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da Stefano Canali, Alter
ego. Droga e cervello. Edizione dell'Università degli Studi
di Cassino, 1994. Edizione multimediale e aggiornata
pubblicata nel 2005 sul sito
www.stefanocanali.com
L'uso dell'oppio e' attestato sin nei primi documenti scritti prodotti
dall'uomo.
Hul gil, l'ideogramma con cui i Sumeri indicavano, gia' nel 4000 a.C., il
papavero da oppio, stava per pianta della gioia, dimostrando cosi' come le
antiche popolazioni della Mesopotamia conoscevano bene le proprieta'
euforizzanti del succo di tale pianta.
L'oppio veniva usato dagli Egizi come calmante per i bambini ed era
l'ingrediente principale del pharmakon nepenthes che Elena versa nel vino
durante il banchetto con Telemaco alla corte di Menelao, raccontato da Omero
nell'Odissea (IV, 219-228).
Nella mitologia greca e romana l'oppio era una presenza ricorrente. Un mito
raccontava come Demetra, la dea della terra feconda, sorella di Zeus, usasse
il papavero per alleviare il dolore provocatole dal rapimento della figlia
Persefone.
Per questa ragione, esso veniva usato nel culto ufficiale di tale divinita'
e il papavero veniva collocato immancabilmente tra le spighe di grano che
Demetra tiene in mano nelle raffigurazioni, veniva usato nelle decorazioni
dei suoi altari e costituiva l'insegna delle sue sacerdotesse.
Il papavero e' spesso presente nelle mani di Morfeo, dio del sonno, mentre
Nyx, dea della notte, dispensava papaveri agli uomini. In talune
rappresentazioni, anche Hermes si fa avanti con un papavero, quando arriva a
recare il sonno ristoratore e la fantasia dei sogni.
L'oppio era presente in moltissimi tipi di pozione (teriaca)
messi a punto dai medici greci e romani. La teriaca piu' famosa ed usata era
il galenos (soave) elaborata dal cretese Andromaco il Vecchio, medico alla
corte di Nerone.
Il galenos era raccomandato come una infallibile panacea. Il piu' grande
medico dell'antichita' romana, Galeno, prescriveva tale pozione diluita in
alcool per una serie incredibile di disturbi, tra cui sintomi di
avvelenamento, cefalee, problemi di vista, epilessia, febbre, sordita' e
lebbra.
Con questa pozione, stemperata in abbondanti dosi di miele, Galeno curo' il
piu' eminente dei suoi pazienti, l'imperatore Marco Aurelio, sino a farlo
divenire dipendente dall'oppio, come testimoniano i resoconti clinici
compilati dal medico.
L'oppio era un principio curativo fondamentale della farmacopea araba e da
questa passo' quindi nella medicina europea. Il famoso alchimista Paracelso
metteva a punto un preparato a base d'oppio destinato ad avere una
straordinaria diffusione: il laudano.
A partire dal Cinquecento l'oppio diveniva d'uso comune nel nostro
continente, come testimonia il fatto che tale sostanza si trasformava in una
sorta di topos dell'immaginario occidentale, tanto che in letteratura il
riferimento all'oppio costituiva una sorta di pretesto narrativo, una chiave
simbolica, per l'analisi e la descrizione delle lotte umane contro le
tristezze e le sofferenze, contro i ricordi angosciosi, ma anche un elemento
fondamentale nell'invenzione e nello sviluppo del racconto di intrighi e
illecite macchinazioni.
Nonostante la crescente diffusione dell'oppio, tuttavia, l'uso di tale droga
non assunse mai livelli epidemici. Esistevano consumatori occasionali e
sporadici, individui farmaco-dipendenti, ma socialmente accettati e capaci
di mantenere una vita di relazione nei canoni della normalita' ed infine
gruppi significativamente piccoli di tossicomani completamente dipendenti ed
asserviti alla droga, ma che non rappresentavano un reale pericolo sociale,
data la loro scarsa consistenza numerica.
L'era industriale e la sintesi in forma pura dei principi psicoattivi
Questa
condizione doveva mutare con l'avviarsi della Rivoluzione industriale,
quando l'oppio, ormai prodotto in larga scala, diveniva una merce
acquistabile a basso prezzo. In Inghilterra, ad esempio, l'oppio veniva
venduto a prezzi dalle cinque alle dieci volte piu' bassi di quelli della
birra e dell'alcool. Gli inglesi disponevano delle enormi piantagioni
d'oppio dell'India, la cui produzione, data la quantita' e dato il basso
costo della manodopera, poteva essere commercializzata a prezzi estremamente
concorrenziali. La grande disponibilita' d'oppio a basso prezzo determinava,
soprattutto nella classe operaia, l'instaurarsi di un'epidemia d'abuso
ancora piu' grave di quella dell'alcoolismo.
Gli interessi commerciali e l'avvio della produzione di farmaci a livello
industriale favorirono allo stesso tempo un'impressionante proliferazione di
rimedi a base d'oppio, largamente pubblicizzati e distribuiti capillarmente.
Sciroppi, cordiali e polveri dai nomi familiari ed accattivanti (lo sciroppo
dolce della signora Winslow, l'elisir all'oppio di McMunn, il Cordiale
Godfrey, lo Cherry di Ayer e cosi' via) e dalle confezioni appariscenti
venivano reclamizzati su giornali e riviste, venduti per posta o
direttamente dai medici, mentre nelle farmacie i preparati a base d'oppio
rappresentavano il prodotto piu' acquistato.
Questa convergenza di interessi determinava quindi una rapida estensione del
consumo dell'oppio e dei suoi derivati anche ai ceti sociali privilegiati.
Negli Stati Uniti l'oppio diventava una sostanza d'abuso tipica della
borghesia e soprattutto del sesso femminile. Stime ufficiali
dell'Amministrazione Sanitaria della confederazione americana indicavano un
rapporto variabile da uno a venti a uno a cento tra individui dipendenti da
oppioidi e popolazione totale, laddove oggi tale rapporto negli Stati Uniti
va da uno a duecento a uno a cinquecento.
L'abitudine di fare uso dell'oppio si diffuse anche tra gli intellettuali e
tra i letterati, soprattutto inglesi: George Byron, Percy Shelley, Walter
Scott, John Keats, Wilkie Collins e Charles Dickens facevano ricorso,
saltuario o sistematico, al laudano per curare i mal di capo, l'insonnia,
l'ansia. I casi piu' famosi pero' sono quelli di Samuel T. Coleridge e
soprattutto di Thomas De Quincey.
Quest'ultimo ci ha lasciato un mirabile racconto autobiografico della sua
esperienza di tossicomane, Le confessioni di un mangiatore d'oppio. Anche la
cultura francese produsse originali posizioni sul problema dell' oppiomania,
come quelle illustrate da Honore' de Balzac nel racconto Massimilla Doni e
quelle discusse da Charles Baudelaire nei famosi saggi raccolti ne I
paradisi artificiali.
L'oppiomania della Rivoluzione industriale e' un esempio eloquente di come
sia l'offerta delle droghe a creare la domanda, e non viceversa.
La facile
disponibilita' di tale droga, sia in termini di diffusione al minuto che in
termini di prezzo, contribui' in maniera determinante all'origine
dell'epidemia d'abuso del secolo scorso. La grande diffusione dell'uso
dell'oppio nella societa' di quel periodo, infine, rendeva il dominio della
normalita' sociale molto diverso da quello che vige nella cultura attuale.
La gente considerava l'uso dell'oppio e l'oppiomania come comportamenti non
devianti e i governi continuavano a sancire la piena legittimita' di tali
abitudini. La grave epidemia d'abuso dell'oppio dell'Ottocento trasformava
la produzione e il commercio di tale sostanza in un colossale affare. Cio'
e' testimoniato eloquentemente dal fatto che proprio in quegli anni
l'Inghilterra si decideva a scatenare una guerra contro la Cina per
costringerla a ripristinare la legalita' dell'oppio revocata nel lontano
1729 dall'imperatore Yung Chiang.
L'espandersi dell'uso dell'oppio incito' a nuovi studi sulla sostanza.
Nel 1804, Armand Séquin isolava per la prima volta il costituente
fondamentale di tale droga, chiamandolo morfina, in onore a Morfeo, dio
greco del sonno e dei sogni. Un anno piu' tardi Wilhelm Setürner, un giovane
speziale tedesco di soli vent'anni, metteva a punto un efficace ed economico
metodo di isolamento e produzione della morfina.
Nel 1853, Alexander Wood inventava la siringa ipodermica, rendendo cosi'
possibile l'assunzione di droghe in forma pura direttamente nel circolo
sanguigno.
Si determinava cosi' una svolta radicale nel rapporto tra l'uomo e le
droghe, in quanto l'iniezione endovena aumenta in modo drammatico l'azione
delle droghe sul cervello. Il successo dell'accoppiata morfina-siringa
diveniva ben presto tale che su di essa cominciava a svilupparsi una
terapeutica dalla casistica praticamente sterminata. La morfina non era
soltanto un rimedio alle patologie organiche, ma diventava anche un farmaco
per le malattie sociali.
L'alcaloide dell'oppio doveva servire, secondo teorie mediche accreditate
nella seconda meta' dell'Ottocento, a sconfiggere la piaga dell'alcolismo e
a risolvere cosi' tutti i problemi sociali conseguenti a tale abuso. Non si
doveva attendere molto per assistere alle prime tragiche dimostrazioni della
pericolosita' dell'uso irrazionale della morfina iniettabile. Durante la
guerra di secessione americana (1861-1865) e con il conflitto
franco-prussiano (1870-1871) decine di migliaia di militari divennero
assuefatti alla morfina, tanto che la dipendenza a questa droga venne
significativamente chiamata "malattia del soldato". Gli ufficiali medici
avevano purtroppo imparato a somministrare la morfina non soltanto come
anestetico per le operazioni sui soldati feriti, ma anche per dare sollievo
ai piu' piccoli malanni fisici e al disagio psicologico provocato dalla
tensioni delle battaglie. La guerra franco-prussiana diffondeva la pratica
della morfina anche tra lo stato maggiore dell'esercito tedesco e quindi tra
le classi piu' agiate del Secondo Reich, sino al cuore dell'intellighenzia.
Il musicista
ufficiale del regime, Richard Wagner, e l'artefice dell'unificazione
nazionale, paladino del militarismo prussiano e cancelliere del Reich Otto
von Bismarck, erano consumatori abituali di morfina.
La moda della morfina si radicava anche in Francia, soprattutto tra i ceti
medio alti. Il derivato dell'oppio faceva adepti tra intellettuali,
scienziati, uomini di stato. Il generale Georges Boulanger, ministro della
guerra nella Terza Repubblica francese e capo del movimento nazionalista e
autoritario del boulangismo, era stato visto varie volte iniettarsi morfina
in pubblico. Guy de Maupassant usava la morfina a scopo voluttuario e per
stimolare la creativita'. Negli ultimi anni della sua vita, il grande
neuropatologo e maestro di Sigmund Freud, Jean-Martin Charcot, si iniettava
una dose di morfina al giorno per trovare sollievo da una lombaggine
cronica. Jules Verne ricorreva alla morfina per ridurre il dolore che gli
provocava una pallottola conficcata nel piede che non poteva estrarre a
causa del diabete che lo affliggeva.
Tra fine Ottocento e inizio Novecento, la morfina assurgeva a simbolo
caratterizzante la cerchia elitaria di esteti e raffinati decadenti e per
estensione degli intellettuali in genere. Si fabbricavano astucci d'argento
ornati da emblemi, incisioni, stemmi e iniziali di famiglia, contenenti il
necessaire per la somministrazione della droga: una siringa d'oro ed un
grazioso flacone di vetro intarsiato. I morfinomani della buona societa' si
regalavano l'un l'altro questi preziosi strumenti scegliendoli con grande
cura ed attenzione. Non era difficile incontrare nei caffé, al teatro, negli
angoli dei salotti alla moda, dame e signori del bel mondo che si
iniettavano con fare disinvolto la morfina in una coscia, anche attraverso
gli indumenti.
Cosi', la «medicina di Dio» si era rivelata essere anche un potenziale
veleno, il germe portatore di una delle piu' gravi epimedie della storia
moderna, la causa scatenante di una piaga sociale apparentemente insanabile.
Occorreva pertanto trovare un farmaco parimenti efficace contro il dolore,
che non provocasse pero' la dipendenza. Questa ricerca rappresentava un
nuovo colossale affare commerciale e le maggiori industrie
chimico-farmaceutiche dell'epoca investirono su di essa ingenti quantita' di
denaro. Nel 1898, la Bayer annunciava al mondo di essere finalmente pronta a
commercializzare questo farmaco miracoloso. Il lancio del nuovo prodotto
veniva preparato con una massiccia e capillare campagna pubblicitaria.
Foglietti illustrativi, depliant e campioni gratuiti della sostanza vennero
inviati praticamente a tutti i medici e a tutte le farmacie dei paesi
industrializzati. «Contro tutti i dolori, sedativa della tosse, per la cura
dei tossicomani», cosi' recitava il foglietto inviato con il campione. Era
la diacetilmorfina, il cui nome commerciale, Eroina, derivava dalla parola
tedesca heroisch, energico, eroico, che piu' caratterizzava, secondo la
Bayer, questo farmaco potente e apparentemente privo di controindicazioni.
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