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| La storia dell'uomo e' contrassegnata dalla battaglia per scoprire il contenuto della propria vita, lo scopo della sua esistenza, le ragioni ultime del suo esserci. Battaglia persa in partenza per mancanza di bersagli: la vita dell'uomo e' priva di senso, di contenuto, di scopi. La vita e' quello che e', e non sopporta giustificazioni esterne a se stessa. La ricerca filosofica, teologica, religiosa, artistica, e' privata del suo scopo. Non esistono ne' gli scopi, ne' i contenuti. Dio stesso e' privo di contenuto, egli non si definisce mediante una descrizione particolareggiata delle sue qualita', ma in maniera telegrafica: Io Sono Quello che Sono. Essere quello che si e' appare come una affermazione che va oltre l'essere stesso, trascende l'essere. Dio non e' soltanto, ma e' quello che e'. L'affermazione cartesiana, il famoso cogito ergo sum, e' invece la massima delle falsita'. Dell'essere si puo' soltanto dire: sum ergo sum, sono dunque sono. La vita non ammette spiegazioni ne' risposte. CAMMINARE SULLA CORDA IN EQUILIBRIO TRA ANGOSCIA, ASSURDO E MISTERO I primi versetti dell'Ecclesiaste li hanno tradotti, sull'esempio della Vulgata, vanita' di vanita'. Ma l'autore sacro e' assai piu' radicale, la vanita' presuppone un pieno che si svuota. Questo pieno, secondo Qoelet, non esiste. Egli dice: follia di follia, (in greco nella traduzione dei LXX), oppure (in ebraico), vapore di un vapore, alito che si condensa uscendo dal corpo nelle mattinate fredde, e subito sparisce. L'Antico Testamento con Giobbe e l'Ecclesiaste fornisce la summa della posizione esistenziale, con una radicalita' e uno spirito profetico che non sono piu' apparsi poi nella storia del pensiero umano, e questo mentre Platone ed Aristotele si dilungavano a parlare dei massimi sistemi logico-epistemologici dai quali trae linfa tutta la posteriore filosofia greca e buona parte di quella occidentale. La vita, afferma Qoelet, non ha significato, essa scorre da un inizio a una fine, dalla nascita alla morte, ma non svela alcun mistero. Leopardi che ha succhiato nella sua giovane eta', come rivendica poi nella sua ultima poesia, dalle mammelle di Giobbe e Salomone, riceve la lezione qoelettiana e la fa propria: non ha la vita un frutto, inutile mistero, oppure, ov'ei precipitando il tutto oblia... come il pastore errante nell'Asia, icona della vita dell'uomo. Oppure, come negli ultimi versi di A Silvia, la mano della speranza che mentre cade indica la tomba come ultima speranza di svelare il significato della vita. In realta' non c'e' niente da svelare. Se si osserva il passaggio, in musica, tra Bach e Beethoven, con Mozart come termine medio, si puo' capire meglio. In che consiste il lavoro del musicante, secondo Bach: mettere in movimento masse inerti, arrestare masse in movimento. Puo' essere anche una definizione del gioco. E per Beethoven? Usare il linguaggio musicale per trasmettere messaggi, per indurre all'azione, anche violenta. La nona sinfonia e' una delle musiche piu' violente che si conoscano, ed e' naturale che il coro della nona diventi l'inno dell'Europa unita sotto le bandiere massoniche ed illuministe. Mozart nella sua passione preromantica non si preclude alcun mezzo di espressione, e regala ai suoi successori tutti gli strumenti della tecnica musicale, perche' possano sorgere i romantici, che poi avranno in Schumann, Schubert, Mendhelson i loro corifei. E ancora oggi viviamo sotto l'influsso fuorviante dei romantici, di cui i rockettari sono gli ultimi epigoni. Per quanti sforzi faccia l'artista, e non solo il musicista, la sua opera rimane priva di senso, di contenuto e di significato. Un altro esempio si puo' ritrovare in Picasso, quando gli viene ordinato un quadro che celebri il fatto (non avvenuto) di Guernica, che secondo la metodologia della disinformatja del Kagaben russo, e' una testimonianza degli orrori franchisti. Picasso prende un quadro gia' fatto, che invece era stato dipinto per ricordare la morte di un torero (forse lo stesso Ignacio Sanchez della "Cinque della sera" di Lorca), vi disegna due sagomine di aerei con una fila di trattini neri che simboleggiano le bombe, et voila, il gioco e' fatto e il quadro si chiama Guernica adesso. Nullo il significato della prima attribuzione, nullo il significato della seconda, ma non perche' Picasso facendoselo pagare ben 5 miliardi di allora si e' comportato come una puttana, ma piu' semplicemente perche' la pittura, dalle prime raffigurazioni rupestri alla piu' recente tecnica andywarholiana, e' tutta priva di senso. Di fatto, dice Qoelet, la sorte dell'uomo e quella dell'animale e' la stessa: il primo muore, e anche il secondo muore. Hanno lo stesso soffio vitale. La superiorita' dell'uomo sulla bestia e' nulla: perche' tutto e' follia. Tutt'e due se ne vanno dalla stessa parte, tutt'e due vengono dalla polvere e alla polvere ritorneranno. Chi puo' dire che il soffio vitale dell'uomo sale in alto e quello della bestia scende in basso? Il commentatore si affanna a dimostrare che il pensiero di Qoelet e' solo un punto di passaggio nello sviluppo religioso del popolo ebraico, e che non bisogna giudicarlo da solo. Infatti Qoelet e' insopportabile ad ogni orecchio religioso, che ritiene sempre di dover giustificare Dio e il suo diritto alla creazione. Ma Dio non gradisce le giustificazioni umane, anzi le odia, come fa dire al profeta Isaia, non c'e' niente che Dio disprezzi di piu' delle manifestazioni religiose: berro' forse io il sangue dei tuoi capri? L'uomo si e' inventato un sacco di cose per dimostrare la sua necessita', la sua autonomia, la sua liberta' e sempre si e' ritrovato con un pugno di mosche in mano. Ma non ha mai affrontato a viso aperto il semplice fatto che la sua vita non ha senso, non ha significato, senza cadere nel nichilismo. Contro queste affermazioni insorgono sempre i bene intenzionati, e parlano dell'amore come il senso ultimo della vita. Anche questo e' falso: amare significa morire a se stessi, per passare all'altro, e cioe' disprezzare la propria vita. Chi ritiene che la vita abbia un senso, lo deve dimostrare. Ma ancora, nel lungo corso della storia del pensiero umano, non c'e' stato barba di pensatore, di filosofo, di artista, di teologo che ci sia riuscito. Se e' vero che San Tommaso voleva bruciare la sua Summa, ritenendola incapace di aiutare l'uomo a capire il senso della sua vita, ci troviamo davanti al limite estremo del pensiero umano. La Summa appare come il grande monumento del pensiero logico-simbolico alla impotenza. Ma neanche l'Aquinate si pone davanti alla vita cosi' com'e', dichiarandone la non risolvibilita' in senso e significato. Perche' la vita e' vapore, alito, follia, pochi hanno imparato la lezione di Qoelet. Quindi non si tratta di dimostrare un fatto di per se' evidente, quanto di mettere a fuoco alcuni aspetti -angoscia, disperazione, rimorsi- legati alla scoperta che la vita non ha contenuto al di fuori di se stessa. Parafrasando McLuhan, si puo' dire che il contenuto della vita e' la vita stessa, ma tale affermazione ha il sapore di una tautologia. Prendiamo i primi tre capitoli della Bibbia e analizziamoli brevemente. Come e' noto il libro della genesi e' frutto del pensiero ebraico post-esilio. Piu' o meno contemporaneo al libro di Qoelet e Giobbe. Gli ebrei, i maestri del pensiero ebraico e padri nostri, scrivono il libro della genesi per demitizzare le ideologie religiose prevalenti del tempo, ma oggi ancora attuali. Questo, detto tra parentesi, nullifica tutti gli sforzi demitizzatori alla Bultmann. Lo scrittore sacro parla di una creazione decisa e voluta da un Dio creatore (gli Elohim: curioso questo plurale, che agisce al singolare), libero e giocoso, e non parla invece di un accoppiamento tra il cielo e la terra, tra un Dio e un essere umano, Dio crea dal suo interno senza alcun intervento esterno, non ne ha bisogno, egli basta a se stesso. Il sole e la luna, archetipi religiosi comuni ad ogni religione, vengono anch'essi creati, e durante il quarto giorno, come delle lampadine che Dio avvita nel cielo perche' facciano luce. Niente di Ra e Iside, solo grandi luminari nel cielo che presiedano al giorno e alla notte. Lampadine, appunto. All'alba del sesto giorno crea l'uomo e la donna "a nostra immagine e somiglianza, maschio e femmina li creo'". Veramente Dio dice creiamo come una nostra icona e come nostra assoluta identita' (cfr. l'inno alla kenosi, quando dice che Gesu', incarnandosi prese l'identita' dell'essere umano), ma lasciamo perdere. Rimane il fatto che l'uomo e la donna vengono creati nel quadro del Cosmo, fatti come icona e assolutamente somiglianti a Dio. Percio' se si afferma che la vita dell'uomo non ha contenuto, essendo essi quello che sono, che senso ha Dio? La risposta e': nessun senso. Dio e' talmente per l'altro, diceva Frossard, che paradossalmente si puo' affermare che Dio non esiste. Infatti non esiste per se', ma esiste per l'altro. Nella prima lettera di Giovanni troviamo l'unica definizione di Dio, si dice che Dio e' amore, oppure, che e' la stessa cosa, Dio e' luce. Niente altro. Nel secondo capitolo del libro della genesi troviamo la descrizione del formarsi della Trinita', simboleggiata dal sonno di Adamo, padre dei viventi, dalla estrazione della costola, dall'incontro e del riconoscimento di Eva nel giardino dell'Eden, dall'inizio della vita in comune, in famiglia. Dio racconta di se stesso, e lo fa con gli strumenti che gli sono congeniali, i simboli. Era cosciente lo scrittore sacro che stava raccontando il formarsi nell'eternita' di Dio? Attenzione a non usare la serialita' temporale, per cui le cose accadono una dietro l'altra, per giudicare queste parole, anche perche' il tempo, creatura di Dio, non e' affatto quella salsiccia tipo luganega che gli orologi tagliano a fette, sottili quanto si vuole, ma regolari e intercambiabili. E poi, di eternita' non ne sappiamo niente, e la pensiamo come una durata infinita, mentre e' una qualita' diversa dal tempo, anzi e' altro dal tempo. In qualche modo si puo' dire che il tempo e' una eccezione dell'eternita'. Il terzo capitolo vede entrare in scena un nuovo personaggio: il serpente. Il serpente e' l'animale loico per eccellenza, e percio' interviene nella vita di Adamo (=uomo) e di Eva (=donna) ponendo una domanda estremamente razionale, che fa riferimento all'esperienza esistenziale di ogni uomo, creatura creata in un quadro che di fatto lo limita. Il giardino dell'Eden e' il Cosmo, l'universo creato e ordinato, che per quanto grande possa essere, e' limitato proprio dalle coordinate di tempo-spazio alle quali si accenna al versetto uno del primo capitolo: cielo e terra sono tempo e spazio. L'uomo non puo' valicare queste dimensioni spazio temporali, e cioe' non puo' essere in due posti diversi nello stesso tempo, ne' in due tempi diversi rimanere nello stesso spazio. Anche se viaggiasse a una velocita' superiore a quella della luce, otterrebbe soltanto di divenire una massa infinita nello spazio, ma non di travalicare i limiti del Cosmo. Possiamo immaginare una velocita' infinita, ma non possiamo immaginare un quadro di riferimento che vada al di la' dell'Universo. Un uomo che viaggiasse a questa velocita' potrebbe essere in ogni punto dell'Universo, dalla terra alla piu' lontana delle galassie, ma non potrebbe in alcun modo sfuggire ai limiti propri dello spazio-tempo. Il serpente mette Adamo ed Eva di fronte al proprio limite, e li rende consapevoli del fatto di essere delle creature, inducendoli ad invidiare Dio, e sostenendo in fondo che la creazione e' un gioco sadico del creatore. Ma evita di parlare di Dio, del fatto che la creazione e' priva di senso, di significato e di scopo. Dio, creando, non si prefigge alcun risultato, Dio e' innocente come un bambino, non progetta l'uomo per i suoi scopi. Non ha scopi ne' disegni da realizzare, egli crea per amore, canta la sua eterna canzone e danza e coinvolge nella sua danza ogni elemento dell'universo. Dio si dimostra creatore proprio perche' comanda al non-essere di passare all'essere. Davanti a Lui "essere" e "non-essere" si equivalgono. La risposta alla tentazione non puo' essere, percio', il maldestro tentativo di Eva di giustificare Dio, ma l'accettazione allegra e forte della mancanza di senso. Se Dio non ha senso, perche' dovrei averlo io? Io Sono, e basta. Dio ha combattuto contro il mio non-essere e ha vinto. Adesso Io Sono, prima non ero. Qui sta tutta la differenza, non nella qualita' della vita, come si dice oggi, come se ci fosse una vita con una qualita' talmente bassa che non vale la pena di viverla. La ricerca del significato e' la radice dell'angoscia. Il peccato d'orgoglio consiste proprio nella ricerca del significato. La psicanalisi del serpente recide la connessione tra l'uomo e Dio, rivelando all'uomo il suo limite, e costringendolo a diventare autonomo. L'uomo diventa misura di tutte le cose, ma, ahime', senza piu' niente da misurare. E allora comincia misurarsi l'ombelico in lungo e in largo e in profondita', sviluppando ardite teorie, ipotesi arrischiate sull'unico segno del suo corpo che gli indica la sua dipendenza da altri per la propria generazione, e non capisce la semplice verita' che l'ombelico gli trasmette, che nessuno puo' essere, come diceva Spinoza, "pater sui", ossia padre di se stesso. E cioe' che egli e' figlio di un figlio di un figlio e ancora e disperatamente di un altro figlio. E se va alla ricerca del padre incappera' senza scampo in Dio, e inutilmente Freud, san sigismondo da Vienna, gli dira' che questa ricerca e' inutile, e san darwino di Glasgow gli profetizzera' che nasce da una scimmia, perche' il povero uomo questa ricerca deve compierla, deve trovare un padre, ed e' inutile che gli si parli del caso o della necessita', egli non si sente nato per caso. Questa e' l'angoscia esistenziale profonda: sentirsi orfani e soli, frutti casuali di infinite ripetizioni, lanciati nell'esistenza dall'incontro fortuito tra uno dei milioni di spermatozoi emessi dal padre e le centinaia di migliaia di ovuli potenziali prodotti dalla madre. Lo schermo che occulta la semplice verita' non si solleva con queste constatazioni, il mistero resta fitto, l'abisso nel quale si trova e' senza fondo, il labirinto nel quale si aggira senza filo d'Arianna e' infinito, ma prima o poi incontrera' il Minotauro, il figlio della regina puttana che si fa montare, travestendosi da vacca, dal toro. E questo mostro certamente lo incornera', e la sua vita finisce nelle ombre del caso, il dio casuale, che lo aveva un giorno tirato alla luce, e all'essere. Tutto questo l'uomo si porta dentro nella vana ricerca di un significato, di un semiot della propria vita. E quando, raramente, la sua investigazione ombelicare lo porta a guardarsi dentro scopre con orrore che nella cella segreta del suo essere, non vive altro che il mostro dai denti affilati, che certamente lo addentera' e lo sbranera'. Questa scoperta lo getta nella disperazione: una vita casuale, una vita regalata a caso all'embrione nascente (due cucchiaiate di materiale biologico, secondo le femministe arrabbiate), e in piu' vuota di senso. E' insopportabile. Il peccato capitale dell'accidia e' in agguato, la noia (toi, hypocrite lecteur, mon semblable, mon frere) toglie ogni volonta' di vivere. La filosofia negativa teorizza il nichilismo e il gioco e' fatto. E' sempre il vecchio serpente, sul ramo dell'albero, che fa sentire la sua voce. Dispe'rati, anno'iati, ti avevo avvisato, Dio non esiste e se esiste se ne infischia di te. Certamente non ti ama, perche' se ti amasse, avrebbe dato un senso alla tua vita. Questa volta il serpente non ha alcun bisogno di essere logico, la sua voce ha il suono dell'arroganza e dell'assoluta verita' surrogata dai fatti. Fa da specchio ai fatti che sono accaduti, li ripropone con la sua sottile argomentazione, due piu' due fa sempre quattro. Fortunatamente Dio non ama la ragioneria del serpente, e non parla mai ad alta voce, ma sussurra. Resta il fatto che chi ricerca il contenuto della sua vita, o della vita in generale, trovera' l'angoscia. L'angoscia lo riduce alla disperazione e al rimorso, oppure si annoiera' del vivere, diventera' scettico e cinico, e piombera' nel nichilismo. Nella nostra generazione siamo a questo punto. La riflessione di Qoelet, di Giobbe e di ben Shirach, nella Bibbia, e' contemporanea all'espressione filosofica dei sofisti, di Socrate (il piu' grande dei sofisti), di Platone e di Aristotele. Gli scambi culturali sono piu' numerosi di quelli che i manuali di storia della filosofia vogliono ammettere, c'e' una osmosi tra i moduli di pensiero greco, ebrei, mesopotamici, persiani, che si traduce in una parziale assimilazione sia nel pensiero greco occidentale che in quello del medio oriente. Ma mentre Qoelet va avanti senza mezzi termini, e tocca il cuore del non senso dell'esistenza umana, presso i greci il gioco filosofico si scava la strada attraverso la visione metafisica astratta, per dichiarare nulla l'azione di Dio nella storia. I filosofi greci preannunziano Cartesio, in qualche modo. La stessa definizione di Dio aristotelica -causa causans, motore immobile- emargina Dio nella forma di un operatore astratto ed indifferente. La storia, che per Qoelet e Giobbe -storia universale e storia personale- e' il campo d'azione privilegiato di Dio, diventa un'opera dell'uomo e della sua decisione ai numerosi bivii della vita umana. Non a caso sulle biforcazioni delle strade si erge l'erma di Hermes, il Dio del caso e della necessita', del rischio, anche economico, e della scommessa. Accanto alla religione ufficiale, quella di Zeus e di Hera, si sviluppa la religione misterica, Eleusi e i suoi riti sotterranei di accoppiamento tra il sacerdote e la prostituta sacra. E' una ricerca del senso perduto, del significato profondo, della significanza generale della vita umana, in un universo popolato da moltitudini di dei e deesse, il cui tratto caratteristico e' la criptologia. Non si spiegano mai chiaramente, non mettono mai le carte sul tavolo. Inutilmente Paolo all'Areopago riunito parlera' del dio nascosto, del Dio che risorge dai morti. Trova orecchie tappate, sensi paralizzati dalla narcosi mortale di tre secoli di filosofia. Risorto dai morti? Di questo parleremo un'altra volta. Ci vuoi forse strappare alla nostra visione della vita, dalla nostra ricerca del senso nascosto? Vuoi semplificare la nostra vita, dirci che in fondo la vita non ha senso? Noi siamo i figli di nostro padre, non siamo schiavi, e nostro padre si chiama Aristotele, Platone, Socrate. Vuoi forse dire che si sbagliavano, che abbiamo invano percorso questi tre secoli affinando gli strumenti del pensiero? Di questo parleremo un'altra volta. Purtroppo, da allora, non e' piu' capitata l'occasione. Fu allora che Paolo decise di parlare per paradossi (chi non capisce il paradosso e' escluso dalla comprensione del testo biblico), e inizia a dire: Dio ha scelto cio' che non era per portarlo all'esistenza, quando io sono debole e' proprio allora che Dio e' forte, non ci sono grandi filosofi in mezzo a voi, ne' persone nobili in gran numero. E cio' dicendo riecheggia il discorso della montagna: santi sono quelli che acutamente coscienti di non possedere in se' soffio vitale, con insistenza ed umilta' lo cercano, perche' di essi e' il Regno dei Cieli. La vita, dunque, va ricercata per se stessa, e non per il suo significato. Chi non accetta che la vita non abbia significato puo' scegliere di suicidarsi, che secondo Kirkegaard e' l'unica scelta veramente filosofica e degna di attenzione. Sono venuto all'essere senza averlo chiesto, posso decidere di uscire dall'esistenza e morire per mia decisione. Gia' Amleto aveva riflettuto nel monologo sul perche' cosi' pochi uomini scelgono il suicidio, e conclude che forse e' la paura di inoltrarsi in questa sconosciuta landa dal cui confine nessuno ha fatto mai ritorno. Anche il Vangelo e' un libro privo di contenuti. Si potrebbe dire che il contenuto del Vangelo e' Gesu' Cristo, ma e' solo una maniera di dire. Il Cristo e' una persona e di una persona non si puo' dire che e' il contenuto di un libro. E per di piu' e' l'unica persona della quale si afferma che e' tornato dalla sconosciuta landa che tanto faceva paura ad Amleto. Che cosa propone la filosofia greca? L'idealismo di Platone, il genio di Aristotele -e la sua mania ordinatrice di tutto lo scibile- che avra' grandi conseguenze nel successivo sviluppo della filosofia occidentale, lo stoicismo, l'epicureismo, il determinismo. Tutti i mali della filosofia occidentale si trovano in nuce nelle origini greche. Ma il semplice fatto che si muore, si creda o no nella vita eterna, e' scartato dalla meditazione filosofica, tranne forse Kirkegaard, forse Heidegger. Eppure la morte "che tutti quanti agguaglia", e alla quale "nullo homo vivente po' scampare" e' la difficolta' massima che bisogna superare, spiegare, risolvere per poter filosofare. Il fatto che si muore, anche se ci si puo' illudere romanticamente che "a egregie cose il forte animo accende" la memoria dei morti illustri, distrugge la ricerca filosofica in radice, e la rende quello che e': un gioco della mente umana che tenta di "divertirsi", cioe' di alienarsi, dal pensiero della scomparsa, dalla dimensione effimera e fragile della vita. Quanto meglio il contino di Recanati, con lucido e biblico realismo: dentro covile o cuna e' funesto a chi nasce il di' natale. Ma anche Leopardi si sbaglia quando indica nella natura la matrigna che odia i suoi figli, la natura non fa altro che il suo mestiere, e nel suo mestiere si trova il giorno della nascita e quello della morte, i terremoti, i flagelli delle epidemie, la ragione e la follia. La natura e', come tutto il resto, priva di senso e di contenuti. Soltanto il cretinismo ecologico alla Greenpeace puo' credere che la natura sia buona, pura, efficace. Lo vadano a dire ai vulcani, agli uragani, agli tsunami e ai pesci rossi. Del fatto che si muore non si parla mai, al massimo si fanno segni di scaramanzia, come se fare le corna o toccarsi i coglioni salvasse dal momento della scomparsa. La morte fa paura, tutti sono vigliacchi di fronte alla morte, tutti desiderano che il deprecato evento accada il piu' tardi possibile. Vivessi io mill'anni, diceva John Donne, ne passerei trenta o quaranta solo per lodare le tue gote, il tuo sorriso. Ma "sogno e' la vita quando e' gia' vissuta", e allora che significato dare alla vita-sogno? Difficile a dirsi. La durata della vita "e' settanta anni, ottanta per i piu' robusti e la maggior parte e' affanno e dolore", e questo non e' Qoelet, ma il salmo 90. Come un fiume, come un sogno scorre la vita, e alla fine, quando le acque interne rompono le dighe, si scompare semplicemente, attirati nel vortice, in caduta libera nell'abisso. La morte, il piu' grande oggetto poetico in assoluto -possa io appoggiare la testa sul tuo virgineo seno, dice Leopardi- non compare mai nel pensiero umano, se non come spettro, tragedia, farsa macabra. Eppure la morte e' sempre presente nella nostra vita quotidiana, e non solo con la scomparsa di una persona cara, di un amico, o dei morti in Ruanda e Bosnia, ma come limite, violenza, sopraffazione dell'altro. Le due massime ideologie sorelle del nostro secolo sono di fatto delle religioni naturali. Nazismo e comunismo promettono sempre un paradiso nel quale si vivra' felici, ma non io, non qui, non adesso. Domani, un'altra persona, in un altro posto. Ambedue si appoggiano sul segreto desiderio di trovare un senso alla propria vita, un significato la cui scoperta pero' e' necessario trasferire nel futuro. Cras vivebimus optime, domani vivremo meglio, oggi bisogna curvare la schiena sotto il giogo e tirare l'aratro. Come tutte le religioni si propongono il fine di alleviare il pesante carico della vita, di consolare l'uomo della sua certa e sempre immatura scomparsa, come tutte le religioni esigono obbedienza assoluta ai dogmi dichiarati e si propongono come la vera religione. Nel migliore dei casi producono noia, la stessa noia di un viaggiatore che aspetta nella apposita sala che il treno si decida arrivare, che si produca l'evento che lo trasporti altrove. Ma il treno non arriva mai, perche' non solo il treno non esiste, ma neanche la linea ferroviaria, e la stazione stessa. Tutto ha la stessa consistenza di una nuvola che cambia continuamente forma nel cielo al tramonto. Che spreco di carta e di materia grigia per la ricerca di una pietra filosofale che non esiste. Esiste invece la morte, la vita, il foruncolo, la vena varicosa, la cirrosi epatica, l'incidente stradale, il bambino focomelico, la bellezza dell'universo, la beatitudine di un giorno di riposo, il lento camminare del vecchio. Ma il significato della vita non esiste, non c'e' mai stato, e per quanto si tenti di inventarlo alla fine si deve smettere di cercare, oppure si comincia ad arzigogolare. Il segreto del successo di ideologie apportatrici di morte come nazismo e comunismo e' tutto in questa alleanza segreta tra il desiderio di trovare un senso alla propria vita e la sua esplicitazione politica. Proletariato e razza ariana hanno piu' di un tratto in comune: la volonta' di potenza, per dirla alla maniera di Nietsche. Nel comunismo e' la classe, eletta a capro espiatorio, che sacrificando se stessa, niente avendo da perdere se non le sue catene, riscatta il mondo, realizzando cosi' il suo fine di potenza. Il proletariato messia salva il mondo sacrificandosi sull'altare della lotta di classe. La razza ariana si costituisce invece come strumento di salvezza assoluta per gli eletti, e distruggendo le razze inferiori, perche' non sono degne di rappresentare l'uomo, e sono di fatto sub-umane, purifica il pianeta e si eleva alle vette della contemplazione degli eroi. E' in fondo la stessa cosa, ma si sta attenti a glissare elegantemente sul quando e dove, e non si spiega affatto il perche'. Ma e' altrettanto vero che una tentazione non ha alcuna possibilita' di riuscita senza la preventiva concupiscenza. Come con Adamo ed Eva il serpente striscia sul velluto quando insinua che forse Dio e' geloso dell'uomo, cosi' Hitler e Marx con i loro adepti colpiscono nel segno quando li fanno marciare al suono dell'inno alla gioia di Beethoven. Nelle prime pagine del Maestro e Margherita Bulgakov spiega giustamente le tecniche di seduzione messe in atto dai grandi serpenti del nostro secolo, rivelando che di tutta questa angoscia che porta alla rivoluzione, alla rottura delle tradizioni, la sola responsabile e' la corta durata della vita umana. Settanta anni non bastano nemmeno a scrivere il prologo di una qualsiasi azione, bisognerebbe campare almeno mille anni. L'uomo sa che la sua vita non ha senso, ma rifiuta di vivere per proiettarsi in un mitico non-essere che corrisponde al dover essere, al dimostrare di essere. Mentre sarebbe cosi' semplice accettare che la propria vita non abbia scopi predeterminati e viverla con gioia ed esultanza. Nelle manifestazioni politiche della psiche dei grandi seduttori e' costante il riferimento alle proprie frustrazione adolescenziali, ai sogni di onnipotenza propri di quell'eta', che si trasferiscono nelle manie del potere, del comandare ad altri uomini, nel tentativo di imporre con la forza la propria visione del regno perfetto o della repubblica ideale. Questo e' vero da Platone a Lenin, dal satrapo orientale a Mao, dal guru indiano a Che Guevara. Sono le ideologie il vero flagello del mondo, e la nostra generazione e' alla fine, speriamo, dell'abbuffata. Le ideologie, alla fine dei conti, sono le maggiori matrici di quella cultura della morte che impera nel nostro tempo. Questa cultura e', come sempre, a due facce: la prima ottimista, la faccia scoperta, per la quale si parla di progresso, modernita', benessere. La seconda, la faccia nascosta, invece propone come soluzione la scomparsa del genere umano mediante un'operazione di pulizia etnica generale. Aborto, eutanasia, le altre pratiche di biogenetica, i mezzi di contraccezione sono i punti emergenti di questa faccia nascosta. Ma nessuno parla apertamente di morte, di insignificanza della vita umana. I feti e gli ammalati terminali vengono eliminati perche' sub-umani, non-esseri, e allo stesso tempo si proclama la difesa della vita umana, la difesa della "qualita'" della vita, il diritto della donna di decidere del suo corpo. Ma in realta' questa eliminazione di massa ha le sue radici nella scoperta della inanita' della vita umana, non si accetta che il nascimento sia rischio di morte. Ognuno, almeno, vorrebbe vivere il piu' a lungo possibile, e questo spiega il successo dei trapianti, ed il commercio degli organi umani. Vivere per sempre, secondo i canoni della cultura della morte, nessuno pensa che sarebbe una noia terribile, intollerabile. Nessuno pensa a sorella nostra morte quotidiana. Nessuno pensa che c'e' gia' un giudizio che pende sulla nostra generazione, nessuno pensa che la peggiore punizione possibile e' che Dio lasci l'uomo in balia dei desideri del suo cuore. Perche' Dio donando la vita dona se stesso, chi disprezza la vita disprezza Dio, e questo Dio non lo gradisce. Egli ha creato l'uomo perche' vivesse, se l'uomo rifiuta il dono -il rifiuto e' nell'ambito della totale liberta' concessa da Dio all'uomo- il dono sara' ritirato. I dieci comandamenti sono appunto comandamenti, non consigli di Dio per vivere bene. Chi non li osserva ne trarra' tutte le conseguenze, e non a caso ogni rivoluzione si rivolta contro i suoi padri e se li mangia. Zeus combatte sempre contro Chronos, ma Chronos impone sempre i suoi diritti, percio' Zeus e' costretto ad affidarsi al fato, alla fortuna, al caso confessando la sua impotenza contro il tempo che lo domina con la noia, essendo egli immortale. Il mito sostiene sempre una verita' profonda, e in questo caso da una parte racconta la fragilita' del potere del padre degli dei, dall'altra, in altri miti, ne racconta i suoi tentativi di sfuggire alla noia di una esistenza troppo perfetta. Anche il nettare e l'ambrosia alla fine danno nausea. Percio' ecco che appare il semidio, mezzo uomo mezzo dio, il frutto dell'adulterio quasi continuato di Zeus.Il semidio, che condivide con gli dei alcuni doni (immortalita', invulnerabilita' limitata, forza titanica) e con gli uomini la loro debolezza, il soggiacere alle passioni: ma se basta una camicia truccata per far fuori Ercole, che senso ha la sua vita? Il serpente a questo punto si morde la coda. La vita di Ercole, al pari di quella di Zeus, al pari di quella della madre umana, non ha senso. Qui sta il muro e qui bisogna saltare, ma gli uomini preferiscono saltare sbilenchi e finiscono per farsi male. Ma e' tutto cosi' semplice? Possibile che la nostra storia, la storia che gli uomini hanno fatto, sia tutta una storia sbagliata? Non si tratta di esibire giudizi di valore, la storia e' quella che e', e il naso di Cleopatra era della lunghezza giusta. Il tentativo di questo scritto e' assai modesto: mettere a fuoco alcune giunture scricchiolanti della storia del pensiero umano per farne risaltare la menzogna. Ma passiamo ad analizzare brevemente, adesso, le strutture attraverso le quali una generazione dopo l'altra si trasmette, come una matrice sfregiata, il "peccato originale". Anzitutto la dottrina quotidiana della Chiesa, poi la scuola, poi la cultura letteraria, e infine l'arte, la scienza, la tecnica, l'economia, il lavoro. Della Chiesa io non intendo parlare se non con amore, come in fondo amo le manifestazioni dello spirito umano, quando non sono finalizzate alla ricerca del significato. Lungi dal mio modo di pensare lo scetticismo di tipo pirandelliano del tipo "Il gioco delle parti". E' una posizione che non mi interessa. Non sono uno scettico, ne' un pessimista, meno che mai un ottimista, e in fondo neanche un realista. Sono tutte posizioni ideologiche e come tali vanno scartate e sorvegliate. In realta' deve essere vagliato e sorvegliato tutto cio' che il pensiero umano ha prodotto fin'ora, acutamente consapevoli del fatto che una certa dose di inquinamento ideologico ognuno se la porta addosso e dentro. Bisogna essere come un malato che scopre i sintomi di una malattia sconosciuta, magari ereditaria, e va in cerca della cura. Ma non va all'ospedale dove rischia di prendersi una malattia aggiuntiva. La Chiesa, anzitutto. Il cristianesimo non puo' essere ridotto a ideologia, se lo si riduce a ideologia le conseguenze sono gravi, perche' viene ignorata la missione principale: annunciare il Regno di Dio, e cioe' evangelizzare. Se si cerca di ridurre il cristianesimo a una moda benefacente, filantropica e umanitaria, si cade nella peggiore delle eresie. L'eresia della "buona volonta'". Oggi vengono insegnate dai teologi, e da qualche pastore particolarmente progressista due modi di vedere la Chiesa. Questi due modi di vedere la Chiesa agiscono su di essa come acido nitrico, dissolvendone il tessuto sano. Il primo modo e' quello che potremmo chiamare la teologia del buon samaritano. La fede si rende visibile nell'azione caritatevole verso il prossimo, verso i poveri, i derelitti, verso i deboli. Non si puo' parlare del Cristo a stomaco vuoto, prima riempiamogli lo stomaco al nostro futuro adepto, e poi gli parleremo di Regno di Dio. Poi si scopre che non e' tanto necessario annunziare al povero, evangelizzarlo, ma che bisogna riempirgli ancora e ancora lo stomaco, perche' nell'azione si compie il miracolo dell'annunzio. Questa ideologia impregna di se' l'azione dei missionari nei paesi poveri (poveri? ma perche' sono poveri?), le varie caritas diocesane, parrocchiali, nazionali. La Chiesa si trasforma cosi' in un succedaneo della Croce Rossa, e la sua opera diventa un'opera di assistenza, nobile quanto si voglia, ma che non compie il suo servizio primario. Il significato della presenza della Chiesa nel mondo, sarebbe, secondo questa ideologia, l'azione caritativa. Questa azione viene portata avanti da persone per bene, sia chiaro, ma ingannate. Ma di esse si puo' dire cio' che si disse di quella stagionata signora napoletana che si diede nella sua ultima stagione alle opere di bene, perche' non riusciva piu' a compiere le altre opere, quelle della moglie dello speziale del sonetto di Belli. E' sempre una conseguenza della ricerca del significato della vita, per cui la suora che combatte la sua battaglia per la santita' negli ospedali e' encomiabile, la reclusa che contempla Dio nel monastero di clausura e' inutile. Il prete che si interessa dei drogati e' un coraggioso e degno uomo, quello che invece passa la vita nel confessionale (ce ne sono ancora!) e' un mentecatto. Eccetera. E quando si sente affermare da un importante Vescovo italiano che solo quelli che si impegnano nella Caritas, hanno il diritto di chiamarsi a pieno titolo "cristiani", cascano le braccia. Ma nessuna condanna, ognuno vive la sua vita come meglio crede, e se un ragazzo vuole raccogliere carta da macero per la sua perfezione personale, faccia pure. Ma, ripeto, questo significa non accettare la insignificanza ideologica del messaggio cristiano, e cercare di riempire il vuoto lasciato da questa mancanza con spazzatura. Il vuoto e' un vuoto ideologico, un vuoto che non esiste, perche' Dio non e' vuoto, al contrario la sua fontana trabocca. Ma non costruisce ideologie. La seconda di queste ideologie che si e' infiltrata nell'insegnamento e nella prassi pastorale della Chiesa e' la spaccatura tra un "aldila'" e un "aldiqua". Se un noto intellettuale italiano si puo' permettere in buona fede di sostenere che la Chiesa Cattolica puo' introdurre in politica una giusta dose di escatologia perche' come tutte le religioni sposta la realizzazione completa dei suoi ideali nell'aldila', si capisce il danno che questa scissione ideologica della realta' ha provocato. Per alcune ragioni: intanto l'escatologia non e' una nozione temporale, ma di trasferimento di dati dall'eternita' al tempo. L'escatologia irrompe nel tempo e lo distrugge. Un cristiano che celebri una eucarestia non ricorda l'ultima cena ma compie un atto escatologico, si collega con l'eterno. E poi non esiste nessun aldila', separato dall'aldiqua dalla porta della morte fisica, perche' alla base di ogni conversione al cristianesimo vi e' un sacramento, il battesimo, durante il quale si compie per l'uomo che lo riceve, il mistero della morte e della resurrezione in Cristo. Il cristiano e' essenzialmente un risorto, tutto il resto che non risorge, non fa parte del cristianesimo. Detto questo bisogna pur ripetere che la frantumazione della realta' e lo spostamento della realizzazione dei desideri di felicita' e di pace in un'altra dimensione e' necessaria alla perdita di fede. Il giudizio e' vietato dal Signore, proprio perche' frantuma la realta' in bene e male, cosa che egli si rifiuta di fare, fosse pure sulla croce. La giustizia di Giobbe e' della stessa razza: come una stolta donna hai parlato perche' se da Dio accettiamo [cio' che a noi sembra] il bene, perche' non dovremmo accettare [cio' che a noi sembra] il male? Giobbe cioe' si rifiuta di cercare un significato della sua vita. Accetta la vita per quello che e', e non per quello che gli sembra che la vita dovrebbe essere, per poterla vivere. Il suo interlocutore e' Dio, non i suoi tre amici. Ma e' vero che lo spostamento della realizzazione umana nell'aldila' permette all'uomo di intrigarsi nella politica, e di fare suoi quello che quel cretino di Maritain chiamava "i fini intravalenti", e di lavorare per realizzarli. Con la politica viene l'amore per il potere, per i soldi, del poter comandare agli altri e sottometterli, si cade nel fondamentalismo, si perde la liberta'. Si crea un modello di paradiso noioso, popolato di santi che sembrano le stesse statue di cartapesta o di gesso che fanno bella mostra di se', eternamente occupati a contare le candele accese dai fedeli, e al massimo a suonare con le loro facce imbambolate arpe inverosimili. Seriamente penso che tutta questa orgia di pornografia sia stata provocata dall'insegnamento della Chiesa sul peccato sessuale. C'e' stato un periodo nel quale tutta la catechesi della Chiesa era centrata sui pericoli del sesso e delle donne, in maniera quasi maniacale. Di questo periodo sono stato testimone nella mia adolescenza. In totale assenza di una catechesi sul corpo umano tempio di Dio, e sul matrimonio -di cui padre Bulgakov, nel suo libro Il Paraclito denuncia la riduzione a sacramento di seconda classe fatta dai cattolici- si lascia il campo aperto alle peggiori efferatezze sessuali, perche' e' chiaro che se il sesso e' l'unico peccato degno dell'inferno, e l'uomo scopre abbastanza presto che l'atto sessuale e' piacevole, tanto vale abbandonare la Chiesa e darsi all'inferno. Di qui l'abbandono della Chiesa intorno ai 15 anni -fenomeno visibile gia' 40 anni fa- da qui il sospetto che la Chiesa non abbia il diritto di parlare sul sesso e sul matrimonio, da qui nasce quella corrente di opinione favorevole al divorzio e all'aborto cosi' accortamente sfruttata per distruggere il tessuto etico della societa'. Non dico che il peccato sessuale non sia peccato, e anche grave, ma piu' grave e' certamente l'avarizia, l'invidia, il giudizio, l'ira. L'altro grande canale di trasmissione della matrice del peccato originale e' la scuola. Parlare male della scuola, oggi, e' addirittura scontato. Ma non mi soffermero' sui suoi vizi periferici, per affrontare alla radice le ragioni della sua insensata maniera di proporre un modello di comportamento e di cultura. Anzitutto la sua centralizzazione. Il modello di scuola, come lo conosciamo oggi, ha anche avuto i suoi meriti, come quello dell'alfabetizzazione forzata degli analfabeti, per quanto io non sia tanto sicuro che essere capaci di leggere, scrivere e far di conto sia questo gran bene a vederne i risultati. Abbiamo insegnato a leggere a un sacco di persone e queste persone che cosa leggono? Grand Hotel, Sogno, Sorrisi e canzoni, oppure i giornali femminili, quelli maschili e impegnati: il 90% di quello che si vende in edicola e' solo uno spreco di buona carta bianca. Ma andiamo avanti. La centralizzazione risale alla riforma napoleonica, il modello che ne deriva e' assai simile a una catena di montaggio. Secondo la tipologia dell'uomo colto napoleonico e borghese, il ragazzo procede come il prodotto da montare lungo la catena e alla fine gli si riconosce con un pezzo di carta che ha compiuto gli studi. I pezzi difettosi si scartano, e cadono dalla catena di montaggio per essere usati come materiale di scarto. Che cosa trasmette la scuola allo studente modello? Un solo messaggio, che il senso della vita e' avere un pezzo di carta. Diventare ingegnere, medico, informatico, architetto eccetera. La scuola, per quanto si fregi del motto di essere magistra vitae, non si interessa della vita. Si limita a trasmettere dei luoghi comuni culturali, e tra i luoghi comuni il massimo e' che la vita abbia senso, deve avere un senso. Il libro Cuore impera, il bravo De Rossi e il buon Garrone amano il loro maestro come un padre, ed anche Enrico spreme qualche lagrimuccia davanti ai grandi ideali che la scuola gli ha trasmesso. Guai all'infido Franti che, infame, ride. Beh, davanti alle balle patriottarde di De Amicis che altro si puo' fare se non ridere. Devo confessare che io ho sempre odiato la scuola dal primo giorno che mia madre mi ci ha condotto a colpi di bacchetta sulle gambe se mi fermavo. Poi mi sono adattato, studiando quelle baggianate il meno possibile, ma abbastanza per essere promosso. Oppure dandomi qualche giorno di vacanza quando proprio non ce la facevo, tanto mio padre firmava tutte le giustificazioni che gli presentavo. Ma non ho intenzione di pagare un conto in sospeso, ormai non ne vale piu' la pena. La scuola e' sempre stata presentata in maniera sacrale, addirittura alle elementari ci facevano cantare: e' la scuola del tempio sorella, e' palestra che forma e trastulla, ogni cosa ci appare piu' bella, quando parlano amore e bonta'. Amore e bonta', seeeh, eravamo nell'immediato dopoguerra, il pane era razionato e immangiabile, bisognava trovare il modo di collegare il pranzo con la cena e tutto questo amore e bonta' non li ho mai visti. Ogni famiglia tirava la carretta, e mosca. Oppure in occasione della visita del provveditore per metterci in allegria ci dettero una scatola di sardine sottolio, ma senza chiavetta per aprirla. Questo era il livello della vita ogni giorno, nei cieli transuranici si parlava di cultura e soprattutto di farsi un posto al sole. Che si spacchi la scuola e crolli addosso ai burocrati del ministero. Che fesseria che ci sia un ministero della pubblica istruzione che decide in maniera del tutto anonima il "PROGRAMMA", cioe' l'inferriata buona per tutti che bisogna rigorosamente rispettare. In realta' Napoleone non si preoccupava dello sviluppo armonico dei ragazzi assoggettati alla sua visione casermesca della vita, voleva che la scuola spezzasse la schiena ai futuri cittadini e li rendesse docili per i suoi bisogni di future guerre. Le malefatte della scuola non finiscono qui, esistono altre e piu' gravi responsabilita'. Infatti la scuola, proprio per la sua organizzazione, non ha posto non solo per i ragazzi inferiori alla media, ma anche per i superdotati. Non a caso il voto piu' importante e' quello in condotta, la docilita', il qualunquismo, la mediocrita' tranquilla vengono premiati, non la manifestazione di qualita' superiori alla media. Ragazzi espulsi dalla scuola come mentecatti che oggi sono diventati persone che dirigono e splendidamente il lavoro o lo studio di altre persone, oppure hanno sviluppato un senso dell'umorismo insieme glaciale e pungente, oppure hanno semplicemente guadagnato soldi a palate senza alcun bisogno di diploma e hanno alle loro dipendenze decine di ingegneri e di ricercatori. La scuola assomiglia al letto di Procuste, se sei piu' corto ti stiro e ti allungo, se sei piu' lungo ti accorcio e ti sego. In ultima analisi la scuola si dimostra incapace di riconoscere le scintille di ingegno dei malcapitati studenti, e questo non per colpa tanto dei docenti -ce ne sono che fanno con coscienza e sacrificio il loro mestiere- quanto del suo modo stesso di essere. Se prendiamo a caso il programma di storia della filosofia di un liceo classico, vediamo come scorre lungo binari ideologici. I filosofi vengono gonfiati o sgonfiati, non solo a seconda dei gusti del docente, ma gia' nel programma. Nel primo anno si studia solo la triade greca, forse Plotino e si salta Agostino, Tommaso. Nel secondo c'e' la corsa per arrivare a Kant, evitando accuratamente Giambattista Vico. Nel terzo, ancora oggi, Marx la fa da padrone, e insieme con i filosofi della sinistra e della destra Hegeliana viene esaltato e lodato. Perfino Engels, che era poco piu' che un ignorante. Kirkegaard, Bergson e Rosmini vengono ignorati. E chi sono questi filosofi che vengono esaltati? Proprio quelli che piu' degli altri hanno dato spazio a spiegare il contenuto della vita dell'uomo sulla terra, prendendo delle terribili cantonate. E non parliamo, per carita' di patria, dell'imbecille Benedetto Croce e di quell'altro che fu ucciso per i suoi trascorsi fascisti alla fine della guerra, Giovanni Gentile. E qual e' la risposta degli studenti a queste imposizioni ideologiche? Il Bignami, naturalmente, il grande benefattore di generazioni di studenti, stufi della stessa sbobba che immancabilmente viene cucinata nei forni crematori della cultura, e servita in tavola da solerti mazzieri, con grande sussiego. La scuola cosi' organizzata, in balia delle ideologie ricorrenti, propone modelli di pensiero inefficaci. Nessuno mai viene invitato a confrontarsi con il nodo intricato dell'essere al mondo, per paura che scoprendo che si sta al mondo solo perche' qualcuno ha voluto la vita, la chiamata all'essere, si perda di vista l'unico obbiettivo che la scuola si propone: quello dell'ignoranza sui grandi temi esistenziali. La scuola diventa veramente il tempio della mancanza di cultura, privilegia la specializzazione e si batte contro lo studio serio ed accurato della storia: di ogni storia, dalla storia militare alla storia dell'arte. Per questo vengono fuori ogni tanto delle proposte dissennate del tipo eliminazione del medioevo, ridotto a secolo oscuro, inizio della storia con la rivoluzione francese e i suoi orrori, proposti come qualita' positive, rifiuto dell'arte medioevale, accenni sulla storia romana che starebbero bene in un libro di aneddoti, esaltazione del risorgimento, della resistenza, del socialismo reale (si': a cinque anni di distanza dell'abbattimento del muro di Berlino e dell'implosione del PCUS, ancora oggi i manuali di storia danno largo spazio alla rivoluzione russa e al genio di Lenin), in una antologia: 25 pagine dedicate a quel somaro di Brecht, e cinque a Leopardi, per non parlare di quel liceo romano che offriva come classico della letteratura italiana -sic- L'Amante di lady Chatterley. Insomma nella scuola si assiste al massimo degli sprechi, che non e' denunciato da alcun ecologista, lo spreco della materia grigia. E tutto per non dichiarare chiaramente che la vita e' quello che e', e che non ha bisogno di contenuti ne' di significati, perche' la vita basta a se stessa. Un'altra grande puttana dello spirito umano e' l'arte. E qui non e' d'uopo fare discorsi moralistici, sulla mercificazione dell'opera d'arte, del quadro di Van Gogh ridotto a investimento di 50 milioni di dollari del miliardario giapponese, oppure del fatto che, come gli editori per i libri, cosi' i mercanti per le opere d'arte, decretano il successo e la moda artistica. Il sistema di produzione dell'opera d'arte e' organizzato in maniera da lupanare, e gli artisti sono come le ragazze mostrate nei bordelli. Chi le vuol possedere paga la marchetta. In realta' l'arte e' necessaria al sistema, perche' e' la spolveratura di formaggio sulla sbobba di miliardi che rende la sbobba mangiabile almeno una volta, senza vomitare. Tutti gli uomini sono castrati dall'educazione, la loro schiena viene rotta con il bastone del luogo comune, ma alcuni sono castrati male, gli resta la voce bianca, ma per il resto sono ancora capaci di fantasia e di immaginazione. Sono gli artisti. Questo prodotto deve essere messo al servizio del sistema, l'onnipresente e misterioso sistema, per drogare gli uomini e farli vivere sognando. Una volta l'arte era messa al servizio del pubblico, degli uomini, gli affreschi, le sculture venivano tenute in luoghi aperti, in modo che ciscuno potesse vedere cio' che l'artista aveva fatto. L'artista non si sognava nemmeno, per quanto geniale fosse, di creare le sue opere perche' esistessero per sempre. I poeti leggevano le loro poesie ai loro ascoltatori, e potevano essere lodato o vituperati, applauditi o sbertucciati. Donatello rifiniva perfettamente anche la parte posteriore della statua che non sarebbe mai stata vista, perche' dalla parte del muro. Bernini giocava con le sue fontane, il grando orafo fiorentino esponeva il suo Perseo all'ombra della Loggia dei Mercanti. Il poeta sa che la sua poesia non nasconde significato alcuno, usa le parole come campanellini e scrive quelle che suonano meglio. Mozart, che suonava musica prima di conoscere il pentagramma e il nome delle note diceva che metteva insieme le note che si volevano bene. Bach richiesto di come producesse tanta musica e cosi' bella, rispondeva che si era applicato. Ma non avrebbe mai pensato di se stesso di essere un genio, o che la sua musica avesse un senso nel gioco delle note. Si considerava un artigiano, bravo a costruire organi o ad accordare clavicembali. Ma per la maggior parte della gente l'arte resta quello zucchero con il quale bisogna addolcire l'amara pillola della vita priva di senso che e' costretta a vivere. E oggi la maggior parte degli scrittori di buona greppia scrive portando a spasso i personaggi come un padrone porta il cane a passeggiare per fare i suoi bisogni. La poesia e' incomprensibile. La pittura ha chiuso bottega. La scultura e' diventata un accrocco privo di qualsiasi mezzo di comunicazione. L'arte, che in fondo e' solo un media, non media piu' niente. Il suo fine e' solo quello di fare presto a finire. Vuota l'arte, vuota la vita, follia di una follia. Tutto e' follia, ma quello che dice Qoelet non entra a far parte della coscienza, viene considerato uno sfogo. E' finita anche l'ubriacatura della scienza. Durante il secolo scorso, il secolo degli imbecilli con qualche eccezione di rilievo, il pensiero umano aveva finalmente trovato un contenuto alla vita: la conoscenza scientifica. Oggi gli scienziati ammettono di non saperne molto sul significato della vita, e Werner Heisenberg ritorna malinconicamente al senso comune. Tutto cio' che nella scienza ottocentesca era certo e' diventato solo probabile. Poi si e' imposta la tecnica che ha devastato il campo gia' gramo della scienza. Fine della storia degli uomini acculturati. Ci dibatte nel brago del "negativo": Viva Andy Warhol e il pensiero debole. Ma la domanda resta la', dove e' sempre stata: che cosa e' la vita dell'Uomo? Esiste una risposta? Chi e' l'uomo? Per rispondere in maniera esaustiva a questa domanda bisognerebbe saper rispondere all'altra domanda: chi e' Dio? Ma e' impossibile. Fino a quando non conosceremo come siamo conosciuti bisogna aspettare per una risposta che tenga conto di tutti gli aspetti, oppure della sua infinita semplicita'. Ma si puo' tentare almeno di avvicinarsi allo iota dell'esistenza umana, e, senza alcuna sicurezza di poterci riuscire, conoscerla. Conoscere vuol dire amare. Conosco e nasco hanno la stessa radice, essere e amare sono sinonimi stretti. Si puo' tentare un paragone: l'uomo e' come un'antenna che riceve e trasmette messaggi. E' un nodo di comunicazione, che incessantemente tesse la sua tela di relazioni con tutto cio' che cade nelle sue possibilita' di sintonia. Memoria, volonta', intelletto non sono tre qualita' distinte del pensiero, ma la stessa cosa. Nello stesso momento che percepisco un fatto lo annoto nella memoria, lo interpreto e decido se agire o non agire. Quello che io sono lo trasmetto agli altri, in differenti modi: parlo, gestisco, resto in silenzio, piango, rido, faccio smorfie, guardo con passione o con disinteresse. Non esiste la ghiandola pineale del cervello, come diceva quel fine ragionatore di Cartesio, dove si incontrano pensiero e materia. Come dice Auden: privato di una madre che lo amasse, Descartes fece divorziare la Mente dalla Materia. Tutte queste cose le compio in contemporanea, la ragione e' abituata a pensare in parallelo, non in maniera seriale. La maniera seriale e' propria del messaggio scritto, dove bisogna leggere una parola dopo l'altra. La conoscenza se ne infischia del seriale, tutti i sensi collaborano a fornire informazioni ai vari centri cerebrali che li elaborano in tempo reale e li trasformano in dati, che attraverso la porta stretta del linguaggio, e' possibile comunicare all'altro. Ma e' linguaggio anche il pianto, Thomas Szasz lo chiama "protolinguaggio", l'espressione della faccia, il gesticolare delle mani, l'intonazione della voce. Un bravo attore sa dire la semplice espressione "stasera" in almeno 20 modi diversi, e ognuno di questi modi trasporta un messaggio. Il media che io sono si svuota continuamente e si riempie di nuovo, e il contenuto della mia vita e' un altro media, potremmo chiamarlo un "metamedia", fino alla massima espressione della comunicazione che e' amare l'altro. L'amore e' il massimo dei messaggi che posso trasmettere, ed e' un fatto dinamico, non statico. Amando io nego me stesso, muoio a me stesso, per risorgere nell'altro, e l'altro che mi ama contempla questa immagine che gli e' nata dentro, e me la restituisce con gli interessi del suo amore per me, morendo a se stesso nella stessa speranza di resurrezione. Non a caso il cuore del cristianesimo si trova nel Kerigma, nell'annuncio della buona notizia, l'"euanghelion", che tutti i peccati sono perdonati (cioe' che si puo' tornare a vivere), e che ci si puo' immergere nel Nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Cioe' si puo' rinascere in Dio, si puo' tornare ad essere "Icona e assoluta identita'" di Dio, in maniera perfetta questa volta, io, adesso, qui. Questo eterno movimento, questa assoluta comunicazione e', se volete, il significato della vita, il suo contenuto. Allora, caro scriba, per l'uomo disteso nudo e mezzo morto sul ciglio della strada che da Gerusalemme porta a Gerico, chi e' stato il suo prossimo? Quello che si e' fermato e l'ha curato, il samaritano. Bene, vai e fa lo stesso. Il Samaritano e' Gesu' Cristo. I comandamenti della legge si riducono a due, e il secondo e' uguale al primo: Ama Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze e il prossimo tuo come te stesso. Dio vero da Dio vero, luce da luce, adottato non generato (ma che importa? I risultati sono identici): ecco quello che e' l'uomo. |
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