dati epidemiologici degli scorsi 30
anni tendono ad indicare che, in media, le sigarette
a bassa resa di condensato (catrame) sono un po’ meno rischiose.
Esattamente quanto meno non si può dire, ma probabilmente dal 10%
al 20% meno che le sigarette ad alta resa. Quindi la differenza,
media o generica, tra 12 e 8 mg di condensato è
probabilmente poca. Tra 12 e 4 mg la differenza dovrebbe essere
reale, anche se non molto grande, e non definibile con precisione.
Le incertezze sono dovute alle condizioni momentanee d’aspirazione
e inalazione - condizioni che sono diverse per ogni fumatore e
anche per lo stesso fumatore in tempi diversi. In altre parole c’è
chi fuma più o meno aggressivamente, e quindi inala una dose più o
meno grande. Si dà quindi il caso che sigarette a bassa resa
possano risultare in dosi maggiori che sigarette ad alta resa, a
ragione di come il fumatore le consumi.
Nel considerare una sigaretta particolare, la scelta non
dovrebbe basarsi sulla resa stessa, ma piuttosto sul rapporto di
condensato e nicotina. Questo perché la nicotina controlla la dose
di fumo, in quanto l’inalazione è inibita quando una desiderata
dose di nicotina sia inalata. Se questa dose di nicotina fosse
superata, l’inalazione si blocca perché il fumare diventa
istantaneamente avverso e non più piacevole.
La nicotina non è l’elemento pericoloso nel fumo a detta delle
maggiori autorità mediche: vedi l’Istituto di Medicina
dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti, e la
permessa e libera vendita di forti preparati di nicotina da usarsi
per smettere di fumare. Su questa base il rischio verrebbe ridotto
non riducendo la nicotina che è essenziale al piacere del fumare,
ma piuttosto riducendo il resto del fumo. Quindi, un fumo meno
rischioso avrebbe una maggiore concentrazione di nicotina rispetto
al resto, vale a dire un più basso rapporto tra la resa del
condensato e quella della nicotina.
Infatti, la modesta riduzione del rischio tra le sigarette ad
alta e bassa resa è molto probabilmente dovuta al fatto che le
sigarette leggere hanno un più basso rapporto tra condensato e
nicotina. Per definizione, le sigarette a bassa resa di condensato
producono un fumo meno denso e probabilmente più delicato.
Ovviamente il fumo di tali sigarette potrebbe essere maggiormente
inalato, a meno che non abbia un’alta concentrazione di nicotina
relativamente al condensato, come si è detto sopra. Quanto alla
lavorazione di sigarette a bassa resa, non c’è evidenza che sia
più o meno discutibile della lavorazione di altre sigarette.
Un'ultima nota: pochi sanno che l'introduzione delle sigarette
"light" fu dovuta principalmente alle pressioni politiche del
cartello antifumo diversi anni fa' sulla base che, essendo più
leggere, facevano meno male. Lo stesso cartello ora rinnega le sue
affermazioni, ed esige l'abolizione della distinzione tra "light"
e "normali".
Il
business del fumo? Sempre più a Sud
di Davide Musso
Il consumo di
sigarette si sposta a Sud.
Tra il 1990 e il ‘97 è aumentato del 24,3 per cento in
Medio Oriente, dell’8,6 per cento in Asia-Pacifico e del
3,6 per cento in Africa, mentre nello stesso periodo è
calato nei Paesi occidentali: meno 10,9 per cento in
Europa, meno 7,6 per cento in Nord America. E diminuisce
anche in America Latina e Centrale: meno 16,5%. Merito
delle politiche di controllo del tabacco, secondo
l’Organizzazione mondiale della sanità: grazie alle
campagne anti-fumo, i consumatori del Nord sanno che le
sigarette fanno male (peggio:
di sigarette si può morire) e
cercano di smettere. Merito anche delle leggi sempre più
restrittive. Dal 2002 sui pacchetti di
sigarette dell’Unione Europea
verranno stampate immagini di polmoni con il cancro e la
scritta “Il fumo uccide” e dal 2006 le marche di
sigarette verranno bandite
dalle sponsorizzazioni della Formula 1. Al Sud questo non
accade. E le multinazionali del tabacco ne approfittano
con campagne pubblicitarie aggressive o ammiccanti per far
salire i consumi. Attenzione, è un cambiamento epocale:
oggi a causa del fumo muoiono 4 milioni di persone l’anno,
quasi la metà nel Sud del mondo. Entro il 2030 i morti
saranno 10 milioni e il 70% starà nei Paesi più poveri.
Il Sud nuova frontiera per le multinazionali del tabacco,
con un grande vantaggio: il controllo del tabacco è debole
o inesistente.
Il primo produttore al mondo (per quantità) di
sigarette e prodotti di
tabacco è la China National Tobacco Corporation (Cntc), di
proprietà dello Stato: la Cina sforna 2,5 milioni di
tonnellate di tabacco ogni anno, un terzo del totale
mondiale. Ma la Cntc non è una multinazionale. I nomi che
invece si incontrano più spesso -ovunque e quindi anche
nel Sud del mondo- sono tre: Philip Morris, British
American Tobacco, RJ Reynolds. Lavorano attraverso joint
venture con aziende locali o concedendo a queste lo
sfruttamento dei loro marchi.
Nel Sud del mondo le multinazionali hanno mani libere o
quasi. A partire dalle confezioni. Se compro un pacchetto
di sigarette a Oslo, in
Norvegia, trovo 10 diverse indicazioni sulla nocività (tra
l’altro: cancro, dipendenza, malattie cardiache,
pericolosità durante la gravidanza, fumo passivo), se lo
compro a Montreal in Canada le segnalazioni sono 8, in
Italia 5, in Danimarca o Nuova Zelanda 4.
Stesso pacchetto di sigarette
nel Sud del mondo? Indicazioni generiche di nocività
oppure nulla. Non riportano alcun avviso sulla
pericolosità del fumo le sigarette
vendute in Uganda, Cambogia, Camerun, Niger.
Stesso pacchetto di sigarette
significa stesso produttore. Perché allora due pesi e due
misure? Perché la legge lo consente: solo il 26% dei Paesi
“in via di sviluppo” chiede ai produttori di
sigarette di stampare gli
avvisi sui pacchetti, contro l’89% degli Stati del Nord
del mondo.
Così per la pubblicità. Nei Paesi occidentali la
promozione diretta di sigarette
e prodotti di tabacco è di solito proibita. Le
multinazionali cercano di aggirare le restrizioni con
varie sponsorizzazioni: dagli eventi culturali e sportivi
alle linee di abbigliamento.
Provate invece a
passeggiare per le vie di Dakar, la capitale del Senegal.
Cartelloni pubblicitari giganti, ombrelloni per ripararsi
dal sole, manifesti di concerti: tutti sponsorizzati dalle
marche di sigarette più
famose con tanto di pacchetto in bella vista. E i consumi
sono passati dalle 430 sigarette
pro capite del 1970 alle 1.050 del 1990. Un aumento del
144% in vent’anni. Il Senegal è stato uno dei primi Paesi
africani ad approvare -negli anni ‘80- leggi sul controllo
del tabacco: divieto di fumare nei locali pubblici,
vietati gli spot televisivi. Ma la normativa è stata
modificata per la pressione delle aziende produttrici e
oggi la promozione pubblicitaria di
sigarette è comune. La strategia: ci si rivolge a
un pubblico giovane puntando sul miraggio chiamato America
con slogan come “Evadete con Marlboro” o “America arrivo!”
(L&M).
Il 93% del mercato senegalese è in mano alla Manufacture
du Tabac de l’Ouest Africain (Mtoa), azienda controllata
quasi totalmente dalla francese Coralma International, a
sua volta di proprietà di Bolloré e Seita, sempre
francesi. Mtoa ha poi stretto accordi con alcune
multinazionali straniere per produrre
sigarette con i loro marchi.
In particolare Marlboro e L&M (Philip Morris) e Camel e
Gold Coast (RJ Reynolds). Le due multinazionali americane
sono in Senegal dagli anni ‘80.
Un altro esempio di
pubblicità senza limiti è quello dell’India. Qui la guerra
delle multinazionali del tabacco è serrata, l’obiettivo è
conquistare i fumatori di bidi, (tipiche
sigarette indiane rollate a
mano): i dati sui consumi parlano di 1.220 bidi procapite
ogni anno, contro appena 150
sigarette. Si calcola che siano 250 milioni le
persone che fanno uso costante di tabacco.
Ogni anno si spendono 2,3 miliardi di rupie (103 miliardi
di lire) in pubblicità per sigarette
e prodotti di tabacco. In testa l’Indian Tobacco Company (Itc),
il primo produttore di sigarette
del Paese, che nel 1999 ha speso 2 miliardi di rupie (90
miliardi di lire).
Le multinazionali si muovono spesso attraverso le società
locali. British American Tobacco ha siglato accordi con
Itc per produrre sigarette
Benson & Hedges e State Express 555. Philip Morris invece
produce Marlboro e Chesterfield attraverso Godfrey Philips
India (Gpi) e le vende tramite la controllata Philip
Morris India. Ma
Gpi commercializza anche Rothman’s (che dal 1999 è un
marchio Bat). RJ Reynolds ha un accordo con il gruppo Mk
Modi per i marchi Camel, Winston e Salem.
La pubblicità di sigarette e
prodotti di tabacco in India è ovunque: giornali,
televisione, cinema. Senza dimenticare le sponsorizzazioni
di concerti ed eventi sportivi.
Ma il boccone più ghiotto
per le multinazionali resta la Cina, il gigante dove i
fumatori sono 430 milioni. Produzione e
commercializzazione del tabacco sono in mano all’azienda
di Stato, la Cntc, ma negli ultimi anni ci sono state
aperture alle multinazionali (tra le altre anche qui
Philip Morris, RJ Reynolds e Bat). Le legge cinese sulla
pubblicità è molto rigida, non sono ammessi annunci su
giornali, radio, televisioni e i pacchetti di
sigarette devono riportare la
dicitura “Fumare è rischioso per la tua salute”. Ma la
norma è facilmente aggirabile: basta eliminare la parola
“sigaretta” e promuovere -per esempio- il “piacere del
mondo di Marlboro”.
Le tre
grandi sorelle del tabacco
PHILIPS MORRIS COMPANIES INC.
È la più grande multinazionale del tabacco. Ha sede a New
York, i dipendenti in tutto il mondo sono 137 mila. Nel
1999 il fatturato è stato di 78 miliardi di dollari (166
mila miliardi di lire), il 60% deriva dal settore tabacco.
I marchi più noti sono Marlboro, Merit, Chesterfield,
Muratti.
Philip Morris controlla anche Kraft Foods (34% del
fatturato, marchi come Philadelphia, Milka, Toblerone,
Suchard, Sottilette, caffè Hag e Splendid), Miller Brewing
Company (6% del fatturato, produce tra l’altro le birre
Miller e Foster) e la società finanziaria Philip Morris
Capital Corporation. Nel dicembre 2000 Philip Morris ha
acquistato la Nabisco Holding Corp., gigante alimentare da
8,4 miliardi di dollari di fatturato (quasi 18 mila
miliardi di lire).
BRITISH AMERICAN TOBACCO
PLC
Sede a Londra, 90 mila dipendenti e un fatturato di 11
miliardi di dollari (23 mila e 400 miliardi di lire). Le
sue sigarette più famose:
Lucky Strike, Dunhill, Pall Mall. Nel 1999 si è fusa con
Rothmans e ne ha acquisito i marchi. Controlla anche
l’americana Brown & Williamson Tobacco.
La rivista statunitense Multinational monitor ha inserito
la Bat tra le 10 peggiori aziende del 2000, per il suo
coinvolgimento nel contrabbando di
sigarette (come emerge da documenti segreti della
multinazionale e dall’inchiesta del quotidiano The
Guardian: www.guardian.co.uk/bat).
RJ REYNOLDS TOBACCO PLC
Sede a Winston-Salem (Usa), 7.800 dipendenti e 7,6
miliardi di dollari di fatturato (16 mila e 600 miliardi
di lire). Ha fatto parte della RJ Reynolds Nabisco fino al
1999, anno in cui il settore tabacco è diventato autonomo.
Tra i marchi più noti: Camel, Winston, Salem.
Thailandia.
Lotta serrata al fumo
La Thailandia ha una delle più severe leggi anti-fumo al
mondo. E fino al 1989 esisteva anche un blocco quasi
totale sull’import di tabacchi esteri. Gli strumenti
adottati: tasse elevate, bando della pubblicità, monopolio
governativo sulla produzione di
sigarette. Il Thailand Tobacco Monopoly (Ttm) è
infatti l’unico produttore legale di
sigarette del Paese e dipende dal ministero delle
Finanze.
Ma nel 1989 la United States Export Association, che
riunisce Philip Morris, RJ Reynolds e Brown & Williamson
(una sussidiaria della Bat) ha fatto pressioni
appellandosi al Trade Act del 1975 (legge Usa sul
commercio) e al Gatt per spingere il governo thailandese
ad aprire le frontiere: nel ‘91 per la prima volta le
sigarette straniere sono
entrate legalmente nel Paese.
Ma le restrizioni restano ferree: sono proibite le
pubblicità su qualsiasi mezzo di comunicazione (tranne
quelli stranieri) così come la distribuzione di campioni
gratuiti e di articoli promozionali. Gli avvisi sulla
nocività del tabacco devono occupare almeno il 33% del
pacchetto di sigarette, non
esistono distributori automatici di
sigarette e la vendita è proibita ai minori di 18
anni. Dagli anni ‘70 è vietato fumare nei luoghi pubblici.
Inoltre, le aziende straniere devono comunicare al
ministero della Sanità gli ingredienti di ogni marca di
sigarette commercializzata.
Le regole non sempre
vengono rispettate: pubblicità su giornali e manifesti,
oltre che su cappellini, magliette e quant’altro, venivano
utilizzate già negli anni ‘80, quando l’importazione di
sigarette straniere era
limitata. E poi le aziende ricorrono a sistemi
promozionali indiretti: esposizione dei marchi nei punti
vendita dei prodotti da fumo, sponsorizzazioni di concerti
ed eventi artistici, donazioni di denaro ad associazioni
di beneficenza, vendita di abbigliamento come “Marlboro
Classic” e “Camel Trophy Adventure”.
Dal 1945 in Italia bandita
la pubblictà di sigarette e
affini Tabacco:
divieto di apparizione
Negli Stati Uniti il consumo di
sigarette non può essere promosso in televisione,
radio o con manifesti. Ma la pubblicità è consentita sui
giornali, con l’obbligo di pubblicare anche avvertenze
sulla dannosità del fumo. Non vengono limitate le
pubblicità indirette, attraverso la cosiddetta
“diversificazione dei marchi” (la marca delle
sigarette, per esempio,
diventa anche il nome di una linea di abbigliamento). Si
stanno però studiando norme più restrittive. Simili norme
anche in Canada e Australia.
L’Unione Europea vieta la pubblicità in radio e Tv dal
1989. Alcuni Paesi hanno leggi più severe di altri: in
Portogallo, Italia e Francia è bandito qualsiasi tipo di
pubblicità dei prodotti da fumo. Altri Paesi sono più
permissivi, ma ancora per poco: la direttiva europea 98/43
dà tempo fino al 2006 agli Stati membri per l’introduzione
del divieto totale di pubblicità del fumo.
In Italia la pubblicità di sigarette
e prodotti a base di tabacco è proibita fin dal 1965. Le
sanzioni per la violazione della legge possono arrivare a
50 milioni di lire. Ma anche da noi ci sono molti modi per
aggirare la legge: le marche di
sigarette sono diventate “griffe” di moda, sponsor
di gran premi di Formula uno o altre manifestazioni
sportive, sponsor di eventi culturali.
La conquista dell'Est
Nuovo obiettivo economico -con il Sud del mondo- è
l’Europa Orientale. Caduta della Cortina di ferro,
privatizzazioni delle imprese statali, basso costo del
lavoro. Ma soprattutto nuovi mercati da conquistare. Ecco
le parole magiche che hanno attirato anche qui le
multinazionali del tabacco.
Emblematico il caso dell’ex-Unione Sovietica. I colossi
multinazionali sono arrivati in tutte le Repubbliche con
impianti per la produzione di
sigarette, tramite partecipazioni nelle società
locali o con nuove realizzazioni. A partire dalla Russia.
Con 40 milioni di fumatori (110 milioni in tutta la
Federazione Russa), tra cui il 60% della popolazione
maschile, e un consumo procapite di 1.757
sigarette l’anno, la Russia è
il maggior mercato in Europa e il quarto nel mondo per
grandezza.
Nel 1995, 61 milioni di sigarette
(il 44% del totale russo) era prodotto in 8 stabilimenti
in cui Philip Morris, RJ Reynolds, Bat e altre aziende
minori avevano tra il 49% e il 92% delle quote, quindi il
controllo totale.
Tra il 1992 e il 1998 le multinazionali hanno investito
oltre 1 miliardo di dollari (2.100 miliardi di lire)
nell’industria russa del tabacco. E gli affari sembrano
andare a gonfie vele se le “tre grandi” hanno deciso di
aumentare gli investimenti. RJ Reynolds nei prossimi due
anni spenderà 120 milioni di dollari (255 miliardi di
lire) per trasformare la fabbrica di San Pietroburgo nel
suo più grande impianto produttivo al di fuori degli Usa.
Philip Morris sborserà 200 milioni di dollari (425
miliardi di lire) per un impianto vicino a San Pietroburgo
che dovrebbe produrre 50 milioni di
sigarette l’anno.
“La situazione è tipica di tutti i Paesi dell’ex-Urss”,
sottolinea lo Iuf, l’unione internazionale dei sindacati
alimentari e del tabacco.
L’ex-Unione Sovietica è un boccone ghiotto non solo per le
dimensioni del mercato, ma anche “per i bassi salari e la
debolezza dei sindacati”.
L’espansione delle multinazionali del tabacco è
accompagnata da una massiccia campagna pubblicitaria. Le
sigarette d’importazione
rappresentano il 40% di tutta la pubblicità russa. La
legge ha proibito gli spot televisivi che riguardano le
sigarette, ma li permette su
carta stampata e manifesti a patto che riportino avvisi
sulla nocività del prodotto. Le tattiche delle
multinazionali per la promozione dei prodotti vanno poi
dalla distribuzione di campioni gratuiti, alla
sponsorizzazione di eventi sportivi, alla creazione di
marche locali e slogan che si rifanno al sentimento
nazionalista russo. È il caso delle
sigarette “Pietro il Grande” di RJ Reynolds.
Anche in Ucraina le grandi del tabacco sono arrivate dopo
il 1990 acquistando le fabbriche in via di
privatizzazione: il 30% è in mano a società estere. La
prima, con un terzo del mercato locale, è la tedesca
Reemstma che ha conquistato il successo con la creazione
di marche locali. La prima società a stelle e strisce a
metter piede sul suolo ucraino è stata la RJ Reynolds nel
1992. Prima dell’indipendenza le pubblicità di
sigarette erano proibite,
oggi sono permessi gli annunci su giornali e manifesti, ma
anche le pubblicità stampate su magliette e gadgets. In
Ucraina il 60% della pubblicità è relativa ad alcol e
sigarette straniere. Gli
slogan sono i soliti e puntano sul desiderio di evasione:
“assapora la libertà” o “assaggia l’Occidente”.
Piano di riassetto per
l'Ente tabacchi Le
sigarette italiane non
"tirano"
In Italia le sigarette -ma
anche sigari, tabacco, sale e carta- sono prodotte
dall’Ente tabacchi (Eti). Ex monopolio di stato, società
per azioni dallo scorso anno, è in via di privatizzazione.
Che fa rima con “riassetto” o “ristrutturazione”, se
volete: per diventare appetibile l’Eti deve sgravarsi di
3.584 dipendenti e di 28 impianti tra stabilimenti
produttivi e magazzini. Il riassetto è iniziato nel 2000 e
terminerà nel 2002. Anche l’assetto societario deve
diventare più snello e puntare su produzione e
distribuzione. Proprio come i principali concorrenti
europei. Che, tolte le grandi multinazionali, si chiamano
Austria Tabak e poi Seita (Francia) e Tabacalera (Spagna):
queste due si sono fuse nel 1999 dando vita a Altadis,
nuova società che si piazza al quarto posto nella
classifica dei più grandi produttori mondiali di prodotti
di tabacco. Ma i problemi dell’Eti non finiscono qui:
quello del tabacco è un mercato “maturo” -sottolinea il
piano di riassetto- cioè stabile. È così anche il mercato
italiano: stabile, con un aumento “della quota dei
prodotti importati e dei prodotti su licenza a fronte di
un consistente decremento dei prodotti italiani”. In altre
parole: le sigarette di
Philip Morris importate o preparate su licenza dallo
stesso Ente tabacchi vendono sempre di più, arrivando a
occupare il 59% del mercato italiano per quantità. Le
sigarette targate Eti (MS,
Alfa, Nazionali, per intenderci, ma anche i sigari
Toscani) non hanno un grande successo: nel 1989 la quota
di mercato era del 56%, nel 1998 era crollata al 35%. Il
motivo? La qualità dei prodotti non è alta e si posiziona
in una fascia di prezzo medio-bassa. Da qui la ricetta per
il riassetto.
Primo: “valorizzare i business prodotti da fumo e
distribuzione”. Secondo: “razionalizzare e dismettere le
attività” non strategiche, cioè carta, sale, filtri,
premanifattura. E il sale in particolare, che nel ‘98 ha
segnato 12 miliardi di perdite. Andrà quindi cambiata la
struttura societaria attuale. Oggi dall’Ente dipendono
altre quattro società: Ati (premanifattura tabacchi),
AtiSale, AtiCarta, Filtrati Spa.
Altra strategia: l’internazionalizzazione. Oggi l’Ente
tabacchi esporta in Francia e Germania, ma progetta di
raggiungere Spagna, Grecia, Belgio e Lussemburgo. E poi
sono in fase di studio joint venture per la produzione di
sigarette in Sud America e
Asia.
Rotte complici
e multinazionali del tabacco sono complici del
contrabbando di sigarette. Ne
è convinta l’Unione Europea, che il 6 novembre scorso ha
denunciato due tra i maggiori produttori al mondo di
sigarette -Philip Morris e RJ
Reynolds- presso il tribunale di New York, chiedendo il
risarcimento per il danno economico subìto. La vendita di
sigarette di contrabbando
equivale infatti a imposte che l’Ue non può incassare:
circa 2 miliardi di lire per ogni container. Saranno i
giudici americani a stabilire l’entità del risarcimento;
le perdite dei Paesi membri dell’Ue sono state di 20 mila
miliardi di lire nel 1998-’99.
E alla denuncia dell’Unione Europea ha aderito anche il
governo italiano, alcune settimane dopo. Si potrebbe così
arrivare a un assurdo: l’Italia denuncia Philip Morris e
RJ Reynolds ma intanto continua a produrre su licenza
proprio le sigarette di
Philip Morris.
Ma cosa c’entrano le aziende del tabacco con i
contrabbandieri? Secondo l’Ue i trafficanti di
sigarette comprano la merce
direttamente dalle multinazionali, che ne sono consapevoli
ma non fanno nulla per impedirlo. Anzi, secondo la rivista
Tobacco Control il contrabbando è vantaggioso per le
aziende stesse perché permette vendite maggiori ed è un
sistema per entrare in mercati chiusi (come quello cinese,
per esempio, dove ogni anno vengono importati
clandestinamente 40 milioni di
sigarette).
Le marche più diffuse sono quelle americane, come Marlboro
e Camel. Le sigarette di
contrabbando vengono acquistate legalmente dalle aziende
produttrici negli Usa e arrivano al porto di Anversa in
Belgio come merce “in transito”.
Ufficialmente si tratta di sigarette
destinate a Paesi extraeuropei, come il Nord Africa. Per
questo sono esenti da tasse. Ma una volta lasciata
Anversa, se ne perdono le tracce.
Tre le rotte principali. La prima dal Belgio porta in
Svizzera. Qui le sigarette
non sono più sotto la legislazione Europea e ricevono una
nuova destinazione, che di solito è l’Europa dell’Est o
l’ex-Unione Sovietica.
Il secondo percorso: dal porto di Anversa arrivano agli
aeroporti di Belgio e Paesi Bassi e da qui raggiungono di
nuovo l’Europa orientale. Dai Paesi dell’ex-Cortina di
ferro rientrano quindi in Unione europea, dirette
soprattutto in Germania e Italia (qui arrivano soprattutto
da Albania e Montenegro, Paese che sta diventando il nuovo
centro di smistamento del contrabbando).
Terza rotta: dal Beglio arrivano direttamente in Spagna,
Andorra a Portogallo.
Nel 1996 in Europa sono entrati 100 milioni di
sigarette “duty-free” per un
valore di 14 miliardi di dollari (quasi 30 mila miliardi
di lire).
Il testo della denuncia dell’Unione europea si può
scaricare dal sito
http://www.nyed.uscourts.gov/pub/ruling/CV/2000
cliccando sul file 00cv6617cmp.pdf
Sempre più numerose le
cause legali perse dai produttori di
sigarette La multinazionale nuoce gravemente alla salute
La storia recente delle multinazionali del tabacco è
scritta su carta bollata. La prima causa giudiziaria è del
1954 quando un fumatore si ammala di cancro e sporge
denuncia: sul pacchetto di sigarette
non veniva segnalata la pericolosità del fumo. Bisognerà
però aspettare il 1965 perché i primi avvisi anti-tabacco
compaiano sui pacchetti. Le multinazionali hanno sempre
negato l’esistenza di un legame tra il fumo delle
sigarette e il cancro. Ma
molti studi medici provano esattamente il contrario. Nel
‘94 il Mississippi è il primo Stato americano a chiedere
un risarcimento per le spese sanitarie sostenute per le
malattie da fumo. In 24 seguiranno il suo esempio. Da
quell’anno in poi i produttori americani di
sigarette diventano
protagonisti abituali dei tribunali. E nel 1998 ammettono
che il fumo potrebbe provocare il cancro. Nel 1999 Philip
Morris perde due cause contro privati cittadini: i giudici
decidono risarcimenti per 131 milioni di dollari (280
miliardi di lire). Ma la cifra record è dell’anno scorso.
Il tribunale di Miami, Florida, stabilisce che le
multinazionali sono colpevoli dei danni provocati ai
fumatori. E devono pagare: Philip Morris, RJ Reynolds,
Brown & Williamson (di proprietà della Bat), Lorillard,
Ligget dovranno sborsare 145 miliardi di dollari, vale a
dire più di 300 mila miliardi di lire. Ovviamente le
aziende condannate ricorreranno in appello. Intanto, forte
della sentenza americana, il Codacons, associazione per la
tutela dei consumatori, mette a disposizione una linea
telefonica per chi volesse intentare una causa per danni
da fumo attivo (info: www.codacons.it, tel. 06-37.25.809).
La prima denuncia itaiana è partita l’anno scorso: è
quella di due privati cittadini contro l’Ente tabacchi
italiani (Eti). I processi contro le multinazionali del
tabacco hanno anche reso pubblici molti documenti
aziendali inediti. Per farsi un’idea potete visitare i
siti:
http://tobacco.who.int/en/industry/index.html ,
http://www.pmdocs.com
,http://www.bw.aalatg.com
,
http://www.rjrtdocs.com