Nelle zone
montuose della Bekaa e di Hermel, nel nord-est del Libano, l’arrivo
delle belle giornate segna l’inizio della stagione agricola. I contadini
seminano grani che in estate si svilupperanno in piante di canapa, con
cui potranno produrre il rosso libanese, un hashish molto
apprezzato dagli intenditori. Ma quest’anno il raccolto fara’ felice
solo pochi occidentali. “Ormai, la produzione e’ essenzialmente
destinata al mercato interno”, spiega Antoine Boustany,
psichiatra e autore di Droghe di pace, droghe di guerra. E anche
per i consumatori locali l’approvvigionamento e’ diventato arduo.
Secondo Ali di Beirut, che commercia nella regione di Baalbek,
“cinque anni fa, bastava servirsi, c’erano campi a vista d’occhio. Non
solo era facile, ma non avevamo nessuna paura, era cosi’ banale”. Oggi,
ogni spedizione dev’essere preparata con cura, e le confezioni (10
grammi per 5 Usd) accuratamente nascoste. “Possiamo beccarci tre mesi di
carcere per il semplice consumo”, commenta desolato.
Il Governo e i suoi tutori siriani, viste le pressioni internazionali,
hanno lanciato operazioni antidroga a partire dal 1991. “All’inizio era
folcloristico”, commenta un fotografo che ha lavorato a lungo su questo.
“Ho dei negativi’ dove si vede bruciare una quota ridicola di marijuana
e dei militari siriani li’ accanto che si divertono”. Ma Damasco,
desideroso di accreditarsi come gendarme regionale, non si e’ potuto
permettere di giocare troppo a lungo col fuoco, e ha finito per condurre
delle vere campagne di eradicazione di piante psicotrope. Nel luglio
2001, Beirut, a sua volta, annunciava l’adozione di un piano per porre
fine alle colture proibite, accompagnato da un progetto di aiuti agli
agricoltori. Quattro anni dopo “non esistono piu’ campi di papavero nel
nostro Paese”, commenta Antoine Boustany. “In compenso, i contadini
coltivano ancora la canapa, benche’ in quantita’ inferiore”. Tra i
principali beneficiari di questo mercato, ridotto ma sempre appetibile,
figurano i servizi siriani. “I loro soldati controllano la regione e
incassano una provvigione sulle vendite”, spiega. “Non e’ una
provvigione piccola, penso che sia la parte del leone”. Il mercato e’
semplice: chiudono gli occhi e, se del caso, proteggono i contadini in
cambio di una parte dei loro guadagni.
Anche le grandi famiglie della regione vi partecipano -produttori di
marijuana di padre in figlio- cosi’ come gli ex miliziani divenuti dei
veri boss della droga. “Durante la guerra”, rammenta Antoine Bousty,
“tutti i combattenti, cristiani e musulmani, avevano le mani in pasta
nell’affare. Esisteva tra loro una sorta di tacita intesa. Quando i
convogli della droga attraversavano il Paese per raggiungere i porti
d’imbarco, le armi tacevano”. All’epoca, i proventi del traffico di
stupefacenti arrivava a un miliardo di Usd l’anno. Essi consistevano
nella fattura della vendita di piante coltivate dai contadini e di
quella, ben piu’ pesante, dei prodotti dei laboratori clandestini,
specializzati nella trasformazione del papavero in eroina e nel
trattamento della cocaina pura importata dall’America del Sud. Centri
che, secondo gli specialisti, sarebbero ancora attivi. La prova e’ che
nella capitale un grammo di eroina costa dai 10 ai 20 Usd, una cifra
irrisoria.
Dopo quindici anni di operazioni antidroga, e’ chiaro che siano stati
distrutti diversi ettari di papaveri e di canapa. La politica dell’eradicazione
ha preso di mira in particolare i piccoli contadini della Bekaa. Da
allora, essi continuano ad aspettare gli aiuti promessi e, poiche’ non
guadagnano abbastanza con le colture alternative suggerite dalle
autorita’, hanno ripreso la strada di prima. Aspettano un po’ a
seminare, ma poi, come i genitori e i nonni prima di loro, coltivano la
canapa in famiglia.