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evoluzione umana
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il suo cuore batte per 40 milioni di volte l'anno, crea un nuovo strato di pelle ogni mese, in un giorno il suo cervello produce più impulsi elettrici di tutti i telefoni del mondo messi insieme, i suoi occhi possono vedere a due milioni di anni luce di distanza. questo magnifico e superbo essere umano è ognuno di noi.
L’inizio del sistema solare e la
formazione della Terra si fa risalire a circa 4,5-5 miliardi di anni fa.
Durante il primo miliardo di anni che seguì, si costituirono
progressivamente le condizioni per la comparsa della vita. La sfera
infuocata di lava fusa era grande abbastanza per trattenere un’atmosfera e
conteneva gli elementi chimici fondamentali per l’apparizione della vita.
Inoltre la Terra si trovava alla distanza conveniente dal Sole, abbastanza
lontana perché potesse iniziare il processo di raffreddamento e
condensazione e tuttavia abbastanza vicina perché i gas non rimanessero
congelati. Dopo 500.000 anni di raffreddamento graduale, il vapore che
riempiva l’atmosfera condensò, così che per migliaia di anni caddero
piogge torrenziali sulla Terra, piogge che formarono oceani poco profondi.
Durante il periodo di raffreddamento, il carbonio, l’elemento
chimico fondamentale della vita, si combinò rapidamente con idrogeno,
ossigeno, azoto, zolfo e fosforo per generare
una immensa varietà di composti chimici. Questi sei elementi sono oggi i
costituenti chimici principali di tutti gli organismi viventi.
Le ipotesi più recenti
sull’origine della vita non postulano più eventi improvvisi particolari,
come un fulmine di una potenza indescrivibile, o l’inseminazione da parte
di macromolecole portate da meteoriti. La ricerca recente sui sistemi auto-organizzantesi considera che l’ambiente che si era costituito sulla
Terra in quei tempi lontani abbia favorito la formazione di molecole
complesse, alcune delle quali divennero i catalizzatori di una serie di
reazioni chimiche che portarono progressivamente alla formazione di
strutture dissipative. Si tratta di concetti complessi che non ci
interessa esplorare qui, anche se conoscerli è importante per rendersi
conti degli sviluppi sorprendenti delle nuove scienze a cui ci siamo
riferiti in generale come Teoria Evoluzionistica dei Sistemi. In questo
caso si tratta dei sistemi viventi. La nozione di “strutture dissipative”
si deve al chimico e fisico russo Ilya Prigogine, premio Nobel. Si tratta
della più autorevole descrizione approfondita sui sistemi
auto-organizzantesi, e l’auto-organizzazione è il concetto centrale della
visione sistemica della vita. Il fenomeno dell’auto-organizzazione nei
sistemi viventi fu studiato da molti ricercatori di diversi paesi, oltre a
Prigogine: James Lovelock. Lynn Margulis, Humberto Maturana e Francisco
Varela, per citarne alcuni. Prigogine sviluppò la termodinamica non
lineare per descrivere il fenomeno dell’auto-organizzazione in sistemi
aperti lontani dall’equilibrio, dove, come indica la nozione di “struttura
dissipativa” esistono contemporaneamente sia la struttura e l’ordine da
una parte, sia la “dissipazione” dell’energia, sprechi e perdite,
dall’altra. Nella termodinamica classica, come abbiamo visto (cf. brano La
grande Catena dell’essere), la dissipazione dell’energia sotto forma
di trasmissione di calore, attrito, ecc. era sempre associata a una
perdita.
Prigogine con il concetto
di strutture dissipative mostrò che nei sistemi aperti (in cui cioè c’è un
flusso costante di materia ed energia che attraversa il sistema; gli
organismi viventi sono sistemi aperti lontani dall’equilibrio) la
dissipazione diventa una fonte di ordine. Le strutture dissipative possono
evolversi: quando cresce il flusso di energia e di materia che le
attraversa esse possono passare per nuove fasi di instabilità e
trasformarsi in nuove strutture di maggior complessità.
Le prime cellule,
strutture dissipative auto-organizzantesi con membrana, apparvero circa
3,5 miliardi di anni fa. Erano i batteri (procarioti) Malgrado la
precarietà delle condizioni di vita in un ambiente primordiale che
cambiava continuamente, soggetto a catastrofi di tutti i tipi, tuttavia i
batteri resistettero e si moltiplicarono prima nell’acqua e poi sul
terreno. Una delle prime attività dei batteri fu la fermentazione, cioè la
decomposizione di zuccheri per creare l’energia necessaria a tutti i
processi cellulari. Questo procedimento permise ai batteri di vivere delle
sostanze chimiche presenti nella terra e nell’acqua. Alcuni di questi
batteri svilupparono un’altra capacità di grandissima importanza:
assorbire azoto dall’aria e trasformarlo in vari composti organici.
L’azoto è un componente delle proteine presenti in ogni cellula e tutti
gli organismi viventi anche oggi dipendono per sopravvivere dai batteri
che fissano l’azoto.
I batteri inventarono
anche la fotosintesi che divenne allora la fonte primaria di energia a per
la vita. La fotosintesi praticata dai batteri era molto diversa da quella
dei vegetali attuali. Tutte queste strategie di sopravvivenza permisero ai
batteri, non solo di vivere ed evolversi, ma anche di iniziare a
modificare l’ambiente, mantenendo, attraverso i loro processi di
regolazione, le condizioni adatte allo sviluppo della vita. I batteri si
riproducono in modo asessuale, scambiandosi continuamente geni con i loro
vicini. Come affermano Margulis e Sagan, nel loro libro Microcosmo,
mentre gli esseri umani si trasmettono i geni in modo “verticale” da una
generazione all’altra, le cellule batteriche lo fanno “orizzontalmente”
tra vicini di una stessa generazione. Essi sono praticamente immortali da
un punto di vista funzionale. Mentre per noi il sesso si coniuga
inevitabilmente alla morte. Insomma i batteri furono veramente gli
indispensabili pilastri e custodi della vita nascente.
Un nuovo tipo di batteri
inventò a un certo punto una nuova fotosintesi che era capace di estrarre
l’idrogeno dall’acqua (estrarlo dall’aria, come facevano i batteri che
avevano introdotto la fotosintesi usata ancora oggi dai vegetali, non era
sufficiente), rilasciando ossigeno nell’aria. Questo ossigeno però divenne
a un certo punto eccessivo. L’inquinamento da ossigeno produsse, circa 2
miliardi di anni fa, una catastrofe senza precedente e l’intera trama
batterica dovette riorganizzarsi per poter sopravvivere.
La crisi dell’ossigeno
innestò un processo evolutivo che portò all’apparizione dei
cianobatteri che utilizzavano proprio l’ossigeno, la sostanza dannosa.
Ma come? Attraverso la respirazione aerobica, che utilizza l’ossigeno. La
vita fu per sempre modificata e così l’ambiente in cui evolversi. La
quantità di ossigeno libero nell’atmosfera si stabilizzò al 21 per cento.
Se questo valore scendesse sotto il 15 per cento niente brucerebbe e gli
organismi non potrebbero respirare e morirebbero. Sopra il 25 per cento
tutto brucerebbe. La combustione sarebbe spontanea e le fiamme
divorerebbero la Terra. Da milioni di anni Gaia, l’ambiente dei
procarioti, mantiene l’ossigeno nell’atmosfera alla quantità ideale
per la vita delle piante e degli animali.
Per passare a forme
superiori di vita fu necessaria la comparsa di un nuovo procedimento: la
simbiosi. Questo avvenne circa 2,2 miliardi di anni or sono e portò
all’evoluzione di cellule nucleate (eucarioti) , che sono i
componenti di tutte le piante e di tutti gli animali. Queste cellule sono
più grandi e più complesse rispetto ai batteri: la quantità di DNA che si
trova nelle cellule nucleate è centinaia di volte superiore a quella che
si trova nei batteri. L’ipotesi che viene fatta per spiegare la comparsa
degli eucarioti, è che essa sia dovuta appunto al fenomeno della
simbiosi: organismi separati si sarebbero amalgamati creando nuovi
insiemi, con la caratteristica di tutti gli oloni: che il nuovo olone era
qualcosa di più della somma delle parti.
Nella cellula nucleata
ci sono i mitocondri e altri organuli che sono organismi distinti. Secondo
l’ipotesi citata, essi avrebbero potuto essere all’origine dei batteri
che avrebbero progressivamente imparato a cooperare con le cellule
ospitanti. Grazie alle relazioni simbiotiche con i batteri, le cellule
nucleate ricevettero la possibilità di muoversi: il fluido cellulare
scorre in modo coerente e l’intera cellula può espandersi, contrarsi e
muoversi rapidamente come un tutto.
L’ipotesi della
simbiogenesi ( cioè l’ipotesi della creazione di nuove forme di vita
attraverso la fusione di specie diverse) ha solo trent’anni. Essa spiega
in modo convincente l’importanza dei vantaggi combinati delle relazioni
simbiotiche che permettevano alle nuove forme di vita di utilizzare più
volte diverse combinazioni di biotecnologie specializzate e già collaudate
dai batteri, come l’uso efficiente della luce solare e dell’ossigeno
nonché il movimento Questo rese possibile la migrazione in molti ambienti
diversi e l’evoluzione nelle piante e negli animali prima nell’acqua e poi
sulla terraferma.
I primi animali si
evolvettero circa 700 milioni di anni or sono, mentre troviamo i primi
vegetali intorno ai 500 milioni di anni fa. Entrambi iniziarono la loro
evoluzione nell’acqua e raggiunsero la terraferma circa 400-450 milioni di
anni fa, prima i vegetali e dopo milioni di anni gli animali. Sia i
vegetali che gli animali sono organismi pluricellulari di enormi
dimensioni, ma rispetto a quelle vegetali, le cellule animali sono
fortemente specializzate e strettamente connesse tra di loro da un gran
numero di legami complessi. La coordinazione e l’interconnessione delle
cellule furono intensificate notevolmente dalla comparsa precoce di
sistemi nervosi. L’evoluzione di piccoli cervelli animali viene fatta
risalire a 620 milioni di anni fa.
I progenitori delle
piante assomigliavano alle alghe che vivevano in acque poco profonde e
illuminate dal sole. Il loro habitat però a volte si prosciugava e alla
fine alcune alghe trovarono il modo di sopravvivere trasformandosi in
piante. All’inizio quelle piante erano simili a muschi, non avevano né
fusti né foglie, ma con la produzione di un nuovo materiale nelle pareti
delle cellule, la lignina, fu possibile sviluppare fusti e rami, oltre che
i sistemi vascolari per assorbire acqua dalle radici. Per resistere alla
siccità che era una minaccia costante nel nuovo ambiente terrestre, le
piante racchiusero i propri embrioni in semi che li proteggessero mentre
aspettavano di trovare le appropriate condizioni di umidità per
svilupparsi.
Durante un periodo che va
dai 350 ai 250 milioni di anni fa, mentre i primi animali terrestri, cioè
gli anfibi, si evolvevano in rettili e dinosauri, lussureggianti foreste
tropicali di “felci con semi” ricoprirono estese regioni del pianeta.
Quando, circa 200 milioni di anni fa si formarono i ghiacciai su molti
continenti, le felci con semi furono soppiantate da conifere sempreverdi
che potevano resistere al freddo. Circa 125 milioni di anni fa apparvero
le prima piante con fiori, i cui semi erano racchiusi in frutti. Fin
dall’inizio queste piante coevolvettero con animali che si cibavano dei
loro frutti e disseminavano in cambio i semi non digeriti.
I primi animali si
svilupparono nell’acqua da masse globulari e vermiformi di cellule. Il
passaggio sulla terraferma fu un processo di adattamento molto complesso e
di grandissima portata. C’era il problema della disidratazione, la
quantità molto superiore di ossigeno gassoso nell’atmosfera che richiedeva
organi di respirazione diversi, la luce solare non filtrata che rendeva
necessari vari rivestimenti esterni, e poi per sopportare la forza di
gravità in assenza della spinta idrostatica c’era bisogno di ossa e
muscoli più forti.
Per facilitare questo
passaggio dagli oceani alle nuove condizioni ambientali, gli animali
ricorsero a un espediente molto ingegnoso: mantennero lo stesso ambiente
acquoso per la loro prole. L’utero animale riproduce ancora oggi
l’acquosità, la spinta idrostatica e la salinità dell’acqua originaria.
Anche le concentrazioni saline nel sangue e in altri fluidi corporei dei
mammiferi, come il sudore e le lacrime, sono assai simili a quelle
dell’oceano. Di quell’oceano che è stato la nostra prima culla e che
abbiamo abbandonato circa 400 milioni di anni fa, continuando a portarlo
dentro di noi.
Un altro problema per il
mantenimento della vita sulla terraferma era quello relativo alla
regolazione del calcio, che ha un ruolo molto importante nel metabolismo
delle cellule nucleate (eucarioti), i componenti fondamentali di
tutte le piante e di tutti gli animali. Si richiedevano delle innovazioni
creative. Infatti per mantenere efficiente il metabolismo delle cellule le
quantità di calcio devono essere mantenute a dei valori precisi, molto
inferiori a quelli presenti nell’acqua di mare. Così gli animali
cominciarono ad accumulare il calcio in eccesso attorno e dentro i propri
corpi, trasformandolo in gusci, conchiglie e scheletri.
Gli anfibi - rane, rospi,
salamandre e tritoni - costituiscono l’anello di congiunzione evolutiva
tra gli animali acquatici e terrestri. Anche i primi insetti raggiunsero
la terraferma nello stesso periodo degli anfibi, cioè circa 400 milioni di
anni or sono. Dopo il loro arrivo sulla terra, per un periodo di 150
milioni di anni, gli anfibi si evolvettero in rettili. I rettili, come
avrebbero fatto anche i mammiferi, conservarono nelle loro grandi uova
l’ambiente marino da cui provenivano, garantendo alla prole un luogo
confortevole in cui formarsi e crescere. A quell’epoca, quando apparvero i
rettili (250 milioni di anni fa) la terra era ricoperta di lussureggianti
foreste tropicali.
Oltre alle piante e agli
animali, anche un altro tipo di organismo pluricellulare aveva raggiunto
la riva, i funghi che, pur somigliando alle piante, sono invece
completamente diversi e costituiscono un “regno” a parte. Essi comparvero
più o meno 300 milioni di anni fa e coevolvettero con le piante, poiché
queste ultime dipendono per l’assorbimento dell’azoto da un minuscolo
fungo che sta nelle loro radici. Che i funghi siano visibili o nascosti,
essi sono assolutamente essenziali per l’esistenza delle foreste.
Dopo trenta milioni di
anni dalla comparsa dei rettili, da una loro linea di discendenza si
svilupparono i dinosauri. Come tutti i rettili, essi deponevano uova,
molti di essi si dotarono di ali finché, 150 milioni di anni fa, si
evolvettero in uccelli. Circa 70 milioni di anni fa i dinosauri e molte
altre specie si estinsero di colpo. Si pensa che la causa possa essere
stata una catastrofe provocata dall’impatto di un meteorite gigantesco di
circa undici chilometri di diametro. L’esplosione generò un’enorme nuvola
di polvere che fece da schermo alla luce e al calore solare per un lungo
periodo, la meteorologia del pianeta cambiò e i dinosauri non
sopravvissero.
Dai rettili si evolvette,
circa 200 milioni di anni fa, un vertebrato a sangue caldo, le cui femmine
non racchiudevano più gli embrioni nelle uova, ma li nutrivano all’interno
del loro corpo. I piccoli nascevano inermi e bisognosi di cure e di
nutrimento ed erano le madri a occuparsene finché non diventavano
autosufficienti. Queste caratteristiche che includevano anche
l’allattamento, sono all’origine del nome dato agli animali di questa
classe: i mammiferi. I primi mammiferi erano piccole creature notturne. A
differenza dei rettili, svilupparono la capacità di mantenere il calore
dei propri corpi a un livello abbastanza costante indipendentemente dalle
condizioni ambientali, inoltre una parte delle loro cellule epidermiche si
trasformò in pelo, fornendo un ulteriore isolamento termico che permise
loro di migrare nelle zone con clima freddo.
Le proscimmie, che sono i
primati più antichi, si evolvettero circa 65 milioni di anni fa da
mammiferi notturni che vivevano sugli alberi, si cibavano di insetti e
assomigliavano agli scoiattoli. I primati erano in gran parte insettivori
o vegetariani e si cibavano di noci, frutti e piante. A volte quando non
trovavano più cibi sufficiente sugli alberi, essi scendevano a terra e
assumevano una posizione eretta per qualche momento, per poi tornare alla
posizione iniziale, come fanno ancora oggi i babbuini. Ma questa capacità
di poter rimanere in posizione eretta anche per poco tempo rappresentò un
forte vantaggio selettivo, poiché quella posizione liberava le mani per
raccogliere cibo, gettare pietre o afferrare bastoni per difendersi.
A poco a poco i piedi si
appiattirono, l’abilità manuale si accrebbe e l’utilizzo di strumenti
primitivi e di armi stimolò la crescita del cervello. Da alcune proscimmie
si evolvettero le scimmie e le scimmie antropomorfe. La linea evolutiva
delle scimmie si biforcò da quella delle proscimmie circa 35 milioni di
anni fa. E circa 20 milioni di anni fa la linea delle scimmie antropomorfe
(o pongidi) si distaccò da quella delle scimmie. E solo dopo altri 10
milioni di anni comparvero i nostri antenati più prossimi, le grandi
scimmie antropomorfe, come orangutan, scimpanzé e gorilla.
Il cervello delle grandi
scimmie antropomorfe è molto più complesso di quello delle altre scimmie
ed essi possiedono perciò un’intelligenza molto superiore.
Fu nell’Africa tropicale,
all’incirca 4 milioni di anni fa, che da una scimmia appartenente al
genere degli scimpanzé si evolvette una scimmia antropomorfa dotata di
stazione eretta. Questa specie, estintasi un milione di anni dopo, era
assai simile agli altri grandi pongidi, ma poiché si reggeva eretta sugli
arti posteriori fu classificata come “ominide”.
Le scimmie antropomorfe
dotate di stazione eretta e andatura bipede, chiamate Australopithecus,
fecero la loro comparsa 4 milioni di anni fa. Il nome che significa
“scimmia australe” allude alle prime scoperte di resti fossili avvenute
nell’Africa del Sud.
La specie più antica è l’
Australopithecus Afarensis, dal nome della regione etiopica di Afar,
dove sono stati trovati degli importanti fossili, compreso il famoso
scheletro di una femmina che i paleontologi denominarono “Lucy”, risalente
a 3,2 milioni di anni fa. Si trattava di primati di corporatura esile,
alti forse 140 centimetri e con un’intelligenza pari a quella degli
attuali scimpanzé. Dai 4 ai 3 milioni di anni fa si ebbe una stabilità
genetica degli australopitecini.
In seguito questa prima
specie si evolvette in specie più robuste. Esse comprendevano due specie
primitive del genere Homo (Homo habilis e Homo erectus)
che coesistettero in Africa con gli australopitecini per molte migliaia di
anni finché questi non si estinsero, circa 1,4 milioni di anni fa.
Una differenza
fondamentale tra i primati e gli esseri umani consiste nel fatto che i
neonati umani hanno bisogno di un tempo molto più lungo per raggiungere la
fanciullezza (e poi la pubertà e la maturità) di quanto non sia necessario
a qualsiasi scimmia antropomorfa. I neonati sono del tutto inermi e non
formati completamente, hanno bisogno di anni di cure, protezione,
sostentamento e attenzione. I neonati umani, se confrontati con i piccoli
di altri mammiferi, sembrano nati prematuramente. E questa osservazione è
alla base di una ipotesi ampiamente accettata (Margulis e Sagan) secondo
cui sarebbero stati i parti prematuri di alcune scimmie a innestare
l’evoluzione umana.
A causa di mutamente
genetici nei tempi dello sviluppo, le scimmie antropomorfe nate
prematuramente avrebbero potuto conservare i loro tratti infantili più a
lungo delle altre. Coppie di individui con quelle caratteristiche
avrebbero potuto generare neonati ancora più prematuri, che avrebbero
conservato a loro volta tratti ancora più infantili. Avrebbe avuto inizio
allora un andamento evolutivo da cui, alla fine, è emersa una specie
completamente priva di peli. Questa ipotesi attribuisce una grande
importanza alla fragilità dei piccoli nati prematuramente nella
transizione dalle scimmie antropomorfe agli esseri umani. Questi neonati
bisognosi di cure hanno richiesto la formazione di famiglie che potessero
proteggerli, e queste famiglie hanno probabilmente formato comunità, tribù
nomadi, villaggi che costituirono le basi per lo svilupparsi della civiltà
umana (si tratta sempre di olarchie che nei Quadranti di Wilber
costituiscono il Basso/Destra, cioè l’aspetto collettivo oggettivo,
esterno dell’olone).
Secondo l’antropologa
Helen Fisher (citata da Elisabeth Badinter nel suo libro L’uno e
l’Altra) la posizione eretta provocò la ristrutturazione del bacino
con conseguente accorciamento del diametro del canale genitale che rese i
parti difficili e mortali per molte femmine. Attraverso la selezione
naturale fecero la loro comparsa nuovi caratteri genetici. Le femmine
partorivano prematuramente i figli, il cui cranio era più piccolo e quindi
poteva più facilmente passare nel canale genitale. Ma questa prematurità
implicava un impegno maggiore delle madri per mesi e anni. Dovevano
portarsi appresso il bambino e così facevano più fatica a catturare
piccoli animali e a raccogliere frutti e bacche. Era necessario concludere
un contratto con i maschi, ci si avvia progressivamente verso le prime
famiglie.
La selezione naturale
favorì le specie che copulavano durante la maggior parte del loro ciclo
mensile. Le femmine cominciarono a perdere il loro estro. La ricettività
sessuale permanente e la copula frontale, poiché con la ristrutturazione
dello scheletro avvenuta dopo l’assunzione della posizione eretta, anche
la vagina aveva ruotato verso il davanti, permisero, sempre secondo la
Fisher, il progressivo instaurarsi della relazione tra maschio e femmina e
dell’amore.
Ma riprendiamo il filo
che ci porta dagli australopiticini ai loro primi discendenti umani che
apparvero in Africa Orientale circa 2 milioni di anni fa. Presentavano un
grande aumento del volume encefalico, grazie al quale svilupparono una
capacità di costruire utensili che nessun antenato pongide aveva avuto. Si
tratta dell’Homo habilis, che si era evoluto verso 1,6 milioni di
anni fa nell’Homo erectus, una specie più grande e robusta e il cui
cervello si era accresciuto ulteriormente. Si pensa che questi antichi
nostri progenitori fossero riusciti a controllare il fuoco 1,4 milioni di
anni fa circa.
L’Homo erectus fu
la prima specie a lasciare i tropici africani e a migrare in Asia,
Indonesia ed Europa, insediandosi in Asia circa 1 milione di anni fa e in
Europa 700.000 anni fa. Questi primi esseri umani dovettero sopportare
lontano dall’Africa natia, delle condizioni climatiche avverse che
avrebbero avuto un impatto sull’evoluzione successiva. Infatti tutto il
periodo dell’evoluzione propriamente umana, dalla comparsa dell’Homo
habilis alla rivoluzione agricola del Neolitico di circa 1,5 milioni
di anni dopo, avviene durante l’epoca delle glaciazioni.
Durante i periodi più
freddi, gran parte dell’Europa, dell’America e dell’Asia erano coperte di
ghiaccio. Nelle epoche in cui il clima era più mite, si verificavano
tremende inondazioni, provocate dallo scioglimento dei ghiacciai. Molte
specie tropicali si estinsero e furono sostituite da altre più robuste e
coperte da folti mantelli di pelo, come il bue muschiato, il mammut, il
bisonte. I primi uomini davano la caccia a questi animali con punte di
lancia e asce di pietra, mangiavano le loro carni attorno al fuoco nelle
loro caverne e si proteggevano dal freddo con le loro pellicce. Cacciavano
insieme e si spartivano il cibo. E la spartizione del cibo contribuì
anch’essa a promuovere lo sviluppo della cultura e della civiltà, fino a
portare all’espressione della dimensione spirituale e artistica proprie
dell’essere umano.
L’Homo sapiens si
evolve dall’Homo erectus tra 400.000 e 250.000 anni fa. L’Homo
sapiens è la specie a cui noi apparteniamo. L’evoluzione fu graduale e
durante 150.000 anni diede vita a molte specie di transizione, cui viene
dato il nome generico di Homo sapiens arcaico. L’homo erectus
250.000 anni fa era ormai estinto. La transizione a Homo sapiens
si completò circa 100.000 anni fa in Africa e in Asia e 35.000 anni fa in
Europa.
Mentre avveniva la
graduale evoluzione dell’Homo erectus in Homo Sapiens, in
Europa avvenne il distacco di un ceppo distinto da cui si evolvette, circa
125.000 anni fa, l’uomo di Neandertal, così chiamato dalla località in
Germania dove furono trovati i primi esemplari. Si estinse 35.000 anni fa.
Aveva una corporatura tozza e massiccia, con ossa grosse, mascelle
possenti, denti anteriori lunghi e sporgenti. Si stabilì in Europa e nel
Vicino Oriente lasciando tracce di sepolture rituali in caverne decorate
con veri simboli legati agli animali cui dava la caccia.
Dopo l’estinzione
dell’uomo di Neandertal, rimane soltanto l’Homo Sapiens come specie
umana vivente. Questa specie si evolvette in Europa in una sottospecie
nota con il nome di Cro-Magnon, che è il nome di una caverna al Sud della
Francia. Ad essa appartengono tutti gli esseri umani attuali. I Cro-Magnon
erano identici a noi, avevano un linguaggio sviluppato e produssero una
incredibile quantità di innovazioni tecnologiche e di creazioni
artistiche. Di essi ci sono rimasti utensili di pietra e di osso finemente
lavorati, gioielli fatti di conchiglie e di avorio, magnifiche pitture
sulle pareti delle caverne, a testimoniare la cultura raffinata di questi
nostri diretti antenati paleolitici.
Per dipingere le figure,
che rappresentano immagini simboliche di leoni, mammut e altri animali
feroci, sono stati utilizzati ocra, carbone ed ematite. Vi erano anche
molti oggetti rituali, fra cui spicca una specie di altare su cui era
posato un teschio d’orso. E inoltre una raffigurazione riproduce una
figura sciamanica, mezzo uomo e mezzo bisonte, disegnata nella parte più
oscura e inaccessibile della caverna. Questi dipinti così antichi,
risalenti a un’epoca preistorica, indicano che la spiritualità e la
creatività artistica furono fin dall’inizio parte integrante
dell’evoluzione dell’essere umano.
Ci siamo dilungati su
questo affascinante viaggio evolutivo che dalle prime cellule batteriche
apparse circa 3,5 miliardi di anni fa, alle prime cellule nucleate (2,2
miliardi di anni fa), ai primi animali (700 milioni di anni fa), ai primi
vegetali (450 milioni di anni fa) fino alle proscimmie (65 milioni di anni
fa), all’Homo habilis (2 milioni di anni fa), all’Homo sapiens
(a partire da 400.000 anni fa) e al Cro-Magnon in Europa perché è
importante, a nostro avviso, tenere presente o ricordarsi di tutta la
storia che ci precede. Ci rendiamo allora conto facilmente della
coevoluzione del micro e del macrocosmo, ci è anche più facile intendere
questa immediata e sempre presente coesistenza dei quattro aspetti
dell’olone di cui ci parla Wilber: interiorità (livello di coscienza
individuale e visioni del mondo collettive) ed esteriorità
(condizioni ambientali, sociali, economiche a livello collettivo, e
caratteristiche delle strutture fisiche e biologiche, dei sistemi nervosi
e del cervello a livello individuale).
La sequenza olarchica
presentata nel Quadrante Alto/Destra (vedi brano La grande Catena
dell’Essere) mostra l’evoluzione dagli oloni individuali dagli atomi
alle cellule, agli organismi multicellulari, agli animali complessi. Ma
anche il cervello si è evoluto: dal rettile, al mammifero, al primate e
all’essere umano e si tratta di oloni ordinati gerarchicamente, dal meno
complesso al più complesso. A a ogni tappa evolutiva dei vari strati
cerebrali (Alto/Destra) corrisponde un diverso livello di coscienza
(Alto/Sinistra), il dispiegamento di una diversa visione del mondo e
comprensione del mondo (Basso/Sinistra) nonché lo sviluppo delle strutture
per la sopravvivenza e il sostentamento a livello produttivo, sociale,
economico, tecnologico (Basso/Destra).
Il neurobiologo Paul
MacLean è lo studioso che ha disegnato la mappa del cervello conosciuto
come “uno e trino”. La parte più antiche che somiglia al gambo di un fungo
e sulla quale poggia il resto del cervello è responsabile delle reazioni
istintive. MacLean lo chiama “rettiliano” perché è molto simile
strutturalmente al cervello di un rettile. E’ un cervello molto primitivo
che “ha fede in ciò che dice l’antenato”, ma non sa affrontare le
situazioni nuove perché il suo comportamento è un riflesso con pochissima
autonomia. Contiene l’apparato essenziale per la regolazione interna,
viscerale e ghiandolare, e anche i centri per mantenersi svegli o dormire.
Sopra questo cervello
ancestrale è collocato il cervello che abbiamo in comune con gatti e topi,
cioè il paleomammifero. La parte principale di questo secondo strato è il
sistema limbico, un insieme di strutture che generano le emozioni del
dolore e del piacere, essenziali per la sopravvivenza. Se i bisogni di
sopravvivenza vengono frustrati, emergerà la rabbia, la paura, il dolore,
se invece vengono soddisfatti si proverà piacere. Il sistema limbico umano
è strutturato in modo molto più complesso rispetto a quello dei
paleomammiferi, ma l’organizzazione basica, la chimica ecc., sono molto
simili. Il sistema limbico è collegato grazie a canali di comunicazione a
doppio senso con l’ipotalamo e altri centri nel gambo cerebrale, implicati
nelle sensazioni viscerali e nelle reazioni emotive, includendo il sesso,
la fame, la paura e l’aggressività.
L’ultimo strato, il terzo
cervello, è la neocorteccia, dall’aspetto di gheriglio di noce, che
conferisce significato agli eventi della vita. Il fisico austriaco E.
Jantsch parla della sorprendente crescita della neocorteccia come un
evento tra i più drammatici della storia della vita sulla Terra. Con la
neocorteccia appaiono le immagini simboliche, la logica e anche la
matematica. Essa è la sede della mente auto-riflessiva. MacLean stesso
riconosce che ognuno di questi cervelli è un olone che trascende e include
i precedenti, quindi organizzato gerarchicamente dal meno complesso al più
complesso. Questi cervelli interagiscono secondo il principio
dell’influenza verso il basso e verso l’alto (vedi il principio 5 nel
brano citato).
Questo cervello ha almeno
35.000 anni, cioè durante questo periodo non si è più modificato, non vi è
stata alcuna evoluzione a livello biologico. L’Uomo del Paleolitico, l’
Homo sapiens, somiglia terribilmente a noi. E allora cosa è avvenuto
durante questo periodo di millenni, che a noi sembra lunghissimo e che non
è altro che un breve attimo per l’evoluzione? Niente più e niente meno che
tutta la Preistoria e tutta la storia dell’umanità. In effetti quello che
è successo è il passaggio dall’evoluzione biologica alla evoluzione della
noosfera, che si fonda sulla biosfera, ma non può essere ridotta ad essa.
La noosfera, la mente che pensa, che è consapevole di se stessa contiene
la biosfera e la trascende.
L’olone inferiore ha
preparato le possibilità per l’evoluzione nell’olone superiore. Queste
possibilità (niente infatti è determinato) si dispiegano ora nella
noosfera, regno del pensiero, dei simboli, della cultura.
Ci sono due modi per
affrontare la dissociazione e la repressione. Il modo utilizzato nelle
psicoterapie è “la regressione al servizio dell’io” come è stata definita
da Freud. Cioè la struttura più elevata regredisce al livello precedente
dove l’integrazione non è avvenuta, rivive l’episodio e, in un contesto
protetto e benevolo, scioglie il blocco o il trauma, quindi integra quel
livello più o meno inconscio nell’olone più elevato dell’ego. Si tratta
dunque di una regressione a favore di una più alta integrazione.
L’altro modo è quello dei
Romantici che auspicano un ritorno al passato tout-court. Poiché
confondono differenziazione e dissociazione, trascendenza e repressione i
Romantici quando incontrano qualche problema di dissociazione, invece di
proporre una soluzione per quel problema, vogliono un ritorno all’indietro
della Storia. Pensiamo alle critiche dei Romantici, per esempio Rousseau o
Goethe, alla società prodotta dalla Rivoluzione Industriale e dal
Razionalismo Illuminista. Analizzando giustamente le repressioni e le
alienazione prodotte dalle macchine, fanno l’elogio del tempo passato dove
si trova il paradiso perduto, del buon selvaggio e delle società
primitive.
I Romantici di oggi sono
quelli che propongono un ritorno alla tribù dei cacciatori-raccoglitori e
l’adorazione del fallo, oppure il ritorno al Neolitico e ai miti dei
Iside e Demetra, la Dea Madre. Insomma regressione. In realtà ogni
trasformazione evolutiva sia nella storia dell’essere umano individuale
che nella storia dell’umanità collettiva implica la possibilità del
sorgere di patologie. Più complessa è il livello evolutivo più numerose
possono essere le patologie. Nell’essere umano che contiene molte livelli
di profondità (la materia, la vita e la mente) qualcosa può andare storto
a ogni livello sia esso fisico, emotivo, mentale/psichico e anche
spirituale, poiché ci sono anche le patologie spirituali.
Questo sintetico
excursus sull’evoluzione della vita ci ha fornito informazioni
sufficiente per comprendere il senso generale dei vari livelli verticali
presenti nei vari Quadranti. Ci permette inoltre di riconquistare quella
visione d’insieme e “sistemica” della storia dell’Universo, dell’Umanità e
nostra personale che è andata smarrita da almeno tre secoli. Ci permette
di reintrodurre il senso, i valori, l’intenzionalità, la profondità, la
qualità nella nostra vita e nel mondo che ne sono privi, a causa della
frammentazione del sapere specialistico, del riduzionismo scientifico che
ha negato l’interiorità, la profondità, la coscienza e ha appiattito il
mondo considerando valido oggetto di indagine solo il dato empirico, il
“Ciò”, tralasciando completamente l’ “Io” e il “Noi”. Il mondo del “Ciò” e
quella che Wilber chiama flatland, il mondo senza spessore, senza
coscienza, senza Spirito.
Torniamo adesso ai
Quattro Quadranti. Abbiamo visto lo sviluppo delle forme esteriori
dell’ olone individuale che va dalle particelle subatomiche,
all’atomo, alle molecole, alle cellule, agli organismi, agli organismi
neuronali, fino agli organismi neuronali con il cervello trino. Abbiamo
anche visto che c’è lo sviluppo interiore dell’olone individuale
dalla prensione, alla sensazione, all’impulso, all’immagine, al simbolo,
al concetto, fino a livelli superiori che, utilizzando i termini della
psicologia cognitiva evolutiva, vengono definiti operazionale concreto
e operazionale formale più l’ultimo livello che Wilber definisce
visione logica o pensiero sintetico.
Gli ultimi due sono i
livelli cognitivi cui in generale è giunta l’umanità attuale, ma esistono
altri livelli che vanno oltre il “personale” e diventano “transpersonali”.
Lo sviluppo interiore di fatto equivale allo sviluppo della coscienza,
come riconoscono grandi pensatori e maestri quali Leibniz, Aurobindo
Schelling, Whitehead, Teilhard de Chardin. La coscienza è parte integrante
dell’Universo a ogni livello.
Wilber, come Tailhard de
Chardin, intende in questo caso il termine “coscienza” nella sua accezione
più generale, come ogni tipo di psichismo, dalle forma più rudimentali
possibili di percezione interiore fino alla consapevolezza riflessa “del
fenomeno umano”. Quello che qui interessa è mettere in luce che la disputa
tra materialisti e spiritualisti non ha ragione di essere perché bisogna
considerare sempre sia l’aspetto esterno del mondo, sia l’aspetto interno.
“Le cose hanno il loro interno, il loro sé”. Non esiste olone che non
abbia contemporaneamente i quattro aspetti interno/esterno e
individuale/collettivo.
L’interno delle cose è la
profondità o coscienza, l’esterno la superficie o la forma, come si
esprime Wilber. Alla luce di quanto presentato sopra sull’evoluzione, è
facile ora cominciare a comprendere le tappe evolutive delle forme
esteriori degli oloni individuali e le corrispondenti tappe evolutive
delle forme di coscienza.
Come abbiamo visto i
Quadranti inferiori Basso/Sinistra e Basso/Destra si riferiscono alla
dimensione collettiva degli oloni. Già qualche chiarificazione sullo
sviluppo culturale e ambientale/sociale è emersa nella descrizione
dell’evoluzione dalle cellule, alle piante, agli animali, fino agli esseri
umani presentata più sopra, cioè l’evoluzione della fisiosfera, della
biosfera e poi della noosfera con l’apparizione del cervello trino.
Gli oloni individuali
esistono solo in comunità di oloni che hanno un livello simile di
profondità/coscienza. Gli oloni collettivi che si presentano nei
quadranti inferiori sono sempre associati agli oloni individuali. Come
abbiamo già detto coevolvono insieme. Il Quadrante Basso/Sinistra si
riferisce alla cultura, cioè il significato interno, la visione del
mondo, i valori e le identità che sono condivisi da comunità simili. Il
Basso/Destra si riferisce al sociale, inteso come tutte le forme
esteriori, materiali, istituzionali della comunità: dalla base economica e
tecnologica, all’architettura, ai codici scritti, alla taglia della
popolazione, quando si tratta di oloni sociali umani. Da una parte le
visioni del mondo condivise, dall’altra le basi materiali di queste
visioni del mondo.
E’ necessario precisare
cosa si intende per visione del mondo comune quando si tratta di oloni non
umani. In realtà cultura deve qui essere intesa come spazio condiviso,
quello a cui un olone può rispondere. Per esempio gli atomi non rispondono
a tutti gli stimoli dell’ambiente, perché registrano un ventaglio molto
ristretto di eventi che hanno senso per loro, che li coinvolgono.
Gli oloni reagiscono solo a quello che si adatta al loro mondo comune, che
si tratti di atomi, di cellule, di animali. Ogni altra cosa non esiste
per loro.
Questa è la cultura
condivisa: il mondo comune a cui tutti gli oloni di profondità simile
risponderenno. I cani per esempio condividono un mondo emozionale, hanno
un sistema limbico, mentre i rettili non ce l’hanno, quindi il cane
orienta se stesso nel mondo anche con l’uso di queste cognizioni
affettive. Per noi è molto più facile voler bene a un cane che non a una
iguana. Però il cane non può rispondere a stimoli che non corrispondono al
suo mondo, al suo spazio culturale: per sempio non apprezza Beethoven. Per
poter fare questo c’è bisogno della neocorteccia e del complesso cervello
trino con la corrispondente interiorità di immagini, simboli,
concetti, pensiero razionale/logico, e post razionale/sintetico.
Questo spazio culturale,
questo mondo, include i componenti basici dei precedenti livelli, come
l’irritabilità cellulare, gli istinti dei rettili, le emozioni dei
paleomammiferi per aggiungere nuovi modelli e dispiegare nuove visioni del
mondo. A ogni livello l’Universo guarda se stesso con occhi diversi e crea
nuovi mondi che prima non c’erano. Il mondo del lupo non è il mondo
dell’umano e neppure quello della lucertola.
L’evoluzione di queste
visioni del mondo, spazi culturali, passa dal fisico e vegetativo al
rettiliano, che è il mondo dell’impulso alla sopravvivenza (che Wilber
chiama uroborico, da uroboros, il serpente che si mangia la coda
della mitologia greca. E. Neumann spiega che l’uroboros, come
l’Uovo Cosmico, il cerchio, il rotundum è il simbolo dell’unione
insconscia primordiale, indifferenziato, indistinto, autorappresentazione
di uno stato primitivo che corrisponde alla condizione infantile
dell’umanità e del bambino). Dopo il rettiliano troviamo il tifonico
(dalla figura mitologica di Tifone, mezzo uomo e mezzo serpente, che
corrisponde al limbico-emozionale elementare. Seguono le forme specifiche
degli ominidi e poi degli umani (arcaico, magico, mitico, razionale,
centaurico o esistenziale con possibili livelli più elevati,
transpersonali.
Queste visioni del mondo
sono correlate con le forme esteriori delle strutture sociali che
sostengono e permettono questi spazi comuni culturali degli oloni
individuali. Così i procarioti, cioè i batteri, coevolvono con il sistema
sociale Gaia e il loro spazio culturale è protoplasmatico. In seguito
troviamo le società con una divisione del lavoro (gli organismi neuronali,
gli insetti per esempio) con una interiorità collettiva vegetativa/locomotoria,
poi i gruppo/famiglie dei paleomammiferi (con interiorità uroborica).
Infine gli umani con le tribù dei cacciatori/raccoglitori (arcaico), i
villaggi ortoculturali (magico), gli stati/imperi agrari (mitico), le
nazioni/stato industriali (razionale), le federazioni planetarie
informatiche (centauro/pensiero integrativo) e ... fin qui è arrivata
l’evoluzione media dell’umanità. In realtà, i livelli di sviluppo
culturale e sociale sono molto diversificati, con grosse percentuali di
popolazione al di sotto dei livelli medi più elevati (razionale e
centauro) e percentuali bassissime al di sopra (livelli transpersonali) .
I quattro quadranti non
possono essere ridotti uno all’altro, sono invece interconnessi,
ineragiscono reciprocamente, si influenzano a vicenda. Non è come pensava
Marx che la struttura determina la sovrastruttura (cioè l’economia
determina la cultura), ma non è neppure come pensavano gli idealisti che è
il pensiero, la coscienza, l’interiorità a determinare le strutture
socio-economiche, istituzionali, tecnologiche. Ogni olone ha sempre tutte
e quattro gli aspetti: intenzionale, comportamentale, culturale e sociale.
I quadranti formano un circolo in cui ogni parte influenza l’altra in ogni
direzione, non c’è un prima o un dopo, un uovo o una gallina, sono insieme
causa e causati ognuno da tutti gli altri. Il sistema sociale influenza la
cultura, la quale determina il contesto entro il quale io posso avere un
pensiero individuale che modifica la fisiologia del mio cervello.
Wilber spiega che se ho
il pensiero “Andare al supermercato”, lo sperimento interiormente come
simbolo, immagine o concetto. Ne sperimento internamente il senso
(Alto/Sinistra). Questo modifica in qualche modo il mio cervello, cambiano
le onde elettriche, si attivano sinapsi, ecc. Alto/Destra). Questo può
essere visto sperimentalmente con apparecchi appositi che possono
registrare i cambiamenti chimici o elettrici del cervello (Alto/Destra).
Ma il pensiero interno ha
senso solo nel contesto del mio retroterra culturale. Se fossi vissuto in
una tribù di cacciatori-raccoglitori non avrei potuto pensare “vado al
supermercato”, forse avrei pensato “tempo di andare a caccia”. Il ragazzo
che è stato allevato dai lupi ci mostra che senza un retroterra culturale
comune, stimoli adatti, interrelazioni il cervello umano non produca da
solo pensieri linguistici (Basso/Sinistra). Tuttavia la cultura non è
disincarnata, come non lo è la coscienza individuale, ha una necessaria
componente materiale. La tecnologia, le forze produttive, le istituzioni,
i codici scritti, la collocazione geopolitica, sono sistemi sociali che
sono connessi alle visioni del mondo e sono empiricamente osservabili
(Basso/Destra). Lo Spirito si manifesta come tutti e quattro i quadranti. Non solo come interiorità, come Sè più elevato, neppure come somma totale di tutti i fenomeni oggettivi, o come vita, o come coscienza trascendente, o come slancio vitale immanente. Tutta la storia del pensiero umano è stata la storia della contrapposizione tra chi negava metà della storia e chi ne negava l’altra metà. Ascetismo ed edonismo, materialismo e idealismo, spirito contro materia, corpo contro mente. Ma in realtà tutto ciò non ha senso. Lo Spirito esiste nei quattro quadranti e come i quattro quadranti. |
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