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filosofia araba
| LA FILOSOFIA ARABA A cura di Diego Fusaro
Il rientro di Aristotele nel mondo di lingua latina – dopo secoli di
assenza - avviene soprattutto attraverso la mediazione della cultura
araba. Anche la religione araba, come quella ebraica e quella cristiana,
è una religione del libro e il suo libro sacro è il Corano, nel quale
sono raccolte le visioni e le rivelazioni divine che Maometto (nato alla
Mecca, in Arabia, nel 571 e morto nel 632) avrebbe ricevuto, tramite
l'arcangelo Gabriele, a partire dal 612. Il termine "corano" significa
testo da recitare: infatti, il libro, trasmesso dapprima oralmente e poi
riordinato dai successori di Maometto, è composto di 114 capitoli, detti
"sure", ognuno formato da versetti in prosa ritmica. Maometto predica
l'unità e l'onnipotenza di Dio, il cui nome è Allah, e l'Islam, ossia la
sottomissione dei credenti e, in generale, di tutti gli esseri alla
volontà di Dio, in cui il credente trova la vera pace. Musulmani sono
coloro che sono sottomessi alla volontà divina, ma tutti, nel giudizio
finale, credenti e infedeli, riceveranno da Dio premi e castighi.
Maometto è l'ultimo profeta, dopo Mosè e Gesù: egli ripristina il
monoteismo nella purezza e semplicità originaria, mentre i cristiani,
introducendo i misteri della Trinità divina e dell'Incarnazione, hanno
in qualche modo tradito la concezione monoteistica primigenia. La
religione islamica permea con una serie di norme tutti gli aspetti della
vita del mussulmano, anche nel suo svolgimento quotidiano: la preghiera
cinque volte al giorno, il digiuno nel mese del Ramadàn, l'obbligo
dell'elemosina, il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella
vita, il divieto di bere alcolici e di mangiare carne di maiale, la
liceità della poligamia e il ripudio della propria moglie. La religione
islamica è in certo senso combattiva, mira alla conversione o alla
sottomissione degli infedeli, in nome di Allah, e a chi muore nella
"guerra santa" essa promette il paradiso: negli anni in cui i Cristiani
intraprendevano la scellerata via delle Crociate, con le quali
massacravano tutti i non-cristiani, gli Arabi, a seguito delle loro
conquiste, si limitavano a convertire gli infedeli, senza massacrarli.
In questo orizzonte di fede, non c'è distinzione tra potere religioso e
civile: i successori di Maometto, detti califfi, sono al tempo stesso
capi religiosi, politici e militari e guidano i fedeli alla conquista
della Siria, della Palestina e dell'Egitto, giungendo in Oriente sino
all'India e in Occidente nell'Africa settentrionale e in Spagna. In tal
modo, l'originario nucleo arabo nel mondo musulmano si allarga e accanto
alla lingua araba, che è quella del Corano e, dunque, la parola di Dio,
diventano componenti importanti della cultura musulmana anche altre
lingue, in particolare quella persiana. In questo mondo più ampio si
vengono costituendo anche orientamenti religiosi diversi, talvolta in
contrasto tra loro: i sunniti sono coloro che si attengono fedelmente
alla sunnah, ossia all'insieme della tradizione riguardante la vita e
l'insegnamento del profeta Maometto, mentre gli sciiti, pur riconoscendo
la sunnah, ritengono che fonte del sapere teologico sia non soltanto
l'accordo fra i dotti, ma anche il successore del profeta, detto "imam",
dotato d'infallibilità, capace d'interpretare allegoricamente il
significato nascosto della Scrittura e di guidare la comunità dei
musulmani. Le conquiste territoriali pongono i musulmani a contatto con
la cultura del mondo greco, e ciò che di questa li interessa sono non
tanto le espressioni artistiche e letterarie, quanto le scienze e la
filosofia. Tutte le scienze rivelano l'unità della natura, poichè essa
rimanda all'unità del principio divino di cui è, appunto immagine. Ciò a
cui mira l'uomo di scienza, che raggiunge il culmine della sua attività
nella contemplazione, è cogliere questa unità, realizzando così
integralmente la sottomissione e l'abbandono a Dio. Questo spiega, da
una parte, il peso centrale rivestito dall'esperienza mistica nella
cultura islamica: il "sufi" (termine che probabilmente allude al saio da
lui indossato) è colui che, per via di purificazione e ascesi
abbandonandosi alla misericordia di Dio, allenta i legami col mondo,
supera la propria individualità sino a raggiungere l'unità divina. Uno
dei Sufi più famosi è al-Hallag nato in Persia, fautore di un'ascesa
mistica incentrata sull'amore, che verrà perseguitato e poi decapitato
nel 922. La tesi dell'unità assoluta di Dio è anche alla base
dell'interesse nutrito dagli arabi per le scienze della natura e per la
matematica, considerate come vie d'accesso all'unità della natura nella
totalità dei suoi aspetti. Essi daranno, infatti, decisivi contributi
all'astronomia e alla medicina, ma anche nell'ottica, grazie soprattutto
a colui che i latini conosceranno come Alhazen, vissuto tra il X e l’XI
secolo. Particolare impulso ricevette anche l'alchimia, intesa come
tecnica in grado di trasformare le sostanze naturali, per esempio, i
metalli in altre sostanze più nobili (come l'oro). Il presupposto di
essa è l'antica concezione di una simpatia che legherebbe tra loro tutte
le cose, sicchè l'azione esercitata su una di esse produce i suoi
effetti anche su altre; inoltre, attraverso le operazioni alchemiche, l'
anima purificherebbe se stessa e ascenderebbe, quindi, verso l'unità
divina. Già nell' VIII secolo, con Gabir ibn Hayyan, l'alchimia ha un
notevole sviluppo, come sarà poi, nel X sec., nel sud della Spagna ad
opera di al-Magriti. Uno scritto, a lui erroneamente attribuito, dal
titolo "Lo scopo del sapiente", sarà tradotto in latino col titolo "Picatrix"
e diventerà un testo classico dell'alchimia e della magia in Occidente.
Agli Arabi si deve anche l’elaborazione dell'algebra, ignota agli
antichi e "destinata all'estrazione di incognite numeriche e
geometriche" secondo la definizione datane da uno dei maggiori autori di
algebra, il poeta persiano Omar Khayyam, vissuto tra l'XI e il XII
secolo. In questa direzione egli era stato preceduto da al-Khuwarizimi,
già operante nella prima metà del IX secolo e dal cui nome deriva il
termine "algoritmo" per indicare una particolare tecnica di calcolo. La
matematica, inclusa l'algebra, appariva nel mondo arabo come una via
privilegiata di accesso al mondo intelligibile, secondo l'antico
insegnamento platonico. Il primo rilevante contatto degli arabi con i
testi filosofici greci avviene nel IX secolo, in parte attraverso la
meditazione della cultura siriaca. Già nella seconda metà del IV secolo,
il cristianesimo si era diffuso in Siria e ad Odessa si era costituita
una scuola dedita anche alla traduzione in siriaco di opere di
Aristotele, considerato ben più di Platone, il vero filosofo.
Aristotele, infatti, forniva gli strumenti logici e concettuali con i
quali affrontare le dispute teologiche. Quest'opera di traduzione
continuò anche dopo la conquista araba, avvenuta nel VII secolo. Giacomo
e Giorgio di Odessa, morti nei primi decenni dell'VIII secolo, Traducono
e commentano soprattutto opere logiche di Aristotele, mentre pressoché
ignote rimangono le opere non logiche. Verso la metà dell'VIII secolo,
la capitale del dominio arabo viene trasferita da Damasco a Bagdad. Qui,
nell'815, è istituita dal califfo al-Ma'mun la Casa della Sapienza, con
annessi una biblioteca e un osservatorio astronomico; in essa, viene
avviato un intenso lavoro di traduzione di testi greci dal siriaco o
direttamente dal greco. Propulsore di questa attività è un cristiano,
Hunain ibn Isaaq (810-877), noto ai latini col nome di Joannitius. Il
suo obiettivo, perseguito anche dal figlio e dal nipote, è la traduzione
sistematica di quasi tutte le opere note di Aristotele, ma già nel X
secolo, queste traduzioni erano divenute rare e se ne dovettero
intraprendere altre. L'immagine di Aristotele che ne risultava era però
intrisa di forti elementi di provenienza neoplatonica: infatti, ad
Aristotele erano anche attribuite una teologia, che è in realtà un
insieme di estratti dalle "Enneadi" di Plotino e da commentari
diPorfirio, e un "Libro sul Puro Bene", che sarà poi noto ai latini col
titolo di "Liber de causis", il cui contenuto deriva dagli "Elementi di
teologia" di Proclo. Questi testi consentivano di porre a coronamento
del pensiero aristotelico una teologia che concepisce Dio non soltanto
come causa finale, bensì anche come sorgente dalla quale emana il tutto.
L'interesse iniziale per la filosofia e la scienza greche deriva in gran
parte dalle dispute che avevano luogo a Damasco o a Bagdad tra
cristiani, ebrei e musulmani, nel corso delle quali, per evitare di
avere la peggio, questi tentarono d'impadronirsi delle tecniche
argomentative elaborate dai greci, in particolare da Aristotele. Il
problema che nasceva da questo incontro con la filosofia greca, era che
queste tecniche, ritenute valide, portavano a volte a conclusioni che
potevano apparire incompatibili con i contenuti della religione rivelata
nel Corano. In generale i filosofi arabi intesero non tanto mettere in
discussione o addirittura abbandonare questi contenuti, quanto
individuare connessioni possibili tra il piano dell'esperienza religiosa
, comune a tutti i fedeli , e il piano della riflessione filosofica ,
destinato a pochi . Non si deve tuttavia pensare che quest'aspetto sia
stato più rilevante nell'esperienza religiosa e nella riflessione
teologica dell'Islam; i filosofi arabi inclini a ripercorrere le orme
degli antichi, in particolare di Aristotele, furono una minoranza, che
non riuscì, e forse soprattutto non mirò, a diffondere la propria
riflessione in vaste cerchie. Tuttavia é proprio questa minoranza di
filosofi che rivestì notevole importanza per gli sviluppi della ricerca
filosofica nell'Occidente medioevale. Personaggi dal magnifico ingegno,
quali Averroè, Avicenna e al-Gazali, segnano l’apice e, al contempo,
l’ultimo stadio della cultura islamica: dopo che essi – grani ammiratori
di Platone, di Aristotele e dell’intero mondo greco - (soprattutto
Averroè) portarono la ragione umana alle stelle (per Averroè vale più la
ragione che non il Corano), avviando una riflessione di altissimo
livello (per alcuni aspetti anche superiore a quella che in
contemporanea andava elaborando l’Occidente cristiano), ci fu un brusco
declino, dovuto alla religione islamica, per sua natura oppressiva e
avversa ai dettami della ragione. L’Islam tacitò ben presto la ragione,
ripristinando l’indiscusso primato della fede e condannando duramente le
teorie razionalistiche di Averroè (la cui fama – non è un caso – si
diffuse più nell’Occidente cristiano che non nel mondo arabo): questo
ripiegarsi sulla religione, mettendo al bando la ragione e le sue
illuminanti trovate, costò caro al mondo arabo, che da allora precipitò
in una chiusura soffocante, avviandosi ad essere definitivamente
sopraffatto sul piano filosofico dal mondo occidentale, il quale – un
po’ alla volta (l’Illuminismo segnerà il momento culminante) – riuscì a
liberarsi da quell’orpello che era la religione cristiana, avversa
anch’essa ai dettami della ragione e mirante a sottomettere l’uomo alla
fede. Nell’Occidente la modernità si aprirà appunto con una netta
separazione tra la fede e la ragione (separazione teorizzata
filosoficamente da Guglielmo di Ockham), le quali procedono da quel
momento autonomamente su binari paralleli; nel mondo islamico, invece,
dopo una breve fioritura del pensiero filosofico (Averroè, Avicenna), la
religione tornerà a dominare incontrastata, rendendo statica e poco
vivace una società in cui Aristotele, Platone e gli altri filosofi greci
sono scalzati dal monopolio del Corano, dove il pensiero è sottomesso
all'autorità del verbo divino.
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