famiglie patrizie e si impegnavano a servire Vesta per
trent'anni. La fanciulla destinata al ruolo di vestale
doveva iniziare l'apprendistato a dieci anni, esercitare
le funzioni effettive dai venti ai trent'anni e infine
comunicare il proprio sapere alla successiva leva di
aspiranti. Nell'atrium Vestae, situato accanto al tempio,
nel Foro, le vestali conducevano, sotto la guida della
virgo maxima, una vita comunitaria. Erano vestite con una
lunga veste bianca e portavano intorno al capo la benda
sacerdotale (vitta); durante i sacrifici indossavano
inoltre uno spesso velo. Compito delle vestali era di
attingere l'acqua alla fonte della ninfa Carmena nel
boschetto di Egeria, pregare per Roma e in determinati
giorni condurre al focolare adibito ai riti pubblici
vittime sacrificali. Come sacerdotesse di Vesta, la dea
del fuoco, il loro compito primario era però quello di
custodire il fuoco sacro. Se il fuoco si spegneva, era
segno di grande sventura, e doveva essere riacceso con i
raggi del sole.
La vestale colpevole veniva flagellata dal pontifex
maximus. Quando le vestali lasciavano la loro dimora per
occasioni solenni, un lictor consegnava loro le fasces. Se
sul loro cammino incontravano un malfattore, condannato
all'esecuzione capitale, a questi veniva concesso di
vivere. In teatro avevano posti riservati come le più alte
autorità di stato. La loro testimonianza valeva anche
senza giuramento: chi le offendeva era punito con la
morte. Le vestali, onorate col titolo onorifico di
virgines sanctae, avevano l'obbligo di restare nubili: se
trasgredivano il voto di castità, venivano sepolte vive.
Solo dopo il trentesimo anno di servizio era loro concesso
il matrimonio. Le vestali godevano di alta considerazione
e di particolari onori, aboliti solo nel iv sec. d.C.
dall'imperatore Graziano. Già durante la monarchia
esisteva la figura del flamen (flamine, "sacerdote"). Le
cariche dei tre grandi flamines (jiamines maiores),
consacrati a Giove, Marte e Quirino, erano riservate ai
patrizi. Il flamen Dialis, il sacerdote di Giove, occupava
in Roma il grado più alto. Godeva di numerosi privilegi,
come la scorta di un lictor, la sella cui-lis ( sedia
curule, riservata ai più alti magistrati) e la toga
praetexta (toga pretesta, ornata di una lista di porpora),
ma aveva anche particolari doveri: preservarsi
dall'impurità, non trattenersi la notte fuori dalla città,
non cavalcare, non prestare giuramenti.
In caso
di morte della moglie (la flaminica), il flamen Dialis
doveva rinunciare alle sue funzioni. La flaminica,
sacerdotessa di Giuno ne, ne incarnava in un certo senso
l'essenza e, in qualità di moglie del Flamen Dialis,
doveva contrarre il matrimonio secondo la formula della
confarreatio. Anche la sua vita era regolata da precise
prescrizioni: così ella doveva sempre indossare l'abito da
sposa con velo purpureo e una corona di fiori. Nei giorni
solenni le era rigorosamente vietato mostrarsi in pubblico
con il marito. Ai f/amines maiores appartenevano anche il
Flamen Martialis e il Flamen Quirinalis. I flamines
minores erano dodici, al servizio di divinità minori.
Poiché ogni azione ufficiale doveva avere l'approvazione
degli dei, la volontà divina veniva interpretata
attraverso segni. Gli auguri (augures, "indovini",
"veggenti") formavano un collegio di quindici sacerdoti: a
loro, come si è visto, spettava interpretare la volontà
divina, attraverso l'osservazione del volo degli uccelli (auspicia
colestia) o dell'atteggiamento degli animali (auspicia
terrestria).
Prima di
ogni importante impresa gli auguri dovevano esercitare la
loro funzione e svelare i propositi delle divinità circa
gli esiti dell'azione. Il loro emblema era il lituo (lituus),
un bastone magico. Accanto agli àuguri c'erano gli
aruspici (haruspices) di tradizione etrusca, organizzati
in un collegio composto da sessanta membri, incaricati di
decifrare il volere divino dalle intenora delle vittime
sacrificali. I quindecim viri sacris faciundis erano
incaricati di custodire e interpretare i Libri Sibillini,
i testi sacri in cui si trovavano riunite le principali
profezie circa gli eventi a venire e insieme le misure
atte a scongiurarne gli effetti negativi. Per ovviare
all'abuso, i Libri venivano consultati soltanto per
decisione del senato. Su indicazione dell'oracolo
sibillino il collegio introdusse importanti innovazioni
nel culto: così, ad esempio, nel 493 a.C. fu istituita la
triade di Cerere, Libero e Libera. Accanto a sacerdoti e a
sacerdotesse vi erano vere e proprie confraternite
religiose. che si riunivano in giorni stabiliti per la
pratica del culto.
Tra di
loro vi erano i già citati Iuperci (compagni del lupo): un
collegio di sacerdoti a servizio di Fauno, il dio della
fertilità animale occasione dei Lupercalia essi davano
vita a una suggestiva cerimonia in cui erano condotti in
processione alcuni caproni destinati al sacrificio; nel
corso dei rito le donne incontrate lungo il percorso
venivano colpite con le cinghie ricavate dalle pelli degli
animali sacrificati, per trasmettere loro la fertilità. I
sa/li (saltatori) erano riuniti in un collegio
originariamente costituito da dodici, poi da ventiquattro
sacerdoti, devoti al dio della guerra Marte (anche a
Quirino). Per questo indossavano rigorosamente la divisa
militare. All'inizio e alla fine della guerra e in marzo e
ottobre, il loro canto e le loro danze avevano la funzione
di purificare l'esercito e le armi. Gli arva/es ofratres
arvales (fratelli arvali, fratelli del campo seminato)
onoravano Marte, Dia, dea della fecondità, e i Lan. In
occasione degli Ambarvalia, in maggio, essi cantavano il
Carmen arva/e, il più antico documento letterario romano
conservato. I fetiales (araldi di guerra) erano riuniti in
un collegio di venti sacerdoti, consacrati a Giove. Erano
garanti del rispetto delle norme giuridiche
internazionali, stipulavano patti con rigorose forme
rituali e suggerivano le tattiche di guerra.
Luoghi di culto e templi
I culti
domestici avevano luogo in un tempietto ricavato nella
casa, il lararium, dedicato ai Lan e ai Penati. Qui si
custodiva il sacro fuoco perenne e veniva inoltre
celebrato il culto funebre dei Mani. La venerazione
pubblica degli dei nell'epoca più antica avveniva nei
boschetti sacri e i riti si compivano sul muschio; più
tardi invece furono erette apposite arae (tavole per
libagione, altari) in pietra; raramente venivano costruiti
tempietti circolari. L'architettura italico-romana,
contrariamente a quella greca, che privilegiava la
costruzione di edifici sacri, era volta a esigenze
essenzialmente pratiche. A pari diritto trovavano posto,
l'una accanto all'altra, costruzioni di carattere sacro e
profano; un esempio di architettura di segno prettamente
funzionale è costituito dai fori ("mercati"). Ogni città
aveva il suo Foro, situato nel punto d'incrocio tra le due
strade principali, il cardo (asse sud-nord) e il decumanus
(asse est-ovest). La piazza del mercato, un ampio spazio
aperto circondato da colonnati, era il cuore della vita
pubblica.
Nei Foro
romano si trovava il comitium, dove si svolgevano le
assemblee popolari, con i rostra (rostri delle navi),
tribune per gli oratori, decorate con i rostri delle navi
catturate durante la battaglia di Anzio (338 a.C.) contro
i Latini. Vi era anche la curia, nella quale il senato
teneva le assemblee consiliari, le basiliche, adibite al
commercio e alle attività giuridiche, e la prigione di
stato. Qui sorgevano anche la regia, residenza dei
pontifex maximus, con l'archivio degli Annali e l'Atrium
Vestae. Nel Foro erano inoltre edificati gli archi di
trionfo per gli imperatori vittoriosi, in onore dei quali
lungo la via sacra avevano luogo i cortei trionfali. Una
pietra miliare d'oro (miliarium aureum) indicava la
distanza di Roma dalle più grandi città dell'impero. I
templi erano situati spesso al centro di un recinto sacro,
cui si accedeva attraverso un portale.
All'interno dei recinto potevano trovarsi inoltre camere o
atrii a colonne adibiti a particolari usi cultuali
(l'esempio più significativo a questo riguardo è
costituito dal tempio di Giove Eliopolitano a Baalbek,
nell'attuale Libano). Il recinto dei templi delle città
veniva chiamato, dal nome dei recinto dei principale
tempio di Roma, Campidoglio. Il tempio romano, secondo lo
schema etrusco, è generalmente costruito su di un alto
basamento (podium). Esso viene eretto in funzione di un
punto di vista centrale: vi si può infatti accedere solo
da un lato, tramite una scalinata: l'atrio d'ingresso al
tempio, per lo più quadrangolare, è evidenziato dalla
presenza di un vestibolo a colonne. Il tempio romano
racchiude, accanto a un vestibolo aperto, il sacrario
chiuso (cella), che si trova al centro dei tempio ed è
dotato di una porta in prevalenza volta a oriente.
All'interno della cella, in parte o completamente
circondata da un colonnato (peristilio), di fronte alla
porta, è posta l'immagine della divinità. I templi romani
sono per la maggior parte costruiti sulla base dei
periptero greco (religione greca ). Un esempio classico è
offerto dal tempio di Castore e Polluce nel Foro Romano.
Una versione particolare dei tempio quadrangolare è il
tempio doppio, che comprendeva i templi dedicati a due
divinità: ad esempio, a Roma, nel tempio di Venere e Roma
le absidi delle due cellae sono disposte testata contro
testata. Vi sono pure esempi di templi a forma circolare.Il
Pantheon (greco: pantes theoi, tutti gli dei),
originariamente dedicato ai sette dei planetari, è la
prima grande costruzione a pianta circolare eretta sul
suolo romano ed è l'unico edificio dell'antica Roma
conservatosi interamente.
Letteratura
Una forma
di scrittura sacra è rappresentata dai Libri Sibillini,
consigli delle divinità sulle sorti delle città e dei
regni. La profetessa Sibilla, trasferitasi da Kyme (in
Asia Minore) a Cuma (in Campania) avrebbe venduto questa
raccolta di oracoli al re romano Tarquinio Prisco. I Libri
Sibillini custoditi nell'ipogeo del tempio di Giove in
Campidoglio, vennero distrutti dall'incendio del tempio
nell'83 a.C. Nei 76 a.C. il senato entrò in possesso,
tramite i legati, di una nuova raccolta di circa mille
versi di oracoli sibillini provenienti dall'Asia Minore.
Augusto li fece custodire nei tempio da lui dedicato ad
Apollo sul Palatino, finché Stilicone, di origine vandala
(morto nel 408), l'effettivo arbitro dell'impero
d'Occidente sotto l'imperatore Onorio, li fece bruciare,
considerandoli " sostegno dei paganesimo". I Libri
Sibillini tuttora conservati sono di provenienza ebrea o
cristiana e sono databili tra il II sec. a.C. e il II d.C.;
essi si proponevano di diffondere, facendo leva
sull'autorità dell'antica Sibilla, la fede ebraica o
cristiana. Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.) è l'uomo
politico, scrittore e pensatore che introdusse e divulgò
nella romanità il pensiero filosofico greco, pur
sottoponendolo alla sua personale mediazione.
In quanto
allievo di Posidonio, egli aveva una certa propensione per
la teologia e l'etica dello Stoicismo; sebbene egli fosse
un àugure, aveva un atteggiamento critico nei confronti
della religione popolare. Nei suoi scritti Sulla natura
degli dei, Sulla divinazione, Sul bene più alto e Sui
doveri si occupò di questioni di etica e religione. Nelle
Tusculanae Disputationes dissertò intorno alle questioni
dell'immortalità dell'anima e nelle Leggi sistematizzò il
culto statale: l'esistenza di un ordine universale morale
superiore (lex naturalis) è il fondamento della dignità e
della forza delle leggi dello stato; la perdita della
pietas porterebbe disordine e confusione nella vita
pubblica e privata. Gli influssi del pensiero di Cicerone
sulla storia della religione e della teologia, e in
particolare sugli apologeti cristiani furono notevoli. Per
esempio la lettura dell'Hortensius costituì una svolta
nella vita di Agostino. Gli scritti di Cicerone hanno
avuto grande influenza sul pensiero dell'Umanesimo. Publio
Virgilio Marone (70-19 a.C.) si propose di fondere, su
esortazione di Augusto e Mecenate, la restaurazione
religiosa augustea con gli ideali dell'antica storia di
Roma.
Nell'Eneide egli cantò le mitiche origini dell'impero
attraverso le gesta di Enea, capostipite della gens Julia,
che per ordine della madre Venere partì da Troia ormai
distrutta per approdare dopo infinite peripezie nel Lasio.
Grazie al favore divino e alla fedeltà umana l'eroe
troiano poté così gettare le basi della futura grandezza
di Roma. Anche la quarta egloga delle Bucoliche di
Virgilio ottenne una grande risonanza religiosa; in essa
Virgilio annunciò la fine dell'età dei ferro e
l'approssimarsi dell'età aurea, preannunciata dalla
nascita di un fanciullo divino. Questo mito poetico venne
successivamente interpretato come prefigurazione
messianica dell'av-vento di Cristo. Da non dimenticare
inoltre che il pagano Virgilio fu una delle guide di Dante
nel viaggio oltremondano della Divina Commedia.
Publio
Ovidio Nasone (43 a.C.-17 d.C.) scrisse i quindici libri
delle Metamorfosi, assai importanti per la storia della
religione romana: esse rappresentano, tra l'altro, un
preziosissimo repertorio mitologico. Lo storico Tito Livio
(59 a.C.-l7 d.c.) descrisse, nella sua opera Ab urbe
condita (Dalla fondazione della città di Roma) in 142
libri, la storia romana, secondo l'autore guidata e
sorretta dalla "virtus romana" e dalla provvidenza divina.
Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.), uomo politico e
filosofo, fu maestro di Nerone e fu costretto ai suicidio
dallo stesso Nerone per aver partecipato alla congiura di
Pisone. Le sue trattazioni pedagogiche e morali mostrano
una forte inclinazione per il senso religioso della vita.
La sua etica venne altamente apprezzata in ambito
cristiano, come testimonia lo scambio epistolare apocrifo
con l'apostolo Paolo (Otto lettere di Seneca e sei di
Paolo). |