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Khat

 

conosciuto anche con i nomi di "Miraa", "Mairungi" o "Giat", è una sostanza stupefacente costituita dalle foglie o dai giovani virgulti della "Catha edulis (v.)", un arbusto che cresce spontaneamente nell'Africa orientale e nell'Arabia meridionale.

Con il termine di khat, translitterazione corrente di una parola araba, si identificano le foglie e i germogli della Catha edulis Forsk, un albero di modeste dimensioni ma di gradevole aspetto che cresce spontaneamente lungo le dorsali montuose dell'Africa Orientale e dell'Arabia . La coltivazione della Catha edulis è assai diffusa, soprattutto nello Yemen e in alcune regioni dell'Etiopia e del Kenia, in quanto molto redditizia. Il khat infatti appartiene al vasto gruppo dei materiali vegetali che contengono sostanze psicoattive, in questo caso, psicostimolanti. L'attività psicofarmacologica di tale sostanza viene sperimentata e apprezzata attraverso la sua prolungata masticazione, pratica assai diffusa tra le popolazioni che vivono nelle regioni dove la pianta cresce spontaneamente, gli altopiani dell'Africa orientale e la penisola arabica. In tali aree il consumo di khat è infatti documentato fin dal 14° secolo

 

La Catha edulis Forsk appartiene alla famiglia delle Celestraceee e, quando coltivata, può assumere vari gradi di sviluppo che vanno dall'arbusto ad una forma arborea capace di raggiungere i 18 m di altezza. Essa presenta una eterogeneità di specie che corrisponde ad una variabilità in termini morfologici tale da giustificare la lunga controversia circa l'esatta collocazione tassonomica della pianta . Parimenti variabile è il contenuto della pianta in principi attivi. In particolare è stato osservato che il contenuto in fenilalchilamine, (-)-aminopropiofenone [(-)catinone], (+)-norpseudoefedrina (catina) e norefedrina differisce in base alla regione di origine (i.e., Etiopia, Kenia, Yemen), nonché in base alla varietà della pianta (rossa o bianca) (Geisshüsler & Brenneisen, 1987;). L'alcaloide più potente risulta essere il (-)-catinone che è presente in quantità maggiore nelle foglie giovani e subisce la trasformazione in (+)-norpseudoefedrina (catina) durante l'essiccamento delle foglie (United Nations, 1978). Uno studio sulla distribuzione degli alcaloidi nelle differenti parti della pianta (Schorno et al., 1982) ha evidenziato che il catinone può arrivare a rappresentare sino ai due terzi del contenuto totale in fenilalchilamine e che il valore commerciale del khat è proporzionale al suo contenuto in catinone .
Una percentuale di (-)-catinone viene trasformata anche in (-)-norefedrina: le foglie contengono (+)-norpseudoefedrina e (-)-norefedrina in una proporzione di circa 4 a 1 (Schorno & Steinegger,1979).
Altri composti fenilalchilaminici sono stati isolati in piante di khat provenienti dal Kenia: merucatinone e merucatina (Brenneisen et al., 1984). Infine, le foglie di khat contengono un altro gruppo di alcaloidi, chiamato "cateduline" le cui caratteristiche strutturali variano in base alla provenienza geografica della pianta (Crombie, 1980).

A causa della rapida deperibilità del suo maggiore principio attivo, il catinone, il khat deve essere utilizzato entro due o tre giorni dalla sua raccolta. Sebbene sia consumato anche sotto forma di infusi (il cosìddetto tè abbissino), la modalità usuale di assunzione consiste nella masticazione prolungata delle foglie, fino a formarne un bolo che viene mantenuto all'interno della guancia e continuamente rinnovato. La presenza del bolo causa il caratteristico rigonfiamento della guancia che ha da sempre colpito l'attenzione dei viaggiatori europei (Krikorian, 1984).
L'effetto pieno si manifesta dopo circa tre ore di consumo ed è caratterizzato da uno stato di euforia che il consumatore definisce di felicità, serenità ed energia. Il khat è una tipica droga "sociale". Il consumo avviene in gruppi amicali e grande attenzione viene posta ad elementi culturali che contribuiscano allo sviluppo ed al mantenimento dei suoi effetti: indossare vesti tradizionali, ascoltare musica etnica, conversare piacevolmente, bruciare incenso, fumare sigarette, bere tè caldo o bevande contenenti caffeina. Un interessante aspetto di questo rituale consiste nel creare nell'ambiente una temperatura elevata serrando porte e finestre, nella consapevolezza empiricamente acquisita che il caldo aumenta gli effetti del khat, così come di ogni altro anfetaminico (Nencini et al.,1978). Il contesto ambientale in cui il consumo avviene è così importante per la sperimentazione degli effetti positivi del khat, che la mancanza di idonee condizioni scatena l'insorgenza di spiacevoli stati disforici (Nencini et al., 1986) o addirittura di psicosi (Giannini & Castellani,1982).
Del resto la finalità dell'assunzione del khat trascende la mera esperienza farmacologica, essendo in un certo senso di natura simposiale. Nel corso della seduta di consumo, che si protrae per ore, sono infatti tipicamente trattati argomenti di immediato interesse comune, ma anche di carattere religioso o favolistico (Nencini et al., 1978; Krikorian, 1984).
La profondità dei legami che uniscono il consumo di khat alle tradizioni locali è del resto testimoniato dal tramandarsi di numerosi "miti di fondazione" che ne vorrebbero giustificare in senso religioso l'introduzione e il persistere dell'uso. Ne è un esempio quello raccolto tra i consumatori di khat nella città di Mogadiscio (Somalia), che ci narra come la pianta fosse cresciuta spontaneamente sulla tomba di un santone, a nome Shek-abaadir, vissuto durante il periodo della diffusione dell'Islam in Somalia (XI-XII sec.) e assai venerato dalla popolazione. Alcuni seguaci, dopo averne assaggiato le foglie ed averne sperimentato gli effetti di potenziamento della memoria e di diminuzione del senso di fatica, che permettevano loro di recitare a memoria i versetti del Corano e di pregare tutta la notte, dedussero che la pianta era stata donata ai fedeli dal santone perché potessero meglio onorare Allah (Nencini et al., 1978).
E' interessante notare come questa leggenda sottolinei sia il profondo radicamento del consumo di khat tra gli abitanti delle regioni montuose del settentrione della Somalia, sia l'intima connessione che unisce il suo consumo alle pratiche religiose dell'Islam. Connessione ulteriormente confermata da un recente studio (Alem et al.,1999) condotto in Etiopia su 10.468 soggetti appartenenti ad una comunità rurale prevalentemente (74 %) di religione musulmana. Lo studio ha evidenziato che più della metà della popolazione ha sperimentato l'uso del khat allo scopo di ottenere un buon livello di concentrazione durante la preghiera. Anche un altro studio, sempre condotto in Etiopia, conferma la prevalenza del consumo di khat tra gli appartenenti alla religione musulmana (Awas et al., 1999). Malgrado il khat abbia così solidi legami tradizionali con l'Islam, l'attuale politica degli stati islamici della regione è di intransigente contrasto al suo consumo.

 

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