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Dalla Pagina Nigrizia

 

 



PER 12 MILIARDI DI DOLLARI IN PIU'

Luciano Ardesi

 
Tanto vale l’hashish marocchino sul mercato europeo. Ai coltivatori vanno però solo 214 milioni. Pubblicato a metà dicembre, il primo rapporto Onu sulla coltura della canapa indiana ha confermato che il Marocco è il maggior produttore mondiale di questa droga.
 
Per la verità da tempo il Marocco è in testa a questa classifica e ciò costituisce il punto di riferimento per qualsiasi considerazione sulla droga nel Maghreb e nel Nord Africa. Per questo motivo è utile partire proprio dall'ultima inchiesta, condotta con una moderna tecnologia attraverso il satellite europeo Spot5 che durante i mesi di luglio e agosto 2003 ha fotografato il nord del Marocco consentendo di misurare l'estensione delle coltivazioni di canapa indiana (cannabis).

Sono stati individuati così 134mila ettari di terreno suddivisi tra cinque province del nord, Chefchaouen, Taounate, Al Hoceima, Larache e Tetouan pari al 27% della superficie agricola utile del territorio studiato. L'estensione delle colture del kif, come viene chiamata localmente la cannabis, si è fatta a spese non solo di quelle alimentari tradizionali ma anche dei boschi che coprono queste regioni montagnose.

La produzione annuale è stata stimata in 47mila tonnellate di canapa indiana che corrisponde a 3.080 ton. di hashish, che fa appunto del Marocco il maggiore produttore mondiale. Se si tiene conto del prezzo di vendita al dettaglio (2003) di 5,40 dollari per ogni grammo di hashish, e del fatto che nel corso del 2002 sono state sequestrate 735 ton. in Spagna e 66 in Marocco, le circa 2.300 ton. effettivamente immesse sul mercato hanno prodotto un giro d'affari stimato a 12 miliardi di dollari all'anno.

Basti pensare che le esportazioni del Marocco ammontano, nel 2002, a 11 miliardi di dollari. I due dati non sono però immediatamente confrontabili, la cifra d'affari è infatti realizzata prevalentemente in Europa dove è diretta la quasi totalità della produzione marocchina.

La coltura della canapa indiana fa vivere i 2/3 delle piccole aziende agricole della regione, vale a dire 96.600 famiglie, circa 804mila persone, fornendo loro la metà del proprio reddito; a queste persone si aggiungono 66mila altri lavoratori temporanei provenienti da altre regioni. La coltivazione della cannabis rende da 7 a 8 volte quella dell'orzo quando i terreni non sono irrigui, e da 12 a 16 volte quando è praticata l'irrigazione.

Si comprende perché i contadini della regione, tra le più povere del paese, non abbandonino questa pratica, peraltro antica ma che solo negli ultimi decenni si è estesa in maniera considerevole. Tuttavia si stima che ai coltivatori marocchini vadano solo 214 milioni di dollari, una briciola rispetto ai 12 miliardi di dollari.

Il rapporto è il primo realizzato con la collaborazione tra il Marocco e l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Onudc), che ha applaudito il coraggio del governo di Rabat, il quale sottolinea che «non ha nulla da nascondere, per questo ha fatto questo studio». Tanto entusiasmo da entrambe le parti nasconde tuttavia alcuni elementi essenziali per cominciare a comprendere il fenomeno droga in Marocco e nel Nord Africa.

Qualche lacuna

In primo luogo il rapporto copre solo le province settentrionali del Rif, trascurando il fatto che dagli anni ottanta la coltura si estesa anche a regioni più meridionali. Inoltre non dice nulla sulla rete di raccolta, trattamento e smercio della droga. È proprio questa rete che ha consentito ai trafficanti marocchini e non solo europei di elevare il Marocco a centro della produzione e dello smercio dell'hashish in Europa e nel mondo, soprattutto attraverso la Spagna, anche grazie alla presenza sulla costa mediterranea delle enclave spagnole di Ceuta e Melilla.

In ogni caso dopo le rimesse degli emigrati, il traffico di droga è la seconda fonte di entrata di valuta del paese. Infine il Marocco non è nuovo ad una campagna di immagine con la quale vorrebbe presentarsi armato di buona volontà, frustrata dalla responsabilità dell'Europa che rimane il principale consumatore di hashish e che non contribuisce sufficientemente a fornire un'alternativa ai contadini poveri del Rif.

Nel 1992 l'allora monarca Hassan II, padre dell'attuale re Mohamed VI, lanciava con grande pompa una "guerra alla droga" sollecitando l'aiuto europeo e cercando di far dimenticare la complicità del potere nell'esplosione del fenomeno. C'è voluta tuttavia una campagna della stampa internazionale nel corso del 1995 affinché il potere cominciasse ad agire.

Il risultato fu lo smantellamento di alcune reti di trafficanti e di alcune complicità nell'apparato statale (polizia, autorità locali, magistratura). L'opposizione riuscì ad utilizzare, per la prima volta in Marocco, un nuovo strumento istituzionale con la creazione nel febbraio 1996 di una Commissione parlamentare di inchiesta sulla droga.

Questa ed altre inchieste permisero di comprendere che i 50mila ettari ammessi dallo stesso Hassan II nel 1992 stavano rapidamente aumentando e che le operazioni di "pulizia" tra i trafficanti avevano permesso l'emergere di nuove reti più professionali e più strutturate, lasciando nascoste le relazioni con il potere o la stessa famiglia reale, il grande tabù della questione droga in Marocco.

Secondo l'organizzazione francese “Osservatorio geopolitico delle droghe” questa operazione corrispondeva infatti alla necessità di rimettere sotto controllo un settore lasciato crescere liberamente, anche per disinnescare le tensioni dovute alla crisi economica e sociale, ma che ha assunto un valore ormai troppo elevato per continuare a trascurarlo.

Nel 1992 come oggi la relativa facilità con la quale si parla della produzione di cannabis e dei suoi derivati consente di occultare inoltre altre nuove realtà. Il Marocco, in primo luogo, ed altri paesi magrebini sono coinvolti nel traffico di altre droghe, principalmente cocaina. Il Marocco è infatti una delle porte d'ingresso della cocaina in Europa via Spagna soprattutto, grazie anche all'esistenza delle reti tradizionali dell'hashish; e marocchini, algerini e tunisini si prestano spesso a fare da corrieri-formica per trasportare la droga, cocaina e in minori quantità eroina.

Il traffico di hashish continua però a coinvolgere tutta l'Africa. Dopo il Marocco, l'Algeria, la Tunisia e l'Egitto sono i paesi dove più alti sono i sequestri di questa droga, sintomo di un intenso traffico. Da segnalare il declino dei sequestri in Egitto dalla fine della produzione su larga scala di hashish nella valle della Bekaa in Libano e di cui l'Egitto era una delle vie di smercio.

Il consumo interno

Un altro aspetto riguarda il consumo della droga nei paesi del Nord Africa. Il fenomeno che ha cominciato a prendere piede in proporzioni non più trascurabili a partire negli anni ottanta, si è poi consolidato successivamente. La cocaina ed alcune sostanze psicotrope sono entrate a far parte, accanto al più tradizionale hashish, delle abitudini, soprattutto tra i giovani.

La crisi sociale, la disoccupazione, la perdita di valori ha lasciato decine di migliaia di giovani non solo in balia dei predicatori fondamentalisti ma anche delle droghe. Spesso, come nel caso algerino, i due fenomeni si sono fusi, e i gruppi armati algerini sono stati accusati di aver finanziato la propria attività anche col traffico di droga (oltre a farne uso).

In Algeria del resto, soprattutto lungo tutti gli anni novanta, la disarticolazione dell'autorità e del controllo del territorio dovuti al terrorismo hanno favorito la creazione di reti di trafficanti, anche se la loro forza non sembra comparabile a quella del vicino.

Anche se il Marocco rimane di gran lunga il maggiore fornitore di hashish dei paesi magrebini, questi e soprattutto l'Algeria, hanno sviluppato una loro minima produzione locale, stimolata dall'aumento del consumo. Quest'ultimo aspetto è troppo recente per poter disegnare uno scenario futuro, fa parte tuttavia di un fenomeno più ampio che consente di collocare l'Africa non più ai margini della questione droga, anche se i diversi insieme regionali hanno le proprie specificità rispetto al Maghreb e all'Africa del Nord.

I derivati dalla cannabis costituiscono il consumo più elevato in Africa, che del resto dopo l'Oceania è la seconda regione per percentuale della popolazione che ne fa uso (8,6 % della popolazione di almeno 15 anni nel 2001). Dagli anni novanta però vi è una lenta ma regolare crescita del traffico e del consumo di eroina e di cocaina, con alcuni poli emergenti come il Sudafrica e la Nigeria.

Inoltre le sostanze psicotrope circolano in Africa sia per la disarticolazione del sistema dei controlli - è il caso dell'Algeria – sia per quella del sistema farmaceutico, oppure per l'inizio di una attività clandestina locale come nel caso dell'Egitto.

 

Rif e kif nella storia

L'hashish è stato introdotto in Marocco verso il XV secolo, e la coltivazione della canapa indiana (kif) è apparsa un secolo più tardi nella regione settentrionale del Rif, attorno a Ketama. Fino al XIX secolo l'uso del kif è limitato alle confraternite sufi. Con il protettorato francese in Marocco (1912), la regione del Rif viene attribuita agli spagnoli che lasciano prosperare liberamente la coltura del kif.

Nella parte francese, la coltivazione è proibita a partire dal 1932. All'indipendenza (1956) il divieto è esteso a tutto il paese, ma la coltivazione del kif è di fatto tollerata, soprattutto nel Rif; per il potere è un modo per riequilibrare il suo disinteresse per una regione berbera da sempre particolarmente ostile al potere monarchico.

Negli anni settanta Ketama, il Rif e il kif diventano per i giovani occidentali un mito a buon mercato e più facilmente raggiungibile rispetto all'India o all'Afghanistan. Da allora, anche dopo l'allontanamento dei giovani, il Rif e il Marocco non hanno cessato di estendere la coltivazione della canapa indiana e della produzione di hashish. (L.A.)

 

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Ultimo aggiornamento 01/01/2009 20.12.08
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