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Il pantheon


Indice:


APOLLO: Dio della Profezia

MARTE:  Dio della Guerra

DIANA:  Dea della caccia e della luna

ESCULAPIO: Dio della Medicina

MINERVA: Dea delle Arti, dei Mestieri e della Guerra

SATURNO:  Dio dei Cieli e Signore dei Titani

CERERE:  Dea del Grano

BACCO: Dio del Vino e della Vegetazione

CUPIDO:  Dio dell'Amore

TERRA:  La Terra Madre

VULCANO:  Dio del Fuoco

GIUNONE: Dea del Matrimonio e del Parto. Protettrice dei Viaggiatori, Ladri e Mercanti

MERCURIO:  Messaggero degli Dei

VESTA:  Protettrice della Casa

SOMNUS:  Dio del Sonno

PLUTONE:  Dio degli Inferi

NETTUNO: Dio del mare

ABBONDANZA: Moglie di Crono, Dea Madre

URANO: Dio del cielo e Padre dei Titani

GIOVE:  Signore degli dei

 

 

Al latino appartiene il termine religio, entrato poi in tutte le lingue moderne. Cicerone fa derivare questa parola da relegere (rileggere, ripassare, riconsiderare), il cui contrario è il verbo neglegere ( trascurare). Religio significa, quindi, prestare attenzione alla volontà divina, in contrasto con negligentia, che significa invece trascurarla. Fornendo questa etimologia, Cicerone illustra appieno il concetto di religione presso i Romani, per i quali essa è da intendersi come qualcosa che in nessun caso può essere trascurato, cui si deve scrupolosa obbedienza. La religione ufficiale degli abitanti della città di Roma, e poi dei cittadini dell'Impero Romano, vanta una storia più che millenaria. La "Dea Roma)) sta a testimoniare la profonda coscienza di sé e della propria missione del popolo romano: questa personificazione femminile della città di Roma fu oggetto di adorazione rituale e in suo onore vennero eretti templi, come il doppio tempio di Venere e Roma, consacrato nel 121 d.C. Per i Romani, mito e storia confluiscono entro una visione religiosa di carattere na7ionale e politico, in cui i fatti mitici acquistano efficacia incarnandosi nella pratica sacra dei presente. Tratto specifico della religiosità romana può considerarsi l'atteggiamento scarsamente speculativo, molto più attento alla valorizzazione delle realtà concrete e immediate della vita religiosa.

IL PANTHEON

Divinità locali

Al primo posto tra gli dei locali (dii indigeter) troviamo la somma triade divina, composta da Giove, Marte e da Quirino, il cui culto risale all'epoca dei re di Roma. Giove (luppiter, da Diupiter, Deus pater: Dio padre), grande dio della luce celeste, è al vertice del pantheon romano; è per i Romani un padre buono e premuroso in cielo. Numerosi sono gli appellativi di Giove a conferma della sua importanza: Lucetius, che porta la luce celeste, Fulgor, che lancia fulmini, Pluvius, che manda la pioggia, Tonans, i tuoni. Giove è, inoltre, dio dell'ordine morale, del diritto e della fedeltà. E detto anche Terminus, custode e garante dei confini; dio dei trattati, Juppiter Latiaris o Latialis era a capo della Lega Latina, nella quale Roma deteneva il predominio. Vigile contro ogni violazione dell'ordine, è anche chiamato Feretrius, (che colpisce). Il suo titolo più prestigioso è però quello di Optimus Maximus, e come tale Giove era la somma divinità del culto di stato romano.

All'epoca della repubblica egli era a capo della triade capitolina Giove, Giunone Regina e Minerva il cui tempio sorge sul Campidoglio. Il Tempio di Giove Capitolino, con le tre cappelle per le divinità allineate l'una di fianco all'altra, fu consacrato il primo anno della Repubblica (509 aC.) dal console M. Orazio ed è uno dei templi più antichi di Roma. All'interno del tempio erano custoditi il tesoro dello stato e, in una camera sotterranea, i Libri della Sibilla; in un primo tempo vi era ospitata anche la statua della lupa. Marte (Mars), che era con Giove e Quirino al vertice del culto di stato dell'antica Roma, un dio forte e protettore, signore della vita e della morte. Avendo generato con la vestale Rea Silvia i due gemelli Romolo e Remo, egli è considerato il capostipite dei popolo romano; conduce e guida le battaglie e per questo godeva di grande considerazione presso i Romani. Martius (Marzo) che gli è consacrato era il primo mese del calendario romano, a testimonianza della sua posizione dominante.


Marte riceve il sacrificio dei suovetaurilia e il suo culto è officiato dai sacerdoti salii, con danze in armi. Il suo emblema, conservato nel tempio di Vesta, è il giavellotto sacro. Il tempio promesso da Augusto in voto durante la lotta contro gli assassini di Cesare ed eretto nel Foro di Augusto fu dedicato proprio al dio della guerra vendicatore, Marte Ultore; qui furono conservate la spada di Cesare, le insegne restituite dai Parti e le cariatidi della tenda di Alessandro Magno. Quirino (Quirinus), originaria divinità dei Sabini che risiedevano sul colle del Quirinale, è il protettore degli agricoltori. In seguito, adorato come dio della guerra, veniva equiparato a Marte e, anche, identificato con Romolo. Con Giove e Marte fa parte della triade arcaica della religione romana. Giunone (Juno), dea di origine greco-etrusca, rappresenta l'aspetto femminile dei principio divino ed era venerata soprattutto come Giunone Sospita (redentrice). Con l'attributo di Lucina è dea della nascita, che aiuta a "venire alla luce", con quello di Moneta ammonisce e consiglia e come Giunone Curitis èarmata di lancia e scudo; con l'appellativo di Regina divenne, negli ultimi secoli dell'Impero, la massima divinità dei pantheon romano, insieme con Giove e Minerva, e fu venerata come madre e regina del cielo e protettrice delle donne, del matrimonio e della famiglia.

Ogni primo del mese venivano offerti sacrifici in suo onore e il mese di giugno fu a lei consacrato. Giano (Janus, da ianua, "porta"), una delle più antiche divinità di origine preromana, è una potenza tutelare che prende nome dalla porta di casa, attraverso la quale i mali raggiungono gli uomini. Giano entra a far parte del culto di stato in qualità di dio protettore di tutti gli inizi. Da lui deriva quindi il nome di gennaio così come quello dei Gianicolo, uno dei sette colli di Roma. Giano è raffigurato con un aspetto bifronte a indicare forse, in qualità di dio del corso del sole e del tempo, il sorgere e il calare dell'astro. A lui è dedicato nel Foro un arco con un doppio portale che era aperto in tempo di guerra e chiuso in tempo di pace (index pacis bellique). La testa di Giano è raffigurata anche sul recto delle monete di rame in corso a partire dal 300 a.C. (aes grave), mentre sui verso campeggia l'immagine della prua di una nave. Vesta, cui si indirizzavano sacrifici e offerte prima di ogni pasto, è la dea dei focolare domestico, luogo di culto e cuore della casa romana. Vesta era preposta anche alla tutela del fuoco sacro che ardeva all'interno di un tempio circolare, le cui fondamenta sono visibili tutt'oggi. Nel primo giorno dell'anno, una fiaccola portata dal tempio di Ve-sta provvedeva a ravvivare il fuoco di ogni casa.

L'accesso al tempio era vietato agli uomini, con l'eccezione dei pontfex maximus, al quale tuttavia era interdetto l'accesso alla parte più recondita, dove si conservava il santissimo "Palla-dio troiano", il tesoro protettore della città; questo era costituito da una statua opera di Pallade caduta dal cielo a Troia, narra il mito, e quindi condotta a Roma da Enea. Nel 394 d.C., in seguito alla proibizione della religione romana, il Palladio venne distrutto dall'ultima delle vestali, le sacerdotesse di Vesta, la dea vergine. Vulcano (Volcanus) è il dio del fuoco, che protegge dal pericolo degli incendi. Numerosi sono i templi a lui consacrati e lo stesso imperatore Domiziano dedicò a Vulcano un altare in ricordo dell'incendio di Roma avvenuto sotto Nerone. Le principali feste in onore di Vulcano, i Volcanalia, venivano celebrati il 23 agosto di ogni anno. Saturno (Saturnus, da serere, "seminare") è dio dell'agricoltura e protettore della semina. A Saturno, leggendario re dei Lazio, è connesso il mito dell'età aurea, durante la quale egli insegnò agli uomini l'agricoltura. Il tempio di Saturno, uno degli edifici romani più antichi (v secolo a.C.), fu sede di un culto particolarmente sentito. Al suo interno si custodiva il tesoro di stato, da cui l'edificio traeva il nome di aerarium.

Intorno al tempio si svolgevano i Saturnalia, un'antica festa del solstizio d'inverno, le cui celebrazioni iniziavano il 17 dicembre e continuavano per parecchi giorni. Accanto alle divinità di stato erano venerate anche divinità comuni, connesse alla sfera privata, come i Lan, i Penati e i Mani. I Lan furono originariamente divinità rurali protettrici dei campi (lares compitales), poi divennero i numi della casa e del focolare (lares familiares). Nella fe- sta dei lares compitales, i Compitalia, i proprietari di terreni tra loro confinanti. deponevano libagioni ai crocevia (compila). Ai laresfamiliares, ai Penati e alle altre divinità protettrici del focolare domestico venivano quotidianamente offerti cibi e bevande. Nei giorni di rito (le calende, le none, le idi) e nelle feste di famiglia, si apriva il lararium (il luogo in cui erano conservate le statue dei Lan) e si adornavano di fiori le loro immagini. I Penati (da penus, "dispensa) sono le divinità tutelari della dispensa e dell'economia. I penates familiares erano venerati nel focolare domestico e i penates publici nel Tempio di Vesta.A partire dall'età imperiale prese forma il culto dei Mani (dii manes o dei mani), le anime dei defunti, volto a guadagnarne la benevolenza.


Divinità straniere

Tra gli dei stranieri, cosiddetti novensides, si deve annoverare anzitutto Minerva: dea di origini greco- etrusche, èla protettrice delle professioni, e in particolare degli artigiani e delle arti, ma anche della sapienza e della pratica medica. Vergine, come Diana e Vesta, Minerva, diversamente da Atena, è dea della pace ma non della guerra. Nell'età repubblicana costituiva la triade capitouna in unione con Giove e Giunone. A Minerva fu consacrato il tempio al centro de! Foro Transitorio, costruito da Nerva (96-98 d.C.). Diana, come Giunone, rappresenta l'aspetto femminile del principio divino. la dea della luce, in particolare della luce lunare, e della caccia.

Come Vesta e Minerva è vergine e viene adorata dalle vergini romane nel tempio a lei dedicato sull'Aventino. Fortuna è la dea del destino, del caso e della sorte. Dopo la celebrazione del matrimonio, le spose offrivano a Fortuna Virgo i loro abiti da ragazza e i gioielli, mentre a Fortuna Muliebris era consacrato un tempio cui potevano accedere solo donne sposate. Ai Dioscuri (greco: (figli di Zeus), i gemelli Castore e Poiluce, è dedicato uno dei più famosi templi dei Foro Romano, eretto nel v secolo a.C. Questo tempio periptero corinzio, più tardi ricostruito da Tiberio, ospitò, come altri templi del Foro, anche le sedute dei Senato. Venere (Venus), in origine divinità dei giardini e della primavera, è considerata dea della bellezza e dell'amore. a mitica madre di Enea oltre che di Amore. A Roma le furono consacrati numerosi templi e cappelle. Il tempio di Venere Verticordia venne costruito nel II secolo aC., in segno di espiazione per la rottura dei voto di castità da parte di tre vestali.

Nel 46 a.C. Giulio Cesare fece erigere al centro del Foro Giulio, da lui fondato, il tempio di Venere Genetrix, madre di Enea e capostipite della famiglia Giulia. Tra le divinità di origine greca ( Greci, religione dei) si annoverano: Apollo e Cerere (Demetra), la coppia composta da Libero e Libera (Dioniso e Persefone), Mercurio (Ermes) e Nettuno (Poseidone). La dea Salus (latino: salute, benessere') è garante dei bene pubblico. Veniva invocata come Salus Populi Romani e nell'età imperiale era adorata come Salus Augusta; in seguito venne identificata con la greca Hygieia, dea della salute. Si devono citare inoltre Dite (Piutone, Ade), Proserpina (Persefone) e i due fratelli Sole (Elios) e Luna (Selene), ai quali è dedicato un tempio sull'Aventino. Di origine egizia è Iside, divinità che, durante il regno di Claudio (37-41 d.C.), fu oggetto di pubblica venerazione, con il tempio al Campo di Marte in cui pernottarono Vespasiano e Tito nel 71 d.C., dopo la guerra contro gli Ebrei.

Iside e Osiride, culto dei misteri di). Anche il culto di Serapide. al quale Caracalla fece erigere un sontuoso tempio sul Quirinale, è di origine egizia. Atargate. divinità siriana della fertilità, a Roma era nota come Dea Siria e, sotto Alessandro Severo (222-235 d.C.), le venne dedicato un tempio in Trastevere. 11 culto del dio siriano Sol Invictus Elagabal venne introdotto a Roma dall'imperatore Eliogabalo (218-222 d.C.), il quale, prima della sua ascesa al trono, era stato sacerdote del dio nella città sinana di Emesa. Aureliano (2 15-275 d.C.) consacrò al Sol Invictus un tempio a Roma e, nel 274 d.C., fissò nel giorno 25 dicembre il compleanno di Elagabal (Natalis Solis Invicti): la stessa data che più tardi i Cristiani latini adottarono per celebrare la nascita di Cristo. Nella religione romana si riscontrano frequenti fenomeni di sincretismo. cioè di fusione tra culti autoctoni e altri di provenienza soprattutto orientale: significativo l'esempio di Ma-Bellona, divinità originaria della Cappadocia.

il cui culto venne introdotto a Roma dai soldati di Silla e Pompeo. Queste divinità venivano incorporate entro il pantheon romano attraverso l'mi erpret allo, l'uso di applicare loro nomi latini: la dea Cibele, originaria della Frigia, venne ad esempio venerata dai Romani con il nome di Magna Mater ("la grande madre"). Il termine evocatio fa riferimento a un'altra consuetudine: nel corso degli assedi, i Romani invocavano te divinità protettrici della città nemica, facendo voto di istituire a Roma un luogo di culto a esse dedicato, allo scopo di indune ad abbandonare la difesa delle popolazioni avversarie. Lo storico Livio (59 a.C.- 17 d.C.) racconta che nel 369 aC. il comandante Camillo, prima di espugnare la città etrusca di Veio, esortò la dea Uni ad abbandonare i suoi templi e a trasferirsi a Roma.

Il sistema delle dodici divinità

Originariamente al vertice dei pantheon romano si trovava la triade formata da Giove, Marte e Quirino. poi sostituita da quella composta da Giove, Giunone e Minerva. Nell'anno 217 aC., sulle basi di un oracolo, venne concepito un sistema di dodici divinità articolato in sei coppie di divinità maggiori: Giove e Giunone. Nettuno e Minerva. Marte e Venere, Apollo e Diana, Vulcano e Vesta. Mercurio e Cerere. Un portico dei Campidoglio ricorda queste dodici divinità.Accanto alle divinità maggiori, dii maiores, figurava anche un consistente gruppo di divinità minori, dii minores. Tra le divinità minori vi è Pax, la dea della pace, alla quale venne dedicata da Augusto la celebre Ara Pacis, nel 9 a.C. nel Campo di Marte, e da Vespasiano un tempio, nel 75 d.C. nel Forum Pacis da lui edificato. In questo tempio erano custodite le famose opere d'arte della residenza di Nerone e i tesori che Tito portò con sé da Gerusalemme. Alla dea Concordia venne dedicato un tempio nel Foro come segno della riconciliazione tra patri7i e plebei.Questo tempio conteneva una raccolta dite-son d'arte e ospitava spesso le riunioni dei senatori. Altre divinità minori, in particolare divinità femminili, sono: Victoria, dea della vittoria. Hymen o Hymenaeus, il dio de! matrimonio, e Naenia, la dea del lamento funebre.

Il culto dell'imperatore

Nel periodo imperiale venne gradatamente introdotto il culto di colui che, avendo la massima autorità, impersonava lo stato. La giustificazione di questo culto si può riconoscere nella venerazione della divinità romana Genius (da gignere, generare, produrre, (fondare). In origine il Genio simboleggiava infatti la facoltà procreatrice divina insita nell'uomo, contraltare di quella femminile. Una decisione del Senato nel 29 a.C. stabili che al Genio di Augusto venissero tributate offerte in occasione di ogni banchetto pubblico e privato.

Mentre a Roma e in italia il culto dell'imperatore era prescritto solo dopo la sua morte, nelle province dell'Impero, per decisione dei senato, il sovrano veniva onorato già in vita. L'apoteosi (greco: "divinizzazione"), la solenne cerimonia di elevazione agli onori divini dell'imperatore o dei suoi parenti ebbe inizio con Ottaviano Augusto, che edificò in onore di Giulio Cesare (morto nel 44 a.C.) il tempio dei divus Giulio nel luogo del Foro dove era avvenuta la sua cremazione. Allo stesso Augusto, "salvatore del mondo", oggetto nei territori orientali dell'impero di venerazione divina già durante la vita, venne consacrato dopo la morte un tempio, così come in onore di Vespasiano (69-79) e di Tito (79-81) vennero innalzati templi dai successori. Antonino Pio (138-161) eresse nell'anno 145 un tempio nel Campo di Marte in onore del suo predecessore, Adriano (117-138). A sua volta il tempio di Antonino e Faustina sulla Via Sacra, di cui si conservano ancora dieci colonne, fu dedicato all'imperatore Antonino Pio e alla sua consorte.

A Marco Aurelio (16 1-180), l'imperatore-filosofo, venne eretto un tempio nel Campo di Marte dal figlio e successore Commodo (180-192). Ancora oggi, i resti di un edificio circolare dedicato ai divo Romolo sulla Via Sacra testimoniano che Massenzio fece edificare un tempio in onore del figlio Romolo, morto prematuramente e successivamente innalzato agli onori divini intorno al 307. Dal tempo dell'imperatore Diocleziano (284-305). divenne di uso comune venerare come divus l'imperatore già durante la vita; si pregava il suo Genio e si sacrificava dinanzi alla sua statua. L'ingresso dei Cesari nel cielo degli dei ufficiali era simbolicamente rappresentato dall'aquila, l'uccello di Zeus, che veniva liberata dopo le esequie dell'imperatore: un esempio celebre è l'apoteosi di Tito, riprodotta nella volta dell'arco dell'imperatore nel Foro.


L'ordine morale

Nel mondo romano, il diritto umano èstrettamente legato al superiore ordine divino: io ius divinum ("diritto divino") forniva ai cittadini le linee fondamentali di comportamento nei confronti della divinità. Un armonioso rapporto di concordia tra divinità e cittadini romani era definitapax deum ("pace degli dei").Il codice morale era sottoposto alla tutela degli dei, soprattutto di Giove, cosicché una violazione delle norme etiche era considerata un affronto fatto agli dei e poteva scatenare la maledizione divina sul malfattore: il sacrilegio tuttavia poteva essere espiato (expiatio). L'individuo, la cui vita è governata dal destino (fatum), doveva guadagnarsi l'aiuto delle divinità, secondo il principio espresso dalla frase do Ut des (io do, affinché tu dia). Delle due sfere della vita dei cittadino romano, la res publica e la res privata, la seconda veniva sempre subordinata alla prima. Valori fondamentali dei cittadino romano erano la virtus, la gloria, la libertas, la pietas (quest'ultima da intendersi come il rispetto e la pietà religiosa), la fides (la fedeltà), la dignitas (la stima generale) e la maiestas populi romani (la potenza e la grandezza del popoio romano), che era considerata il bene supremo.

Particolare importanza riveste nell'etica romana il concetto di pietas: inteso dapprima come sentimento di nspettosa devozione verso i genitori e i figli, passò poi a esprimere anche la venerazione per la comunità e lo stato. La ribellione agli dei, l'odio per i genitori e i fratelli, l'imbroglio, l'avarizia, l'infedeltà e il tradimento erano considerate gravi mancanze. A capo della famiglia era posto il padre (paler familias), con potere illimitato (patria potestas) sulla consorte (mater familias), i figli e gli schiavi. Il padre di famiglia imponeva l'ordine domestico attraverso la sua autorità. Diligentia, severitas e continenhia (nel senso, quest'ultima, di temperanza) dovevano caratterizzare il suo operato. La giovane generazione veniva educata secondo l'esempio degli anziani (mos maiorum). Nei confronti degli adulti i giovani dovevano mostrare modestia, reverentia, obsequium (obbedienza), verecundia (sincerità) e pudicitia. La disciplina domestica era fondamento di quella militare e con essa della grandezza e della potenza dello stato romano.


Riti dei ciclo della vita: matrimoni e usi funerari

Il giorno prima del matrimonio la sposa consacrava il suo abito da fanciulla a Venere o ai Lari.Il giorno delle nozze si traevano auspici; se erano favorevoli, gli sposi si porgevano la mano, dichiarando così la loro volontà di unione. Il giorno successivo al matrimonio, la giovane sposa compiva libagioni, per la prima volta a casa del marito. Vi erano diverse forme di unione matrimoniale, che era comunque rigorosamente monogama. Il rito della confarreatio (da farreum bibum, un dolce di frumento offerto durante la cerimonia al Genio del matrimonio) veniva celebrato religiosamente. L'unione era suggellata dinanzi al ponhifex maximus, al f/amen Dia/is (sacerdote di Giove) e dinanzi a dieci testimoni. Il matrimonio così concluso era indissolubile nei tempi antichi, mentre nel periodo imperiale era revocabile. In occasione della coemplio un accordo che sanciva il distacco della sposa dalla precedente condizione e il suo diritto di eredità veniva dichiarata l'unione matrimoniale senza elementi sacrali, dinanzi a cinque testimoni, e i futuri sposi si domandavano a vicenda se erano pronti a divenire paler familias e mater familias.

Il matrimonio attraverso usus (consuetudine") diventava valido, con una dichiarazione di entrambi i contraenti, dopo che la donna aveva abitato per un anno nella casa dell'uomo; la sua assenza per tre notti consecutive poteva annullare il matrimonio. Nel matrimonio sine in inanun convenlione entrambi i coniugi e i rispettivi padri rilasciavano una semplice dichiarazione. La donna restava sotto la pOlestas dei padre, e non diveniva di conseguenza niaterfamilias, ma soltanto uxor ("moglie"). Una simile unione poteva essere sciolta da entrambi i coniugi senza complicazioni formali. Per quanto riguarda invece il cerimoniale funebre, i morti venivano deposti su un letto circondato da candelabri e corone di fiori. Il corpo veniva poi seppellito o cremato dai parenti. I Romani conoscevano inizialmente solo la pratica dell'inumazione, mentre l'uso di cremare i morti e di raccoglierne le ceneri in urne, da riporre in apposite nicchie, derivò da influssi greci ed etruschi: per la somiglianza con le colombaie, i cimiteri di urne funerarie erano detti columbaria. Nel luogo della sepoltura venivano deposti anche alcuni oggetti, ritenuti utili al defunto durante la sua esistenza futura: per gli uomini armi e attrezzi di lavoro, per le donne cOsmetici e articoli da toeletta, per i bambini giocattoli.

Le necropoli, luoghi di sepoltura, erano situate al di fuori degli insediamenti abitativi. lungo le strade provinciali. La più famosa è quella sulla Via Appia Antica, la strada fatta costruire nell'anno 312 a.C. da Appio Claudio Cieco: essa unisce, con percorso rettilineo, Roma a Capua e fu la prima strada provinciale pavimentata della repubblica.


Riti dei ciclo annuale

Il calendario festivo dei Romani comprendeva, oltre alle feste private della famiglia e dei gruppi sociali, le feste di stato, stabilite di anno in anno. Verso la fine dell'età augustea erano previste 132 feste statali, di cui 45 con data fissa e 87 variabili. Il calendario festivo e feriale veniva stilato dai ponlifices e, a partire dal 304 a.C., gli elenchi furono regolarmente pubblicati. 1 dies fasli (da fas, "diritto") erano i giorni stabiliti dai pontifices, nei quali il diritto divino permetteva attività profane, intrattenimenti pubblici, e soprattutto assemblee popolari (dies cornitiales). Al contrario, i dies nefasti erano giorni nei quali non potevano aver luogo né sedute di tribunali, né assemblee popolari.

La vita politica occupava 49 dei 233 giorni lavorativi. Il saeculum (da serere, seminare, da cui il concetto dei succedersi delle stagioni e quindi del tempo) era alla base della cronologia romana. Paragonabile al greco aion ("era dei mondo"), l'età dei mondo veniva suddivisa in 10 saecula, ciascuna della durata di 100 anni. Ogni 100 anni si celebravano i centenari, collegati ai Ludi saeculares (giochi dei centenario); questi venivano indetti con lo scopo di espiare le colpe degli anni precedenti e di salutare l'inizio della nuova era. Celebrati per la prima volta nell'anno 249 a.C., durante la Prima Guerra Punica (264-241 a.C.). vennero di nuovo celebrati nel 146 a.C., dopo la terza (149-146 aC.). Il poeta romano Quinto Orazio FIacco (65-8 a,C.) compose il Carmen Saeculare, poema celebrativo del centenario nell'anno 17 a.C.. sotto l'imperatore Augusto. Questo carme, cantato l'ultimo giorno delle feste da un coro di ventisette giovani e ventisette fanciulle, si vere nell'animo dell'ascoltatore il significato religioso della festa dei centenario.

Tra le feste in onore degli dei sono da citare le Feriae Martis (feste di Marte) che aprivano, il primo di marzo, l'anno romano. Ogni cinque anni si festeggiava il Lustrum, con una processione all'altare di Marte conclusa da riti sacrificali. In onore della coppia di divinità Libero e Libera venivano festeggiati il 17 marzo i Liberalia, durante i quali i figli maschi adulti ricevevano la toga libera, la veste virile. 1119 aprile erano celebrati i Cerealia, in onore della dea della terra Cerere, venerata soprattutto dai plebei. Volpi con fiaccole ardenti attaccate alle code (simbolo di sciagura) venivano liberate nei campi e poi cacciate, per scongiurare gli incendi e le malattie del grano. I Parilia erano celebrati in onore di Pales, il protettore dei pastori e delle greggi. Il bestiame veniva portato dalle stalle ai pascoli estivi e i pastori e le greggi dovevano attraversare paglia e sterpi dati alle fiamme in segno di purificazione.

Gli Ambarvalia, che ricorrevano in maggio, erano un'antica festa della terra in onore di Marte, caratterizzata da tre processioni cuiminanti nel sacrificio di un maiale, una pecora e un toro (suovetaurilia). I Vestalia, le feste della dea Vesta, cadevano il 9 giugno ed erano celebrati soprattutto da fornai e mugnai. la cui attività dipendeva dai focolare. Anch'essi erano tra Le più antiche feste del calendario romano. I Consualia onoravano Consus, il protettore delle messi: la festa, durante la quale si usava inghirlandare le bestie da soma, avveniva il 21 agosto, dopo il raccolto dei grano, e il 15 dicembre, al termine della semina. In queste occasioni si svolgevano nel Circo Massimo corse di cavalli, asini e muli, affinché gli animali si liberassero dalle maledizioni. In onore di Vulcano, il dio del fuoco, si celebravano il 23 agosto i Volcanalia, proponeva di far rivinel corso dei quali venivano gettati pesci nel fuoco, con l'intento di offrire al dio una vittima sacrificale inconsueta per il suo elemento.

In onore di Saturno, il dio protettore della nuova semina, erano celebrati i Saturnalia, dapprima nella sola giornata dei 17 dicembre, poi anche nei due giorni successivi e infine nel corso di una intera settimana. La festa della semina e dei solstizio invernale rappresenta una delle più antiche e popolari feste nell'anno romano. Ci si scambiavano candele e piccoli doni ed erano sospese le distinzioni di classe: l'ordine sociale era rovesciato e i signori si trovavano a servire i loro schiavi. In concomitanza si teneva a spese dello stato un banchetto pubblico presso il tempio di Saturno e l'atmosfera di gioia veniva mantenuta nei giorni successivi con vari festeggiamenti. La maggior parte delle feste e delle processioni erano però celebrate in onore di Zeus, il dio sommo e padre degli dei. Il culmine della vita religiosa era rappresentato dalle Feriae lovis, che avevano luogo il 13 o il 15 di ogni mese ed eccezionalmente il 23 dicembre I Parentalia, feste di fine anno in ricordo dei genitori morti e dei parenti, duravano nove giorni (13-21 febbraio). L'ultimo giorno, detto Feralia, precedeva la festa della Cara C'ognatio ("cara parentela") o Caristia: tale festività rappresentava l'occasione per riunire intorno a un banchetto i membri della famiglia e riconciliare chi aveva rotto i legami di parentela.

La più antica festa dei Romani è probabilmente quella dei Lupercalia, celebrata il 15 febbraio, in onore di Fauno. Questo dio era chiamato Lupercus (da lupus, "lupo" e arcëre, "proteggere"), facendo riferimento alla sua funzione di allontanare i lupi dal gregge e favorire così l'attività dei pastori. Luogo di culto era la grotta del Fauno, situata sulle pendici occidentali del Palatino (lupercal, "cavità del lupo"), nella quale i gemelli Romolo e Remo vennero allattati dalla lupa. Dopo l'esposizione del capro espiatorio, aveva luogo una processione intorno al Palatino, promossa dai luperci, i sacerdoti dei dio Fauno. Il poeta Ovidio espone, nella sua opera dei Fasti, una trattazione poetica del calendario romano.


Riti quotidiani

La religione romana prescriveva la più severa osservanza per i precetti religiosi: importantissimo atto sacro era il sacrificium, l'offerta di una cosa o di una persona alla divinità. Nei sacrifici di sangue venivano offerti animali bianchi agli dei dei cielo e neri agli dei degli inferi. Le vittime erano condotte all'altare e immolate dal sacerdote preposto. A Giove, nella sua qualità di dio della fedeltà, veniva offerto, nella confarreatio ("matrimonio"), un agnello.Sui campi di battaglia avveniva invece il sacrificio, in onore di Marte, dei suovetaurilia (sus, "maiale"; ovis, "pecora"; taurus, "toro"). I sacrifici incruenti consistevano in dolci, frutti, grano, latte e vino. Tra i riti augurali sono da citare il lectisternium e, in tempi di carestia, il ver sacrum ("sacra primavera"), durante il quale si offrivano primizie primaverili. Nei corso di questi banchetti cerimoniali venivano disposte su dei cuscini le immagini degli dei allo scopo di rappresentare la loro presenza fisica.

L'origine di questi riti può essere rintracciata nei Libri Sibillini e cronologicamente fissa- ta al iv sec. a.C. Libation (da lihare, "offrire libagioni") era detta l'offerta cuItuale di liquidi (miele, latte, olio, acqua, vino) per le divinità e per i morti: nel caso dei defunti i liquidi venivano introdotti nelle tombe attraverso aperture speciali. Le preghiere venivano pronunciate secondo un formulano preciso l'esattezza sola conferiva efficacia la mattina, la sera, a tavola e in tutte le occasioni importanti. Il comandante di un esercito pregava gli dei prima e dopo la battaglia. L'invocazione alle divinità nella preghiera era ritenuta sancta, venerabilis, aeterna, bona, optima, magna, potens. omnipotens e pulchra. Le suppliche, pubblici riti di preghiera, venivano rivolte alle divinità da tutti gli adulti, uomini e donne, i primi a capo scoperto e le seconde con corone sulle teste e rami di alloro nelle mani.

Questi riti, associati alla visita di tutti i templi di Roma, avevano lo scopo di ottenere l'indulgenza degli dei per l'intera comunità. Più tardi si trasformarono in feste di ringraziamento (con il tributo di onori ai comandanti vittoriosi), e vennero celebrate per ordine dei consoli o dei senato. In età repubblicana i consoli formula-vano regolarmente, all'inizio di ogni anno, voti per il bene dello stato e nello stesso tempo ottemperavano a quelli dell'anno passato. Nel periodo imperiale i voti, che erano indirizzati principalmente al bene dell'imperatore, venivano pronunciati anche prima delle battaglie: le prede di guerra, frutto della benevolenza degli dei, rappresentavano l'elemento più importante durante il trionfo del comandante vittorioso. Il pragmatismo religioso dei Romani li induceva a riconoscere l'efficacia dei voti e a offrire i doni scdo dopo che la preghiera era stata esaudita. Il giuramento era sacro e valeva come pegno di fedeltà e sincerità in tutti gli ambiti della vita cittadina, ed era considerato come una sorta di riconoscimento dell'onniscienza e della giustizia divina; lo spergiuro veniva originariamente punito con la pena di morte. Il giuramento più sacro e più antico dei Romani era quello pronunciato dai sacerdoti di Giove e convalidato dal lancio della pietra dei tuono, simbolo del padre degli dei. La formula del giuramento così recitava: Con l'aiuto degli àuguri, i sacerdoti che traevano gli auspici (da auspicium, "osservazione degli uccelli"), i Romani interrogavano le divinità sulle loro intenzioni circa le imprese progettate.

A questi sacerdoti competeva lo studio del volo degli uccelli, attraverso l'osservazione delle direzioni e delle velocità, o ancora l'analisi del comportamento dei polli nel beccare il cibo: era ritenuto un auspicio positivo, ad esempio, il fatto che i polli si precipitassero avidi sul loro becchime. Il prodigium (previsto, "presagio") era per i Romani l'espressione dell'indignazione divina e l'indizio di un pericolo per io stato, che si tentava di allontanare con l'ausilio dei remedia desunti dai Libri Sibillini per propiziarsi gli dei.

Ministri del culto

Secondo l'ipotesi tradizionale, non da tutti condivisa, in origine l'attività religiosa competeva al solo paler familias. In seguito si creò una suddivisione delle funzioni tra culti privati (sacra privata pro gentibus) e culti di stato (sacra publica pro populo romano), riservati alla classe dei sacerdoti. I sacerdotes apontifices (forse il termine significa "costruttori di ponti") erano riuniti in un collegio costituito inizialmente da sei membri e più tardi, al tempo di Cesare, da sedici. Il collegio sacerdotale era dapprima prerogativa dei patrizi, ma dal IV secolo a.C. circa la metà dei membri era reclutata tra i plebei.I pontifices erano responsabili dell'osservanza delle leggi religiose e delle prescrizioni dei culto. A loro spettava compilare il calendario festivo, fissare il cerimoniale dei riti e formulare i testi delle preghiere e dei voti pubblici; dovevano inoltre sovrintendere alle attività cultuali dei complesso dei sacerdoti e stabilire le pene per le mancanze religiose.

Il collegio dei pontifices che, dopo la caduta dell'antica monarchia romana, assunse su di sé tutte le funzioni sacerdotali, era presieduto dal pontifex maximus; fra i pontifices assunse particolare rilievo il rex sacrorum o rex sacrificulus (re dei culto, dei sacrifici). In origine eletto dal re, il pontifex maximus durante la repubblica veniva designato dai ponhifices, poi dal popoio e, nel periodo imperiale, dal senato, con incarico illimitato. Dal suo titolo si presume che la funzione originaria di questo sacerdote consistesse, secondo una delle tante ipotesi, nel fissare il percorso, stabilito dagli dei, per la comunità in migrazione o per le spedizioni militari. Come soprintendente dell'originario collegio sacerdotale egli era, dopo la caduta della monarchia, l'effettivo sostituto dei sovrano nelle funzioni sacrali e aveva la propria residenza nella regia (reggia) del Foro. Cesare fu il primo padrone incontrastato di Roma ad assumere il titolo di pontifex maximus; a lui seguì Augusto nel 12 a.C.; gli imperatori successivi lo conservarono sino al 378, anno in cui l'imperatore romano d'Occidente Graziano (375-383 d.C.) abolì titolo e carica.

Nel v secolo, soprattutto a partire da papa Leone i (440-46 1), il titolo di pontifex maximus indicò la suprema autorità cristiana. Nel trapasso dall'età monarchica a quella repubblicana anche i compiti della regina, preposta al culto di Vesta, vennero assunti da un organo collegiale: in origine la regina era l'unica vestale così come il re era l'unico sacerdote di Giano. Successivamente le vestali divennero due, poi quattro infine sei: esse provenivano da famiglie patrizie e si impegnavano a servire Vesta per trent'anni. La fanciulla destinata al ruolo di vestale doveva iniziare l'apprendistato a dieci anni, esercitare le funzioni effettive dai venti ai trent'anni e infine comunicare il proprio sapere alla successiva leva di aspiranti. Nell'atrium Vestae, situato accanto al tempio, nel Foro, le vestali conducevano, sotto la guida della virgo maxima, una vita comunitaria. Erano vestite con una lunga veste bianca e portavano intorno al capo la benda sacerdotale (vitta); durante i sacrifici indossavano inoltre uno spesso velo. Compito delle vestali era di attingere l'acqua alla fonte della ninfa Carmena nel boschetto di Egeria, pregare per Roma e in determinati giorni condurre al focolare adibito ai riti pubblici vittime sacrificali. Come sacerdotesse di Vesta, la dea del fuoco, il loro compito primario era però quello di custodire il fuoco sacro. Se il fuoco si spegneva, era segno di grande sventura, e doveva essere riacceso con i raggi del sole.


La vestale colpevole veniva flagellata dal pontifex maximus. Quando le vestali lasciavano la loro dimora per occasioni solenni, un lictor consegnava loro le fasces. Se sul loro cammino incontravano un malfattore, condannato all'esecuzione capitale, a questi veniva concesso di vivere. In teatro avevano posti riservati come le più alte autorità di stato. La loro testimonianza valeva anche senza giuramento: chi le offendeva era punito con la morte. Le vestali, onorate col titolo onorifico di virgines sanctae, avevano l'obbligo di restare nubili: se trasgredivano il voto di castità, venivano sepolte vive. Solo dopo il trentesimo anno di servizio era loro concesso il matrimonio. Le vestali godevano di alta considerazione e di particolari onori, aboliti solo nel iv sec. d.C. dall'imperatore Graziano. Già durante la monarchia esisteva la figura del flamen (flamine, "sacerdote"). Le cariche dei tre grandi flamines (jiamines maiores), consacrati a Giove, Marte e Quirino, erano riservate ai patrizi. Il flamen Dialis, il sacerdote di Giove, occupava in Roma il grado più alto. Godeva di numerosi privilegi, come la scorta di un lictor, la sella cui-lis ( sedia curule, riservata ai più alti magistrati) e la toga praetexta (toga pretesta, ornata di una lista di porpora), ma aveva anche particolari doveri: preservarsi dall'impurità, non trattenersi la notte fuori dalla città, non cavalcare, non prestare giuramenti.

In caso di morte della moglie (la flaminica), il flamen Dialis doveva rinunciare alle sue funzioni. La flaminica, sacerdotessa di Giuno ne, ne incarnava in un certo senso l'essenza e, in qualità di moglie del Flamen Dialis, doveva contrarre il matrimonio secondo la formula della confarreatio. Anche la sua vita era regolata da precise prescrizioni: così ella doveva sempre indossare l'abito da sposa con velo purpureo e una corona di fiori. Nei giorni solenni le era rigorosamente vietato mostrarsi in pubblico con il marito. Ai f/amines maiores appartenevano anche il Flamen Martialis e il Flamen Quirinalis. I flamines minores erano dodici, al servizio di divinità minori. Poiché ogni azione ufficiale doveva avere l'approvazione degli dei, la volontà divina veniva interpretata attraverso segni. Gli auguri (augures, "indovini", "veggenti") formavano un collegio di quindici sacerdoti: a loro, come si è visto, spettava interpretare la volontà divina, attraverso l'osservazione del volo degli uccelli (auspicia colestia) o dell'atteggiamento degli animali (auspicia terrestria).

Prima di ogni importante impresa gli auguri dovevano esercitare la loro funzione e svelare i propositi delle divinità circa gli esiti dell'azione. Il loro emblema era il lituo (lituus), un bastone magico. Accanto agli àuguri c'erano gli aruspici (haruspices) di tradizione etrusca, organizzati in un collegio composto da sessanta membri, incaricati di decifrare il volere divino dalle intenora delle vittime sacrificali. I quindecim viri sacris faciundis erano incaricati di custodire e interpretare i Libri Sibillini, i testi sacri in cui si trovavano riunite le principali profezie circa gli eventi a venire e insieme le misure atte a scongiurarne gli effetti negativi. Per ovviare all'abuso, i Libri venivano consultati soltanto per decisione del senato. Su indicazione dell'oracolo sibillino il collegio introdusse importanti innovazioni nel culto: così, ad esempio, nel 493 a.C. fu istituita la triade di Cerere, Libero e Libera. Accanto a sacerdoti e a sacerdotesse vi erano vere e proprie confraternite religiose. che si riunivano in giorni stabiliti per la pratica del culto.

Tra di loro vi erano i già citati Iuperci (compagni del lupo): un collegio di sacerdoti a servizio di Fauno, il dio della fertilità animale occasione dei Lupercalia essi davano vita a una suggestiva cerimonia in cui erano condotti in processione alcuni caproni destinati al sacrificio; nel corso dei rito le donne incontrate lungo il percorso venivano colpite con le cinghie ricavate dalle pelli degli animali sacrificati, per trasmettere loro la fertilità. I sa/li (saltatori) erano riuniti in un collegio originariamente costituito da dodici, poi da ventiquattro sacerdoti, devoti al dio della guerra Marte (anche a Quirino). Per questo indossavano rigorosamente la divisa militare. All'inizio e alla fine della guerra e in marzo e ottobre, il loro canto e le loro danze avevano la funzione di purificare l'esercito e le armi. Gli arva/es ofratres arvales (fratelli arvali, fratelli del campo seminato) onoravano Marte, Dia, dea della fecondità, e i Lan. In occasione degli Ambarvalia, in maggio, essi cantavano il Carmen arva/e, il più antico documento letterario romano conservato. I fetiales (araldi di guerra) erano riuniti in un collegio di venti sacerdoti, consacrati a Giove. Erano garanti del rispetto delle norme giuridiche internazionali, stipulavano patti con rigorose forme rituali e suggerivano le tattiche di guerra.


Luoghi di culto e templi

I culti domestici avevano luogo in un tempietto ricavato nella casa, il lararium, dedicato ai Lan e ai Penati. Qui si custodiva il sacro fuoco perenne e veniva inoltre celebrato il culto funebre dei Mani. La venerazione pubblica degli dei nell'epoca più antica avveniva nei boschetti sacri e i riti si compivano sul muschio; più tardi invece furono erette apposite arae (tavole per libagione, altari) in pietra; raramente venivano costruiti tempietti circolari. L'architettura italico-romana, contrariamente a quella greca, che privilegiava la costruzione di edifici sacri, era volta a esigenze essenzialmente pratiche. A pari diritto trovavano posto, l'una accanto all'altra, costruzioni di carattere sacro e profano; un esempio di architettura di segno prettamente funzionale è costituito dai fori ("mercati"). Ogni città aveva il suo Foro, situato nel punto d'incrocio tra le due strade principali, il cardo (asse sud-nord) e il decumanus (asse est-ovest). La piazza del mercato, un ampio spazio aperto circondato da colonnati, era il cuore della vita pubblica.

Nei Foro romano si trovava il comitium, dove si svolgevano le assemblee popolari, con i rostra (rostri delle navi), tribune per gli oratori, decorate con i rostri delle navi catturate durante la battaglia di Anzio (338 a.C.) contro i Latini. Vi era anche la curia, nella quale il senato teneva le assemblee consiliari, le basiliche, adibite al commercio e alle attività giuridiche, e la prigione di stato. Qui sorgevano anche la regia, residenza dei pontifex maximus, con l'archivio degli Annali e l'Atrium Vestae. Nel Foro erano inoltre edificati gli archi di trionfo per gli imperatori vittoriosi, in onore dei quali lungo la via sacra avevano luogo i cortei trionfali. Una pietra miliare d'oro (miliarium aureum) indicava la distanza di Roma dalle più grandi città dell'impero. I templi erano situati spesso al centro di un recinto sacro, cui si accedeva attraverso un portale.

All'interno dei recinto potevano trovarsi inoltre camere o atrii a colonne adibiti a particolari usi cultuali (l'esempio più significativo a questo riguardo è costituito dal tempio di Giove Eliopolitano a Baalbek, nell'attuale Libano). Il recinto dei templi delle città veniva chiamato, dal nome dei recinto dei principale tempio di Roma, Campidoglio. Il tempio romano, secondo lo schema etrusco, è generalmente costruito su di un alto basamento (podium). Esso viene eretto in funzione di un punto di vista centrale: vi si può infatti accedere solo da un lato, tramite una scalinata: l'atrio d'ingresso al tempio, per lo più quadrangolare, è evidenziato dalla presenza di un vestibolo a colonne. Il tempio romano racchiude, accanto a un vestibolo aperto, il sacrario chiuso (cella), che si trova al centro dei tempio ed è dotato di una porta in prevalenza volta a oriente.

All'interno della cella, in parte o completamente circondata da un colonnato (peristilio), di fronte alla porta, è posta l'immagine della divinità. I templi romani sono per la maggior parte costruiti sulla base dei periptero greco (religione greca ). Un esempio classico è offerto dal tempio di Castore e Polluce nel Foro Romano. Una versione particolare dei tempio quadrangolare è il tempio doppio, che comprendeva i templi dedicati a due divinità: ad esempio, a Roma, nel tempio di Venere e Roma le absidi delle due cellae sono disposte testata contro testata. Vi sono pure esempi di templi a forma circolare.Il Pantheon (greco: pantes theoi, tutti gli dei), originariamente dedicato ai sette dei planetari, è la prima grande costruzione a pianta circolare eretta sul suolo romano ed è l'unico edificio dell'antica Roma conservatosi interamente.


Letteratura

Una forma di scrittura sacra è rappresentata dai Libri Sibillini, consigli delle divinità sulle sorti delle città e dei regni. La profetessa Sibilla, trasferitasi da Kyme (in Asia Minore) a Cuma (in Campania) avrebbe venduto questa raccolta di oracoli al re romano Tarquinio Prisco. I Libri Sibillini custoditi nell'ipogeo del tempio di Giove in Campidoglio, vennero distrutti dall'incendio del tempio nell'83 a.C. Nei 76 a.C. il senato entrò in possesso, tramite i legati, di una nuova raccolta di circa mille versi di oracoli sibillini provenienti dall'Asia Minore. Augusto li fece custodire nei tempio da lui dedicato ad Apollo sul Palatino, finché Stilicone, di origine vandala (morto nel 408), l'effettivo arbitro dell'impero d'Occidente sotto l'imperatore Onorio, li fece bruciare, considerandoli " sostegno dei paganesimo". I Libri Sibillini tuttora conservati sono di provenienza ebrea o cristiana e sono databili tra il II sec. a.C. e il II d.C.; essi si proponevano di diffondere, facendo leva sull'autorità dell'antica Sibilla, la fede ebraica o cristiana. Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.) è l'uomo politico, scrittore e pensatore che introdusse e divulgò nella romanità il pensiero filosofico greco, pur sottoponendolo alla sua personale mediazione.

In quanto allievo di Posidonio, egli aveva una certa propensione per la teologia e l'etica dello Stoicismo; sebbene egli fosse un àugure, aveva un atteggiamento critico nei confronti della religione popolare. Nei suoi scritti Sulla natura degli dei, Sulla divinazione, Sul bene più alto e Sui doveri si occupò di questioni di etica e religione. Nelle Tusculanae Disputationes dissertò intorno alle questioni dell'immortalità dell'anima e nelle Leggi sistematizzò il culto statale: l'esistenza di un ordine universale morale superiore (lex naturalis) è il fondamento della dignità e della forza delle leggi dello stato; la perdita della pietas porterebbe disordine e confusione nella vita pubblica e privata. Gli influssi del pensiero di Cicerone sulla storia della religione e della teologia, e in particolare sugli apologeti cristiani furono notevoli. Per esempio la lettura dell'Hortensius costituì una svolta nella vita di Agostino. Gli scritti di Cicerone hanno avuto grande influenza sul pensiero dell'Umanesimo. Publio Virgilio Marone (70-19 a.C.) si propose di fondere, su esortazione di Augusto e Mecenate, la restaurazione religiosa augustea con gli ideali dell'antica storia di Roma.

Nell'Eneide egli cantò le mitiche origini dell'impero attraverso le gesta di Enea, capostipite della gens Julia, che per ordine della madre Venere partì da Troia ormai distrutta per approdare dopo infinite peripezie nel Lasio. Grazie al favore divino e alla fedeltà umana l'eroe troiano poté così gettare le basi della futura grandezza di Roma. Anche la quarta egloga delle Bucoliche di Virgilio ottenne una grande risonanza religiosa; in essa Virgilio annunciò la fine dell'età dei ferro e l'approssimarsi dell'età aurea, preannunciata dalla nascita di un fanciullo divino. Questo mito poetico venne successivamente interpretato come prefigurazione messianica dell'av-vento di Cristo. Da non dimenticare inoltre che il pagano Virgilio fu una delle guide di Dante nel viaggio oltremondano della Divina Commedia.

Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-17 d.C.) scrisse i quindici libri delle Metamorfosi, assai importanti per la storia della religione romana: esse rappresentano, tra l'altro, un preziosissimo repertorio mitologico. Lo storico Tito Livio (59 a.C.-l7 d.c.) descrisse, nella sua opera Ab urbe condita (Dalla fondazione della città di Roma) in 142 libri, la storia romana, secondo l'autore guidata e sorretta dalla "virtus romana" e dalla provvidenza divina. Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.), uomo politico e filosofo, fu maestro di Nerone e fu costretto ai suicidio dallo stesso Nerone per aver partecipato alla congiura di Pisone. Le sue trattazioni pedagogiche e morali mostrano una forte inclinazione per il senso religioso della vita. La sua etica venne altamente apprezzata in ambito cristiano, come testimonia lo scambio epistolare apocrifo con l'apostolo Paolo (Otto lettere di Seneca e sei di Paolo).

 


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