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da ITIS MOLINARI

"e i meno sciocchi, arditi amanti della Demenza,
che fuggendo il grande gregge recintato dal Destino,
si rifugiano nell'oppio senza fine."

(Ch. Baudelaire, "Il viaggio ",lesfleurs"> I fiori del male, trad. A.Bertolucci)

"Gli ambienti, le atmosfere, di cui ogni racconto dev'essere impregnato"
(vedi "Usher" in riferimento alle sensazioni profonde dell' hashish e dell'oppio) "

(Ch. Baudelaire, Razzi, op.cit.)

"De Quincey De Quincey nelle "Confessioni di un mangiatore d'oppio" (1821) scriverà "L'essenza di tutto il mio libro, scopo finale del racconto, quello per cui mi sono accinto a scrivere, sono i sogni." (Sul sogno).

Gli anni seguenti, però, quando mi tornò più appieno l'entusiasmo, cedetti alla mia naturale inclinazione verso la vita solitaria. A quel tempo, dopo aver preso l'oppio, m'immergevo spesso in tali fantasticherie; e molte volte m'accadde, durante una notte estiva - seduto presso una finestra aperta, da cui potevo scorgere sotto, a un miglio di distanza, il mare, e al tempo stesso dominare la scena d'una vasta città che si stendeva su un raggio diverso, ma quasi alla stessa distanza - di restar lì ore e ore, dal tramonto all'alba, immoto quasi fossi indurito dal gelo, incosciente di me e divenuto quasi un oggetto qualunque della multiforme scena che contemplavo dall'alto. Tale spettacolo, in tutti i suoi elementi, contemplavo spesso dalla dolce collina di Everton. Alla sinistra si stendeva la città di Liverpool dalle mille lingue, alla destra il mare multiforme; era una scena che mi colpiva come una rappresentazione tipica di quanto passava nelle mie fantasticherie. La città di Liverpool rappresentava la terra, coi suoi dolori e le sue tombe, remoti da me, ma tuttavia non invisibili né del tutto dimenticati. Nel suo moto, eterno ma dolce, l'oceano, sul quale covava una calma angelica, rappresentava in certo modo il mio spirito e i pensieri che allora lo cullavano languidamente. Mi sentivo, come per la prima volta, lontano, estraneo ai tumulti della vita: il clamore, la febbre, la lotta eran sospesi; una sosta era concessa alle segrete oppressioni del cuore.... una specie di giorno festivo, una specie di tregua agli umani travagli. Le speranze, infioranti i sentieri della vita, si fondevano con la pace propria della tomba; i moti del mio intelletto erano instancabili come i cieli, ma tutte le angosce si placavano in una calma alcionia; su tutto regnava una tranquillità, non frutto d'inerzia, ma risultato d'un equilibrio di forze contrarie ed eguali; infinita energia, infinito riposo.

(Th. De Quincey, "Le confessioni di un mangiatore d'oppio",Op. Cit.)

NOTA: Il titolo originale in inglese era: "Confessione di un inglese mangiatore d'oppio".
" Un inglese" sta per "gentleman", consumatore d'oppio ma pur sempre uomo di cultura, "amateur" dell'oppio. Nel 1860 Baudelaire tradurrà "Le confessioni" di De Quincey

Samuel Coleridge Anche lui "mangiatore d'oppio" e amico di De Quincey ("Il Coleridge, la sola persona nota al pubblico per avervi sistematicamente indulto molti anni, non poteva certo essere considerato un imparziale relatore della storia e del progresso dell'oppio" Cit. pag. 285). I versi che citiamo sono di straordinaria visionarietà; si pensi al successivo racconto di Poe "Manoscritto trovato in una bottiglia" e al "Battello ebbro" di Rimbaud.

(S.Coleridge, "Ballata del vecchio marinaio" Trad. B. Fenoglio Op. Cit.)

Balzac "Devo a George Sand la chiave di questo tesoro; ma ammetto soltanto lo houka dell'India, o il narghilé della Persia. Quanto a godimenti materiali, gli orientali ci sono nettamente superiori. Lo houka, come il narghilé, è un apparecchio molto elegante, che offre agli occhi forme inquietanti e bizzarre, capaci di dare una sorta di superiorità aristocratica a colui che se ne serve di fronte a un borghese stupefatto. E' un serbatoio, panciuto come un vaso giapponese, che sostiene una specie di ciotola di terracotta dove brucia il tabacco o il patchouli, la sostanza di cui si aspira il fumo, perché si possono fumare vari prodotti botanici, uno più piacevole dell'altro. Il fumo passa attraverso lunghi tubi di cuoio, di alcune àune, ricoperti di seta e fili d'argento; il becco di questi tubi è immerso nel vaso al dì sopra dell'acqua profumata che vi è contenuta, e nella quale affonda il tubo che scende dal fornello superiore. La vostra aspirazione tira il fumo, costretto ad attraversare l'acqua per raggiungervi, a causa dell'orrore che il vuoto ispira alla natura. Passando attraverso questa acqua il fumo si spoglia del suo empireuma, si rinfresca, si profuma senza perdere le qualità essenziali prodotte dalla carbonizzazione della pianta, si assottiglia nelle spirali del cuoio, e vi giunge al palato come una vergine al letto dello sposo, pura, profumata, bianca e voluttuosa. Si spande sulle vostre papille, le satura, e sale al cervello come una preghiera melodiosa e profumata verso la divinità. Intanto voi ve ne state coricati su un divano, occupati a far nulla: pensate senza fatica, vi ubriacate senza bere, senza nausea, senza i rigurgiti sciropposi dello champagne, senza le fatiche nervose del caffè. Il vostro cervello acquisisce nuove facoltà, non sentite più la pesante calotta ossea del vostro cranio, volate ad ali spiegate nel mondo della fantasia, afferrate lo sfarfallio dei vostri desideri come un fanciullo che, armato di rete, corre dietro alle libellule in una divina prateria; e i desideri li vedete nella loro forma ideale, cosa che vi rende ben disposti alla loro realizzazione. Le più belle speranze passano e ripassano, non più come illusioni, perché hanno assunto un corpo, e saltano come altrettante Taglioni, e con quanta grazia! Lo sapete bene, voi fumatori! Questo spettacolo rende più bella la natura, tutte le difficoltà della vita dispaiono, la vita è leggera, l'intelligenza è chiara, l'atmosfera grigia del pensiero diventa azzurra; ma, strano effetto, la scenografia di quest'opera cade quando si spegne lo houka, il sigaro, o la pipa."

(H. de Balzac, "Trattato degli eccitanti moderni" in "Patologia della vita sociale", Op. Cit.)

Così Baudelaire su Balzac: Tante volte mi sono meravigliato che la gloria di Balzac fosse di passare per un osservatore; mi era sempre sembrato che il suo principale merito fosse d'essere visionario e visionario appassionato >> La Pelle di zigrino La pelle di Zigrino venne pubblicata nell'agosto del 1831, un anno dopo la Rivoluzione di luglio. Romanzo visionario e tragico, esprime attraverso il suo protagonista, Raphael, tutta una generazione delusa. Alla prima occhiata, i magazzini gli offrirono un quadro confuso in cui opere umane e divine contrastavano tutte tra loro. Coccodrilli, scimmie, boa impagliati sorridevano a vetrate di chiesa, sembravano voler mordere dei busti, inseguire oggetti di lacca, o arrampicarsi su lampadari. Un vaso di Sèvres, con sopra dipinto Napoleone da madame Jacotot, si trovava accanto a una sfinge dedicata a Sesostri. Gli inizi del mondo convivevano in grottesca bonomia con gli avvenimenti di ieri. Un giarrosto era appoggiato su un ostensorio, una sciabola repubblicana sopra un archibugio del Medioevo. Madame Dubarry, da un pastello di Latour, nuda in una nube e con una stella sulla testa, sembrava contemplare avidamente una lunga pipa indiana, come se volesse indovinare I' utilità delle spirali che si levavano serpeggiando verso di lei. Strumenti di morte, pugnali, strane pistole, armi truccate erano gettate alla rinfusa con strumenti di vita: zuppiere di porcellana, piatti di Sassonia, diafane tazze venute dalla Cina, saliere antiche, confettiere feudali. Un vascello d'avorio avanzava a vele spiegate sopra il dorso di una tartaruga immobile. Un congegno pneumatico accecava l'imperatore Augusto, maestosamente impassibile. Numerosi ritratti di scabini1 francesi, di borgomastri olandesi. Immagini insensibili così come loro stessi lo erano stati in vita, si levavano al di sopra di quel caos di anticaglie lanciandovi uno sguardo pallido e freddo. Sembrava che tutti i paesi della terra vi avessero portato alcuni resti delle loro scienze, qualche esemplare delle loro arti. Era una specie di letamaio filosofico dove niente mancava, non il calumet del selvaggio, né la pantofola verde e oro del serraglio, ne la scimitarra moresca, né l'idolo tartaro. C'era perfino la borsa da tabacco di un soldato, il ciborio del prete, addirittura le piume di un trono. Quella mostruosa accozzaglia era inoltre soggetta a mille combinazioni di luce nate da una bizzarra moltitudine di riflessi prodotti dal confondersi delle sfumature e dalla brusca opposizione dei chiari e degli scuri. Sembrava di udire gridi interrotti, si poteva credere di cogliere drammi incompiuti, o di vedere tutt'intorno bagliori non ancora spenti. Inoltre, un velo leggero di polvere ostinata copriva tutti quegli oggetti che, con gli angoli moltiplicati e le loro numerose sinuosità, producevano gli effetti più pittoreschi. All' inizio, lo sconosciuto paragonò quelle tre sale zeppe di civiltà, di culti, di divinità, di capolavori, di regalità, di mille sfaccettature ciascuna delle quali rappresentasse un mondo. Dopo questa impressione confusa, egli volle scegliere quel che gli piaceva; ma a forza di guardare, pensare, sognare, fu preso da una forte febbre causata forse dalla fame che gli ruggiva dentro. La vista di tante esistenze collettive o individuali, attestate da quei segni umani che a esse sopravvivevano, finì con intorpidire i sensi del giovane; il desiderio che l'aveva spinto nel negozio fu esaudito; uscito dalla vita reale, egli gradatamente salì verso un mondo ideale, arrivò nei palazzi incantati dell'Estasi dove l'universo gli apparve per frammenti e sprazzi di fuoco, così come un tempo l'avvenire apparve fiamma sfolgorante agli occhi di San Giovanni a Patmos. 1 funzionari eletti dal popolo per l'amministrazione dei tributi. Le meraviglie, con il loro aspetto, avevano appena fatto scorrere sotto gli occhi del giovane tutta la creazione conosciuta, gli suscitarono nell'anima quello scoramento che nel filosofo è causato dall'osservazione scientifica di creazioni sconosciute; più che mai desiderò ardentemente di morire, e si lasciò cadere su una sedia curule, mentre il suo sguardo errava attraverso le fantasmagorie di quel panorama del passato. I quadri s'illuminarono, teste verginali gli sorrisero e le statue si colorirono di una vita fallace. Col favore dell'ombra, messe in moto dalla febbrile tempesta che ribolliva nel suo cervello sfinito, quelle opere gli si agitarono davanti in un turbinio; gli fecero smorfie tutte quelle statuette, i personaggi raffigurati nelle tele abbassarono le palpebre in cerca di sollievo per i loro occhi. Ciascuna di quelle forme ebbe un fremito, saltellò, si staccò dal suo posto con gravità, con leggerezza, con grazia oppure bruscamente, secondo i propri costumi, carattere e struttura. Fu un sabba pieno di mistero, degno delle fantasie intraviste su Brocklen dal dottor Faust. Ma quei fenomeni ottici nati dalla fatica, dalla tensione della vista o dai capricci del crepuscolo, non riuscirono a spaventare lo sconosciuto. I terrori della vita nulla potevano su un'anima che aveva familiarità coi terrori della morte. Anzi, con una sorta di beffarda complicità, egli favorì le bizzarrie di quel galvanismo morale i cui prodigi bene si accompagnavano agli ultimi pensieri che ancora gli davano il sentimento all'esistenza. Attorno a lui regnava un profondo silenzio, tanto che subito si avventurò in una dolce fantasticheria le cui impressioni gradatamente s'incupirono, di sfumatura in sfumatura e come per magia, seguendo il lento declinare della luce. Lasciando il cielo, un bagliore splendette in un ultimo riflesso rosso in lotta contro la notte; il giovane sollevò il capo, vide, rischiarato appena, uno scheletro che a mo' di dubbio piegò il cranio da destra a sinistra, come per dirgli:di te i morti ancora non vogliono proprio saperne!>>. Passandosi la mano sulla fronte per scacciarne il sonno, il giovane sentì distintamente un vento fresco prodotto da un non so che di villoso che gli sfiorò le guance, e fu colto da un brivido. Risuono il sordo sbattere vetri ed egli pensò che quella fredda carezza, degna dei misteri della tomba, venisse da qualche pipistrello. Per un attimo ancora, i vaghi riflessi del tramonto gli fecero scorgere indistintamente i fantasmi da cui era circondato; poi tutta quella natura morta si annientò in un unico colore nero. Improvvisamente era giunta la notte, l'ora per morire. [...] Per qualche giorno Raphael restò immerso nel nulla del suo sonno fittizio. Grazie all'influenza materiale esercita dall'oppio sulla nostra anima immateriale, quell'uomo dotato d'immaginazione fortemente attiva si abbassò al livello di certi animali pigri che imputridiscono in mezzo alle foreste, sotto forma di spoglia vegetale, senza fare un passo nemmeno per acchiappare una facile preda. Egli aveva spento anche la luce del cielo, il giorno non entrava più nella sua stanza. La sera, verso le otto, scendeva dal letto: senza avere piena coscienza del suo stato, soddisfaceva la sua fame, e poi tornava subito a coricarsi. Le sue ore fredde e avvizzite gli portavano solo immagini confuse, apparenze, chiaroscuri su un fondo nero. Si era sepolto in un profondo silenzio, in una negazione di movimento e d'intelligenza.

(H. De Balzac,"La Pelle di Zigrino", trad. C. Ortesta , Op.Cit)

Edgar Poe

Baudelaire su Poe
 

J'ai vu, avec èpouvante et ravissement, non seulement des sujets rêvés par moi, mais des phrases, pensèes par moi, et écrites par lui, vingt ans auparavant>"Vi è però un argomento caro sul quale la mia memoria non ha esitazioni. E' la persona di Ligeia. Era alta di statura, piuttosto esile, e negli ultimi tempi di sua vita persino emaciata. Invano tenterei di descrivere la maestà, la tranquilla calma del suo portamento, o la inafferrabile leggerezza ed elasticità del suo passo. Ella veniva e si allontanava come un'ombra. Mai riuscii ad accorgermi del suo ingresso nel mio studio segreto se non per la cara musica della sua sommessa dolce voce, mentre mi posava sulla spalla la sua mano marmorea. Per bellezza il suo volto non fu mai eguagliato da quello di donna alcuna. Era la radiosità di un sogno d'oppio, un'aerea spirituale visione più trasumanamente divina delle fantasie che aleggiavano intorno alle anime sonnecchianti delle figliole di Delo.[...] Mentre però all'estero l'abbazia, tutt'avvolta nel suo verzicante decadimento, subì pochissimi mutamenti, io mi sbizzarrii all'interno con una perversità fanciullesca, e fors'anco con una vaga speranza di alleviare le mie sofferenze, in uno sfoggio di sfarzo più che regale. Io infatti mi ero inebriato sin dalla fanciullezza di simili follie e ora queste ritornavano ad assillarmi, quasi che il dolore mi avesse portato a un prematuro vaneggiamento senile. Ahimè, comprendò come si potesse persino avvertire un principio di pazzia nei drappeggiamenti sgargianti, fantastici, nelle monumentali sculture egiziane, negli stipiti, nel mobilio di un gusto audacissimo nei disegni manicomiali dei tappeti d'oro trapunto! I lacci dell'oppio mi avevano avvinto e ridotto in servitù, e le mie fatiche e i miei studi si erano colorati del riflesso dei miei sogni.[...] Nell'eccitazione dei miei sogni oppiati (poiché ero ormai abitualmente incatenato ai ceppi della droga) io invocavo forte il suo nome nel silenzio della notte, oppure durante il giorno tra gli ombrosi recessi delle valli.[...] Il mio cervello però era annebbiato da una dose eccessiva d'oppio, e non feci molto caso a queste mie impressioni, né vi accennai con Rowena.[...] Il frutto della mia immaginazione sovreccitata, e resa morbosamente fertile dal terrore della donna, dall'oppio e dall'ora.[...] Visioni fantastiche, generate dall'oppio, aleggiavano come ombre intorno a me. Io fissavo con sguardo inquieto i sarcofagi agli angoli della stanza, le trasmutanti figure dei panneggi, i contorcimenti delle multicolori lingue di fiamma nel bruciaprofumi pendente sopra il mio capo.[...] "

(E. Poe, Ligeia in "Racconti del terrore", Op. Cit)

"Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi, la casa, l'aspetto della tenuta, i muri squallidi, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi maleolenti, alcuni bianchi tronchi d'albero ricoperti di muffa; contemplai ogni cosa con tale depressione d'animo ch'io non saprei paragolarla ad alcuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d'oppio, l'amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo.[...] I suoi gesti erano a volte vivaci , a volte invece pigri e scontrosi. la sua voce passava rapidamente da un tono di tremula indecisione (allorché gli spiriti animali sembravano completamente soggiogati) a quella specie di concisione energica, quell'eloquio brusco, pesante, tardo, cavo, quella pronunzia plumbea, perfettamente equilibrata e modulata, gutturale, che si riscontra nel bevitore incorreggibile o nell'incallito fumatore d'oppio, nei momenti in cui l'eccitazione della droga è particolarmente intesa.[...] La furia impetuosa dell'uragano irrompente per poco non ci sollevò da terra. Era in verità una notte tempestosa e pure paurosamente bella, e di una misteriosa stranezza nel suo affascinante terrore. Evidentemente doveva essersi raccolto in tutta la sua forza, nei dintorni, un turbine, poiché il vento subiva frequenti e violenti mutamenti di direzione, e l'estrema densità delle nubi (che pendevano tanto basse da premere addirittura contro le torri stesse della casa) non ci impediva di scorgere la velocità pazzesca con la quale accorrevano da ogni punto per cozzare le une contro le altre, senza mai disperdersi in lontananza. Ripeto che nemmeno la loro straordinaria densità ci impediva di notare questo, benché non ci fosse alcun guizzo di folgore a illuminare la scena. Tuttavia le superfici inferiori di quella massa enorme di vapori in tumulto, come pure tutti gli oggetti terrestri che immediatamente ci circondavano, risplendevano di una luce innaturale per una esalazione gassosa vagamente luminescente eppur distintamente visibile, che avvolgeva e avviluppava la dimora come un fosforescente sudario. "

(E. Poe, Il crollo della casa Husher in "Racconti del terrore", Op. Cit)

Dichiarazioni di poetica
Durante i giorni luminosi della sua ineguagliata bellezza io certamente non l'avevo mai amata. Nella misteriosa anomalia della mia esistenza i miei sentimenti non erano mai stati del cuore, e le mie passioni erano sempre state della mente. Nel grigiore del primo mattino, tra le ombre intrecciantisi della foresta a mezzogiorno, nel silenzio della mia biblioteca la notte, ella aveva aleggiato dinanzi ai miei occhi, e io l'avevo venduta, non come la vivente respirante Berenice, ma come la Berenice di un sogno, non come un essere della terra, terreno, ma come l'astrazione di un tale essere, non come una cosa da ammirare, ma da analizzare, non come un oggetto d'amore, ma come il tema di una speculazione estremamente astrusa per quanto sconnessa.[...]

(E. Poe, Berenice in "Racconti del terrore", Op. Cit)

"Non esiste bellezza squisita", dice Bacone, signore di Verulamio, parlando con esattezza di tutte le forme e genera di bellezza, senza una qualche stranezza di proporzioni.[...]"

(E. Poe, Ligeia in "Racconti del terrore", Op. Cit)

"Non concepisco più un tipo di Bellezza dove non ci sia Sventura"

(Ch. Baudelaire , Razzi, Op.Cit)

"Alludo all'eresia del Didattico, che, tacitamente e apertamente, direttamente e indirettamente, ha portato ad assumere come fine ultimo della poesia la verita'. Ogni poesia, si dice, dovrebbe inculcare un insegnamento morale; anzi, il valore poetico di un'opera e' determinabile solo in ragione di questo. Tale felice idea l'abbiamo sostenuta specialmente noi americani; e noi di Boston, piu' in particolare, l'abbiamo portata al suo pieno sviluppo. Noi ci siamo messi in testa che scrivere una poesia semplicemente per la poesia, e riconoscere che questa fu la nostra intenzione, sarebbe come confessare che manchiamo radicalmente alla vera dignita' e forza poetica: -ma sta di fatto che se ci ripiegassimo anche solo un poco a guardare noi stessi, scopriremmo immediatamente che sotto il sole non esiste ne puo' esistere un'opera piu' interamente degna - piu' supremamente nobile di questa poesia - questa poesia per se - questa poesia che e' poesia e nulla piu' - questa poesia che e' scritta solo per la poesia".

( E. Poe "Il principio poetico" Op. Cit.)

Baudelaire

Fiori dell'oppio

Senza scampo

Pensa a una Forma, a un Essere, a un'Idea
che dall'azzurro cade in uno Stige
di piombo e fango
dove occhio celeste non filtra;

a un Angelo, imprudente viaggiatore
tentato dall'amore del difforme,
che infondo a un incubo enorme
come uno che nuota si dibatte

e, o funebre angoscia! un risucchio
gigantesco combatte
come un matto, nel buio,
strepita e salta

allo stregato che invano
brancola, poveraccio, per fuggire
da un buco pieno di rettili
verso una chiave, una luce;

al dannato che scende
senza lanterna
lungo un fetido, fondo, umido abisso,
giù giù per scale senza rampe, eterne,

dove dei mostri viscidi, in agguato,
fan con occhi di fosforo la notte
ancor più buia, e dànno
traccia di sé soltanto;

a una nave che il polo
intrappola, prigione di cristallo,
e cerca di scoprire
per che stretto fatale ci è finita:

- chiari emblemi, impeccabile
ritratto di un destino senza scampo,
che dimostra che il diavolo
fa sempre bene tutto quel che fa!

(Ch. Baudelaire, "I fiori del male ", trad. G. Raboni, Op. Cit)

Veleno

La bettola più cupa sa rivestire il vino
d'un lusso da miracolo, e nell'oro
del suo rosso vapore
fa sorgere una fiaba di colonne,
come un tramonto acceso nella bruma.
 

L'oppio ingrandisce ciò che non ha fine
l'illimitato estende,
il tempo fa più cavo, più profondo il piacere,
e di nere e di cupe voluttà
l'anima sa colmare a dismisura.
 

Ma più veleno stillano i tuoi occhi,
i tuoi verdi occhi,
laghi dove si specchia e capovolto
trema il mio cuore, amari abissi dove
a frotte si dissetano i miei sogni.
 

Più tremendo prodigio è la saliva
con cui m'intacchi l'anima e l'affondi
senza rimorsi nell'oblio, e languente
a filo di vertigine la spingi
alle rive dei morti

(Ch. Baudelaire, "I fiori del male ", trad. G. Raboni, Op. Cit)

Proust su Baudelaire

<< [...] certe strofe sembrano di una bellezza malvagia e atroce >>

nei versi di Baudelaire "sembra vi sia qualcosa di strozzato, come un venir meno del respiro"

" Penso soprattutto che il verso di Baudelaire fosse talmente forte, talmente vigoroso, talmente bello, che il poeta oltrepassa la misura senza vedersene ".

" Come Beethoven [...] la singolarità che fa per me il fascino dei suoi ultimi quartetti li rende, a certe persone che pur ne amano il divino mistero, inascoltabili senza digrignare i denti, a meno che non siano trascritti per pianoforte ".

(M.Proust"Giornate di lettura" op.cit)

René Char su Baudelaire

" Baudelaire è il genio più umano di tutta la civiltà cristiana. Il suo canto la incarna nella sua propria coscienza, gloria, rimorso, maledizione, nell'istante della sua propria decollazione, detestazione, apocalisse "

(René Char, "in A. Rimbaud", Op. Cit.)

 

LA CAMERA DOPPIA

Una camera che sembra appartenere al sogno, una camera veramente spirituale, in cui l'atmosfera stagnante è lievemente tinta di rosa e di azzurro. L'anima qui affonda in un bagno di pigrizia, aromatizzato dal rimpianto e dal desiderio. E qualcosa di crepuscolare, azzurrato e rosato; un sogno voluttuoso nel corso di una eclisse. I mobili hanno forme allungate, prostrate, illanguidite. I mobili sembrano sognare; li si direbbe dotati di una vita sonnambolica, come quella dei vegetali e dei minerali. Le stoffe parlano una lingua muta, come i fiori, come i cieli, come i soli al tramonto. Sui muri non c'è nessun abominio artistico. Rispetto alla purezza del sogno, all' Impressione non analitica, L'arte definita, l'arte positiva è una bestemmia. Qui tutto ha la sufficiente chiarezza e la deliziosa oscurità dell'armonia. Un sentore infinitesimale della specie più squisita, a cui si mescola un lievissimo umidore, aleggia su questa atmosfera, in cui lo spirito assopito è cullato da sensazioni di serra calda. La mussola piove abbondante davanti alle finestre e davanti al letto; si dipana in nivee cascate. Su quel letto è distesa l'Idolo, la regina dei sogni. Ma perché è qui? Chi l'ha condotta? Quale magico potere I'ha posta su quel trono di sognanti fantasie e voluttà? Che importa? Eccola! La riconosco. Ecco la fiamma di quegli occhi che attraversa il crepuscolo: quei piccoli specchi, sottili e terribili che riconoscevo per la loro spaventosa malizia! Attirano soggiogano, divorano lo sguardo dell'imprudente che li contempla. Le ho spesso studiate quelle stelle nere che obbligano alla curiosità e all'ammirazione. A quale demone benevolo devo il fatto di essere così attorniato di mistero, di silenzio, di pace e di profumi? Beatitudine! Ciò che di solito chiamiamo la vita, anche nel suo espandersi più felice, non ha nulla in comune con questa vita suprema che ora conosco e che assaporo minuto dopo minuto, secondo dopo secondo! No! Non ci sono più minuti, non ci sono più secondi! Il tempo è scomparso; è l'Eternità che regna, un'eternità di delizie! Ma un colpo terribile, un colpo pesante è risuonato alla porta; e, come nei sogni infernali, mi è parso di ricevere un colpo di piccone nello stomaco. E poi è entrato uno Spettro. E un usciere che viene a torturarmi in nome della legge; un infame concubino che viene a imprecarmi miseria, ad aggiungere le trivialità della sua vita ai dolori della mia; o forse il galoppino di un direttore di giornale che viene a reclamare il seguito del manoscritto. La stanza paradisiaca, I'idolo, la regina dei sogni, la Silfide, come diceva il grande René, tutta quella magia è scomparsa al colpo brutale che lo Spettro ha battuto. Orrore! Mi ricordo! Ricordo! Sì! Questa tana, questo soggiorno della noia eterna, è proprio il mio. Ecco i mobili ottusi, polverosi, sbrecciati; il caminetto spento, senza fiamma e senza brace, sporco di sputi; le finestre tristi su cui la pioggia ha tracciato solchi in mezzo alla polvere; i manoscritti, pieni di cancellature o incompleti; il calendario su cui la matita ha sottolineato le date sinistre! E quel profumo oltremondano, di cui mi inebriavo con una sensibilità perfezionata, ahimè!, è stato soppiantato da un fetido odore di tabacco mescolato a non so quale nauseabonda muffosità. Qui ora si respira il rancido della desolazione. In quel mondo angusto, ma così colmo di disgusto, mi sorride un solo oggetto noto: la boccetta del laudano, vecchia e terribile amica; come tutte le amiche, ahimè! ricca di carezze e di tradimenti. Si! Il Tempo è riapparso; il Tempo regna sovrano adesso; e con lo squallido vegliardo è ritornato tutto il suo diabolico corteggio di Ricordi, di Rimpianti, di Spasimi, di Paure, di Angosce, di Incubi, di Collere e di Nevrosi. Vi assicuro che ora ogni secondo è fortemente e solennemente accentuato, e ognuno di essi, sortendo dalla pendola, dice: "Io sono la Vita, I' insopportabile, l'inesorabile Vita!" C'è solo un Secondo nella vita umana che abbia il compito di annunciare una buona novella, la buona novella che in ognuno causa un'inesplicabile paura. Si! Il Tempo regna; ha ripreso la sua brutale dittatura. Mi spinge in avanti come fossi un bue con il suo duplice pungolo. 'Ih!, dunque! Somaro! Suda, ora, schiavo! Vivi, dunque, dannato!"

(Ch. Baudelaire, "Lo Spleen di Parigi, trad. Franco Rella, Op.Cit)

<< Uno dei prodici dell'oppio è di cambiare all'istante una camera sconosciuta in una camera tanto familiare, tanto piena di ricordi, che pare di averla abitata da sempre. Nessuno strappo accompagna mai la partenza di un fumatore, perchè sa con certezza che di là a un minuto il leggero meccanismo tornerà a funzionare, ovunque >>

(J. Cocteau, Oppio, Op. Cit.)

I Paradisi Artificiali

Le parole più semplici, le idee più triviali, assumono una fisionomia bizzarra e nuova; vi meravigliate addirittura di averle trovate fino a quel momento così semplici. Dal vostro cervello sgorgano continuamente associazioni e accostamenti incongrui, impossibili a prevedersi, giochi di parole interminabili, abbozzi di comicità. Il demone vi ha invaso; è inutile recalcitare contro questa ilarità, dolorosa come una irritazione. Ogni tanto ridete di voi stessi, della vostra stupidità e della vostra follia, e i vostri compagni, se ne avete, ridono ugualmente del vostro stato e del loro; ma poiché sono senza malizia voi siete senza rancore. Questa allegria, a volte languida a volte cocente, questo malessere nella gioia, questa insicurezza, questa indecisione della malattia, hanno breve durata.

Gli inglesi a proposito dei mangiatori d'oppio, si servono frequentemente di termini che possono sembrare eccessivi solo ai candidi di spirito e a chi non conosce gli orrori di questa caduta: enchained, fattered, enslaved! Catene, infatti, al cui confronto tutte le altre catene, quelle del dovere e dell'amore illegittimo, non sono che trame di garze e tela di ragno! Spaventevole matrimonio dell'uomo con se stesso! << Ero divenuto schiavo dell'oppio, mi teneva nei suoi lacci e ogni mio lavoro, ogni mio progetto, si erano confusi con i colori dei miei sogni >>, così si esprime lo sposo di Ligeia, ma in quanti splendidi brani Edgar Poe, questo incomparabile poeta, questo filosofo irrefutabile, che occorre sempre chiamare in causa a proposito delle misteriose malattie dell'anima, non descrive i tenebrosi, gli avvincenti splendori dell'oppio? L'amante della luminosa Berenice, Egeus metafisico, descrive un'alterazione delle sue facoltà, che lo costringe a dare un valore anormale, mostruoso ai più semplici fenomeni: << Lunghe ore a riflettere senza tregua, l'attenzione fissata a qualche puerile citazione sul margine o nel testo di un libro,- restare assorbito, per gran parte della giornata estiva, in un'ombra bizzarra che obliqua si stende sulla tappezzeria o sul pavimento, - dimenticarmi di me un'intera notte, a sorvegliare la fiamma eretta di una lampada o le braci del focolare,- sognare interi giorni sul profumo di un fiore, - ripetere con monotonia qualche parola banale, fino a quando il suono, per la continua ripetizione, cessa di presentare alla mente un'idea qualunque, - tali erano alcune delle più comuni e meno perniciose aberrazioni delle mie facoltà mentali, aberrazioni che, senz'altro, non sono prive di esemplificazione, ma che sfidano con certezza qualsiasi spiegazione e qualsiasi
analisi
>>.

L'hascisc allora ricopre tutta la vita come una magica vernice, la colora con solennità e ne illumina tutta la profondità. Paesaggi dentellati, orizzonti in fuga, prospettive di città sbiancate dal lividore cadaverico del temporale, o accese dagli ardori intensi dei soli che tramontano, - abissi dello spazio allegoria dell'abisso del tempo, - la danza, il gesto o la declamazione degli attori, se vi siete rintanati in un teatro, - la prima fase che capita se il vostro sguardo cade su un libro, - tutta infine l'universalità degli esseri si innalza davanti a voi con nuovo lustro, mai sospettato fino ad allora. La stessa grammatica, l'arida grammatica, si trasforma in stregoneria evocatoria; le parole resuscitano, rivestite di carne ed ossa, il sostantivo, nella sua maestà sostanziale, l'aggettivo, tunica trasparente che lo ricopre e lo colora come una vernice, e il verbo, angelo del movimento, che alla frase porge l'impeto. La musica, altra lingua cara agli oziosi o alle menti profonde che aspirano allo svago nella varietà del lavoro, vi parla dia voi, e vi narra il poema della vostra vita; diviene il vostro corpo e vi dissolvete in lei. Parla la lingua della vostra passione, non in modo vago e indefinito, come durante le vostre indolenti serate, quando c'è l'opera, ma in modo circostanziato, positivo, mentre ogni movimento del ritmo sottolinea un movimento conosciuto dalla vostra anima, mentre ogni nota diviene parola, e l'intero poema penetra nel vostro cervello come un vocabolario pieno di vita.

Balzac pensava senza dubbio che non ci fosse nessuna più grande vergogna e nessuna sofferenza più viva per l'uomo che abdicare alla propria volontà. L'ho visto una volta, in un gruppo in cui si discuteva dei prodigiosi effetti dell'hascisc. Ascoltava e poneva domande con un'attenzione e una vivacità divertenti. Le persone che l'hanno conosciuto intuiscono che doveva proprio essere interessato. Ma l'idea di pensare suo malgrado lo turbava profondamente. Gli fu offerto del dawamesk; lo esaminò, lo fiutò e lo restituì senza prenderne. Il conflitto tra la curiosità infantile e la ripugnanza per l'abdicazione appariva in modo eloquente sul suo volto espressivo. Prevalse l'amore per la dignità. E' infatti difficile da immaginarsi il teorico della volontà, gemello spirituale di Louis Lambert, che acconsente a perdere una particella di quella preziosa sostanza.

Prima di tutto l'hascisc, come ho a lungo spiegato, altro non rivela all'individuo che solo e soltanto se stesso. E' vero che tale individuo è per così dire sublimato e trasfigurato fino al limite, e poiché è ugualmente certo che il ricordo delle impressioni sopravvive all'orgia, la speranza di questi utilitaristi non appare, a prima vista, del tutto priva di ragione. Ma li pregherò di osservare che i pensieri, dai quali contano trarre gran profitto, non sono in realtà così belli quanto appaiono sotto il loro momentaneo travestimento e coperti di magici orpelli. Appartengono più alla terra che al cielo, e devono gran parte della loro bellezza all'eccitazione nervosa, all'avidità con cui la mente vi si getta sopra. In più, questa speranza è un circolo vizioso: ammettiamo per un istante che l'hascisc dia, o almeno aumenti la genialità; ma se ci si dimentica che è proprio dell'hascisc diminuire la volontà, e che, di conseguenza, essa concede da un lato quanto sottrae dall'altro, cioè l'immaginazione senza facoltà di approfittarne. Colui che avrà fatto ricorso a un veleno per pensare, presto non potrà più pensare senza veleno. Riusciamo a immaginare la terribile sorte di un uomo la cui immaginazione paralizzata non saprebbe più funzionare senza l'aiuto dell'hascisc o dell'oppio?

Negli studi filosofici, la mente umana imitando il cammino degli astri, deve seguire una parabola che la riconduce alla sua origine. Concludere, significa chiudere un cerchio. All'inizio ho parlato di questo meraviglioso stato, in cui a volte la mente umana si trova gettata come per una grazia speciale; ho detto che aspirando senza posa ad accendere le proprie speranze e innalzarsi verso l'infinito ha mostrato, in ogni tempo e in ogni luogo, un gusto frenetico per tutte le sostanze, anche pericolose, che esaltando la sua personalità potevano suscitare per qualche istante, davanti al suo sguardo, questo paradiso a buon mercato, oggetto di ogni suo desiderio, e in fine che questa mente temeraria che spinge, senza saperlo, fino all'inferno, testimoniava pure la sua originaria grandezza. Ma l'uomo non è così derelitto, così privo di mezzi onesti per conquistarsi il cielo, da sentirsi obbligato a invocare la farmaceutica e la stregoneria; non ha bisogno di vendere l'anima per pagare le inebrianti carezze e l'amicizia delle urì*.

(* dalla nota: " uri ",figure femminili che si accompagnano ai beati del paradiso islamico)

...e il poeta rattristato dice a se stesso: << Questi sfortunati che non hanno né digiunato né pregato, e che hanno rifiutato la redenzione che viene dal lavoro, chiedono alla nera magia i mezzi per elevarsi, di colpo, all'esistenza soprannaturale. La magia inganna e accende per loro una falsa felicità e una falsa luce; mentre noi, poeti e filosofi, abbiamo fatto rinascere la nostra anima col lavoro incessante e la contemplazione; con l'assiduo esercizio della volontà e la nobiltà permanente all'intenzione, abbiamo creato per nostro uso un giardino di vera bellezza. Confidando nella parola che dice che la fede trasporta le montagne, abbiamo compiuto il solo miracolo di cui Dio ci abbia concesso licenza! >>.

(Ch. Baudelaire, Paradisi artificiali, trad. Cecilia Ghelli, Op.Cit)

Baudelaire fece esperienza dell'hascisc saltuariamente presso l'hotel de Primodan abitato dal pittore Boissard, attorno al quale si era formato quello che Gautier chiamerà "Club des Haschichins", frequentato da appunto Gautier, Balzac, Flaubert.

Baudelaire assunse il laudano nella dose medicinale di circa 150 gocce al giorno fino al 1847 per alleviare le sofferenze provocate dalla sifilide. Rinunciò quasi definitivamente al laudano nel 1859.


Rimbaud

Una generazione dopo, Arthur Rimbaud, adolescente scandaloso considererà Baudelaire un "Dio". Sale nelle barricate nel '71. E' "mangiatore d'oppio" ma non dandy.

Brucia tutte le tappe : anche quelle della poesia. Incarnerà il mito del "ribelle" per tutte le generazioni future fino ad oggi.

Veglie

I

E' il riposo illuminato, né febbre, né languore,
sul letto o sul prato.
l'amico né ardente né indolente. L'amico.
E' l'amata né tormentata né tormentosa. L'amata.
L'aria e il mondo che non si è cercato. La vita.
- Era dunque questo?
- Più fresco diventa il sogno.

II

L'illuminazione si sposta di nuovo sull'albero in muratura. Dalle due estremità della sala, un arredo qualsiasi, elevazioni armoniche si congiungono. Il muro di fronte a chi veglia è una successione psicologica di sezioni di fregi, di fasci atmosferici e di accidente geologiche. - Sogno intenso e rapido di gruppi sentimentali con esseri di ogni carattere fra tutte le apparenze.

III

I lumi e i tappeti della veglia fanno il rumore delle onde, di notte, lungo lo scafo e intorno allo steerage.
Il mare della veglia, come i seni d'Amelia.
La tappezzeria, fino a mezza altezza, bosco ceduo di merletti, color dello smeraldo, dove si slanciano le tortore della veglia.
. . .
La piastra del focolare nero, veri soli dei greti: ah! pozzo di magie; veduta d'aurora unica e sola, questa volta.

Vent'anni

Esiliate le istruttive... L'ingenuità fisica calmata amaramente... - Adagio. Ah! l'egoismo infinito dell'adolescenza, lo studioso ottimismo: era pieno di fiori il mondo quell'estate! Le arie e le forme morenti... - Un coro di vetri, di melodie notturne... Infatti i nervi stanno per saltare.

IV

Sei ancora alla tentazione di Antonio. Il gioco dello zelo abbreviato, i tic d'orgoglio puerile, l'avvilimento e il terrore.
Ma ti metterai a questo lavoro: tutte in movimento appariranno attorno al tuo seggio possibilità armoniche e architettoniche. Esseri perfetti, imprevisti, si offriranno alle tue esperienze. Nei tuoi paraggi la curiosità di antiche folle e di lussi oziosi affluirà sognante. Unico nutrimento al tuo impulso creatore saranno i tuoi sensi e la tua memoria. E il mondo, quando ne sarai fuori, che sarà diventato? Niente, in ogni caso, delle apparenze attuali.
 

(A.Rimbaud, "Le Illuminazioni , trad. C.Ortesta, op.cit)

René Char su Rimbaud

La propria opera così rapidamente compiuta, Rimbaud l'ha letteralmente dimenticata, verosimilmente non ne ha sofferto per nulla, non l'ha neppure detestata, non ne ha più sentito la verde cicatrice sul polso abbronzato. Dall'adolescenza estrema all'uomo estremo, la distanza non è misurabile. Esiste qualche prova che Rimbaud abbia tentato, in seguito, di rientrare in possesso delle poesie lasciate nelle mani degli amici ? A nostra conoscenza non ce n'è neppure una. Completa indifferenza. Ne ha perduto il ricordo.
 

Rimbaud è il primo poeta di una civiltà non ancora comparsa, civiltà i cui orizzonti e le cui pareti non sono che fuochi di paglia... ma se sapessi ciò che Rimbaud è per me, saprei ciò che è la poesia che mi sta davanti, e non avrei più da scriverla...
 

La sua scoperta, la sua data incendiaria, è la rapidità. La fretta della sua parola, la sua estensione sposano e coprono una superficie che il verbo prima di lui non aveva mai raggiunto né occupato. In poesia si abita solo nel luogo che si abbandona, si crea solo l'opera da cui ci si distacca, si ottiene la durata solo distruggendo il tempo. Ma tutto ciò che si ottiene per rottura, distacco e negazione, non lo si ottiene che per un altro.

 

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