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Il dio azteco Xochipilli, Principe
dei fiori, in atteggiamento ieratico.
Divenne l'ispiratore degli hippies di
tutto il mondo.
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Il dio azteco dei fiori, delle feste, della danza, della creatività. La
sua bellissima statua (sin.) a grandezza naturale, conservata al Museo
Nazionale di Antropologia di Città del Messico, fu trovata alla metà
dell'800, sulle pendici del vulcano Popocatepetl, a Tlalmanalco. Sul corpo
e sulla base della scultura si trovano parecchi disegni in rilievo di
fiori, piante e funghi. Tra cui: |

mushrooms (Psilocybe aztecorum)
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tobacco (Nicotiana tabacum)
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morning glory (Turbina corymbosa)
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sinicuichi (Heimia salicifolia)
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possibly cacahuaxochitl (Quararibea funebris)
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Sotto
il nome di funghi magici vengono radunate diverse
specie di funghi, circa cinquantasette. Il gruppo
più importante e quello che viene utilizzato in
Messico; la famiglia delle Cantharellaceae e
delle Strophariaceae, che si divide in una
interessante serie di qualita, di cui diamo
l'elenco:
psilocybe mexicana, p. aztecorum, p. zapotecorum, p.
caerulescens,p. mazatecorum, p. caerulescens p.
nigripes, stropharia cubensis. Buona parte di
questi funghi sono utilizzati dalle diverse tribù
del Messico nelle loro cerimonie. Fra queste qualità
la più importante e senza dubbio la psilocybe
mexicana: il soggetto, dopo averla ingerita, si
trova improvvisamente "isolato" in un contesto
allucinatorio; a livello fisico prova fenomeni di
rilassamento muscolare, di stanchezza generalizzata;
avvengono periodi di depressione mescolati con
periodi di ilarità. La storia dei "funghi magici"
messicani affonda le proprie radici nell'antichità;
sembra che tradizionalmente fossero usati dalle
popolazioni Maya
per
i loro riti magici, e questo venne evidenziato dai
vari reperti archeologici amerindi databili fra il
1000 e il 100 a.C., in cui i funghi comparivano
incorporando spesso visi umani o animali
Roger Heim
in: J. C. Baily e J. P. Guimard (cur.), 1979
L'esperienza allucinogena, Deadalo, Bari, pp.
181-204
Il culto antico
Le relazioni dei primi viaggiatori spagnoli e le
reliquie precortesiane, affreschi, statuette e
terracotta, alcune anteriori all'era cristiana, ci
insegnano che il culto dei
funghi sacri del Messico risale ad un lontano
passato. Sin dal XVI secolo, alcuni frati spagnoli
ci riportano le prime indicazioni, d'altro canto
molto frammentarie, sull'uso, delle tribù degli
Indiani del Messico meridionale, di
funghi i cui singolari
effetti erano utilizzati dagli indovini durante le
cerimonie rituali.
F. Bernardino de Sahagún (1), Francisco Hernández
(2), Jacinto de la Serna (3) avevano segnalato
l'effetto narcotico inebriante che produceva
l'ingestione del
teonanacatl, o "carne di Dio", e le strane
allucinazioni, i sogni colorati, accompagnati a
volte da visioni demoniache, accesso d'ilarità,
eccitazione erotica, o al contrario le fasi di
torpore o addirittura di benessere, che l'ingestione
di queste agaricacee produceva, e infine il
vantaggio che traevano da questo stato, durante i
festini che appartenevano alla vita comunitaria, i
guaritori o curanderos, adatti allora a
svelare agli astanti l'avvenire, e alle vittime
venute in consultazione il luogo dove potevano
essere nascosti gli oggetti scomparsi o le spose
rapite.
Tra i dati che ci ha lasciato la letteratura antica,
quelli che Diego Durán ci ha lasciato nella sua
Historia de las Indias de Nueva España (4) sono
particolarmente preziosi a questo riguardo.
Riguardano le cerimonie che hanno accompagnato e
seguito l'incoronazione di Montezuma II. Ricordiamo
la traduzione di alcuni passaggi fortemente
istruttivi a questo riguardo:
"Agli stranieri, si dettero da
mangiare
funghi silvestri,
affinché potessero inebriarsi; dopodiché,
cominciarono a ballare. Terminato il sacrificio,
ed essendo rimasti i gradini del tempio e la corte
bagnati di sangue umano, se ne andarono tutti a
mangiare dei funghi
crudi, nutrimento che faceva perdere a tutti la
ragione e li lasciava in uno stato peggiore che se
avessero bevuto molto vino; erano talmente ebbri e
privi di ragione che molti si suicidavano, e
grazie al potere di questi
funghi, avevano delle visioni e l'avvenire
veniva rivelato, il Diavolo parlava loro mentre
erano in stato di ebbrezza".
Sahagún, il celebre storico del Messico, ha
consacrato diversi passaggi del suo libro
fondamentale (1) al confronto tra le proprietà dei
teonanacatl usati dagli Aztechi e gli effetti
del cactus chiamato
peyote, scoperto probabilmente dagli Otomi,
utilizzato ancora oggi nel nord della valle di Città
del Messico e fin nel sud degli Stati Uniti, pianta
che i botanici chiamano Lophophora Williamsii, e di
cui è stato isolato l'alcaloide oggi molto
conosciuto, la mescalina, dai sorprendenti effetti
allucinatori.
"I Chichimechi, ci dice Sahagún, apprezzavano il
peyote al posto del vino o dei
funghi". Questa
affermazione ci mostra l'importanza che aveva preso
l'uso di questi ultimi nella vita degli Aztechi. "Si
riunivano su un terreno piatto, cantavano, ballavano
tutta la notte e tutto il giorno. E il giorno dopo
piangevano copiosamente asciugandosi gli occhi dalle
lacrime". Lo stesso autore aggiungeva che questi
funghi "crescono sotto l'erba nei campi o
nelle paludi, e sono utilizzati contro le febbri e
la gotta. Coloro che li mangiano hanno delle visioni
e palpitazioni al cuore, e queste visioni sono a
volte spaventose e a volte risibili. I
funghi eccitano il
desiderio sessuale".
Da queste relazioni, e da altre ancora, risulta la
constatazione che all'epoca precolombiana i
funghi sacri erano consumati pubblicamente,
che questi usi erano fortemente diffusi, e che si
applicavano a delle cerimonie aperte e non a porte
chiuse, come fu dopo che i monaci spagnoli ebbero
perseguitato queste pratiche profane. E soprattutto
nelle regioni zapoteche, nahuatl, otomi, che tale
uso era praticato da lunga data, ma sappiamo alla
luce delle nostre recenti ricerche che i paesi
mazateco, chinanteco, chatino, mixe, mizteco,
totonaco, e probabilmente huasteco e tarasco devono
essere aggiunti a questa lista, come anche le nostre
osservazioni ci hanno provato che questi
funghi non potrebbero essere consumati se non
freschi -crudi- o secchi, ma mai cotti o dopo essere
stati nell'acqua bollente, precauzioni che si
spiegano ormai con la natura dei corpi chimici
responsabili, solubili nell'acqua.
Le prove archeologiche
Sono queste precedenti indicazioni frammentarie che
hanno messo nel 1953 sulla pista feconda dell'etnomicologia
meso-americana i nostri amici R. Gordon e Valentina
P. Wasson, ai quali ci associamo in alcune
esplorazioni comuni. R.G. Wasson si applicò
specialmente a ricercare le fonti stesse delle
conoscenze antiche, come le opere precortesiane gli
testimoniavano, e a ritrovare delle prove
archeologiche. Gli affreschi di Teotihuacan,
nell'alta valle di Città del Messico, gli
rivelarono, nel celebre luogo di Tepantitla, delle
raffigurazioni murali proprie al culto di Tlaloc,
divinità del fulmine e delle acque, in cui i
cappelli di funghi si
succedono, schematizzati sino all'estrema
semplificazione di due cerchi concentrici,
alternandosi con delle conchiglie, lungo un
ruscello.
Questa vicinanza pittorica all'acqua e il fatto che
questi
funghi sacri siano collegati al Dio delle
Pioggie, poiché vengono chiamati "i bambini delle
acque" - apipiltzin - dai discendenti diretti
attuali degli Aztechi, corrispondono alla loro
localizzazione geografica e climatica. Sono in
effetti per la maggior parte delle specie prataiole
igrofile, acquatiche (la Psilocybe Zapotecorum
cresce nell'acqua), che si incontrano al limite
delle terre calde e delle terre fredde, verso i
900-1800 metri di altitudine, nelle zone molto umide
a causa delle precipitazioni atmosferiche.
Ugualmente, Wasson ha ritrovato, proprio del periodo
di Teotihuacan III, su un affresco di Teopancalco
evocante i riti della ebbrezza, un'alternanza
suggestiva di conchiglie e
funghi. Ma sono i
funghi di pietra del Guatemala e del Chiapas
e la terracotta dipinta della regione di Vera Cruz
che forniscono a queste ricerche le prove più
suggestive.
Mezzo secolo fa, il dr. C. Sapper aveva attirato
l'attenzione, per primo, su degli strani oggetti
archeologici trovati soprattutto in Guatemala, delle
specie di idoli a forma di
funghi, nelle quali si credette di vedere
innanzitutto delle rappresentazioni falliche. Queste
statuette di pietra sono state studiate dal Dr. St.
F. Borhegyi, che ha pubblicato una monografia (8),
recentemente completata dalle sue osservazioni sulla
terracotta e "micro-terracotta" dipinta del sud e
dell'est del Messico (9). I Wasson suggeriscono che
queste sculture "potevano essere l'espressione
sorprendente della fase di un culto presso i Maya
delle montagne, scomparso molto tempo prima
dell'arrivo degli Spagnoli".
Questa spiegazione, della quale siamo pienamente
convinti, potrebbe essere legata all'origine stessa
di cerimonie anteriori a quelle di cui Sahagún ci ha
trasmesso l'eco.
R.G. e V.P. Wasson, nel capitolo consacrato a questi
ornamenti precolombiani del loro primo lavoro
d'insieme sui problemi di emomicologia (5), si sono
dilungati su questa notevole interpretazione. Da
allora, il Dr. St. F. Borhegyi, con il quale i
Wasson avevano percorso il Guatemala nel 1953, ha
attribuito i più antichi di questi
funghi di pietra al X e anche al XIII secolo
a.C., mentre i più recenti all'800 e 900 d.C.
Queste sculture, alte fra i 20 e i 35 centimetri,
sono costituite da un cappello spesso e bombato
portato da uno stipite sul quale sono spesso
rappresentate delle figure animali, rospo, giaguaro,
coati, a volte un volto umano. Sono soprattutto le
montagne del Guatemala che nascondono ancora simili
reliquie maya - se ne trovano dei campioni nel museo
Rietberg a Zurigo, ugualmente a Washington, nel Musé
de l'Homme, e altrove - ma nessuno ricordo del culto
di cui i funghi sacri
sarebbero stati un tempo gli oggetti sussiste in
queste regioni di origine (7, 10). Tuttavia, il Dr.
Borhegyi ha scoperto due narrazioni indigene molto
antiche e molto suggestive, che fanno allusione a
sacrifici - il cui svolgimento è narrato sulle
pietre - a cui erano associati i
funghi. Wasson suppone che il culto ieratico
maya molto antico, fosse appannaggio di una
aristocrazia di preti, passato al popolo grazie a
capovolgimenti politici, poi, verso il nord, nei
paesi messicani, dove
si è diffuso e dove è durato sino ai nostri giorni,
mentre a poco a poco, ogni traccia si perdeva a
questo riguardo nei paesi maya.
La scoperta delle terrecotte dipinte è più recente e
non meno degna di interesse. La più spettacolare, la
più dimostrativa anche, quella che porta la prova
definitiva della natura di questi oggetti,
appartiene oggi alla collezione di Wasson, che l'ha
acquistata in Messico; essa proviene dai dintorni di
Vera Cruz (10). Rappresenta una donna seduta,
acconciata con una specie di turbante, il braccio
sinistro alzato ad invocare la potenza divina, la
mano destra poggiata su un fungo, il cui cappello,
nella parte inferiore, si marca come per simulare
l'imenio lamellato. La fattura di questo pezzo unico
è indiscutibilmente totonaca (esiste al Musé de l'Homme
una statuetta di donna totonaca molto simile a
quella che abbiamo appena succintamente descritto).
Il culto nel XX secolo
Dopo i primi scritti dei viaggiatori spagnoli, tre
secoli di silenzio totale calarono sui
funghi sacri del Messico. E' al botanico
Richard Evans Schultes e all'etnologo Robert
Weitlaner che va il merito di aver segnalato, una
trentina di anni fa, il perdurare di cerimonie
rituali associate ai funghi
sacri nel paese mazateco. R.E. Schultes pubblicò due
note a questo proposito, nel 1939 e nel 1940,
svelando l'identità del preteso fungo utilizzato,
Panaeolus sphinctrinus (11, 12), specie di cui
potetti successivamente confermare l'identità
specifica, ma che non era quella che gli Indiani
utilizzavano, avendo questi ultimi consegnato al
botanico americano dei campioni che si rifacevano ad
un fungo estraneo all'uso.
I Wasson, vivamente interessati a queste
indicazioni, ebbero la fortuna di ricavare, nel
1953, da una missionaria americana, Eunice V. Pike,
delle precisazioni inedite sull'uso, dei mazatechi
della regione di Huautla de Jimenez, di
funghi allucinogeni e divinatori, utilizzati
in cerimonie che ricordano evidentemente quelle di
cui parla Sahagún, ma che il rito cattolico aveva
notevolmente modificato.
Queste prime informazioni aprivano ai coniugi Wasson,
nell'agosto del 1953, la strada di Huautla, dove le
loro ricerche si rivelarono fruttuose. Potettero
riunire una documentazione sugli appellativi
vernacolari propri dei
funghi sacri,
raccogliere quattro specie tra questi, che mi
trasmisero, e che potetti studiare, descrivere e per
la maggior parte coltivare nel laboratorio di
Criptogamia del Museo a partire dalle loro spore:
l'una, nuova per la scienza, si rivelava allora
frequentemente utilizzata per scopi divinatori;
relativamente comune, propria dei pascoli e dei
campi di mais, fu designata con il termine di
Psilocybe mexicana Heim; un'altra, propria degli
sterchi di vacca e del letame, si identificava con
la
Stropharia cubensis Farle; una terza, simile
alla Psilocybe del sud degli Stati Uniti
descritta da Murrill sotto il nome di
caerulescens, veniva chiamata var.
Mazatecorum; la quarta, che vive nel legno,
apparteneva al genere Conocybe (C.
siligineoides Heim).
Ancor meglio, R.G. Wasson, sua moglie e sua figlia
ebbero la possibilità di assistere alle strane
cerimonie notturne durante le quali il curandero
Aurelio Carreras consumò quattordici paia di
Psilocybe mexicana e tre di
Stropharia cubensis. Il rito, al quale
partecipano numerosi accessori, è stato
successivamente minuziosamente descritto in inglese
dai Wasson nella loro prima opera (5), poi in lingua
francese da Wasson nel nostro libro, pubblicato in
collaborazione con lui, nel 1958 (13).
Ma è nel 1955 che i Wasson partecipavano essi stessi
ai festini mazatechi notturni ai quali presiedeva la
stupefacente curandera Maria Sabina. Provarono delle
allucinazioni di cui ci hanno fornito le prime
relazioni nei volumi ricordati qui sopra: forme
geometriche riccamente colorate, poi colonnati,
cortili di uno splendore regale, edifici dai colori
brillanti, visioni che si succedevano senza fine,
nascenti l'una dall'altra, "ciascuna emergente dal
centro della precedente". La nozione del tempo è
capovolta. "Tutte le impressioni visive e auditive
sono scolpite nella memoria come se fossero state
incise con il bulino". In seguito, Wasson ripeteva
l'esperimento a casa sua, a New York, tutta la scena
si animò allora dell'intensità anormale dei colori
apparsi. "Ho visto i cieli di Greco girare sopra New
York (5, 14)".
Prima, nel maggio 1954, Wasson esplorava il paese
mixe, vi ritrovava la traccia persistente di
analoghe cerimonie, per quanto differenti nei
dettagli, mentre nel luglio 1955, accompagnato da
Robert Weitlaner, percorreva la ragione di San
Augustin Loxicha, in terra Zapoteca, dove
precedentemente il Dr. Bl. Pablo Reko nel 1953, il
Dr. Pedro Carrasco nel 1949, avevano constatato, nel
corso di viaggi di ricerca entologica, che i
funghi sacri così come altre sostanze
vegetali allucinogene erano ancora in uso. In questa
regione precisa (5, 15), ho potuto successivamente
stabilire che due specie utilizzate dagli Zapotechi
erano la Psilocybe mexicana, ancora, e la
Psilocybe che chiamai Zapotecorum,
propria delle paludi e dei luoghi molto umidi (16).
Ma le prove colturali intraprese al Museo di Parigi
sin dal 1955 con l'aiuto del mio assistente Roger
Cailleux, dovevano nel frattempo rivelarsi
fruttuose. La strofaria che proveniva dalle prime
raccolte di Wasson fruttificava perfettamente sui
composti, in condizioni non sterili (17). Dovevo,
grazie a questi materiali viventi, realizzare io
stesso a Parigi una prima esperienza di ingestione
il 18 maggio 1956, poche settimane prima della
spedizione che intraprendemmo con M.R.G. Wasson,
alla quale si univa l'etnologo francese Guy
Stresser-Péan.
Ho dato una relazione dettagliata di questa prima
prova (18), realizzata a partire da 120 grammi di
strofarie fresche, dose che oggi sappiamo essere
eccessiva, poiché corrisponde probabilmente
all'ingestione di circa 40 milligrammi di sostanza
attiva, cioè quattro volte di più della quantità
considerata efficace e non pericolosa, così come
hanno rivelato gli studi ulteriori. Non ritornerò
qui sui fenomeni provati, che si riferivano
soprattutto a modificazioni ottiche profonde, frutto
delle intensificazioni folgoranti e stupefacenti dei
colori, di una gaia eccitazione, di una
duplicazione, alla fine fluida, degli oggetti. Le
prove intraprese su di noi, indipendentemente, da
Wasson e da me stesso, malgrado le differenze legate
alla particolarità genetiche delle nostre rispettive
individualità, confermavano le esperienze fatte nel
XX secolo.
Le nostre spedizioni del luglio-agosto 1956 (19)
innanzitutto estendevano le conoscenze raccolte
anteriormente sui riti nel paese mazateco, nella
regione di Huautla de Jimenez, centro degli studi
sul quale Wasson aveva precedentemente avanzato le
proprie ipotesi. Nuovi documenti sulle cerimonie
alle quali presiedeva Maria Sabina e due altri
curanderos di Huautla si aggiunsero ai precedenti.
Partecipai con G. Stresser-Péan ai festini
messicani, e ne provammo tutti gli effetti;
le registrazioni sonore delle sedute notturne erano
realizzate da R.G. Wasson e il suo fotografo A.
Richardson.
Numerose raccolte di funghi
allucinogeni sul loro stesso terreno di crescita si
susseguivano. Poi ci recammo nel paese chatino, a
nord dell'istmo di Tehuantepec, nella regione di
Jochila, dove tre specie di
funghi sacri venivano
raccolte: la Psilocybe Zapotecorum, propria
delle paludi, e la nigripes della Ps.
caerulescens, e allo stesso tempo nuovamente la
mexicana.
Un'altra cerimonia si apriva alle nostre ricerche;
questa, condotta dal
curandero Balthazar, realizzata durante il
giorno, aveva per oggetto di scoprire sotto la
azione dei funghi, la
diagnosi e il rimedio di una affezione da cui era
colpito un giovane ragazzo del villaggio portato al
guaritore dalla nonna.
Infine, due escursioni in terra azteca, l'una sui
pendii del Popocatepetl, l'altra nella vallata di
Città del Messico, al mercato di Tenango del Valle,
mi rivelavano e confermavano rispettivamente
l'esistenza di due Psilocybe - precedentemente
individuate anche da Wasson - utilizzate dai Nahua -
a cui attribuivo le denominazioni di Ps.
Aztecorum e Ps. Wassonii (19).
Nel 1956, avevo di nuovo percorso il Chiapas, dove
ero già stato, solo, nel 1952. G. Stresser-Péan mi
accompagnava questa seconda volta, ma non potemmo
trovare nessuna Psilocybe allucinogena né scoprire
alcuna traccia di sopravvivenza di cerimonie di cui
i funghi potessero
essere oggetto. Presto si aggiunsero tre gruppi di
documentazioni utili: Teofilo Herrera,
dell'università di Città del Messico, nel 1956, poi
G. Stresser-Péan e Weitlaner nel 1957, mi
trasmettevano dei saggi e delle precisazioni
sull'uso al quale dava luogo la Psilocybe
Wassonii.
L'anno 1958 si rivelava ugualmente fruttuoso: R. G.
Wasson raggiungeva a luglio la regione dell'antica
foresta di Rio Santiago, in terra mazateca, e ne
riportava la specie che vive nel legno che ho
identificato con Psilocybe yungensis Sting. e
Sm., fungo trovato precedentemente nella foresta
boliviana da Rolf Singer, mentre Searle Hoogshagen
mi trasmetteva nello stesso mese, dal paese mixe,
numerosi campioni di due altre specie che descrivevo
rispettivamente sotto il nome di Ps. mixaeensis
e Hoogshageni ( 13), e di cui realizzavamo,
con R. Cailleux, la coltura, ottenendo dalla prima,
in laboratorio, delle fruttificazioni spettacolari.
In seguito, due nuove spedizioni in Messico furono
intraprese da Wasson e da me nel 1959 e nel 1961. A
queste partecipò ugualmente Roger Cailleux, e, alle
prime, Guy Stresser-Péan. Nel 1959, la regione
mazateca fu di nuovo il centro delle nostre ricerche
e potemmo esplorare tre volte la magnifica foresta
di Rio Santiago, dove le raccolte di Psilocybe
yungensis si rivelarono abbondanti,
contemporaneamente a tutta una flora micologica
silvestre. Le praterie della regione di Huautla ci
rivelarono ancora la presenza di
Psilocybe, specialmente mexicana, o
Hoogshageni Heim, e noi vi trovammo la
semperviva selvaggia, precedentemente descritta
in coltura, attraverso la mutazione della prima -
problema genetico che meriterà nuovi studi.
Ne approfittai per esplorare più a fondo la flora
micologica del paese mazateco. La seconda spedizione
ci portò da Mila a Zacatepec, in terra mixe, dove le
raccolte furono meno abbondanti, ma dove
raccogliemmo la Psilocybe mexicana e diverse
forme di caerulescens il cui uso sussiste
ancora, ma indebolito.
Durante questo periodo R. G. Wasson raggiunse in
questa regione anche Cotzocon e San Pedrito
Ayacaxtepec, dove gli Indiani gli rimisero dei
campioni di una varietà chiara - albida - di
quest'ultima specie, che noi consideriamo ormai come
inglobante due forme stabili legate a dei microclimi
differenti, e nettamente distinti. In seguito
esplorammo la foresta a Fagus mexicana di
Zacatlamaya, a sud di Zacualtipan, ai confini delle
terre huasteche e totonache, che ci restituì una
specie medita di Psilocybe (Ps. fagicola Heim
e Cailleux), che cresce nell'humus sotto questo
albero, il più meridionale dei faggi americani.
Infine, la regione totonaca di Villa Juarez e Necaxa
ci procurava le specie mexicana,
semperviva e caerulescens, ma le
sopravvivenze degli usi si rivelavano pressoché
perse in questa regione (20).
Nel 1961, infine, portai in Messico Roger Cailleux
ed un eccellente operatore di cinema, M. Pierre
Ancrenaz, collaboratore del Dr. Pierre Thevenard,
con il quale abbiamo potuto preparare sin da questa
data un lungometraggio (due ore e mezza circa), in
35 mm. e a colori, sui funghi
allucinogeni del Messico e i diversi sviluppi,
colturali, chimici, psicofisiologici, ai quali il
loro studio ha potuto condurre, realizzazione
portata a buon termine grazie al generoso contributo
finanziario della Fondazione Singer-Polignac.
Potemmo così lavorare sul terreno contemporaneamente
alle riprese e alle ricerche micologiche. Con
qualche difficoltà, potemmo prendere a Huautla de
Jimenez i provvedimenti adatti per registrare le
manifestazioni provocate dall'ingestione dei
funghi da parte di Maria Sabina, sua sorella,
le sue figlie, suo cognato, spettacolo notturno che
costituirà una delle scene spettacolari del film.
Dopo aver di nuovo raccolto, nonostante la siccità,
la Psilocybe mexicana e semperviva,
poi esplorammo la foresta di San Bernardino,
raggiungemmo la regione mizteca e prendemmo
contatto, nella parte centrale elevata di questa,
vicino al villaggio di San Miguel Progreso, con
l'Indiano Agapito, che ci condusse sui luoghi dove
crescono le due specie di Lycoperdon, con
poteri sedativi, una delle quali è il L.
cruciatum (di seconda qualità) (21).
Malgrado l'esperienza per così dire positiva a cui
Agatipo e l'etnologo americano Robert Ravicz si sono
sottoposti all'epoca del nostro soggiorno a San
Miguel Progreso, restammo un po' scettici, M. Wasson
ed io, sull'azione reale di questi
funghi che, secondo gli Indiani,
provocherebbero dei sogni colorati durante i quali
verrebbero fornite risposte alle domande poste nello
stato di veglia. In compenso, R. G. Wasson si recò
nella regione di Juxtlahuca (1.500 m. di
altitudine), nella Mizteca occidentale, dedicandosi
ancora all'uso della Psilocybe mexicana,
particolarmente a San Pedro Chayko (21).
Nel frattempo, Guy Stresser-Péan aveva percorso nel
novembre del 1959 il "municipio" di Misantla, che
dipende dallo Stato di Vera Cruz, nelle vallate del
versante settentrionale della Sierra di Chiconquiaco,
dove l'uso divinatorio delle diverse droghe
allucinogene, tra cui i funghi,
era da poco diffuso.
Oggi, l'utilizzazione delle Psilocybe è limitata a
qualche vecchio guaritore e al ricordo che
conservano un piccolo numero di informatori, che ne
ricordano i pericoli quando l'ingestione è fatta a
forti dosi. Sembra che si utilizzassero queste
specie nel paese totonaco per trattare i casi di
espanto (spavento) o malattia dovuta alla
perdita dell'anima. Piacevoli visioni e rivelazioni,
relative ai problemi che vi preoccupano, seguono
questa consumazione con immersione in acqua dove è
macerata una piccola labiata odorosa chiamata
martanche. La dose ottimale di questa Psilocybe
Zapotecorum Heim (var. elongata)
corrisponde a sette esemplari allo stato secco. Le
due altre specie utilizzate, determinate ugualmente
da noi, sono una forma di
Psilocybe yungensis - o forse cordispora Heim -
e la Ps. caerulescens Murr. (22).
Nel settembre 1960, Stresser-Péan intraprendeva
nuove ricerche in questa stessa regione totonaca
dove ritrovava una grande specie, la Ps.
Zapotecorum, come, sembra, nel Municipio di
Tenochtitlan, e le Ps. caerulescens e
mexicana. Le relazioni fatte dagli Indiani hanno
confermato ciò che noi avevamo appreso da altre
parti: gli uni, sotto questa influenza, ridono, gli
altri sono spaventati. "Un malato può arrivare a
sapere (grazie alla presenza di un parente che
registra le sue parole), dove, quando, e in quali
circostanze è stato colpito da espanto. Può
prendere allora misure necessarie affinché la sua
anima si reintegri al corpo da cui era uscita, ciò
che ristabilisce il buon equilibrio dell'organismo
(23)".
Il nostro ultimo viaggio ebbe luogo a metà agosto
del 1961 nella regione Pahuatlan (1.050 m. di
altitudine), da dove raggiungemmo Xolotla (1.190
m.), a nord di Tulancongo (a sud del limite tra le
province di Vera Cruz e di Hildago), dove le
informazioni sembravano stabilire il mantenimento
del culto dei
funghi sacri. Ma questa
escursione, attraverso un paese d'altronde
sontuosamente bello, fu uno smacco. L'addetto alle
cerimonie si rifiutò, la siccità imperversava, e noi
non raccogliemmo nessuna specie allucinogena.
Almeno, potemmo ritornare a Villa Juarez e Necaxa, e
raccogliere in un periodo molto piovoso, con Roger
Cailleux, come avevamo già fatto due anni prima, le
Psilocybe mexicana e semperviva nelle
praterie umide e nei boschi di pini e di querce lì
vicino, infine registrammo diverse sequenze del
nostro film sulla raccolta stessa delle Psilocybe
allucinogene. A queste nuove acquisizioni, si
potrebbero ancora aggiungere quelle che provengono
dal viaggio di Henry K. Puharich, durante gli anni
1960 e 1961, nel paese chatino, da dove questo
raccoglitore mi trasmise le Ps. Zapotecorum e
caerulescens.
La coltura delle Psilocybe allucinogene
Nel frattempo, avevamo cominciato ad affrontare al
Museo di Parigi i problemi posti dalla coltura dei
funghi allucinogeni e ci eravamo sforzati,
sin dal 1953, di ottenere metodicamente dei
carpofori, con l'aiuto del nostro collaboratore
Roger Cailleux. All'epoca dei primi tentativi, la
coltura della Strofaria appariva realizzabile e
relativamente agevole sui composti, ed è attraverso
questo procedimento che apparvero dei risultati, sin
dal 1955, che mi condussero a una prima esperienza
positiva di ingestione.
Dopo la spedizione del 1956, diversi tentativi
intrapresi su alcune specie di Psilocybe dovevano
poco a poco rivelarsi fecondi. Ne abbiamo segnalato
le tappe, e in una nota con Roger Cailleux, abbiamo
menzionato fin dal 1957 i risultati promettenti, che
gli ulteriori sviluppi hanno sanzionato (17).
L'insieme di queste ricerche ci ha permesso di
raggiungere i tre obiettivi che ci eravamo proposti:
Innanzitutto, produrre delle colture pure, a partire
dalla polpa e dalla spora, delle specie allucinogene
(oggi, su quattordici specie o varietà selvatiche,
undici sono coltivate in laboratorio), studiare
comparativamente i loro miceli; in seguito,
realizzare la crescita su composti o in Erlenmeyer,
dei carpofori, secondo le condizioni precise
dell'ambiente fisiico-chimico e del clima, fino ad
ottenere tali fruttificazioni nelle condizioni più
adatte a uno studio descrittivo completo delle
forme; infine, a partire da questi risultati,
riunire la quantità di materia necessaria al
proseguimento delle ricerche di ordine chimico, poi
fisiologico.
Questi tre obiettivi sono stati interamente
raggiunti. Successivamente, la
Psilocybe mexicana e caeurulescens
(varietà Mazatecorum e
nigripes), Zapotecorum, mixaensis,
infine la notevole specie mutante Psilocybe
semperviva, hanno potuto, non soltanto
fruttificare, ma essere ottenute in abbondanza, il
che ha permesso di precisare le particolarità
fisionomiche, anatomiche e biologiche di questi
funghi. Ancora meglio, le riuscite
eccezionali alle quali ha condotto in queste
condizioni la Psilocybe mexicana ci autorizzavano a
dare a questa coltura un significato ristretto che
il Dr. Albert Hofmann, di Basilea, avrebbe sfruttato
su più larga scala (24).
Trovai, in effetti, lavorando accanto a questo
sapiente chimico, i cui lavori sulle sostanze
indoliche, e particolarmente sugli alcaloidi dello
sclerozio dell'ergot, fanno testo, e accanto ad
Arthur Brack e Hans Kobel, una collaborazione
essenziale. Innanzitutto, ci era permesso di
sviluppare le colture della Psilocybe mexicana,
di cui, con R. Cailleux a Parigi, notammo la
separazione secondo diversi ceppi di caratteri
distinti, ma mantenuti costantemente.
D'altra parte, questo fungo di piccola taglia poteva
produrre in coltura degli ammassi sclerotinici, il
cui peso era generalmente fra i 5 e i 10 grammi, ma
giungeva fino a 22 grammi per un tubercolo di 5 cm.
di lunghezza su 3,5 cm. di larghezza.
Nel laboratorio di Criptogamia del Museo, 650
terrine sono state successivamente inseminate in una
prima serie di tentativi a partire da tre ceppi
distinti di
Psilocybe mexicana, producendo 1.070 grammi di
carpofori secchi. Subito dopo, si ottenevano a
Basilea 2.350 chili di sclerozi e di miceli secchi.
Questi tentativi avevano messo in evidenza le
rispettive influenze, da una parte il tenore
dell'ambiente di coltura in sostanza nutritiva
(mosto di birra, malto), dall'altra parte il flusso
luminoso sulla formazione dei carpofori e degli
sclerozi, e la notevole opposizione tra le
condizioni adatte all'una o all'altra raccolta ad
una stessa temperatura (20-24°): gli sclerozi
apparivano difficilmente alla luce, molto più
abbondantemente nell'oscurità, e per dei tenori di
malto di birra relativamente elevati (1,7-7%); i
carpofori, al contrario, si formavano alla luce, mai
all'oscurità, e per dei tassi molto deboli in
materia nutritiva (1-0,15%, il massimo
corrispondente a un tenore di 0,3-0,4%). Su questi
risultati, sui procedimenti di coltura sui composti
e le precauzioni prese a questo riguardo, ci siamo
dilungati precedentemente, particolarmente nel
nostro lavoro d'insieme (24).
Un altro successo doveva infine attirare la nostra
attenzione: indipendentemente dai ceppi diversi ai
quali la coltura della Psilocybe mexicana
conduceva, secondo fruttificazioni costantemente
riprodotte dai caratteri varietali fissi, a partire
dalle semenze di esemplari selvatici apparentemente
identici, ottenemmo un mutante, di origine molto
simile alla mexicana lato sensu, e le cui
particolarità fisionomiche, sporali, biologiche
dovevano precisarsi attraverso la coltura che
conduceva a un tipo specifico stabile e notevolmente
distinto di esemplari selvatici primitivi.
Questa specie, più potente, a più alto tenore di
principio attivo, dalle fruttificazioni dotate di
una durata di vita eccezionalmente lunga - da
quattro a cinque settimane - è stata chiamata
Psilocybe semperviva (24). Ritorneremo altrove
sull'interesse notevole di questa speciazione.
Ma questi tentativi e i loro esiti dovevano condurci
a un altro fine, che ci appariva essenziale: lo
studio chimico dei funghi
allucinogeni, la ricerca della natura e della
struttura dei corpi responsabili degli effetti
provocati.
Questa è la cronistoria dei contributi apportati
alla conoscenza, antica e moderna, dei teonanacatl.
Converrebbe aggiungere qui le note descrittive di R.
Singer e A.H. Smith che hanno seguito le nostre
prime pubblicazioni (25), e quelle dei nostri amici
messicani, T. Herreda e M. Zenteno (26), e
infine quelle di Gaston Guzman (27, 28), che ha
studiato in maniera particolare la ripartizione
delle Psilocybe allucinogene e i loro caratteri
ecologici.
L'aspetto chimico: psilocibina e psilocina
Il risultato essenziale delle prime ricerche di
ordine chimico, con il metodo cromatografico,
condotte grazie all'ottenimento in coltura di un
materiale abbondante favorevole alla Psilocybe
mexicana e agli sclerozi apparsi soltanto in
laboratorio, in condizioni di oscurità e soprattutto
di alta nutrizione, è stato affidato ad una prima
nota, firmata da A. Hofmann, R. Heim, A. Brack e H.
Kobel, e apparsa in Experientia, poi
pubblicato nella
Revue de Mycologie, e infine nella nostra opera
collettiva (30). Si troveranno in quest'ultima, come
nel presente volume, le diverse tappe delle ricerche
di ordine chimico che hanno condotto successivamente
all'ottenimento dei cristalli di psilocina e di
psilocibina, alla conoscenza della loro formula di
costituzione e alla loro doppia sintesi. Si troverà
d'altronde nella messa a punto che abbiamo
pubblicato nel 1959 (31), poi nella nostra opera sui
funghi tossici e
allucinogeni (32), la sintesi delle ricerche
chimiche sulla psilocibina e la psilocina intraprese
da A. Hofmann e i suoi collaboratori (33, 34, 35).
Ne ricordiamo i risultati essenziali.
Se si satura di anidride carbonica una soluzione
acquosa di psilocibina al fine di eliminare
l'ossigeno dell'aria, e se la si scalda in un tubo
sigillato a 1500 per un'ora, la molecola, per
scissione idrolitica, si divide in una molecola
d'idrossi-4-dimetiltriptamina e in una molecola di
acido fosforico.
A. Hofmann aveva già dimostrato, nel 1955, con Stoll,
Troxler e Peyer, che gli isomeri dell'idrossi-indolo
si riconoscevano dai caratteri molto particolari del
loro spettro ultravioletto. E così che si può
dedurre dall'andatura della curva di assorbimento
della psilocina che si tratta in questo caso di un
derivato indolico in posizione 4, e la struttura
precisa di questo corpo, identificabile con quella
della psilocibina defosforilata, è stata dimostrata
grazie ad un campione autentico di
idrossi-4-dimetiltriptamina, del resto ottenuto
attraverso la sintesi. Quanto all'acido fosforico,
lo si precipita e lo si identifica sotto forma di
sale ammoniaco-magnesiaco. Trattando con il
diazometano la psilocibina in soluzione metilica,
Hofmann e i suoi collaboratori hanno ottenuto un
composto neutro nel quale sono entrati due gruppi
metilici; esso è identificabile con l'estere
metilico del sale quaternario della psilocibina.
Hofmann è stato aiutato nella realizzazione della
sintesi della psilocibina dal fatto - l'abbiamo già
detto - che era stato precedentemente associato alla
preparazione per sintesi del benzilossi-4-indolo; è
così che egli otterrà, con il metodo al cloruro
ossalico, l'idrossi-4-dimetil-triptamina, che
risulta identico al prodotto di idrolisi della
psilocibina defosforilata. Con l'esterificazione
dell'idrossile fenolico di questo corpo per mezzo
del cloruro di dibenzilfosforile e la scissione
riduttiva dei gruppi benzilici, si ritorna alla
psilocibina stessa. Spettri infrarossi, punti di
fusione, forme cristalline, solubilità, reazioni di
colorazione si identificano perfettamente per i due
corpi, naturale e sintetico.
Così, i lavori di Hofmann e dei suoi collaboratori
sono riusciti a mettere in evidenza l'esistenza
della prima sostanza indolica fosforilata che sia
stata trovata in natura e del primo derivato
naturale della triptamina nel quale il sistema
indolico sia sostituito in posizione 4 con un
raggruppamento idrossile.
L'eminente chimico di Basilea aggiungeva: "Per la
sua struttura, la psilocibina è strettamente affine
a dei derivati naturali dell'idrossitriptamina,
della bufotenina (idrossi-5-dimetriltriptamina),
della bufotenidina (base quaternaria della
bufotenina). Inoltre è affine agli alcaloidi
indolici d'azione psicotropa come tabernantina,
armina e reserpina".
D'altronde, Hofmann era nella posizione adatta per
insistere ancora sulla parentela tra la psilocibina
e la dietilammide dell'acido lisergico - o L.S.D. 25
- poiché, tra i derivati indolici naturali, solo la
psilocibina, l'L.S.D. 25 e gli alcaloidi della
segale cornuta, ai quali si collega l'L.S.D. 25,
presentano un sistema indolico sostituito in
posizione 4. Presto, infine, A. Hofmann e F. Troxler
stabilivano inconfutabilmente che la psilocina è
identica alla psilocibina defosforilata (36).
Aggiungevano che, conformemente ai loro primi
risultati, le reazioni psichiche e somatiche in
seguito ad applicazioni perorali di psilocina
nell'uomo, sono molto vicine a quelle che produce la
psilocibina. Risulta da ciò che il resto dell'acido
fosforico, attaccato alla molecola di psilocibina,
non è necessario per scatenare gli effetti
psicofarmacologici. Contrariamente a ciò che
potevamo pensare in seguito alle prime analisi,
l'atomo di fosforo non gioca alcun ruolo nel
meccanismo allucinogeno o psicodislettico al quale
si ricollegano le proprietà degli agarici
allucinogeni messicani.
La presenza della psilocibina e della psilocina era
infine confermata dallo studio cromatografico
applicato sistematicamente a diverse specie di
Psilocybe e di Stropharia allucinogene. Dopo una
prima nota che mostrava una percentuale di
psilocibina dello 0,3 % e di psilocina dello 0,01%
nella Psilocybe mexicana, e dello 0,4% del
primo corpo, dello 0,03% del secondo nella specie
mutante semperviva, i tassi erano precisati
attraverso nuove analisi relativamente alle specie
di Psilocybe mexicana, caerulescens
var. Mazatecorum,
Zapotecorum, Aztecorum, semperviva,
Wassonii, e
Stropharia cubensis, che abbiamo nel frattempo
(1957) scoperto in Thailandia e in Cambogia, e
coltivato a partire da questi nuovi ceppi nel Museo
di Parigi (37).
L'aspetto fisiologico: le esperienze preliminari
Innanzitutto queste ci provengono, beninteso, dagli
usi multipli ai quali le popolazioni indiane del
Messico si sono date, e la cui eco, trasmessa dai
viaggiatori spagnoli all'epoca della Conquista, è
stata riferita in precedenza. Tre secoli di silenzio
sono seguiti a questi capitoli e i loro oggetti, ma
i riti continuano a svolgersi nella notte, dietro le
porte chiuse di isolate dimore, nel cuore delle
contrade montagnose del Messico meridionale.
E' ai Wasson, e poi a noi, che spettava di
verificare le stupefacenti proprietà dei teonanacatl,
con gli Indiani stessi, durante le loro cerimonie da
una parte, e, dall'altra, nella luce del giorno, a
New York e a Parigi (13). Quando la coltura
semi-industriale fu realizzata al Museo, poi
largamente applicata a Basilea, nuovi esperimenti a
partire dai funghi
furono tentati da Albert Hofmann, Arthur Brack, Hans
Kobel in Svizzera; da Roger Cailleux (13), P.
Nicolas-Charles, a Parigi.
Quando i primi cristalli di psilocibina furono
estratti, A. Hofmann e A. Brack ne verificarono gli
effetti, che si rivelarono identici a quelli dei
funghi stessi. Fu
allora che lo studio psico-fisiologico e clinico
della psilocibina doveva venire intrapreso
sistematicamente, a Parigi dal prof. Jean Delay e
dai suoi collaboratori Pierre Pichot, Thérèse
Lemperière, P. Nicholas Charles, Anne-Marie Quétin
(38-39), poi in Svizzera, in Germania, in Gran
Bretagna, negli Stati Uniti, sugli sperimentatori
volontari e normali, e sui malati mentali.
Aggiungiamo infine che Henri Michaux si impegnò,
all'inizio del 1959, in qualche esperimento (40-41).
L'insieme di questi dati ha stabilito che
l'ingestione dei
funghi sacri del Messico e delle specie
apparentate che contengono le due sostanze isolate -
o l'una dentro l'altra - così come dei due corpi
ottenuti attraverso la sintesi, prodotti in
condizioni ottimali, secondo quantità non troppo
leggere né troppo forti nell'ordine di 8-15
milligrammi di psilocibina, circa 2-6 grammi di
funghi secchi, o 13-40 grammi di
funghi freschi secondo le specie e le
reattività degli sperimentatori, determina numerose
manifestazioni, somatiche e psichiche, di cui alcune
sono costanti in tutti gli individui sottoposti a
queste azioni, altre variano a secondo del capitale
genetico di questi ultimi.
In seguito, la scoperta dei
funghi sacri del Messico, e quella dei corpi
responsabili che essi contengono, ha provocato
numerosi studi sperimentali di ordine chimico,
alcuni orientati verso la psichiatria, mentre i
giornalisti alla ricerca di articoli sensazionali, i
radio-cronisti, i divulgatori di rado ben informati,
i viaggiatori amanti di pubblicità, facevano
conoscere al pubblico, spesso in maniera
discutibile, i fatti e le cronache attinenti alla
storia delle pubblicazioni iniziali.
In compenso, alcuni dei lavori e opuscoli, sia di
letterati specializzati nell'uso delle droghe, sia
di psichiatri conosciuti o di specialisti delle
malattie mentali, allargavano felicemente il campo
così aperto. Lo scrittore Henri Michaux, in alcuni
testi dal modo e dallo stile inquietante per certi
spiriti ortodossi, trasmetteva dati molto preziosi
(41); i dottori Cavanna e Servadio pubblicavano uno
studio approfondito sulle loro esperienze (40),
diversi collaboratori del professor Jean Delay
consacravano la loro tesi di medicina a questi
problemi (43, 44). Ci contenteremo qui di riassumere
lo stato attuale delle conclusioni essenziali a cui
questi diversi studi sono giunti.
Gli effetti sugli individui normali
Sono le prime pubblicazioni di Jean Delay e dei suoi
allievi che hanno messo subito in evidenza, subito
dopo le nostre personali prove preliminari, la
maggior parte delle reazioni osservate negli
individui considerati normali. Unita di recente a
certi esperimenti, registrati nel nostro film
realizzato con il dottor P. Thévenard con persone
che si sono volute prestare, questa documentazione
basta già a darci un'idea esatta dell'ampiezza e
dell'interesse delle reazioni registrate. Le
riassumeremo qui.
Negli individui normali, si possono così stabilire
gli effetti essenziali di queste droghe:
Effetti somatici:
Midriasi delle pupille (più del 90%); rallentamento
del polso e ipotensione (in generale) - ciò che è
contrario all'azione provocata dalla mescalina e
dall'L.S.D. 25 - astenia, sonnolenza, sbadigli,
sensazione di fame ripetuta;
Congestione facciale quasi costante, congestione
delle mani, accompagnata sia da freddo che da
calore; sudori frequenti;
Tremori analoghi ai brividi provocati dal freddo,
formicolio caratteristico delle dita, vertigini,
cefalee;
Modificazioni della sensibilità cutanea;
Andatura incerta;
Diminuzione della glicemia, della potassemia,
nessuna azione sull'elettroencefalogramma;
Effetti psichici e caratteriali:
Turbe dell'attenzione, estroversione;
Modificazioni nella percezione del tempo e dello
spazio - il tempo si accorcia o si allunga, gli
oggetti si avvicinano o si allontanano, cioè
irregolarità del tempo vissuto e dello spazio
vissuto, con illusioni visive, iperestesia e
allucinazioni uditive, modificazioni olfattive e
iperacusia, stranezza dell'ambiente;
Visione accelerata e caleidoscopica del movimento;
A volte disforia, con istinto di opposizione, di
contraddizione; eccitazione o semplicemente
apprensione, perplessità, paura, vampate di
angoscia;
Modificazioni dell'umore di tipo euforico con
loquacità, giovialità, aumentata familiarità, crisi
di riso immotivate;
Ossessioni legate ad un ravvicinamento mnemotico, a
una reminescenza: un'immagine si impone, riappare
incessantemente, sotto forme diverse, in un'animale
favoloso; costantemente, si presentano immagini del
mondo vegetale;
A volte, sensazioni di situazioni comiche,
propensione agli scherzi di cattivo gusto; spesso,
soddisfazione di sé - "mi sono sentito un genio per
tre ore" - e tuttavia povertà nel ragionamento;
infine, fuga di idee, difficoltà a fissare il
proprio pensiero, e anche vuoto del pensiero, o
allora gioia contemplativa, ripiegamento su se
stessi, beatitudine; La spersonalizzazjone si
osserva nel 70% dei casi, tradotta sia da sensazioni
psichiche che corrispondono a un vero sdoppiamento,
sia da manifestazioni somatiche proprie della
modificazione di densità del corpo, o con
l'impressione di intrusione di organismi parassiti,
la derealizzazione, la "perdita della funzione del
reale" (P. Janet), che conduce al delirio, a volte
offensivo, violento, inquietante.
Turbe
intellettuali:
Le parole vengono con difficoltà, fino a raggiungere
il mutismo; lo sperimentatore ha difficoltà a
cercare le parole, non termina le frasi, si
concentra su di un termine che ripete, al quale
ritorna, che contempla con una soddisfazione
ammirata, che avvolge di verbalismo confuso;
La scelta delle parole spesso mal si adatta
all'oggetto in causa, oppure i termini si
contraddicono: "Semplifico, ma introduco dei
dettagli", "Carino e mostruoso" (M. M.); ma a volte
una espressione immaginifica spunta, felicemente:
"Cattivo come un occhio di pollo"; Insistenza su
punti senza importanza che mostrano un'inter
retazione inesatta del valore dei fatti; -Lettura
difficile, l'ortografia diventa scorretta, la
scrittura si modifica, si contorce, appare colorata
(R. H.);
Infine, e noi insisteremo su questo aspetto:
"Liberazione di una memoria desocializzata" (J.
Delay), afflusso dei ricordi d'infanzia, confusione
del presente e del passato.
Alcuni aspetti caratteristici di questo quadro
meritano di essere esaminati più da vicino. Sembra
che il fondo dell'individuo non sia intaccato
dall'esperimento. In altre parole, la prova della
psilocibina rivela delle modificazioni,
particolarmente psichiche, che meritano l'analisi in
una introspezione psicologica. Le reazioni euforiche
o disforiche hanno un senso. Ma non sono acquisite.
Non c'è assuefazione.
In modo generale, si può dire che le reminescenze
hanno un interesse sia sul piano pratico che
terapeutico.
Un altro fatto, raro d'altronde, di cui abbiamo
registrato col dottor P. Thévenard un caso notevole,
concerne l'acquisizione, dopo la prova, di una
qualità che il paziente non possedeva
precedentemente. L'annotazione si applica a uno
sperimentatore, M. E., che fu sottoposto a sei prove
successive. Nel corso della terza seduta, ebbe di
colpo voglia di disegnare, ciò che egli realizzò in
condizioni sempre più soddisfacenti, mentre prima
non aveva manifestato alcuna predisposizione di
questo tipo. All'inizio è un uccello predatore
stilizzato, con le unghie. Traccia le onde
dell'oceano. Schematizza in una doppia linea lo
zigzag del fulmine. Con due tratti, rappresenta la
tomba dell'Imperatore - reminescenza di Les
Invalides. Durante il quinto esperimento, si
sofferma su di una spirale fino a renderla un
imbuto, che diventa un'ossessione. Poi esprime il
bisogno di dipingere. Gli vengono dati dei colori e
dei pennelli. Scarabocchia. All'inizio saranno dei
segni araldici, fino al typha degli Egiziani, poi la
sagoma di un gallo dai prominenti speroni. Ora,
diversi mesi dopo, prova bruscamente, nel suo stato
normale, una sorta di pulsione imperativa che lo
porta, partendo dal gallo dell'esperimento, con le
sue unghie, a disegnare, sul muro della sua camera,
un Cristo, notevole nelle sue linee e nella mano,
allo stesso modo un Adamo ed Eva dalle linee
incomplete ma armoniose, con - ancora- la sagoma di
un gallo dalla fattura degna di un artista. Così la
sperimentazione della psilocibina ha condotto il
paziente ad un'acquisizione stupefacente; non è
soltanto la reminescenza di un ricordo legato
all'azione della droga, ma è l'espressione
imprevista di un talento che ha fatto nascere. Ma
espressione momentanea, ben presto scomparsa, poiché
lo sperimentatore non ha conservato in seguito
questo potere nato dalla prova.
La
psilocibina nei malati di mente
E' impossibile riassumere qui l'insieme degli studi
intrapresi in questo campo.
Accontentiamoci di ricordare che gli effetti
somatici - midriasi, bradicardia, ipotensione,
congestione facciale, sudore, astenia, Sonnolenza -
sono più o meno gli stessi in tutte le persone
normali; andatura incerta, scosse, tremori,
ugualmente fanno la loro comparsa. Quanto agli
effetti psichici, sono caratterizzati
prioritariamente da turbe dell'umore - euforia,
giovialità, sensazione di benessere.
E' interessante notare un'inversione di umore nei
malinconici. A volte, al contrario, si tratta di una
disforia, che si traduce in un malessere generale,
stanchezza con apprensione; perplessità, se non
addirittura ansia, soprattutto quando il malato è
immerso in uno stato di sogno, di
spersonalizzazione. L'agitazione è frequente.
I fenomeni intellettuali sono deficitari, con turbe
della concentrazione; sono a volte di un tipo
onirico che può essere ansioso, se non addirittura
erotico. (Quest'ultimo aspetto è stato poco
considerato finora, sia per quanto riguarda gli
sperimentatori normali che i malati, ma Henri
Michaux riporta su questo tema delle relazioni
(1964) relativamente all'hashish e alla mescalina,
che, pur essendo tradotte in maniera letteraria,
rivestono nondimeno un notevole interesse).
I contatti con il mondo esterno traducono delle
modificazioni che conducono per esempio i
melanconici a sorridere, i catatonici a cercare un
contatto. A volte le reticenze scompaiono.
Le turbe della spersonalizzazione non sono rare. Le
manifestazioni più interessanti si applicano alle
evocazioni di ricordi, i malati rivivono le loro
crisi di angoscia o le scene che hanno potuto
marcarli nel periodo che ha immediatamente preceduto
lo stato morboso. La caduta delle inibizioni
costituisce ugualmente uno dei risultati più degni
di attenzione. In maniera generale, si può dire che
esiste una grande similitudine tra gli effetti della
psilocibina sia nei soggetti normali che nei malati
di mente.
Se le reminescenze sopravvengono ugualmente negli
uni e negli altri, nelle persone normali, tuttavia,
sono ricorsi d'infanzia di solito non dolorosi,
mentre nei soggetti malati, sono più spesso scene
traumatizzanti Se i sintomi somatici sono
paragonabili, almeno quando sono di ordine
fisiologico, quando la loro origine è
neurovegetativa, invece, la partecipazione psichica
è più importante nei soggetti normali: cefalee,
sbadigli, ecc.
Conviene separare gli effetti della droga a secondo
che si tratti di casi di psicosi o di nevrosi. Negli
schizofrenici cronici, i dementi, ogni possibilità
di risposta affettiva sembra abolita, le risate
discordanti sono frequenti. Nei paranoici di recente
evoluzione, le reazioni sono violente, provocate a
volte da forti reminescenze nelle quali i testimoni
presenti possono essere identificati a dei
personaggi legati a scene del passato del malato,
che le ritrova sotto l'azione della droga. Così,
l'aggressività del malato nei confronti di certe
persone del suo ambiente rinascerà col favore di
questa rievocazione provocata.
Nel caso di nevrosi, l'interesse dell'applicazione a
base di psilocibina si precisa. Negli psicopatici,
l'atteggiamento si rivelerà o teatrale o puerile. I
ricordi affluiscono, il soggetto li registra con
tutta la sequenza affettiva: rivendicazioni,
frustrazioni, gelosie, colpevolezze (A.M. Quétin).
Così, la caduta delle inibizioni e delle reticenze
si accelera, si precisa. In alcuni casi, queste
modificazioni giungono ad una vera presa di
coscienza intellettuale del proprio stato, che può
condurre ad una sorta di euforia, la quale acuirà,
per esempio, la bramosia rinnovatrice.
Negli isterici, infine, ad una prima fase ansiosa
contraddistinta da diffidenza, succederà una
sparizione progressiva dell'ostilità verso i
testimoni. A poco a poco, i ricordi lontani si
ricostituiscono, si accalcano, le circostanze del
passato si rinsaldano. Ugualmente, negli ossessi, il
sentimento di colpa può esteriorizzarsi, facendo
nascere gli elementi che permetteranno di disegnare
forse, definiti dal malato stesso, le tappe
successive della sua spersonalizzazione.
Nello stato attuale della questione, una certezza si
impone quindi: tra le mani dello psichiatra, la
psilocibina può agire nettamente sulla ricomparsa
improvvisa di ricordi perduti, e questa riscoperta
fa nascere un desiderio di riavvicinamento del
malato verso il medico, permettendo all'uno o
all'altro di collaborare in qualche maniera per la
localizzazione dell'orgine delle turbe mentali.
L'ontogenesi dell'affezione potrà forse, in questo
modo, precisarsi. Ne risulteranno per il medico
preziosi elementi, utili all'applicazione di una
terapia efficace, in tutti i casi più adatta.
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