Istituzioni
Fatte a Pezzi
di GIORGIO BOCCA
LE ULTIME frasi del Berlusconi sconfitto e tradito sono nello
stile del Berlusconi vincente e arrogante: "Ma che volete? Vi
manderò una cartolina dalle Bahamas". "Sono uno che ha un
capitale di ventimila miliardi, che vogliono questi?...". Che
l'uomo politico Berlusconi sia irrecuperabile al buon governo
non vuol dire che sia fuori da ogni governo, vuol dire che con
lui un buon governo è impensabile. Diceva l'altra sera in
televisione il suo maggiordomo Bondi che Berlusconi era arrivato
a Palazzo Chigi con due soli obiettivi: cambiare l'Italia con le
riforme e pacificarla, farne un Paese unito.
Incauto maggiordomo a rimarcare in pubblico le due fondamentali
ragioni della sconfitta del suo padrone. Berlusconi ha cambiato
l'Italia mandando in pezzi quel po' di Stato moderno che c'era,
si è accanito con le sue controriforme contro la pace sociale,
contro la giustizia, contro la scuola, contro la finanza
pubblica e ha diviso il Paese come non lo era più stato dagli
anni della guerra civile, ha evocato il fantasma di un comunismo
staliniano morto e stramorto, ha sdoganato i neofascisti e li ha
riportati al potere, si è alleato con i secessionisti e
soprattutto ha ingannato i cittadini con le false promesse.
Gli analisti della politica non sforzino i loro cervelli a
cercare le ragioni della sua sconfitta: sono lì, visibili,
grandi come delle montagne. A cominciare dalla legge obiettivo
per le grandi opere, rimaste lettera morta, avviata solo per la
propaganda, senza i finanziamenti necessari, con i debiti che si
accumulano, una eredità spaventosa per i governi a venire sicché
le elezioni anticipate più che una occasione di riscatto vengono
pensate dalla gente che conserva il ben dell'intelletto come un
amarissimo redde rationem. E fortuna che si è ancora in tempo a
fermare gli impegni più demenziali come il ponte sullo Stretto
di Messina.
Per mesi, per anni la gente ha
subito la propaganda governativa come qualcosa di
incomprensibile ma di sopportabile. Sapeva che il cavaliere
sparava balle in continuazione ma pensava che proprio male non
facevano. Qualcuno trovava persino simpatico il suo ottimismo. E
perdurava la strana illusione che uno che aveva fatto tanti
denari per sé ne avrebbe fatto anche per i concittadini. Adesso
incominciano a capire che il benefattore milanese di fronte alle
incertezze della politica fa cassa, vende la sua azienda.
Nella sua testa il capitale conta più di tutto, pur di salvarlo
fa la figura di uno che si prepara a tagliare la corda, e i suoi
più stretti collaboratori lo lodano "ha venduto al meglio".
Complimenti! Il senso dello Stato nel governo di opportunisti
che ha messo assieme non esiste, è una debolezza da democratici
ingenui, da prima repubblica. Anche per questo i cittadini
stanno voltandogli le spalle.
Nell'ora della sconfitta i suoi alleati risultano francamente
incomprensibili. Che vogliono? Maggiore autonomia? Più potere?
Ma che hanno fatto in questi anni per meritarselo? Raggiunti i
loro ministeri e le auto blu, le vetrine televisive e le scorte
sono diventati dei perfetti yes men.
Altro che turarsi il naso e votare, come consigliava Montanelli
ai tempi della Dc! Hanno votato per anni a naso aperto tutte le
leggi ad personam. Arrivavano all'informazione dei flebili
sussurri: "Pare che a Fini la legge salva Previti non piaccia.
Quelli dell'Udc sono infuriati per le nomine nella Rai. Bossi è
pronto a dimettersi se non passa la devolution". Poi si arrivava
al voto, si accendevano le lampadine dei sì e il gregge era
compatto come sempre a far passare le prepotenze e le arroganze
del padrone. Ora si susseguono i dibattiti sulla crisi con le
solite dosi omeopatiche.
In maggioranza i rappresentanti del governo che fu in minoranza,
volenterosi oppositori che neppure a vittoria ottenuta sembrano
crederci e il concerto non sembra cambiato "non mi interrompa",
"mi consenta di correggerla" e così via su aspetti
insignificanti pur di sorvolare il disastro che sta davanti a
tutti, con cui tutti nei prossimi mesi ed anni dovranno pure
misurarsi.
Come è possibile che un governo moribondo,
carico di debiti e con le casse vuote continui a promettere
tagli delle tasse? Come è possibile che un timoniere alla guida
di una barca sfondata continui a promettere la scoperta
dell'America? Deciso a quanto pare a tener duro. Una antica
voglia, per non dire una antica certezza circola per il Paese.
Cosa faremo? Faremo come hanno già fatto i nostri padri e nonni,
volteremo gabbana, come stanno voltandola nei partiti, nei
ministeri, negli uffici pubblici, nell'informazione, nello
spettacolo quelli che si adontavano se qualcuno parlava di un
nuovo regime, di tendenze autoritarie. Ma questa volta, a casse
vuote, cambiar padrone serve a poco. Forse la celebrazione del
25 aprile può avere quest'anno un unico senso, quello del '45:
rimettere in piedi il Paese. Se siamo ancora in tempo.
(18 aprile 2005)