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Letture: Il Veglio della montagna
dal Milione di Marco Polo
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Del
Veglio de la Montagna e come fece il paradiso, e li assessini.
Milice
è una contrada ove 'l Veglio de la Montagna solea dimorare anticamente. Or vi
conterò l'afare, secondo che messer Marco intese da più uomini.
Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due
montagne in una valle lo piú bello giardino e 'l piú grande del mondo. Quivi
avea tutti frutti (e) li piú begli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro, a
bestie, a uccelli; quivi era condotti: per tale venía acqua a per tale mèle e
per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li piú begli del mondo, che meglio
sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a costoro che
quello era lo paradiso. E perciò 'l fece, perché Malcometto disse che chi
andasse in paradiso, avrebbe di belle femine tante quanto volesse, e quivi
troverebbe fiumi di latte, di vino e di mèle. E perciò 'l fece simile a quello
ch'avea detto Malcometto; e li saracini di quella contrada credeano veramente
che quello fosse lo paradiso.
E in questo giardino non intrava se none colui cu' e' volea fare assesin[o]. A
la 'ntrata del giardino ave' uno castello sí forte, che non temea niuno uomo del
mondo. Lo Veglio tenea in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li
paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne facea mettere nel
giardino a 4, a 10, a 20, egli gli facea dare oppio a bere, e quelli dormía bene
3 dí; e faceali portare nel giardino e là entro gli facea isvegliare.
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Quando li giovani si svegliavano e si trovavano là entro e vedeano tutte
queste cose, veramente credeano essere in paradiso. E queste donzelle sempre
stavano co loro in canti e in grandi solazzi; e aveano sí quello che voleano,
che mai per loro volere non sarebboro partiti da quello giardino. E 'l Veglio
tiene bella corte e ricca e fa credere a quegli di quella montagna che cosí sia
com'è detto.
E quando elli ne vuole mandare niuno di quegli giovani ine uno luogo, li fa dare
beveraggio che dormono, e fagli recare fuori del giardino in su lo suo palagio.
Quando coloro si svegliono (e) truovansi quivi, molto si meravigliano, e sono
molto tristi, ché si truovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente
dinanzi al Veglio, credendo che sia uno grande profeta, inginocchiandosi; e egli
dimand[a] onde vegnono. Rispondono: "Del paradiso"; e contagli tutto quello che
vi truovano entro e ànno grande voglia di tornarvi. E quando lo Veglio vuole
fare uccidere alcuna persona, fa tòrre quello che sia lo piú vigoroso, e fagli
uccidire cui egli vuole. E coloro lo fanno volontieri, per ritornare al
paradiso; se scampano, ritornano a loro signore; se è preso, vuole morire,
credendo ritornare al paradiso.
E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno uomo, egli lo prende e dice: "Va'
fà cotale cosa; e questo ti fo perché ti voglio fare tornare al paradiso". E li
assesini vanno e fannolo molto volontieri. E in questa maniera non campa niuno
uomo dinanzi al Veglio de la Montagna a cu'elli lo vuole fare; e sí vi dico che
piú re li fanno trebuto per quella paura.
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Come Alau, signore de' Tarteri del Levante il distrusse.
Egli è vero che 'n anni 1277 Alau, signore delli Tartari del Levante, che sa
tutte queste malvagità, egli pensò fra se medesimo di volerlo distruggere, e
mandò de' suoi baroni a questo giardino. E' stettero 3 anni attorno a lo
castello prima che l'avessero, né mai non l'avrebboro avuto se no per fame.
Alotta per fame fu preso, e fue morto lo Veglio e sua gente tutta. E d'alora in
qua non vi fue piú Veglio niuno: in lui s'è finita tutta la segnoria.
Or lasciamo qui, e andiamo inanzi.
da il
Decamerone di Giovanni Boccaccio
(Giornata III novella VIII)
VIII
Ferondo, mangiata certa
polvere, è sotterrato per morto, e dall’abate che dalla moglie di lui si gode,
tratto della sepoltura, è messo in prigione e fattogli credere che egli è in
purgatòro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuol dell’abate nella
moglie di lui generato.
La
donna, lieta del dono ed attendendo d’aver degli altri, alle compagne tornata,
maravigliose cose cominciò a raccontare della santità dell’abate e con loro a
casa se ne tornò. Ivi a pochi dì, Ferondo se n’andò alla badia, il quale come
l’abate vide, così s’avvisò di mandarlo in purgatòro; e ritrovata una polvere di
maravigliosa vertù la quale nelle parti di Levante avuta avea da un gran
prencipe (il quale affermava, quella solersi usare per lo Veglio della montagna
quando alcun voleva dormendo mandare nel suo paradiso o trarnelo, e che ella,
più e men data, senza alcuna lesione faceva per sì fatta maniera più e men
dormire colui che la prendeva, che, mentre la sua vertù durava, non avrebbe mai
detto alcuno colui in sé aver vita) e di questa tanta presane, che a far dormir
tre giorni sufficiente fosse, ed in un bicchier di vino, non ben chiaro ancora,
nella sua cella, senza avvedersene Ferondo, gliele die’ bere e lui appresso menò
nel chiostro e con più altri de’ suoi monaci di lui cominciarono e delle sue
sciocchezze a pigliar diletto. Il quale non durò guari, che, lavorando la
polvere, a costui venne un sonno subito e fiero nella testa, tale che stando
ancora in pié s’addormentò, ed addormentato cadde.
l'hashish
di Franz d'Epinay
da IL CONTE DI MONTECRISTO di Alessandro Dumas.
Franz
gli lasciò tutto il tempo di sorbire il suo cibo favorito; poi quando vide che
ritornava un poco in sé:
"Ma finalmente che cos'è questa vivanda preziosa?"
"Avete mai inteso parlare del Vecchio della Montagna, quello stesso che volle
fare assassinare Filippo Augusto?"
"Senza dubbio."
"Ebbene, voi sapete che regnava in una ricca vallata dominata dalla montagna di
cui aveva preso il nome pittoresco. In questa vallata c'erano magnifici giardini
piantati da Hassen-Ben-Sabah, e in questi giardini vi erano dei padiglioni
isolati: in questi faceva entrare i suoi eletti, e là faceva loro mangiare,
disse Marco Polo, una certa erba che li trasportava nell'Eden, in mezzo a piante
sempre fiorite, a frutti sempre maturi. Ora ciò che questi giovani felici
prendevano per una realtà non era che un sogno, ma un così dolce, inebriante, un
così voluttuoso sogno, che si vendevano interamente a colui che lo elargiva, e
gli obbedivano ciecamente. Essi andavano a colpire in capo al mondo la vittima
designata, morivano fra i tormenti della tortura senza lamentarsi, nella sola
idea che quella morte che soffrivano non era che un passaggio a quella vita di
delizie di cui l'erba misteriosa, ora avanti a voi, aveva dato un saggio."
"Allora" gridò Franz, "è l'hashish. Sì, la conosco, almeno di nome."
"Precisamente, voi avete detto il suo vero nome, signor Aladino, questo è
hashish, tutto ciò che si fa di meglio e di più puro in hashish ad Alessandria,
l'hashish d'Abou Gor, il gran
confetturiere, l'uomo al quale si dovrebbe fabbricare un palazzo con questa
iscrizione:
AL MERCANTE DELLA FELICITA, IL MONDO RICONOSCENTE."
"Sapete" disse Franz, "che mi viene voglia di giudicare da me stesso quanto v'è
di vero nei vostri sperticati elogi?"
"Giudicate: ma non siate soddisfatto di un primo esperimento. Come in tutte le
cose, bisogna abituare i sensi ad una così nuova impressione, sia essa dolce o
violenta, sia triste o gioconda. Vi è una lotta della natura contro questa
portentosa sostanza, della natura che non è fatta per la gioia e che ci avvince
al dolore. Bisogna che la natura vinta soccomba nel conflitto; bisogna che la
realtà succeda al sogno, e allora il sogno regna come padrone, allora è il sogno
che diventa vita, e la vita diviene sogno. Ma qual differenza in questa
trasfigurazione! Paragonando i dolori dell'esistenza reale ai godimenti della
fittizia, non vorrete più vivere, ma vorrete sempre sognare. Quando lascerete il
vostro mondo per passare al mondo degli altri, vi sembrerà di passare ad una
primavera napoletana da un inverno della Lapponia. Vi sembrerà di lasciare
l'Eden per la terra, il cielo per l'inferno. Gustate dell'hashish mio caro,
gustatene!"
Per tutta risposta Franz prese un cucchiaio di questa pasta meravigliosa,
misurato sulla quantità che ne aveva presa il suo anfitrione, e la portò alla
bocca.
"Diavolo!" disse, dopo avere inghiottito questa pasta divina. "Io non so se il
risultato sarà gradevole quanto dite, ma la sostanza non mi sembra tanto
saporosa quanto affermavate."
"Perché le papille del palato non sono ancora adatte alla sublimità della
sostanza che gustano. Ditemi, la prima volta che gustaste le ostriche, il tè, il
porter, i tartufi, li assaporaste con tanto piacere quanto ne aveste poi in
seguito? Comprendereste il piacere che provavano i romani nel condire i fagiani
con l'assafetida, ed i cinesi, che mangiano i nidi delle rondinelle? Eh, mio
Dio, no. Ebbene, è lo stesso con l'hashish: mangiatene soltanto otto giorni di
seguito, e poi, nessun nutrimento al mondo
vi sembrerà della squisitezza di questo, che oggi vi sembra forse fetido e
nauseante. Ma ora passiamo alla camera vicina, e Alì ci servirà il caffè, e ci
darà le pipe."
Tutti e due si alzarono, e mentre colui cui si è dato il nome di Sindbad, e così
chiamato per distinguerlo dal suo convitato, dava alcuni ordini al suo
domestico, Franz entrò nella camera attigua.
Questa era arredata più semplicemente quantunque non meno riccamente; di forma
rotonda, un gran divano le girava intorno. Ma il divano, i muri, il soffitto, e
il pavimento erano ricoperti di magnifiche pelli lisce e morbide come più
morbido tappeto; erano
pelli di leoni dell'Atlante dalle possenti criniere, pelli di tigri del Bengala
dalle calde righe, pelli di pantere del Capo, screziate come quella che apparve
a Dante; finalmente pelli d'orsi della Siberia, e di volpi della Norvegia, e
tutte gettate in profusione le une sulle altre, dimodoché si sarebbe creduto di
camminare sui prati più fioriti, e di riposare sui letti più soffici. Tutti e
due si stesero sopra i divani, una quantità di pipe con le canne di gelsomino e
le imboccature d'ambra erano a portata di mano, e già preparate affinché non si
avesse la noia di fumare due volte nella stessa: ne presero una per ciascuno.
Alì le accese, ed uscì per andare a prendere il caffè. Vi fu un po' di silenzio,
durante il quale Sindbad si lasciò trasportare dai pensieri che sembrava
l'occupassero senza posa anche in mezzo alla conversazione, e Franz si
abbandonò a quella muta esaltazione, alla quale si cede quasi sempre fumando un
eccellente tabacco, che sembra portar via con la fumata tutte le pene dello
spirito, e rendere al fumatore tutti i sogni dell'anima.
Alì portò il caffè.
"Come lo prendete?" disse l'incognito, "alla francese o alla turca, forte o
leggero, con zucchero o senza, filtrato o bollito? Scegliete; c'è preparato in
tutti i modi."
"Lo prenderò alla turca" disse Franz.
"E avete ragione: ciò prova che avete disposizione per la vita orientale. Ah,
gli orientali, sono i soli che sappiano vivere. In quanto a me" soggiunse, con
uno di quei sorrisi singolari che non sfuggono, "quando avrò finito i miei
affari a Parigi, andrò a morire in Oriente, e se vorrete ritrovarmi bisognerà
che mi cerchiate o al Cairo, o a Bagdad, o a Ispahan."
"In fede mia" disse Franz, "questa sarà la cosa più facile del mondo perché
sembra che mi spuntino le ali d'aquila, e con queste farei il giro del mondo in
ventiquattro ore."
"Ah, ah, è l'hashish che opera! Ebbene, aprite le ali, e volate nelle regioni
sovrumane; non temete, si veglia su voi, e se, come quelle d'Icaro, le vostre
ali si liquefanno al sole, noi siamo qui per ricevervi."
Disse qualche parola araba ad Alì, che fece un segno d'obbedienza, e si ritirò
ma senza allontanarsi. In quanto a Franz, una strana trasformazione si operava
in lui: tutta la fatica fisica della giornata, tutte le preoccupazioni che
avevano fatto nascere gli avvenimenti della sera, sparivano come in un momento
di riposo in cui si è svegli abbastanza per sentire che il sonno viene. Sembrava
che il corpo acquistasse una leggerezza fuori del materiale, lo spirito
s'illuminasse in modo inaudito; i sensi sembravano raddoppiare le loro facoltà.
L'orizzonte si allargava, ma non l'orizzonte cupo sul quale aleggia un vago
terrore, quale l'aveva osservato prima del sonno, ma un orizzonte azzurro,
trasparente, vasto con tutto ciò che il mare ha di bello, che il sole ha di
raggi, che la brezza ha di profumo: quindi, in mezzo al canto dei suoi marinai,
canto così limpido e chiaro, che se ne sarebbe fatta un'armonia celeste se si
fosse potuto, vedeva comparire l'isola di Montecristo non più come uno scoglio
minaccioso sui flutti, ma come un'oasi perduta nel deserto; poi a seconda che la
barca s'avvicinava, i canti
divenivano più numerosi, poiché un'armonia incantatrice e misteriosa saliva da
quest'isola al cielo, come se qualche fata come Lorelay, o qualche mago come
Amfione avesse voluto attirarvi qualche spirito, o fabbricarvi una città.
Finalmente la barca toccò la riva, ma senza scossa, allo stesso modo che le
labbra toccano le labbra, e sembrò a Franz di entrare nella grotta senza che
cessasse questa incantevole musica; discese, o meglio gli sembrò scendere
qualche scalino respirando
un'aria fresca e balsamica come quella che circondava l'isola di Circe, composta
di tanti profumi da far andar in estasi, di ardori tali da far bruciare i sensi,
e rivide tutto ciò che aveva veduto prima del sogno, cominciando dall'ospite
fantastico Sindbad fino ad Alì il muto servitore; poi gli sembrò che tutto si
cancellasse, e si confondesse sotto i suoi occhi come le ultime ombre di
lanterna magica che si spenga, e si ritrovò nella camera delle statue,
illuminata soltanto da una di quelle lampade antiche e pallide che ardono nel
mezzo della notte sul sonno della voluttà.
Erano le stesse statue belle per le forme e per la poesia, con gli occhi
magnetici, con i capelli abbondanti; erano Frine, Cleopatra, Messalina, le tre
donne più celebri per la loro dissolutezza; poi nel mezzo di queste
s'introduceva una di quelle ombre calme, una di quelle visioni dolci che
sembrano coprir di un velo gli occhi verginali.
Allora gli sembrò che queste tre statue avessero riuniti i loro amori per un sol
uomo e che questi fosse lui; che si avvicinassero dove faceva un secondo sogno,
coi piedi coperti dalle loro lunghe e bianche tonache, coi capelli cadenti ad
onde, in una di quelle
pose irresistibili, con uno di quegli sguardi inflessibili e ardenti, pari a
quello che vibra il serpente all'uccello, e che lui si abbandonasse a quegli
sguardi, dolorosi come un laccio,
voluttuosi come un bacio.
Sembrò a Franz di chiudere gli occhi e, attraverso l'ultimo sguardo intorno,
intravedere la statua pudica che si velava internamente; quindi, i suoi occhi
chiusi alle cose reali, i suoi sensi si aprirono alle impressioni impossibili.
Allora, per Franz che subiva la prima volta l'effetto dell'hashish, fu una
voluttà, un amore come quello che prometteva il Vecchio della Montagna ai suoi
seguaci.
(...)
"Come da ieri mattina?" esclamarono i convitati. "Non avete mangiato da ventisei
ore?"
"No" rispose il conte. "Fui obbligato a deviare dalla mia strada per portarmi a
Nimes a prendere alcune informazioni, di modo che ero un poco in ritardo, e non
ho voluto fermarmi."
"Ma avrete mangiato in carrozza?!" disse Morcerf.
"No, ho dormito, come mi succede quando mi annoio senza avere il coraggio di
distrarmi, o quando ho fame senza avere voglia di mangiare."
"Ma dunque comandate al sonno?" domandò Morrel.
"Press'a poco."
"Avete una ricetta per questo?"
"Infallibile."
"Sarebbe eccellente per noi africani, che non sempre abbiamo da mangiare, e
sempre difficilmente da bere..." disse Morrel.
"Sì" disse il conte, "disgraziatamente la mia ricetta, buona per un uomo come
me, che conduce una vita eccezionale, sarebbe molto pericolosa applicata ad un
esercito, che non si sveglierebbe più, quando se ne avesse bisogno."
"Si può sapere che è questa ricetta?" chiese Debray.
"Oh, mio Dio, sì" disse il conte, "non ne faccio alcun segreto; è una mistura di
eccellente oppio; io stesso sono stato a cercare a Canton, per esser certo di
averlo puro, e del migliore hashish che si raccolga in Oriente, cioè fra il
Tigri e l'Eufrate. Si riuniscono questi due ingredienti in porzioni uguali, e se
ne formano delle specie di pillole che s'inghiottono quando uno ne ha bisogno.
L'effetto si produce dieci minuti dopo. Domandatene al barone Franz d'Epinay,
che credo un giorno ne abbia gustato."
"Sì" rispose Morcerf, "me ne ha accennato, anzi ne ha conservata grata
memoria."
"Ma" disse Beauchamp, che nella sua qualità di giornalista era molto incredulo,
"portate sempre questa droga con voi?"
"Sempre!" rispose il conte di Montecristo.
"Sarei indiscreto se vi domandassi di vedere queste pillole?" continuò Beauchamp,
nella speranza di cogliere lo straniero in fallo.
"No, signore..." rispose il conte.
E cavò di tasca una meravigliosa bomboniera scavata in un solo smeraldo, e
chiusa con un fermaglio d'oro, che, aprendosi, lasciava uscire una pillola di
color verdastro, della grossezza di un pisello. Questa pillola aveva un odore
acre e penetrante, e ve ne erano quattro o cinque nella cavità dello smeraldo
che ne poteva contenere circa una dozzina. La bomboniera fece il giro della
tavola, ed i convitati se la facevano passare più per esaminare la magnificenza
dell'ammirabile smeraldo, che per guardare e fiutare le pillole che conteneva.
"E' forse il vostro cuoco che vi prepara questo miscuglio?" domandò Beauchamp.
"No, signore" disse il conte di Montecristo, "non abbandono i miei piaceri
all'arbitrio di mani inesperte; sono abbastanza buon chimico per prepararmi da
solo queste pillole."
"Questo è uno smeraldo ammirabile, ed è il più grosso che abbia mai visto,
quantunque mia madre abbia qualche gioia di famiglia molto notevole..." disse
Chateau-Renaud.
"Di questi ne avevo tre" soggiunse il conte di Montecristo: "uno lo regalai al
Gran Visir, che ne ha adornata la sua sciabola; l'altro a persona che non posso
nominare; il terzo l'ho serbato per me, e l'ho fatto scavare gli ho tolto metà
del suo valore, ma l'ho reso più adatto all'uso al quale l'ho destinato."
Ciascuno guardò il conte di Montecristo con meraviglia; parlava con tanta
semplicità, che faceva ritenere vero ciò che diceva, o pazzo: lo smeraldo nelle
sue mani provava però la prima supposizione.
"Che vi hanno dato in cambio le persone cui avete fatto simili doni?" chiese
Debray.
"Il Gran Visir mi concesse la libertà di una donna" rispose il conte, "l'altra
persona la vita di un uomo. Di modo che per due volte sono stato possente, come
fossi nato sui gradini di un trono."
"Forse fu Peppino che liberaste, non è vero?" gridò Morcerf, "a lui applicaste
il vostro diritto di grazia?"
"Può darsi" disse Montecristo, sorridendo. "Signor conte" disse Morcerf, "non
potete farvi un'idea del piacere che provo nel sentirvi parlare in tal modo. Vi
avevo già dipinto ai miei amici come un uomo favoloso, come un mago delle Mille
e una notte, come uno stregone del medio evo, ma i parigini sono persone
talmente sottili nei paradossi, che prendono per capricci dell'immaginazione le
verità più incontrastabili, quando non sono abituali. Per esempio, ecco Debray
che legge, e Beauchamp che stampa tutti i giorni: è stato fermato e spogliato
sui bastioni qualche membro del Jockey Club in ritardo, sono state assassinate
quattro persone sulla rue Saint-Denis o nel Faubourg Saint-Germain, sono stati
arrestati quattro, dieci, venti ladri, sia in un caffè sul Bastione del Tempio,
sia alle Terme di Giulio. E negano l'esistenza dei banditi nelle Maremme, nella
Campagna
romana, e nelle paludi pontine. Dite dunque voi stesso, ve ne prego, signor
conte, che sono stato preso da questi banditi, e che, senza la vostra generosa
intercessione, io oggi aspetterei, secondo tutte le probabilità, la resurrezione
finale nelle catacombe di San Sebastiano, invece di offrire loro colazione nella
mia piccola ed indegna casa in rue Helder."
Capitolo 32.
IL RISVEGLIO.
Allorché Franz ritornò in sé, gli oggetti esteriori gli sembrarono una
seconda parte del suo sogno; si credette in un sepolcro dove a stento penetrava
appena un raggio di sole, simile a un sguardo di pietà. Stese la mano, e sentì
del marmo, si mise a sedere, e si trovò avvolto nel mantello sopra un letto di
zolle, secche, molto molli ed odorifere.
Tutta la visione era sparita, e, come se le statue non fossero state che ombre
uscite dai sepolcri durante il suo sogno, erano sparite al risveglio. Fece
qualche passo verso il punto da dove veniva la luce, ed a tutta l'agitazione del
sonno successe la calma della realtà.
Si vide in una grotta, si avanzò verso l'apertura, ed attraverso la porta
centinata scoprì un bel cielo turchino, ed un mare azzurro. L'aria e l'acqua
risplendevano ai raggi del sole
mattutino; i marinai erano sulla riva, discorrendo e ridendo; a distanza di
dieci passi la barca ondeggiava sul mare trattenuta dall'ancora.
Allora gustò per qualche tempo quella fresca brezza che gli passava sulla
fronte, ascoltò il debole rumore dell'onda che moriva sulla spiaggia, lasciando
sulle rocce un contorno di schiuma bianca come l'argento; si lasciò andare senza
riflettere, senza pensare a quell'incanto celeste, che hanno le cose della
natura particolarmente quando si esce da un sogno fantastico: poi un poco alla
volta la vita esterna così pacifica, così grande gli
rimandò la inverosimiglianza del suo sogno, ed i trascorsi fatti cominciarono a
rientrare nella sua memoria.
Si sovvenne dell'arrivo nell'isola, del modo con cui fu presentato al capo dei
contrabbandieri, del palazzo sotterraneo pieno di splendore dell'eccellente
cena, e del cucchiaio di hashish. Solo, in faccia a questa realtà, e in pieno
giorno, gli sembrò almeno un anno che tali cose fossero avvenute, tanto il sogno
che aveva fatto si era impresso nel suo pensiero, e aveva preso forza nel suo
spirito.
A tratti la sua immaginazione faceva apparire in mezzo ai marinai, o traversare
uno scoglio o librarsi sulla barca, una di quelle ombre che avevano ricolma la
notte di sguardi e di baci. Peraltro aveva la testa del tutto libera, e il corpo
perfettamente riposato; non alcuna pesantezza nel cervello, che anzi risentiva
un certo benessere generale, una maggiore disposizione a godere dell'aria e del
sole.
Le tesi
di Charles Baudelaire
Chrales
Baudelaire è il più noto dei letterati ottocenteschi che si sono occupati di
hashish. E' interessante notare la struttura del saggio Del vino e
dell'hashish raffrontati come mezzi di moltiplicazione dell'individualità
(1851). Infatti oggi i sostenitori del proibizionismo continuano a negare la
validità delle tesi antiproibizioniste che accostano gli effetti dell'alcol a
quelli dei derivati dalla cannabis, a vantaggio della minore tossicità della
cannabis.
Eppure è naturale che questa comparazione vada fatta se si affronta l'argomento
in modo razionale e senza pregiudizi. E infatti Baudelaire partiva proprio da
questa comparazione delle due sostanze, a quel tempo ugualmente legali, per
trarre le sue considerazioni. Baudelaire non fa una questione di sostanze ma di
uso delle sostanze. Il vino è come l'uomo, in sé non è né buono né cattivo, ma
ne esalta e amplifica la personalità in massimo grado. E proprio contro l'uso
dissennato del vino se la prende Baudelaire, moralista, non con la sostanza in
sé.
Quando poi si passa alla trattazione dell'hashish Baudelaire comincia citando
un'esperienza allora comune: al tempo della mietitura della canapa, allora
ampiamente diffusa (cfr.
i passi dell'Encyclopedie qui riportati), i lavoratori avvertono dei
giramenti di testa perché questa pianta sprigiona spiriti che danno vertigini,
anche se la varietà francese (canapa sativa) con cui si è tentato di
produrre hashish, scrive, non ha dato buoni frutti. E infatti l'hashish viene
dall'Egitto e la sua composizione è "decotto di canapa indiana, burro e una
piccola quantità d'oppio. Ecco dunque una marmellata verde, con un odore
singolare e talmente forte da suscitare una certa repulsione" (Baudelaire,
Il poema dell'hashish, Newton Compton 1992, p. 35).
In effetti le descrizioni dell'hashish che ci lascia Baudelaire, in modo analogo
a quelle di Dumas (cfr.
lettura di Dumas tratta da Il conte di Montecristo) e altri letterati
del periodo mostrano come l'hashish fosse a quel tempo ingerito in grandissima
quantità sotto questa forma e mischiato all'oppio. Gli effetti molto pesanti
descritti, dunque, vanno inquadrati in questa modalità di assunzione
incomparabilmente più massiccia di quella che oggi avviene con un normale
spinello.
"Cinque, dieci, quindici centigrammi sono sufficienti per produrre effetti
sorprendenti" (op. cit. p. 55) scrive nel Poema dell'hashish e
continua "A Costantinopoli, in Algeria, e anche in Francia alcuni fumano
l'hashish mescolato al tabacco; ma, in questo caso, i fenomeni descritti si
verificano in misura assai modesta e per così dire, in forma pigra" (op.
cit. p. 56).
Gli effetti dell'hashish descritti da Baudelaire sono molto pesanti, all'inizio
ansia, poi una seconda fase di allucinazione e deformazione della realtà e
infine una terza fase in cui "l'uomo è promosso a dio". A dire il vero
non si capisce quanto questi effetti siano derivati dalla cannabis e quanti
dall'oppio con cui era mescolata. Anche perché la confusione tra le due sostanze
è anche nella descrizione degli effetti oltre che nelle modalità di assunzione,
come testimonia il passo in cui il poeta francese cita Edgard Allan Poe che
descrive gli effetti di oppio e morfina, e Baudelaire afferma che ciò che
racconta "il maestro dell'orrido" sono "caratteristiche perfettamente
applicabili all'hashish" (op. cit., p. 79).
Non bisogna
erroneamente credere che Baudelaire per aver scritto questi saggi fosse un
teorico della cultura della droga, tutt'altro, le sue posizioni sono molto
moraliste, anche se qua e là contraddittorie. In primo luogo si avverte una
certa aristocrazia intellettuale, per cui questa sostanza non dà a tutti le
stesse sensazioni, gli effetti che descrive valgono
"per gli spiriti artistici e filosofici. Ma esistono temperamenti nei quali
questa droga produce soltanto una follia chiassosa...
In Egitto il governo proibisce la vendita e il commercio dell'hashish, almeno
all'interno del paese... Il governo egiziano ha ragione. Mai uno Stato
ragionevole potrebbe sopravvivere con l'uso dell'hashish. Non plasma né
guerrieri né cittadini.... Se esistesse un governo che avesse interesse a
corrompere i suoi sudditi, non dovrebbe far altro che incoraggiare l'uso
dell'hashish.
Si dice che questa sostanza non provochi alcun male fisico. E' vero... ma quella
che viene intaccata è la volontà" (Del vino e dell'hashish, op. cit.
p. 42-3).
Nella
sua conclusione tra la comparazione di vino e hashish dunque Baudelaire opta in
favore del primo.
"Il vino esalta la volontà, l'hashish è un'arma per il suicidio. Il vino
rende buoni e socievoli. L'hashish isola... Il vino è fatto per il popolo che
lavora e merita di berne. L'hashish appartiene alla classe dedita alle gioie
solitarie; è fatto per miserabili e oziosi. Il vino è utile, produce risultati
fruttuosi. L'hashish è inutile e pericoloso" (op. cit. p. 43-44).
Si potrebbe naturalmente discutere su questi giudizi di Baudelaire in parte
motivati dal tipo di assunzione pesante da lui descritta, in parte per rivedere
il suo giudizio positivo sul vino, che se abusato è estremamente più pericoloso
e non porta affatto necessariamente a sentimenti "buoni e socievoli". Questi
giudizi, dieci anni dopo, vengono in parte ripresi e riveduti nel Poema
dell'hashish in cui si trova anche una certa apologia dell'uso della
sostanza:
"Ecco dunque la felicità! sta in quanto può contenerne un cucchiaino! ...
Potete inghiottire, senza paura; non si muore. I vostri organi fisici non ne
riceveranno alcun danno. ...che cosa rischiate? domani, un po' di affaticamento
nervoso" (op. cit. p. 59).
Ed è interessante che la conclusione del poema riprenda anche a proposito
dell'hashish la stessa cosa che dieci anni prima aveva detto del vino, e cioè
che la sostanza serve ad amplificare ed esaltare le caratteristiche
dell'individuo:
"E se, a prezzo della sua dignità, della sua onestà e del suo libero arbitrio
l'uomo potesse trarre dall'hashish grandi benefici spirituali, farne una sorta
di macchina per pensare, uno strumento fecondo? Ho sentito porre spesso questa
domanda e rispondo. Innanzitutto, come ho spiegato a lungo l'hashish non rivela
all'individuo null'altro che l'individuo stesso. E' vero che questo individuo
viene per così dire elevato al cubo e spinto all'estremo delle sue facoltà..."
Allora è forse questa la chiave per comprendere le continue oscillazioni di
Baudelaire ora di condanna ora apologetiche nei confronti dell'hashish. In modo
un po' aristocratico il poeta crede che la diffusione della sostanza nel popolo
produca effetti socialmente negativi, perché i vizi del popolo verrebbero così
amplificati. Ma per i poeti e gli spiriti liberi sembra che questa esperienza
possa giovare, anche se non in assoluto e con le dovute restrizioni.
Ancora su una cosa è poi interessante l'opinione di Baudelaire, e cioè sulla
questione se la droga possa sviluppare e aiutare l'arte. E la sua risposta
ancora una volta è negativa, non
si può pensare che la droga ci elevi ad artisti
perché ancora una volta la droga amplifica ciò che si è, non ci fa diventare ciò
che non si è.
E infatti
Baudelaire attaccava e criticava, in una nota, l'approccio di Moreau de Tours (cfr.
il dibattito dell'800) che pensava di curare la pazzia con l'hashish: per
Baudelaire il pazzo che assume questa sostanza amplifica la sua pazzia e basta.
E ancora vale la pena di citare il finale de Del vino e dell'hashish in
cui l'autore riporta le parole del musicista Auguste Barbereau che affermava:
"Io non capisco come l'uomo razionale e spirituale possa servirsi di mezzi
artificiali per arrivare alla beatitudine poetica, dal momento che l'entusiasmo
e la volontà sono sufficienti per elevarlo a un'esistenza soprannaturale. I
grandi poeti, i filosofi, i profeti sono esseri che grazie al puro e libero
esercizio della volontà pervengono a uno stato nel quale essi sono al contempo
causa ed effetto, soggetto e oggetto, ipnotizzatore e sonnambulo" e
Baudelaire aveva aggiunto "Io la penso esattamente come lui".
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