IL SAPORE

Ogni sigaro ha il suo sapore. E ognuno di noi ha il proprio palato. Definire un preciso sapore per ogni sigaro, quindi, è non solo obiettivamente difficile, ma forse anche arbitrario. Inoltre per ogni vitola di una determinata marca, per esempio un Churchill di Romeo y Julieta, il sapore (come l'aroma, la forza e il tiraggio) può variare da lotto a lotto di produzione, in relazione all'annata, alla stagionatura, alla conservazione.
Nonostante tutto la " ricetta" per la manifattura di un Churchill di Romeo y Julieta è ovviamente sempre la stessa, pertanto nella grande maggioranza dei casi la differenza fra il sapore di un sigaro del 1997 rispetto a uno del 1995 è oggetto di disamine fra palati esperti, proprio come accade con la degustazione dei vini.
Per comodità definiremo il sapore dei nostri sigari un una scala di quattro livelli crescenti: delicato, soave, deciso, incisivo.
 

Delicato: si disperde immediatamente senza lasciare al palato alcuna traccia nell'istante in cui la fumata termina.
Soave: si disperde con l'apporto di altri sapori provenienti da cibi o bevande assunti al momento della fumata.
Deciso: non si disperde immediatamente dopo la fumata, ma svanisce solo dopo tempo e in conseguenza all'apporto al palato di altri sapori provenienti da cibi e bevande.
Incisivo: rimane persistente al palato anche dopo ore dal termine della fumata e anche dopo aver assunto cibi e bevande dai connotati decisamente corposi.
 
L'AROMA

L'aroma di un sigaro è il profumo. E' di fatto il primo impatto che l'apprendista fumatore ha con il sigaro appena acceso, è ciò che del nostro sigaro sentono le persone vicine: si tratta di una percezione sensoriale, e come
tale estremamente soggettiva.
Il nonno di mia madre, un artigiano romano dell'altro secolo, professionista di calce e mattone, alludendo al naso, amava ricordare: "in mezzo a un bel portone ci sta bene un bel pitocco".
Ognuno di noi, cioè, ha il naso che si merita; chi vi scrive poi... E ogni sigaro ha il suo aroma. Esattamente come per il sapore, quindi, stabilire dei canoni per definire l'aroma di un sigaro potrebbe risultare un esercizio tutt'altro che attendibile.
Come già accennato, molti intenditori ed esperti del settore rappresentano l'aroma di un sigaro come l'insieme di odori assimilabili a questa o a quella fragranza di erba, fiore, vegetale. I miei maestri cubani mi hanno sempre insegnato che il tabacca, essendo un vegetale, assume gli aromi  dei altri vegetali con cui è messo a contatto, in modo diretto o indiretto.
Per un sigaro avere un aroma, per esempio, di caffè, non è un pregio, poiché ciò potrebbe indicare chi il tabacco è cresciuto in un terreno dove prima si coltivava caffè, oppure che è stato appositamente trattato al caffè per nascondere chissà quale altro difetto. Tutto questo a Cuba non succede. Il tabacco è tabacco; il sigaro fatto con un puro non può che emanare un aroma più o meno ricco di tabacco: dopotutto, non si ricorre alla fragranza di tabacco per creare profumi da uomo?
L'aroma di un sigaro dipende dalla quantità di foglie di seco contenute nella tripa, e più in particolare dalla quantità di oli vegetali che quelle foglie hanno sviluppato durante la crescita e la fermentazione.
Definiremo l'aroma di un sigaro convenzionalmente attraverso una scala di quattro valori in senso crescente:
- povero, medio-povero, medio-ricco, ricco -.

LA FORZA:

La forza di un sigaro si percepisce alla laringe. Come abbiamo visto, il livello di forza che presenta un sigaro dipende dalla quantità e dalla qualità delle foglie di ligero utilizzate per la tripa.
Esse sono calibrate e definite in modo precisissimo dalla ricetta stabilita dai trocedores per ogni vitola appartenente a ciascuna marca.
Anche per esprimere la forza di un sigaro ci avvarremmo di una convenzione, considerato che sicuramente valgono tutte le osservazioni fatte sopra a proposito della percezione personalizzata.
Indicheremo quindi la forza  con cinque attributi in una ideale scala di valori che va dal meno intenso al più intenso: presente ma non pronunciata, pronunciata, media, intensa, e piena.

 

il colore della cenere

si sente dire spesso che più la cenere è bianca più il sigaro è pregiato. Falso. la cenere più assumere varie tonalità di grigio, indipendentemente dalla bontà del sigaro. Il colore della cenere è determinato anzitutto dalle quantità degli elementi chimici naturali presenti nel terreno durante la coltivazione del tabacco, che variano, per esempio, a seconda del sole, della pioggia e del vento. Al di fuori di cuba di aggiungono additivi chimici artificiali che fanno assumere alla cenere un colore costante quasi bianco a sigari realizzati con tabacchi provenienti da raccolti diversi, di zone diverse e di annate diverse. questa abitudine è molto dannosa per la salute di chi fuma.

IL TIRAGGIO E LA COMBUSTIONE

Come abbiamo sottolineato, l'accensione del sigaro è un momento decisivo, quindi che richiede particolare attenzione; roteando il sigaro fra le dita si evita che si accenda solo la parte centrale e che si forma un braciere conico verso l'interno capace di pregiudicare l'intera fumata.
Un sigaro che brucia bene è caratterizzato da un braciere a forma cilindrica; un sigaro che brucia male presenta un braciere non uniforme. La causa può essere attribuita a diversi elementi, per esempio al fatto che il sigaro è "giovane".
In ogni caso il problema che ne deriva è un cattivo tiraggio.
Il tiraggio dipende anzitutto dalla composizione interna del sigaro: se la qualità delle foglie è buona e la combinazione di seco, volado, e ligero, è opportuna, il sigaro non riserva brutte sorprese.
Queste osservazioni, tuttavia, non valgono per i sigari fatti a macchina, quindi con un procedimento uguale a quello adottato per le sigarette: è evidente che un sigaro con una tripa di picadura difficilmente presenta problemi di tiraggio.