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Sommario:Se lo scandalo non fa notiziaSiamo il Paese dove il partito di maggioranza si vanta di essere il partito della libertà. Che in pratica vuol dire la libertà dei ricchi e dei potenti di fare ciò che vogliono
Gli uomini di potere, conservatori,
ma anche riformisti, preoccupati del bene pubblico, dicono,
invocano la fine 'della stagione dell'odio', dello scontro
sociale, cioè della lotta di classe senza cui saremmo ancora
al feudo e alla servitù della gleba. Sarebbe bene che
spiegassero di chi parlano. Degli uomini in genere o di noi
italiani?
Certamente non dei primi, visto che gli europei cristiani e civili stanno rispedendo a sicura fame e probabile morte i poveracci che cercano scampo da noi, che i cinesi ammazzano i sudditi in cerca di libertà, gli americani sono in armi in tutti gli angoli del mondo. Di noi italiani farebbero bene a non parlare almeno dei nuovi razzisti che vorrebbero instaurare la separazione razziale sui tram. Ma restiamo ai patetici appelli alla union sacrée. Che cosa è per noi italiani la democrazia? È il bene sociale e civile per cui abbiamo fatto la guerra civile o di liberazione, con 30 mila morti, più di 100 mila feriti e grandissima sofferenza? Se così è, e se è vero che siamo uomini liberi, democratici, perché mai dovremmo sopportare senza muover un dito che questo bene venga giorno dopo giorno insidiato, svuotato, corrotto? Se la democrazia è il sistema politico delle libertà e dei reciproci controlli, perché mai dovremmo fraternamente abbracciare quanti indefessamente operano per privarcene? Chiudiamo la stagione dell'odio, si sente dire da più parti. D'accordo, ma la stagione della corruzione imperante, delle mafie in espansione, della corsa al vitello d'oro, del rifiuto di ogni regola etica, questa stagione non la chiudiamo mai? Dite che esagero? Forse siamo scesi a un punto così basso della pubblica coscienza che il peggiore degli scandali non fa più scandalo. Per esempio, la notizia recente che la stragrande maggioranza degli italiani denuncia un reddito annuo inferiore ai 25 mila euro e che non più del 2 per cento degli italiani dice di superare i 200 mila euro annui. E con questa civiltà fiscale che si fa un paese moderno? Abbracciamoci pure e rotoliamoci pure soddisfatti nella nostra anarchia servile. Nelle province della Italia ricca e soi disant civile, nelle provincie lombarde decine di amministrazioni comunali sono state denunciate per complicità nella truffa dei semafori taroccati, truccati dove il segnale giallo era ridotto al minimo per moltiplicare le multe. E nell'Abruzzo terremotato a cui abbiamo dato prova di civile solidarietà, metà degli edifici sono crollati perché gli impresari edili avevano messo sabbia marina nel calcestruzzo. La cementificazione del
territorio procede a ritmi folli, il terreno agricolo viene
divorato ogni anno quanto più si parla di fame nel mondo e chi
partecipa alle speculazioni? I comuni, le pubbliche
amministrazioni che pur di fare cassa offrono sconti e
facilitazioni, per far crescere metropoli come la Roma delle
periferie abbandonate a sé e degli stupri, priva di vigilanza
e di servizi.
(07 agosto 2009)
Il paese delle fictionBerlusconi ha trasformato tutto in favola, spettacolo, propaganda: dalla vita familiare integerrima, raccontata a 'Chi', all'economia, fino alla politica estera
Storie mirabolanti del paese delle
fiction. Se il capo del governo deve informare i cittadini su
fatti e scandali della sua politica e della sua vita pubblica
e privata, che fa? Va in Parlamento e si
rivolge ai rappresentanti del popolo italiano? Oppure si
presenta a una conferenza stampa, o si rivolge ai grandi
quotidiani o alle televisioni?
No. Convoca un suo dipendente, il direttore del settimanale 'Chi', un giornale di gossip del tipo 'Sorrisi e Canzoni', e sul suo house organ, molto diffuso nella fascia della prima alfabetizzazione, si racconta come in una fiction: non il Barbablù che dicono i suoi nemici, ma un buon padre di famiglia amatissimo da figli e nipoti in attesa di cospicua eredità che sperano distribuita in un modo equo come ha precisato una delle figlie. E che succede nel paese delle fiction? Che la detta pubblicazione viene considerata una gaffe di nababbo convinto che tutto gli sia permesso dalla ricchezza, una gaffe magari da ignorare? No, tutti i giornali e le televisioni italici riprendono ampiamente questo ultimo esempio di giornalismo 'verissimo', quanto a dire inventato o manipolato, perché nell'era del capitalismo globale tutto ciò che fa soldi va adottato e imitato. Il verissimo della saga familiare berlusconiana non è una eccezione, un capriccio sultanesco, ma la norma. Tutto in economia, in politica nel regno di Silvio diventa fiction: una favola, uno spettacolo, una promozione, una propaganda, una scommessa in cui molti vivono beati e altrettanti attendono il momento del risveglio non si sa se comico o drammatico. Quasi quasi gli italiani a questo verissimo si sono abituati a giudicare dalla accettazione supina di ogni notizia o favola utili al sultano. Ecco un breve elenco di come le intenzioni di Silvio si mutino in verità indiscutibili: il nostro premier usa con disinvoltura suprema le sue relazioni con i grandi della politica internazionale. L'amicizia (ma che genere di amicizia è mai possibile fra capi di governo?) con Putin lo
autorizza a dire che la guerra tra Russia e
Georgia è finita grazie ai suoi buoni uffici.
Figuriamoci trattandosi di Stati pronti a sterminarsi a
vicenda. Si mette la prima pietra del gasdotto fra la Russia,
la Turchia e l'Europa, risultato di lunghe e difficili
trattative tra Mosca e Ankara? Salta subito su il misirizzi
italiano che si fa invitare all'inaugurazione per dire che il
merito è suo. L'America di Obama esce dalla
guerra fredda di Bush e va con il suo
presidente al Cremlino? Come tacere che è stato Silvio il buon
consigliere?
(04 settembre 2009)
Così è nato Il sultanatoAttacchi ai magistrati. Sdoganamento dei fascisti. Giustificazione degli evasori. Così Berlusconi ha stravolto la democrazia, sotto gli occhi di una sinistra che non capiva o fingeva di non capire
Ciò che colpisce nell'operaio di
oggi, scrive Alfredo Reichlin, è il suo
ritorno ad altre epoche, la sua solitudine. Il ritorno ad un
tempo in cui il lavoro salariato rappresentava il lato servile
della società, la manovalanza senza diritti di un'epoca in cui
il mondo del lavoro era senza rappresentanza, relegato nel
sottosuolo sociale. Qui, dice Reichlin, c'è la spiegazione
della sconfitta della sinistra da cui non si può uscire se non
si capisce quello che è accaduto. È accaduto che le classi
dominanti, la borghesia mercadora e produttrice, ha capito che
doveva attaccare lo Stato democratico
'fondato sul lavoro' della Costituzione, che
doveva riprendere in mano tutti i poteri come li aveva avuti
l'aristocrazia, più di quanti ne aveva avuti la borghesia
nella rivoluzione industriale.
Il Berlusconi che si presenta alle platee moderate come 'uno dei vostri', ha capito d'istinto che bisognava riformare lo Stato, distruggere e attaccare tutte le garanzie liberali, anche quelle della nuova Repubblica democratica. È stata una decisione di 'pancia' prima ancora che di testa, l'infallibile decisione da animale da preda che la sinistra e i lavoratori italiani non hanno capito o hanno finto di non capire. Ogni scelta del nuovo sultanato mirava a quella ripresa totale del potere, seguiva quell'istinto, quella fame di potere, ma a molti sembrava assurdo, impossibile e scambiavano queste scelte reazionarie per un capriccio da padroncino, per una risposta ad un sopruso subito. Attaccava la magistratura? La pubblica opinione non capiva che era un attacco alla democrazia, pensava che fosse soltanto il risarcimento dei presunti torti subiti dalla burocrazia di un italiano che si era fatto da sé e che non aveva paura dei potenti. Sdoganava i fascisti preferendoli ai democratici? Era solo uno che andava contro i miti e i riti della sinistra. Perché un fascista non poteva essere un buon cittadino? Diceva che le tasse erano
eccessive e che lui capiva quelli che cercavano di non
pagarle? L'italiano medio lo approvava: il peso delle tasse
era davvero gravoso.
(11 settembre 2009)
La cattiva maestraLa televisione è una scuola così pervasiva da essere frequentata senza che nessuno ce lo ordini. E la sua capacità educativa non solo è nulla, ma è negativa
Ogni giorno i cittadini
dei paesi moderni, cioè di quelli che hanno accesso agli
ultimi ritrovati della tecnica, frequentano una gigantesca
scuola dell'obbligo, nel senso che è quasi impossibile
rifiutarsi di frequentarla: la televisione. Una scuola
senza aule e bidelli, casalinga, da seguire stando
comodamente in poltrona con una birretta fresca a portata di
mano. Senza orari obbligatori, ma di fatto frequentata da
interi popoli per due o più ore al giorno. Decisiva per la
cultura di un popolo perché insegna perentoriamente a tutti
come parlare, come comportarsi, come gestire.
Che effetti ha avuto sul genere umano una scuola così pervasiva da essere universalmente frequentata senza che nessuno ce lo ordini? La prima constatazione è che la sua capacità educativa, la sua facoltà di correggere i difetti umani e di rafforzare le virtù non solo è nulla, ma negativa. Certamente non ha indotto i suoi frequentatori a non nominare il nome di Dio invano, a non desiderare la donna d'altri, a non uccidere, non rubare, non dare falsa testimonianza e a non cedere ai peccati della gola, della superbia e della vanità. Nel migliore dei casi i suoi interessati sostenitori, come il capo del governo italiano, la elogiano senza riserve per aver aperto al libero mercato e alle loro aziende gli sterminati pascoli della pubblicità, quanto a dire la prevalenza dell'imbonimento sulla corretta informazione. Pur essendo difficile e forse impossibile dare voti a quell'enorme ammasso che è la cultura televisiva, possiamo dire che essa risulta pessima nel campo del linguaggio, dove il parlar curiale, colto, raffinato, elegante, è stato sostituito da una congerie volgare, idiomatica, dialettale, plebea, straniera, dal gigantesco swahili in cui s'intendono gli uomini che non sanno più parlare in una lingua nobile.
(18 settembre 2009)
La voglia di farla francaL'informazione di routine consiste in una soffocante esibizione della gaglioffaggine generale, stupida e quasi sempre modesta: reati da quattro soldi, ridicole speranze di ricchezza
Ogni giorno dal mondo arriva uno
tsunami d'informazioni, spesso ripetitive, in quantità
soffocante. A maggioranza misfatti e peccati mortali dei
nostri simili, sicché la persuasione di essere uno dei loro,
non sai se più malvagio o stupido, aumenta con perenne
sgradevolezza. La ripetizione inesauribile del male o della
stupidità, la loro onnipresenza è disperante.
Alcuni dittatori come Mussolini credettero di risolvere il problema abolendo la cronaca nera, ma invano. I banditi assassini di cui giornali e radio tacevano, passavano egualmente nei vicoli delle nostre vecchie città. Ciò che affligge e spaventa di questa inarrestabile tendenza al male è che essa non è subita, ma cercata con pazienza e abilità e fertile immaginazione. Ogni giorno si ha notizia di concittadini che si sono clandestinamente associati per frodare il prossimo, spesso inteso come fisco.Truffe complicatissime, con difficile alterazione di registri e di bollette, con pazienti e lunghe fatiche per fabbricare falsi e abusi. Ciò che spaventa nella criminalità globale e trionfante è che essa non è un lavoro qualsiasi, penoso, ma un lavoro che piace. Prendiamo la recente campagna di stampa promossa dagli amici di Berlusconi in risposta agli attacchi dei suoi nemici. Colpisce non tanto la sua virulenza, quanto il compiacimento dei suoi autori, il compiacimento di chi ferisce che cresce a misura del dolore inferto: non solo accuse infamanti, ma spesso inventate, ingrandite con allusioni e ammiccamenti e documenti falsi. Si sono divertiti un mondo quelli che hanno fatto a pezzi l'innocuo dottor Boffo, direttore dell''Avvenire', a rovina della vita sua e della sua famiglia. La delinquenza non è un lavorio penoso, si lega quasi sempre a una voglia di gioco infantile che resta negli anziani, il gioco di 'farla franca' con astuzie e raggiri, il gioco dei nascondigli e dei fortilizi. Quasi ogni giorno la televisione scopre qualche covo mafioso o camorrista ricavato in un sottoscala o dietro un muro posticcio, arredato con il gusto di un adolescente: il frigorifero, la televisione, l'immagine di padre Pio, il passaggio sotterraneo di fuga, roba che un geometra prima dei poliziotti scoprirebbe subito. Rifugi segreti che non hanno mai evitato la cattura, eppure voluti da quasi tutti i grandi latitanti.
(25 settembre 2009)
Le conquiste di Silvio"Non ho mai pagato una donna perché il bello dell'amore è la conquista" ha detto Berlusconi. Ma Tarantini preparava il terreno organizzando feste e assoldando schiere di escort
La stampa che piace a
Berlusconi ha sparato ad alzo zero contro
Gianfranco Fini, il presidente della Camera colpevole
di chiedere il rispetto dei principi fondamentali della
democrazia, quali la libertà di stampa, il rispetto dei
diritti umani, il diritto di asilo dei perseguitati politici.
Per aver commesso simili imperdonabili delitti Fini è stato
definito 'un compagno', come fosse un delitto esserlo, un
politico fallito e irresponsabile pronto a suicidarsi, come
dice Bossi. Questa è la destra, questi sono i
conservatori, questi i liberali di casa nostra. Senza pudore,
senza decenza rimproverano a Fini di difendere la libertà di
stampa come se essa non fosse liberissima. "Dire che non è
libera è una barzelletta", ha sentenziato il premier, che
essendo proprietario di tre reti televisive, il padrone
effettivo di quelle pubbliche, delle maggiori case editrici, e
di parecchi giornali, è convinto, a ragione dal suo punto di
vista, di essere l'informatore più libero e obiettivo del
mondo.
Il politologo Giovanni Sartori ha scritto che nessuno dei dittatori o aspiranti tali contemporanei parla più di autoritarismo. I regimi autoritari, ha scritto, si riproducono senza proclami e marce su Roma, con la cancellazione delle garanzie e dei diritti. E tutti i seguaci del nuovo capo mentre consolidano il potere autoritario lamentano l'odio in politica e invocano l'unità nazionale, mentre continuano gli attacchi alla magistratura e il ricorso al lodo Alfano, cioè all'abolizione del principio democratico fondamentale, della legge eguale per tutti. Con questa destra, con questi liberali, con questi democratici gli italiani hanno perso la cognizione della differenza tra pubblico e privato, su ciò che va pagato dallo Stato e ciò che tocca al primo ministro. Secondo le indagini del Tribunale di Bari, l'imprenditore Tarantini ha
organizzato per conto del premier 18 feste nella sua villa in
Sardegna o a palazzo Grazioli, senza dirgli, ha precisato, che
pagava le giovani donne, le escort, sia per le danze e le cene
che per ciò che toccava a quelle che rimanevano per la notte.
E il premier si è affrettato a confermare che lui "non
ha mai pagato una donna perché il bello dell'amore è
la conquista". Come a dire agli italiani che li considera dei
colossali minchioni pronti a bere tutte le menzogne. Cioè che
un faccendiere avrebbe montato un simile giro di donne e di
droga, rischiosissimo per la sicurezza dello Stato e per le
conseguenze giudiziarie, a gratis, senza ricavarne alcun
utile. Ma anche un bambino sa che tipi come Tarantini a gratis
non ti danno neppure un bicchier d'acqua, che il loro mestiere
è di sfruttare le debolezze dei potenti per ottenere favori e
indulgenze.
(02 ottobre 2009)
Quel Silvio da NobelSulle colpe e i difetti degli italiani Berlusconi naviga a suo agio, li ingigantisce, li giustifica, assecondandone il vizio di scambiare i sogni per realtà, le bugie per verità, la voglia di farla franca per civismo
Dicono di Silvio: alla presidenza
della Repubblica non ci pensa, preferisce restare premier,
alla presidenza della Repubblica ci metterà il suo fidatissimo
Gianni Letta. E invece ci pensa, ci pensa.
Nei particolari come sempre, come ciò che i terremotati
d'Abruzzo devono trovare nei frigo delle nuove case, dal
dentifricio allo spumante per il brindisi riconoscente.
E intanto vuole il Nobel per la pace. L'idea chi ce l'ha avuta? Lui e chi altro? Sono più di cento anni che un italiano non vince il premio Nobel per la pace, ma adesso ci pensa lui, nei particolari. Cominciamo dal comitato promotore. Un fidatissimo Giammario Battaglia, nominato da Silvio promotore del comitato, sceglie i 20 fidatissimi a cui Silvio spiega, nei particolari cosa devono fare, cominciare dal rileggersi la famosa autobiografia regalata agli italiani, dalla nascita il 29 settembre del 1936 (onomastico festeggiato democraticamente tra operai e sinistrati), alla fondazione di Canale 5, prima rete televisiva nazionale, sino al gennaio del '94, quando "salva l'Italia dal finire nelle mani dei comunisti per contrastare la loro possibile, anzi certa, dittatura e un avvenire di povertà e di servitù". E come capo del governo, Berlusconi "riacquista la fiducia internazionale e il ruolo che spetta all'Italia, come paese fondatore dell'Unione europea". Capito? Se lo mettano bene in testa e si ripassino gli indiscutibili meriti di cui Silvio parla in ogni suo comizio trasmesso a reti unificate o quasi. Comunque il promotore Giammario Battaglia è lì per ricordarglielo. Primo capitolo. Silvio Berlusconi e la crisi Russia-Georgia: "Mai avremmo ottenuto un accordo tra georgiani e russi se Berlusconi non avesse fatto valere i suoi antichi legami di amicizia e di fiducia con Vladimir Putin e Nicolas Sarkozy (e il promotore respinga con
sdegno le insinuazioni di qualche antitaliano sul passato di
Putin nella polizia sovietica).
(22 ottobre 2009)
Il padrone in redazioneLa libertà di stampa è un bene comune necessario, uno specchio in cui vedere come realmente siamo, a quali tentazioni siamo esposti
Da noi si discute della libertà di
stampa come di un bene assoluto, di un diritto insopprimibile
che scende sugli uomini 'per grazia di Dio' come la
sovranità. Ma in realtà è tutt'altra cosa: una
conquista civile sofferta e a continuo rischio, un bene frutto
del progresso, ma dal progresso fortemente condizionato e
insidiato.
Come? Dagli interessi economici, per cominciare. Ho iniziato la mia vita di giornalista a Torino dove i quotidiani concorrenti erano 'La Stampa' e 'La Gazzetta del Popolo'. Alla 'Stampa', di proprietà della Fiat, era proibito dare notizia che un operaio di Mirafiori era morto sul lavoro, al massimo si poteva dire che era deceduto 'nel trasporto all'ospedale'. Alla 'Gazzetta del Popolo' la proprietà era la SIP, Società Idroelettrica Piemontese, per cui si taceva sui folgorati dall'elettricità industriale ed era meglio non occuparsi troppo di quella naturale dei fulmini. Gli uffici stampa delle due aziende madri sovraintendevano al culto aziendale: alla 'Stampa' Tota Robiolo diceva commossa ai giornalisti convocati per una conferenza della direzione 'a cinque dita', dei cinque direttori generali: "Signori silenzio, qui si fa l'Italia". Alla 'Gazzetta' l'inaugurazione di una centrale o anche solo di una condotta d'acqua era celebrata come una vittoria, e dell'amministratore delegato Attilio Pacces si parlava con la reverenza per un padreterno. Poi ci sono i condizionamenti politici. Al 'Giorno', proprietà dell'Eni di Enrico Mattei, i condizionamenti politici erano complessi: i giornalisti dovevano sapere che Mattei era un democristiano di sinistra ex partigiano nemico dei petrolieri americani, ma il vicepresidente Cefis, pure lui ex partigiano, era di destra, disponibile a un accordo con le 'sette sorelle'. E che per tenere i piedi in questo duumvirato si era arrivati alla convivenza di due direttori: Pietra e
Della Giovanna.
(30 ottobre 2009)
La mafia non è una favolaSono stato additato come nemico della patria per aver scritto che tra Stato e criminalità organizzata si sono create zone di tolleranza se non di coesistenza. Ma ho solo cercato di capire cosa stava accadendo in Italia Mi è capitato di recente di incorrere nelle ire e nei sarcasmi della maggioranza di destra al potere per aver scritto che fra lo Stato e la criminalità organizzata delle mafie si erano create, di fatto, zone di tolleranza se non di coesistenza. E la stampa della maggioranza scrisse che ero un nemico della patria o vittima del sonno della ragione, cioè uno che delirava. Il più educato, Fabrizio Cicchitto, disse che: "Da saggista che era, Bocca si è trasformato in romanziere, inventa collusioni fra la mafia e lo Stato". Ma romanziere non lo sono mai stato, ho solo cercato di capire che cosa stesse accadendo in questa strana società che è l'italiana. Cominciai nell'anno Settanta con un'inchiesta sulla mafia dei giardini, cioè sul rifornimento idrico della campagna palermitana controllata dalla mafia. Andai per prima cosa alla caserma dei carabinieri e incontrai l'allora maggiore Carlo Alberto Dalla Chiesa, uomo serio, concreto ma non privo d'ironia. Mi disse: "Ma davvero vuole sapere cosa è la mafia dei giardini? Ma crede davvero che ci sia la mafia?". Lui sapeva benissimo che la mafia c'era, e prevedeva persino che dalla mafia sarebbe stato ucciso, voleva solo mettermi in guardia dalla grande menzogna del potere in Italia che da sempre nasconde i suoi rapporti con la criminalità organizzata dicendo che non esistono. La stessa cosa, in linguaggio mafioso, la diceva in quei giorni il boss Gerlando Alberti al giudice che lo interrogava: "La mafia? Ma cosa è questa mafia di cui lei mi parla, una marca di formaggio?". Quando Totò Riina, il boss dei boss, venne arrestato, mi chiesi, come tutti in Italia, come mai avesse potuto abitare con la famiglia e dirigere l'Onorata Società stando in una villetta di Palermo. E quando seppi che sua moglie aveva partorito due volte nel maggiore ospedale di Palermo chiesi sul giornale come mai il primario non sapesse chi era, dato che a Palermo e a
Corleone lo sapevano tutti. Per risposta mi
arrivò una telefonata di un medico dell'ospedale con minaccia
di morte. Mi chiesi anche in quei tempi lontani perché mai la
riserva di caccia di Michele Greco, grande
boss mafioso a Bagheria, fosse frequentata da
poliziotti e funzionari dello Stato, e poi in quasi mezzo
secolo di giornalismo le molte altre domande senza risposta,
non solo su Andreotti amico e protettore di
Salvo Lima, un amico degli amici, ma anche
sui socialisti e liberali e persino i radicali che avevano
cercato e gradito i voti della mafia sino a recenti elezioni
regionali, dove in 61 circoscrizioni su 61 hanno vinto gli
amici dei mafiosi, come il 30 per cento degli eletti nel
consiglio regionale.
(06 novembre 2009)
Fascisti e opportunistiLa destra reazionaria è piena di ex socialisti alla Bombacci, è astiosa, ha voglia di diffamazione, disprezza la ragione pacata, gli intellettuali e gli studiosi di storia. Poi ci sono quelli che dicono di voler essere neutrali
Sono anni ormai che ci chiediamo se
il fascismo ritornerà, ma tranquilli amici, un po' è già
tornato; non il fascismo del ventennio, ma
quello di sempre, autobiografia della nazione, frutto
spontaneo del nostro autoritarismo anarcoide, del nostro
piacere di servire, della retorica patriottarda. Sono già
tornate le parole del patriottismo e del nazionalismo retorico
e gli annessi riti funebri: chi muore per sventura o per
dovere viene chiamato eroe, chi insiste a vedere i nostri
difetti antitaliano, e se non basta sovversivo, colpevole di
opporsi, ironia della storia, a quanti vogliono sovvertire la
democrazia.
Se il fascismo di regime chiamava pantofolai o panciafichisti i borghesi di normale buon senso, questi che ci ritroviamo vedono complottisti e sabotatori in chiunque si opponga al nuovo sultanato. È tornato il populismo a due tempi, di elogio e di disprezzo, di tipo mussoliniano in cui gli elogi senza limiti agli italiani "popolo di santi, eroi, navigatori" e persino di migratori, si alternavano alla "povera razza italiana che non cambierà non dico in diciotto, ma neppure in centottanta anni". Tornerà il fascismo? Tranquilli, un po' è già tornato. La destra reazionaria è già piena di ex socialisti alla Bombacci, che pensano che un posto alla greppia valga il voltagabbana, e come tutti i transfughi sono i più entusiasti del nuovo duce e i più rancorosi con i vecchi compagni. La formazione in atto del nuovo regime la capisci dall'astio, dalla voglia di diffamazione, dal desiderio incontenibile di mettere a tacere chi si oppone al nuovo ordine. Nel rinnovato ma eterno fascismo c'è anche il disprezzo per la ragione pacata sostituita dalla ragione di chi urla più forte, la cagnara che imperversa ogni sera nei dibattiti televisivi dove i sostenitori del sultano si piazzano nelle prime file e su istruzioni del padrone urlano come cagnacci rabbiosi, impediscono agli altri di parlare. E riconosci i favoriti del sultano che con le loro voci riescono a coprire anche un rombo di cannone. Gli urli, la violenza verbale annuncio di quella fisica, e poi l'assoluta indifferenza alla logica, alla grammatica, alla sintassi, alla storia, a un minimo di buona educazione. Un guitto del giornalismo può
tranquillamente accusarvi di non aver capito niente del
terrorismo citando non i tuoi libri sul tema, ma una cronaca
del suo incerto esordio. Non è solo la democrazia che questo
nuovo fascismo allo stato naturale ed eterno vuole affondare,
ma anche la normale convivenza, la normale educazione. Le
élite della cultura vengono retrocesse alla vanità snobistica,
gli studiosi di storia e di politica irrisi dai propagandisti,
la stampa internazionale presentata come una canea invidiosa
delle nostre glorie e dei nostri successi. Chiunque dissenta o
si opponga è travolto da una marea di contumelie e di accuse
infamanti che non risparmiano più nemmeno gli alleati di
classe, i signori dell'industria e della finanza, anche loro
investiti dal rancore del piccolo duce brianzolo, che sembra
un ricorso storico di quello del ventennio che nel crepuscolo
di Salò voleva "seminare di mine sociali la Pianura padana",
in odio ai grandi capitalisti che lo avevano abbandonato,
l'infido Agnelli e il grigio Pirelli,
come li chiamavano.
(12 novembre 2009)
IN NOME DEL DENARO BUTTIAMO GIU' LO STATO Giorgio Bocca ( L'Espresso del 6 Gennaio 2005 ) Il denaro al potere ha creato una nuova forma di sovversione: la demolizione strisciante dello stato di diritto, dello stato sociale, dello stato etico non per cospirazione rivoluzionaria, ma per sistematica, aperta attuazione di un programma di destra al servizio del denaro. Non diciamo che questa nuova destra berlusconiana è fascista, è qualcosa di peggio, il fascismo attaccava lo stato liberale per ricostruirlo più forte e autoritario, il berlusconismo lo disgrega per aver mano libera nel saccheggio e nell'uso delle istituzioni. Quali sono i nemici veri, odiati della stampa governativa? Le istituzioni fondamentali di uno stato democratico: la consulta che difende le istituzioni, la giustizia che difende la legge eguale per tutti, l'informazione che assicura la libera circolazione delle notizie e delle idee. Il leader del partito del denaro, il cavaliere, non ha mai nascosto la sua profonda insofferenza per lo Stato e per la separazione dei poteri. Ma vivere in un paese senza stato o con uno stato impaurito, sottomesso, in una giustizia che cerca formule ambigue per non dispiacere al padrone, è come vivere senza gravità, senza regole. Il cavaliere non nasconde le sue pulsioni anarcoidi, il suo profondo amore per il denaro padrone. Nelle manifestazioni pubbliche dello stato ama presentarsi come l'intruso che comanda, sempre con la smorfia, il sorriso, il gesto di chi pensa: la commedia dello stato di diritto è finita, vi ho fregato, sono io il più ricco, io che ho una marcia in più, io l'impunito. Non è lui, si intende, l'inventore del Dio denaro, che in questo mediocre tempo sta allargando il suo dominio al mondo intero. C'è di peggio, c'è il trionfo del comunismo capitalista cinese, c'è l'imperialismo dei neoconservatori americani, c'è la democrazia russa gestita dalla burocrazia stalinista di Vladimir Putin, ma insomma anche da noi le cose cambiano, i valori si sovvertono. Sono scomparse, per dire, la decenza, la vergogna dei ladri, il silenzio sui delitti, la ricerca della stima altrui. Nella società borghese il bancarottiere si sparava o si nascondeva. Oggi va alla prima della Scala, si fa intervistare, compare in televisione con lo stesso sorriso del capo del governo: sono più furbo, più bravo, più ricco di voi minchioni. Nella democrazia del Soldo che va formando anche da noi il suo regime, i nuovi padroni si vantano di rifiutare i giudici non graditi, li chiamano pubblicamente con termini infamanti quali assassisi o persecutori di parte, promuovono ai posti più alti della pubblica amministrazione furfanti notori, accettano per buone, elezioni manovrate dalla mafia, e magari firmano assieme un invito a escludere dalla direzione antimafia il giudice Giancarlo Caselli come a ricordare che in questo paese l'accordo silenzioso fra il governo e la mafia è un caposaldo del Sistema. Che c'è di nuovo nel Bel Paese ? Niente di nuovo sotto il sole come avvertiva l'Ecclesiaste. L'opposizione si adegua, se solo Romano Prodi osa attaccare il partito di governo lo sgridano, lo richiamano all'ordine; se un giudice manda assolto il Cavaliere, anche se in sostanza ammette che è stato un corruttore della giustizia, subito c'è anche fra gli oppositori chi compiace con arte ruffianesca: l'assoluzione va bene, dimostra che non c'è stata congiura nei giudici. Congiura No, ma adeguamento al nuovo potere, all'impunità del denaro. Altri valori dello stato che fu, evaporano, scompaiono. Un'informazione che informa, per esempio sostituita da una che promuove interessi amici, che trasforma tutto in pubblicità redazionale e che per farlo dice e disdice, presenta come ottimo e acquistabile ciò che nella pagina accanto è descritto come rischioso e abominevole. E scompare anche il senso del ridicolo, per scoprire la promozione sistematica dei peggiori, dei buffoni. |
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