Per la verità da tempo il Marocco è in
testa a questa classifica e ciò costituisce il punto di riferimento
per qualsiasi considerazione sulla droga nel Maghreb e nel Nord
Africa. Per questo motivo è utile partire proprio dall'ultima
inchiesta, condotta con una moderna tecnologia attraverso il
satellite europeo Spot5 che durante i mesi di luglio e agosto 2003
ha fotografato il nord del Marocco consentendo di misurare
l'estensione delle coltivazioni di canapa indiana (cannabis).
Sono stati individuati così 134mila ettari di terreno suddivisi tra
cinque province del nord, Chefchaouen, Taounate, Al Hoceima, Larache
e Tetouan pari al 27% della superficie agricola utile del territorio
studiato. L'estensione delle colture del kif, come viene
chiamata localmente la cannabis, si è fatta a spese non solo di
quelle alimentari tradizionali ma anche dei boschi che coprono
queste regioni montagnose.
La produzione annuale è stata stimata in 47mila tonnellate di canapa
indiana che corrisponde a 3.080 ton. di hashish, che fa appunto del
Marocco il maggiore produttore mondiale. Se si tiene conto del
prezzo di vendita al dettaglio (2003) di 5,40 dollari per ogni
grammo di hashish, e del fatto che nel corso del 2002 sono state
sequestrate 735 ton. in Spagna e 66 in Marocco, le circa 2.300 ton.
effettivamente immesse sul mercato hanno prodotto un giro d'affari
stimato a 12 miliardi di dollari all'anno.
Basti pensare che le esportazioni del Marocco ammontano, nel 2002, a
11 miliardi di dollari. I due dati non sono però immediatamente
confrontabili, la cifra d'affari è infatti realizzata
prevalentemente in Europa dove è diretta la quasi totalità della
produzione marocchina.
La coltura della canapa indiana fa vivere i 2/3 delle piccole
aziende agricole della regione, vale a dire 96.600 famiglie, circa
804mila persone, fornendo loro la metà del proprio reddito; a queste
persone si aggiungono 66mila altri lavoratori temporanei provenienti
da altre regioni. La coltivazione della cannabis rende da 7 a
8 volte quella dell'orzo quando i terreni non sono irrigui, e da 12
a 16 volte quando è praticata l'irrigazione.
Si comprende perché i contadini della regione, tra le più povere del
paese, non abbandonino questa pratica, peraltro antica ma che solo
negli ultimi decenni si è estesa in maniera considerevole. Tuttavia
si stima che ai coltivatori marocchini vadano solo 214 milioni di
dollari, una briciola rispetto ai 12 miliardi di dollari.
Il rapporto è il primo realizzato con la collaborazione tra il
Marocco e l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine
(Onudc), che ha applaudito il coraggio del governo di Rabat, il
quale sottolinea che «non ha nulla da nascondere, per questo ha
fatto questo studio». Tanto entusiasmo da entrambe le parti nasconde
tuttavia alcuni elementi essenziali per cominciare a comprendere il
fenomeno droga in Marocco e nel Nord Africa.
Qualche lacuna
In primo luogo il rapporto copre solo le province settentrionali del
Rif, trascurando il fatto che dagli anni ottanta la coltura si
estesa anche a regioni più meridionali. Inoltre non dice nulla sulla
rete di raccolta, trattamento e smercio della droga. È proprio
questa rete che ha consentito ai trafficanti marocchini e non solo
europei di elevare il Marocco a centro della produzione e dello
smercio dell'hashish in Europa e nel mondo, soprattutto attraverso
la Spagna, anche grazie alla presenza sulla costa mediterranea delle
enclave spagnole di Ceuta e Melilla.
In ogni caso dopo le rimesse degli emigrati, il traffico di droga è
la seconda fonte di entrata di valuta del paese. Infine il Marocco
non è nuovo ad una campagna di immagine con la quale vorrebbe
presentarsi armato di buona volontà, frustrata dalla responsabilità
dell'Europa che rimane il principale consumatore di hashish e che
non contribuisce sufficientemente a fornire un'alternativa ai
contadini poveri del Rif.
Nel 1992 l'allora monarca Hassan II, padre dell'attuale re Mohamed
VI, lanciava con grande pompa una "guerra alla droga" sollecitando
l'aiuto europeo e cercando di far dimenticare la complicità del
potere nell'esplosione del fenomeno. C'è voluta tuttavia una
campagna della stampa internazionale nel corso del 1995 affinché il
potere cominciasse ad agire.
Il risultato fu lo smantellamento di alcune reti di trafficanti e di
alcune complicità nell'apparato statale (polizia, autorità locali,
magistratura). L'opposizione riuscì ad utilizzare, per la prima
volta in Marocco, un nuovo strumento istituzionale con la creazione
nel febbraio 1996 di una Commissione parlamentare di inchiesta sulla
droga.
Questa ed altre inchieste permisero di comprendere che i 50mila
ettari ammessi dallo stesso Hassan II nel 1992 stavano rapidamente
aumentando e che le operazioni di "pulizia" tra i trafficanti
avevano permesso l'emergere di nuove reti più professionali e più
strutturate, lasciando nascoste le relazioni con il potere o la
stessa famiglia reale, il grande tabù della questione droga in
Marocco.
Secondo l'organizzazione francese “Osservatorio geopolitico delle
droghe” questa operazione corrispondeva infatti alla necessità di
rimettere sotto controllo un settore lasciato crescere liberamente,
anche per disinnescare le tensioni dovute alla crisi economica e
sociale, ma che ha assunto un valore ormai troppo elevato per
continuare a trascurarlo.
Nel 1992 come oggi la relativa facilità con la quale si parla della
produzione di cannabis e dei suoi derivati consente di occultare
inoltre altre nuove realtà. Il Marocco, in primo luogo, ed altri
paesi magrebini sono coinvolti nel traffico di altre droghe,
principalmente cocaina. Il Marocco è infatti una delle porte
d'ingresso della cocaina in Europa via Spagna soprattutto, grazie
anche all'esistenza delle reti tradizionali dell'hashish; e
marocchini, algerini e tunisini si prestano spesso a fare da
corrieri-formica per trasportare la droga, cocaina e in minori
quantità eroina.
Il traffico di hashish continua però a coinvolgere tutta l'Africa.
Dopo il Marocco, l'Algeria, la Tunisia e l'Egitto sono i paesi dove
più alti sono i sequestri di questa droga, sintomo di un intenso
traffico. Da segnalare il declino dei sequestri in Egitto dalla fine
della produzione su larga scala di hashish nella valle della Bekaa
in Libano e di cui l'Egitto era una delle vie di smercio.
Il consumo interno
Un altro aspetto riguarda il consumo della droga nei paesi del Nord
Africa. Il fenomeno che ha cominciato a prendere piede in
proporzioni non più trascurabili a partire negli anni ottanta, si è
poi consolidato successivamente. La cocaina ed alcune sostanze
psicotrope sono entrate a far parte, accanto al più tradizionale
hashish, delle abitudini, soprattutto tra i giovani.
La crisi sociale, la disoccupazione, la perdita di valori ha
lasciato decine di migliaia di giovani non solo in balia dei
predicatori fondamentalisti ma anche delle droghe. Spesso, come nel
caso algerino, i due fenomeni si sono fusi, e i gruppi armati
algerini sono stati accusati di aver finanziato la propria attività
anche col traffico di droga (oltre a farne uso).
In Algeria del resto, soprattutto lungo tutti gli anni novanta, la
disarticolazione dell'autorità e del controllo del territorio dovuti
al terrorismo hanno favorito la creazione di reti di trafficanti,
anche se la loro forza non sembra comparabile a quella del vicino.
Anche se il Marocco rimane di gran lunga il maggiore fornitore di
hashish dei paesi magrebini, questi e soprattutto l'Algeria, hanno
sviluppato una loro minima produzione locale, stimolata dall'aumento
del consumo. Quest'ultimo aspetto è troppo recente per poter
disegnare uno scenario futuro, fa parte tuttavia di un fenomeno più
ampio che consente di collocare l'Africa non più ai margini della
questione droga, anche se i diversi insieme regionali hanno le
proprie specificità rispetto al Maghreb e all'Africa del Nord.
I derivati dalla cannabis costituiscono il consumo più
elevato in Africa, che del resto dopo l'Oceania è la seconda regione
per percentuale della popolazione che ne fa uso (8,6 % della
popolazione di almeno 15 anni nel 2001). Dagli anni novanta però vi
è una lenta ma regolare crescita del traffico e del consumo di
eroina e di cocaina, con alcuni poli emergenti come il Sudafrica e
la Nigeria.
Inoltre le sostanze psicotrope circolano in Africa sia per la
disarticolazione del sistema dei controlli - è il caso dell'Algeria
– sia per quella del sistema farmaceutico, oppure per l'inizio di
una attività clandestina locale come nel caso dell'Egitto.
Rif e kif nella storia
L'hashish è stato introdotto in Marocco verso il XV secolo, e la
coltivazione della canapa indiana (kif) è apparsa un secolo
più tardi nella regione settentrionale del Rif, attorno a Ketama.
Fino al XIX secolo l'uso del kif è limitato alle
confraternite sufi. Con il protettorato francese in Marocco (1912),
la regione del Rif viene attribuita agli spagnoli che lasciano
prosperare liberamente la coltura del kif.
Nella parte francese, la coltivazione è proibita a partire dal 1932.
All'indipendenza (1956) il divieto è esteso a tutto il paese, ma la
coltivazione del kif è di fatto tollerata, soprattutto nel
Rif; per il potere è un modo per riequilibrare il suo disinteresse
per una regione berbera da sempre particolarmente ostile al potere
monarchico.
Negli anni settanta Ketama, il Rif e il kif diventano per i
giovani occidentali un mito a buon mercato e più facilmente
raggiungibile rispetto all'India o all'Afghanistan. Da allora, anche
dopo l'allontanamento dei giovani, il Rif e il Marocco non hanno
cessato di estendere la coltivazione della canapa indiana e della
produzione di hashish. (L.A.) |