|
La vita è un mistero. Che banale eufemismo, vero?
In effetti, si tratta di una frase che abbiamo sentito e detto tutti,
almeno una volta nel corso della nostra misteriosa vita. Tuttavia
rappresenta un'innegabile verità.
Che, per dirla con Shakespeare, "Ci sono più cose tra cielo e terra,
di quante ne contenga la tua filosofia", lo sappiamo tutti. Un po'
più difficile, è ammetterlo veramente; a partire da quello che si accetta
"dentro di sé". Ogni evento ed ogni fatto che costituiscono la nostra
tanto cara "realtà quotidiana" sembrano parlarci di un universo dominato
da leggi precise, al più sconosciute, ma che un giorno arriveremo a
comprendere. Di fronte ai tanti misteri ancora irrisolti, una volta
superato il primo ostacolo consistente nell'impossibilità logica di
negarne l'esistenza, l'uomo comune eleva una seconda barriera protettiva
dalle nebbie dell'ignoto: quella di ritenere che, il sapere umano e la sua
scienza saranno certamente in grado, prima o poi, di far rientrare tutto
nello schema, in quella bella confezione accademica che tanto ci
rassicura.
Purtroppo però le cose non stanno così. Non è gran che consolante, né
culturalmente etico, far sfoggio di virtuosismi culural-nozionistici o di
argomentazioni dialettiche più o meno condivisibili allo scopo di sminuire
il valore intrinseco del "mistero", il quale è e resta un valore
"trasversale", che attraversa, cioè, ogni aspetto della nostra realtà,
anche quello che crediamo come sicuro e ben definito. Ogni nostra
certezza, infatti, potrebbe essere demolita, da un giorno all'altro, da
una nuova rivoluzionaria scoperta. Fino a quel giorno, certo, si potrà,
giustamente, prendere l'insieme delle nozioni acquisite come "parametro di
valutazione per proseguire oltre", per fare il successivo passettino verso
la comprensione di ciò che ancora non riusciamo a spiegare. Ma da qui a
fare del proprio sapere nozionistico un alibi, tutto psicologico, per
minimizzare e mettere all'angolo chi parla di misteri, il passo è breve.
Quasi che il discutere di argomenti ignoti o di casi irrisolti nel vasto
panorama dei misteri costituisca un pretesto per partecipare ad una sorta
di "Rischiatutto" culturale, nel quale ognuno cerca di dimostrare quante
più nozioni sa e quanto più è abile nel presentarle. Ogni occasione è
buona per sciorinare postulati e "perle" di cultura accademica. Nella
realtà, però, non esistono Mike Buongiorno che sono pronti a gridare
"Allegria…!" e ad incoronare qualche nuova stella dei quiz
nazional-popolari.
Avvicinarsi ai misteri dell'Universo (o degli universi) richiede ben
diverso approccio e, sempre, una costante e rinnovata umiltà di fondo.
Bisogna sempre essere pronti a rimettere in discussione quello che
costituisce le fondamenta del nostro cosiddetto "sapere" e, di fronte ad
un fatto non chiaro, di cui non si hanno precise spiegazioni appurate,
nessuno può permettersi di azzardare valutazioni del tipo: "questo non
costituisce un mistero", poiché, magari, anche il motivo vero di ciò che
lo ha indotto a questa affermazione è di per sé un mistero...
Insomma, gli sfoggi di pseudosapienza non servono a granché: magari solo a
procurarsi un pubblico di plaudenti parzialità...
Ma non è questo l'obiettivo primario né certo il più nobile dell'uomo che
cerca la verità.
Il termine "mistero" deriva dal greco "mystes", ovvero "iniziato", che,
con ogni probabilità, deriva, a sua volta, dal verbo "myein", che
significa "preservare la segretezza", tenendo occhi e bocca chiusi.
|
|
Anticamente, si sviluppò una vera e
propria forma di culto per i "misteri". Possiamo dire che i misteri
stessi rappresentassero le segrete conoscenze di una casta nella
casta sacerdotale di più di un sistema religioso. Tutti conoscono,
ad esempio, i misteri Eleusini, celebrati in onore di Demetra, dea
greca della Terra e di sua figlia Persefone. Queste divinità del
mondo ellenico divennero poi, presso i latini, rispettivamente
Cerere e Proserpina, ma il culto di fondo resta. Ricordo anche i
Misteri Orfici, che venivano coltivati e preservati in onore a
Dioniso.
Non c'è dubbio che i "misteri" rappresentino la più antica forma di
religiosità, ed è appurato che la sua origine è antichissima ed
orientale. C'è però un comune denominatore che si ritrova in tutti i
culti misterici, un insieme di consapevolezze che possiamo
riassumere con questi termini:
- Il principio generativo;
- Il principio ricettivo o di "fecondità";
- Il principio "terrestre", dove la Terra è vista come "madre";
- L'importanza dei cicli stagionali;
- L'aspetto mistico energetico del nostro astro, il Sole;
- Infine, il concetto generale che tutto l'Universo è pervaso da una
forma di "energia vitale". |
Queste consapevolezze, che ci possono
sembrare uscite da uno dei milioni di testi New-Age oggi in circolazione,
fanno parte, in realtà, del comune patrimonio sapienziale della razza
umana ed emergono prepotentemente proprio nelle epoche in cui il nostro
"sapere parziale" pretenderebbe di soffocarle.
Potremmo dire, un po' provocatoriamente, che si tratta di consapevolezze
che abbiamo nel DNA e con le quali è inutile non voler fare i conti o
fingere di ignorarle. Se, su una superficie limitata, si preme una bolla
d'aria da una parte, l'aria ne farà un'altra in una zona diversa.
Ecco perché, parlare di "misteri" vuol dire porsi di fronte all'Universo
con la disponibilità di chi sa di non sapere. Questo significa,
essenzialmente, rispettare ogni idea, ogni proposta, ogni intuizione. Nel
giusto raffronto con ciò che si conosce, però, è assolutamente
indispensabile, nonché etico, stare ben attenti a non ergersi mai giudici
di pseudo "possibilità" o "impossibilità", ma lasciare, invece, che
l'interesse catturi la nostra attenzione di uomini "colti", uomini che,
però, non devono mai dimenticare di "non sapere".
E ci conviene, se vogliamo evitare gli errori del passato e, soprattutto,
non mentire a noi stessi… |