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 NARCOTRAFFICO -  L’EDEN DELLA DROGA

Un giro d’affari di miliardi di dollari Profitti riciclati tramite banche e finanziarie compiacenti Un intreccio di interessi a dimensione mondiale Pesantemente condizionati ambienti politici e imprenditoriali Inadeguate e tardive le contromisure

 

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Per capire l’immenso business che gira attorno alla droga basta tenere presente che dalla produzione al consumo il ricarico del prezzo per la cocaina è del 2300 per cento e per l’eroina del 1200 per cento.

 

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Su livelli del genere si attesta anche il mercato delle sostanze stupefacenti di provenienza chimica, sostanze che pur coprendo un ampio ventaglio di origini e di componenti, si indicano generalmente come Ecstasy.

 

PictureE’ stato calcolato che almeno un terzo dei capitali prodotti dall’eroina e dalla cocaina vengono riciclati attraverso il sistema bancario. Il fenomeno dell’economia sommersa, i cui utili  derivanti dal traffico e dallo spaccio  sono altissimi, ha dimensioni colossali e i profitti si accumulano a quelli derivanti dalle altre attività illecite: prostituzione, racket, traffico di esseri umani, traffico di armi ecc...

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 Dodici milioni di chilometri quadrati, una superficie più estesa dell’intero continente europeo, quaranta volte quella dell’Italia. E’ l’estensione di quello che viene definito il “Quadrato d’oro”, in analogia con la “mezza luna” e con il “triangolo” asiatico.

PictureE’ costituito da Colombia, Perù, Bolivia e Brasile. Tali paesi rappresentano, e di fatto sono, il centro propulsore della narcocoltivazione, la base da cui si sviluppano connessioni politiche, finanziarie, terroristiche, sicché si può parlare anche di “narcoindustria”, “narcotraffico”, “narcocrazia” e “narcoterrorismo”. E’ un intero sistema fonte di ingenti profitti individuali e di Stato, da cui si dipartono le fila di un’articolata rete di traffici diretti verso Stati Uniti, Canada, Europa. La Colombia è al vertice della scala dei paesi esportatori di cocaina. La notizia del sequestro effettuato dalla Guardia di Finanza a Napoli (279 chilogrammi di eroina purissima) è la conferma che quanto è stato fatto sino ad ora per combattere il narcotraffico è ben lungi dall’aver conseguito dei risultati significativi.

 

 

 

PictureProtagonista della catena di distribuzione degli stupefacenti è la “mafia coquera”, che può contare, a quanto sostengono le fonti investigative , su un potenziale di mezzi e di uomini superiore a quello dello Stato ove è insediata.

Retta da dodici famiglie, la mafia colombiana opera in una delle posizioni chiave del commercio mondiale della droga, controllando la via che dal Sud America giunge in Europa e negli USA. Il modello di sviluppo, viene precisato, è simile a quello della mafia siciliana, basato su legami etnici, di affinità, di parentela, quegli stessi legami cioè, che, in seguito all’emigrazione verso altri paesi, hanno consentito alla mafia di estendere il controllo in zone distanti tra loro, ma perfettamente collegate nel perseguimento di finalità illecite. Tattica di impiego attualmente applicata dalle mafie balcaniche, dell’est europeo e da quelle cinesi , per assumere il controllo delle attività illecite in Europa, un mercato, non lo si deve dimenticate, di oltre quattrocento milioni di persone. La gigantesca organizzazione colombiana, affermano le fonti citate, ha la sua sede principale nelle Bahamas, altro punto intermedio tra il Sud America e l’americana Miami. Paesi interessati principalmente alla produzione di cocaina sono, oltre al Perù e alla Bolivia, il Cile, il Messico, l’Ecuador, l’Argentina e il Brasile.

 

PicturePer quanto riguarda i paesi emergenti sul fronte della droga e in particolare la produzione e la distribuzione della marijuana, si deve citare il piccolo stato del Belize. Un ruolo e una menzione a parte, secondo le fonti citate, meritano il Brasile e l’Argentina considerati i “mercati del futuro”. L’area critica di raffinazione in Brasile è concentrata nella provincia di Manaos, Corumba, San Paolo e Rio. Il Brasile è considerato, dagli investigatori dell’anti narcotraffico, il vero fulcro delle attività illecite internazionali nell’area sudamericana, nel triplice aspetto commerciale, finanziario ed economico. Rappresenta, inoltre, pur avendo un ruolo marginale come produttore e distributore di stupefacenti, il “porto franco” della mafia, collocato com’è in posizione strategica sia per quanto riguarda i traffici Sud America  Nord America  Europa, sia per quanto riguarda i reinvestimenti dei ricavati. In Brasile, infatti, aggiungono le fonti, hanno operato Buscetta e quanti erano legati al superpentito della mafia, con l’intento di dare vita ad una immensa rete, che consentisse alla cocaina prodotta in Bolivia, Perù e Colombia di raggiungere gi Stati Uniti e l’Europa, seguendo una via  secondo i disegni di un altro “boss”, Tano Badalamenti  che avesse in Spagna tanto un mercato quanto una piattaforma delle successive distribuzioni. In seguito emerse la mafia nigeriana che ha stretto rapporti altamente proficui con la mafia colombiana e sudamericana in genere, dimostrandosi altamente efficace non solo nel ruolo di “corriere”, ma anche in quello della distribuzione e della contraffazione di banconote.

L’attuale crisi che attanaglia l’Argentina scalfisce marginalmente il suo ruolo di centro industriale di smistamento della droga verso l’Europa. Le fonti indicano altresìche negli ultimi anni nel grande paese sudamericano il consumo di stupefacenti si sarebbe quadruplicato. Comunque sia, l’Argentina svolge un ruolo non secondario nel traffico di stupefacenti che dal Sud America è diretto verso il vecchio continente attraverso i porti di Malaga, Lisbona, Marsiglia, Genova, Napoli, Catania e gli aeroporti di Parigi, Londra, Madrid, Francoforte, Milano e Roma. Dagli Stati europei interessati allo smistamento, la cocaina raggiunge le zone di consumo, seguendo diversi itinerari:

    da Madrid e Barcellona prosegue, a mezzo ferrovia e a bordo di autocarri, per Parigi, dove, in parte, viene distribuita sul mercato clandestino locale, in parte viene esportata in altri paese;

     

    da punti di approdo portoghesi raggiunge Madrid, Barcellona, Parigi e l’Olanda;

    da Londra e Francoforte viene rispedita in Canada e Stati Uniti, utilizzando corrieri di nazionalità europea su rotte aeree alternative ed inconsuete per eludere la vigilanza degli organi di Polizia;

    dalle località di approdo italiane, la droga raggiunge Milano e Roma per il successivo smistamento in tutto il territorio ed il trasferimento di alcuni quantitativi a Zurigo, per soddisfare le richieste del mercato svizzero.

Da diverso tempo, inoltre, una rotta passa per la Nigeria, risale in Medio Oriente, giunge in ex repubbliche sovietiche e da lì l’Europa occidentale.

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Le fonti precisano che la peculiarità del mercato sudamericano, rispetto ad altre aree del mondo produttrici di stupefacenti (quali il Medio Oriente e il Sud Est asiatico) è data da una forte incidenza del “narcotraffico” negli equilibri interni dei paesi in cui agisce, svolgendo un’attività di mediazione tra i gruppi guerriglieri e il potere politico. Esempi evidenti provengono dalla Colombia o dal Perù, dove le forze rivoluzionarie che operano in questi paesi sono giunte a proteggere militarmente alcune aree nelle quali avviene la raffinazione e dove il prodotto finito inizia la fase di distribuzione. Nell’accezione comune, le cosiddette centrali della droga sudamericane vengono considerate come veri e propri centri di potere, dotati di notevoli mezzi economici e di arsenali bellici. Ma altri aspetti, rilevano le fonti, forse più reconditi, ma non per questo meno rilevanti, gravano all’interno del mercato del narcotraffico. Gli ingenti guadagni provenienti dal mercato della coca consentono alle grandi organizzazioni di acquisire grosse porzioni di territori (come è accaduto e sta verificandosi in Albania, in Montenegro e in altre aree dei Balcani, per l’installazione di raffinerie) con loro propri insediamenti urbani e produttivi per l’incentivazione della coltivazione di foglie di coca e di marijuana. Un aspetto, questo, che verrà approfondito nel prosieguo di questa inchiesta. Concludiamo questa prima puntata con alcuni dati riguardanti il mercato della cocaina. Circa dieci anni fa erano più di trenta milioni le persone che, nel mondo, facevano uso regolare di cocaina o di foglie di coca. Nel 1985, precisano le fonti, erano circa venticinque milioni, nel 1983 dodici milioni. Ai giorni nostri il numero supera i cinquanta milioni. Stime prudenti, che discendono dalle cifre della produzione e della raffinazione. Nel 1979 sono state prodotte 43 tonnellate di cocaina pura. 

Nel triennio 1983-1985 la produzione ha fatto registrare un incremento annuo del 14 per cento. Aumentava più che proporzionalmente anche l’attività delle organizzazioni criminali che si occupano della raffinazione della “coca” prodotta. Nel 1982 il 30% della “coca” prodotta veniva trasformata in cocaina. Nel 1985 il tasso di raffinazione saliva al 43%. E in tale percentuale aumentava il numero dei consumatori. Così pure i profitti dei trafficanti. La produzione delle foglie di coca può oscillare tra le 250 e le 330 mila tonnellate annue (triangolo latino-americano formato da Colombia, Bolivia a Perù; in misura minore in Venezuela, Brasile, Ecuador e Cile; due i più diffusi tipi di piante di coca: la “erythaxylan coca” e la “erytaxylan novgranatense; area di coltivazione circoscritta alla zona andina e tropicale del continente sudamericano; alcuni tentativi di impiantare coltivazioni di coca si sono registrati nel continente asiatico, particolarmente in Indonesia).

Il processo di trasformazione da coca in cocaina non è complicato e non prevede strumentazioni esclusive come quelle occorrenti per la produzione di eroina. Spesso la trasformazione avviene in loco, con mezzi di fortuna, anche se questo determina una perdita di circa il trenta per cento delle foglie di coca utilizzate. La sostanza, subita la prima trasformazione (da foglie di coca in pasta di coca) viene trasferita in altre zone per la raffinazione in cocaina idrocloridata. Il prezzo, in base al valore medio del dollaro di Lire 2.200, pari a Euro 1,136, di una tonnellate di cocaina pura distribuita tra i consumatori (sostanza che subisce prima di arrivare all’assuntore, un taglio di circa il 90%) è pari 425 miliardi di vecchie lire (220 milioni circa di Euro). Poiché una tonnellata di foglie costa l’equivalente di 225 milioni di vecchie Lire (pari a 131 mila Euro), e poiché mediamente la quantità di pasta di cocaina che affluisce in Colombia raggiunge (e spesso supera e di molto) le 250 tonnellate, ne risulta che il “fatturato” dell’operazione ammonta a circa 370 mila miliardi di lire (ci esimiamo dalla conversione in Euro). Le fonti indicano in un sessanta per cento il ricavato dello spaccio di cocaina presso i consumatori statunitensi, il trenta per cento da parte dei consumatori europei, il rimanente viene consumato in paesi sudamericani. Queste le cifre essenziali dell’industria della cocaina.

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Non esiste una contabilità ufficiale del mercato degli stupefacenti, tuttavia le stime sono molto vicine all’effettivo giro di affari. L’industria della cocaina, ad esempio, fattura annualmente l’equivalente di 300 mila / 400 mila miliardi di vecchie lire. L’oscillazione dipende da diversi fattori: mantenimento del prezzo, andamento della di domanda, entità dei sequestri da parte delle forse dell’ordine e, in primis, della Narcotici, “politica” dei trafficanti, etc.

Le fonti investigative consultate per realizzare questo reportage hanno invece fornito elementi piuttosto precisi e indicativi sulla suddivisione dei profitti e, quindi, sulla rete che forma la piramide di questo mercato. Il 2% del fatturato viene assorbito da coloro che provvedono alla coltivazione delle foglie di coca. Lo 0.7% spetta a quanti lavorano alla trasformazione delle foglie di coca in pasta di coca; stessa cifra spetta a coloro che raffinano ulteriormente la droga, trasformandola in cocaina idrocloridata (la cosiddetta cocaina pura). Infine, coloro che si interessano del trasporto e della vendita all’ingrosso del prodotto, (con un’aggiunta del 10% di additivi) assorbono il 5,2% del fatturato. Il resto, circa il 91%, viene assorbito dalle varie organizzazioni che provvedono, a passi successivi, a far arrivare il prodotto al consumatore.

Secondo una stima della DEA, l’ente statunitense impegnato nella lotta ai trafficanti, l’equivalente di circa 30.000 miliardi di lire di proventi dal mercato della cocaina raggiungono il Perù, una cifra simile a quella proveniente dalle esportazioni “lecite” del maggior prodotto nazionale, il rame. Altri 22/25.000 miliardi sempre misurati in vecchie lire, vanno alla Bolivia, cifra che supera il totale di tutte le esportazioni lecite di questo paese sudamericano. Alla Colombia giungono sino a 50/55.000 miliardi (equivalenti) di vecchie lire. La Colombia (circa 30 milioni di abitanti) è il paese sudamericano maggiormente coinvolto nella produzione e nel traffico di sostanze stupefacenti. Tale paese, precisano le fonti citate, oltre ad assorbire una buona percentuale della produzione/traffico di cocaina, è il maggiore produttore mondiale (oltre il 70%) di “cannabis indica”.

Collusione tra guerriglia e trafficanti

Il mercato della cocaina in Colombia è sostanzialmente gestito e controllato da una dozzina di famiglie criminali, in collaborazione con gruppi che si definiscono rivoluzionari. Di fatto, in questo Paese sudamericano e in atto da decenni una durissima lotta tra trafficanti e guerriglieri da un lato e l’autorità governativa dall’altro. In questo scenario sovente agli “onori” della cronaca internazionale per fatti di sangue e violentissimi scontri a fuoco, si staglia tristemente il fatto che almeno seicentomila giovani colombiani sono assuntori abituali del “Basuco”, un derivato dalle scorie di coca, terribilmente tossico.

Due partite su tre di cocaina vengono esportate negli Stati Uniti; il resto raggiunge direttamente, per mezzo aereo, l’Europa.

La via americana alla cocaina, indicano le fonti, è quella che presenta allo stesso tempo maggiori perplessità e preoccupazioni. Le isole caraibiche, infatti, sono sia un ponte prvilegiato per il trasporto (sia per mezzo aereo, sia navale) della cocaina pura, sia un’area ove sono numerose riservatissime banche che custodiscono oltre il 54% (almeno l’equivalente di circa 400 mila miliardi di lire) dei profitti del mercato della cocaina.

L’indifferenza di Cuba

La Repubblica popolare cubana, precisano le fonti, consente il passaggio di navi cariche di cocaina e dirette alla vicina Florida, navi appartenenti a quelle organizzazioni criminali che in qualche modo appoggiano i gruppi rivoluzionari sudamericani. Il rapporto criminalità comune/ organizzazioni rivoluzionarie /rapporto mediato dalla “merce/cocaina”) è, unitamente a quello del controllo politico ed economico di vaste aree da parte dei cosiddetti “baroni della droga”, l’elemento di maggiore preoccupazione per la stabilità del continente americano. Nella zona sudamericana sono tre i gruppi di guerriglia direttamente legati ai produttori e trafficanti di cocaina: le FARC, Forze armate rivoluzionarie in Colombia; Sendero Luminoso, in Perù; M-19 in Colombia. Queste tre organizzazioni operano sui seguenti livelli:

    -garantiscono la protezione militare (dagli attacchi di polizia ed esercito) sulle aree coltivate a foglie di coca e marijuana;

    -controllano le “vie della coca” sino ai villaggi ove viene raffinata la cocaina;

    -mantengono i rapporti con Cuna e Nicaragua allo scopo di consentire un tranquillo passaggio attraverso queste zone, della droga diretta negli Stati Uniti.

Gli obiettivi della guerriglia

Dal punto di vista politico strategico la compartecipazione al traffico di droga non viene da tali gruppi “marxisti-leninisti” intesa come una iniziativa capitalista, anzi secondo loro favorisce:

    -la destabilizzazione del paese dove agiscono,

    -la disgregazione del nemico “internazionale” privilegiato, gli Stati Uniti,

    -la possibilità di reperire fondi e armi per proseguire la lotta armata.

I capi della guerriglia, inoltre, non negano che per cercare di raggiungere gli obiettivi sopra citati, si siano legati con gruppi criminali e giustificano tale scelta attraverso motivazioni di tipo strategico.

I trafficanti e i guerriglieri trovano condizioni particolarmente favorevoli in Bolivia dove la situazione economica è sostanzialmente dipendente dall’industria della cocaina. Le fonti rilevano che in questo paese sudamericano una famiglia su dieci trovi la sua sussistenza tramite il lavoro fornito dall’industria della cocaina.

Gli interventi internazionali per ridurre la produzione di foglie di coca e di cocaina sono in massima parte resi possibili attraverso i finanziamenti statunitensi e il coordinamento di organismo come l’Unfdac. Tuttavia le fonti osservano che basterebbe un terzo della produzione attuale di foglie di coca e un più accorto sistema di raffinazione per mantenere i livelli di produzione di cocaina attuali.

Per concludere questa seconda parte dell’analisi del mercato degli stupefacenti, dedicato alla cocaina ( prossimamente si passerà ad esaminare la produzione e il traffico di altre droghe), si deve considerare che almeno 200/250 mila miliardi (equivalenti) di vecchie lire, provenienti dal business della cocaina, vengono assorbiti e suddivisi tra le varie cosche criminali che provvedono all’acquisto dai produttori sudamericani della sostanza e alla successiva distribuzione tra i consumatori.

In tale contesto, pur tenendo conto che almeno il 40% di questa cifra rappresenta il budget dei piccoli spacciatori ( gli unici a contatto con il mondo dei consumatori), non può essere sottovalutato il fatto che organizzazioni come “cosa nostra” (per quanto riguarda gli Stati Uniti) e la 2mafia”, per quanto si riferisce all’Europa e principalmente all’Italia, siano in grado di ottenere, dal mercato di questa particolare “sostanza, un introito rispettivamente stimato, per difetto, di 70/80 mila miliardi e 30/40 mila miliardi di vecchie lire.

Il fatturato della multinazionale della droga

Al fine di dare al Lettore dei riferimenti più specifici circa il volume del mercato degli stupefacenti, le fonti hanno fornito la seguente “tabella”, specificando che complessivamente i consumatori di prodotti stupefacenti spendono nell’arco di dodici mesi l’equivalente di oltre 650 mila miliardi di vecchie lire (vecchie e fuori corso, ma non certo inutili come parametro di riferimento). Tale somma (indicativa, ma abbastanza vicina alla reale dimensione della spesa), indubbiamente ingente, può essere così ripartita:

    -il 18,7% speso dai consumatori di eroina,

    -il 38,1% dagli assuntori di cocaina,

    -il 20% da coloro che usano i derivati della “cannabis indica”,

    -il 6,1% da coloro che fanno uso non lecito di antidepressivi,

    -il 5,2% da quanti usano stimolanti sintetici (amfetamine, alias “ecstasi” et similia),

    -il 3,8% da quanti usano altri derivati dell’oppio (metadone, codeina, etc.)

Da rilevare infine che l’uso di “ecstasi” è in sensibile aumento come pure quello delle variazioni di tale stupefacente sintetico.

PictureLe rotte della droga via mare

Non saranno molti gli eventuali naviganti, ormeggiati per qualche tempo nel nostro Sito, che ricorderanno il pur celebre film “Il papavero è anche un fiore” tra i cui protagonisti vi era Yul Brinner. Prima pellicola finalizzata a denunciare i rischi connessi con il grande traffico di stupefacenti provenienti dall’Oriente, sembra, quasi, oggi, un’opera della preistoria.

Nelle due puntate precedenti si è notato come la diffusione delle sostanze stupefacenti abbia raggiunto una dimensione globale, al punto da rappresentare un potere enorme, una fonte di profitti inestimabili, una penetrazione così profonda nelle varie società, da doversi ritenere inestirpabile e fortemente condizionante. Salvo non si riesca a spezzare la connessione, una specie di patto scellerato, tra criminalità organizzata, settori del mondo economico/finanziario e frange non marginali del potere politico/burocratico.

Dopo aver parlato delle fonti della droga situate nell’emisfero occidentale, è ora la volta dell’Oriente e del Medio Oriente.

Tra le sostanze stupefacenti il triste primato di determinare in misura prevalente la tossicomania appartiene agli oppiacei, tra i quali un ruolo preminente spetta all’EROINA.

Inutile qui affrontare le ragioni che favoriscono la coltivazione del papavero. Forse non sarebbe inutile che varie emittenti televisive riproponessero il film di cui si è parlato all’inizio. Un film che sottolineava già la ramificazione del traffico, gli intricati percorsi dei carichi di droga, la spietatezza dei trafficanti.

Per quanto attiene alle motivazioni all’origine della coltivazione del papavero, non è più sostenibile la tesi delle precarie condizioni di vita e della lentezza dello sviluppo del processo socio/economico. Più concretamente si deve ormai parlare di vantaggi incommensurabili derivanti da tale coltivazione e raffinazione sul puro piano del profitto. Quindi, si tratta una scelta strettamente economico/speculativa sulla base del solido principio discendente dal rapporto costi/benefici. Sarà cinico, ma è sommamente ridicolo parlare di riconversione delle coltivazioni tramite le generose erogazione di sostegni economici in dollari (vedi quelli delle Nazioni Unite, ad esempio). I risultati sono men che modesti. Non per tornare sulla cocaina, ma quando le notizie parlano di una nave da guerra francese che poco prima della metà di giugno ha fermato una nave sospetta, nel Mediterraneo occidentale, scoprendo un carico di svariati quintali di cocaina, quintali non chilogrammi, si deve prendere atto che i trafficanti sono ormai e da parecchio tempo, attestati su un piano industriale e finanziario che non può essere contrastato con i mezzi veramente inadeguati, per non dire altro, messi in campo dai vari governi. La dottrina militare afferma che per neutralizzare una potenziale minaccia bisogna annientarla alla fonte.

Dove fiorisce il papavero

Non è certo una novità che i maggiori paesi coltivatori di <papaver somniferum> siano Iran, Afghanistan, Pakistan (<mezzaluna d’oro>), Turchia, Siria, Libano e India (paesi compresi nell’area meridionale che partendo dall’altopiano dell’Anatolia prosegue su buona parte del continente asiatico) e ancora, Thailandia, Birmania e Laos (<triangolo d’oro>) nell’Estremo Oriente, cui si aggiungono quasi a due opposti estremi, la Cina e il Messico.

Le fonti consultate, precisano che il conseguente traffico trae origine dall’imponente, massiccia produzione di oppio nei paesi asiatici del Medio ed Estremo Oriente e che si presenta alquanto diffuso e articolato. In qualche misura risente della diffusione delle droghe sintetiche, ma l’Eroina rimane sempre uno stupefacente con un solido mercato. Le vicende belliche connesse dapprima con i Balcani e recentemente con l’Afghanistan hanno indubbiamente inciso nel traffico di oppio e di morfina, tuttavia il traffico con partenze da Turchia, Iran, Afghanistan e Pakistan continua ad essere prevalente rispetto a quello originato dal lontano Sud/Est asiatico. In Italia i centri di irradiazione dell’eroina sono i grossi centri urbani, che per la loro particolare posizione geografica ed importanza, svolgono il ruolo di intercettazione e di distribuzione della merce proveniente, in prevalenza, dall’area meridionale e, in misura minima, dal <triangolo d’oro> e dall’Olanda. Un ruolo crescente viene svolto dalle provenienze dei Balcani, stante la <quiete> garantita dalle forze militari occidentali colà dislocate. Una <quiete> che paradossalmente ha rivitalizzato antiche e mai cancellate rotte della droga, di cui questo sito, nel recente passato, ha parlato ampiamente.

Altri approdi per i carichi di stupefacenti sono, come noto, in Puglia e in Sicilia.

Negli ultimi anni la produzione media di oppio grezzo è oscillata tra le 2300 e le 3000 tonnellate annue. In alcuni paesi sotto la pressione dei governi tale produzione è diminuita (sensibilmente in Pakistan, molto più contenuta in Thailandia), in altri paesi invece la produzione è notevolmente aumentata (sino allo scorso anno nell’Afghanistan dei Talebani, e tuttora in Birmania), in Iran, invece, è stabile, sui livelli di dieci anni fa. Secondo gli ultimi dati disponibili, forniti dalle fonti, attualmente la produzione di oppio sarebbe concentrata per circa il 90% tra Birmania, India e Afghanistan. Per quest’ultimo paese, si tratterà di vedere quale sarà la linea del governo di transizione e quali accordi verranno raggiunti tra le varie tribù che dall’oppio hanno sempre tratto le risorse per acquistare armi, munizioni, equipaggiamenti allo scopo di potersi combattere e conquistare in tal modo la preminenza su determinate aree del paese asiatico, dove, guarda caso, la produzione dell’oppio è più rigogliosa, come pure delle aree dove si concentrano i nodi delle comunicazioni. E questo per disporre di argomenti idonei a garantirsi credibilità nei rapporti con i vari partner internazionali.

La produzione di eroina

Ai dati relativi alla produzione dell’oppio si correlano quelli della produzione di eroina. Mediamente la produzione di eroina oscilla tra le 40 e le 50 tonnellate all’anno. I dati, stime attendibili, fonte l’agenzia americana DEA, indicano anche che per ottenere una tonnellata di eroina ne servono dieci di prodotto base.

Altri dati di massima. Il 50% dell’eroina prodotta raggiunge paesi non asiatici (tra le 8 e le 10 tonnellate, dipende dall’andamento del mercato, negli Stati Uniti; tra le 9 e le 11 tonnellate l’Europa occidentale; 3-5 tonnellate in altri paesi, soprattutto nord/africani). Il resto viene consumato nei paesi produttori.

Sempre sulla base di dati accessibili, suscettibili di variazioni, mentre la maggior produzione di oppio vede ai primi posti paesi come la Birmania, l’Iran e l’Afghanistan, quella di eroina si distribuisce su altri modelli geo/economici e questo a causa delle situazioni politico militari di alcuni paesi, come indicato, e dell’oneroso (dal punto di vista tecnico scientifico) lavoro di trasformazione che prevede l’intervento di personale/specializzato. In base ai dati in nostro possesso, l’eroina viene in sintesi prodotta nelle seguenti aree.

    Sud/Est asiatico (Thailandia, Malaysia, Regioni meridionali dell’India) circa il 60% dell’eroina prodotta;

    Medio Oriente, circa il 25%

    Messico, il 5%

    Hong Kong, il 5%.

Nuove zone di produzione: Albania, ex Repubbliche sovietiche.

Diversi anni fa, la produzione di eroina avveniva anche in Turchia, in Sicilia e in zone meridionali della Francia, ma le pressioni della polizia hanno indotto la mafia turca, quella siciliana e i clan marsigliesi a desistere e ad affidare la produzione di eroina a “colleghi” dislocati in paesi (ad esempio Albania, Macedonia e ora Kosovo) dove le forze di polizia erano e sono meno preparate o meno “indirizzate” nel settore del narcotraffico.

Il “giro d’affari” dell’eroina

Il “fatturato” dell’industria della sola eroina supera i 140 mila miliardi delle vecchie lire, cui concorrono con oltre 25/28 mila miliardi gli Stati Uniti, con 35/40 mila miliardi circa l’Europa, con circa 65 mila miliardi i paesi asiatici; il rimanente dal resto del mondo.  L’oppio grezzo consumato nei soli paesi asiatici ha prodotto un fatturato di circa 2000 miliardi di vecchie lire, cifra irrsoria se paragonata a quella del “business eroina”.

Altri dati di riferimento sono i seguenti: il rapporto sul consumo quantitativo <oppio grezzo/eroina> è mediamente di 6 a 1, 6 parti di oppio grezzo consumato rispetto a una parte trasformata in eroina; mentre il rapporto sul fatturato è, sempre mediamente, di 1 a 70, cioè ad ogni (vecchia) lira “consumata” per l’uso dell’oppio grezzo ne sono corrisposte 70 per l’uso dell’eroina.

Circa la possibilità di sradicare le coltivazioni di oppio, bisogna tener conto di alcune situazioni oggettive. La prima riguarda il rapporto produzione di oppio e susseguente produzione di eroina. E’ sufficiente la raffinazione di un terzo della produzione di oppio della Birmania (sospendendo per i momento qualsiasi valutazione sulla produzione dell’Afghanistan, che realisticamente si considera solo <non quantificabile> a causa della guerra) per soddisfare la richiesta di tutti i paesi occidentali. La seconda situazione da considerare: l’uso di droghe come l’oppio, ha radici talmente profonde in alcune società asiatiche da ritenere scarsamente percorribile l’ipotesi di una totale estinzione del fenomeno nei prossimi decenni, in quanto vasti strati della popolazione locale non giudica <deviante> l’uso di tale stupefacente. Ne deriva che una certa quantità di oppio verrà inevitabilmente prodotta. Non si possono escludere, inoltre, aperture di nuovi “fronti” di produzione.

Vi è poi da considerare l’aspetto finanziario legato ai processi di raffinazione. Coloro che si occupano della trasformazione dell’oppio in eroina si dividono annualmente cifre dell’ordine di circa 15/16 mila miliardi di vecchie lire, (più del 10% dell’intero fatturato), cifre, osservano le fonti, in grado di smuovere gli interessi di grosse organizzazioni criminali che possono tranquillamente incrementare, in qualsiasi momento, il già consistente guadagno.

Un business che vede attorno al “tavolo” delle spartizioni di territori e di profitti: cosa nostra, mafia siciliana, in parte più modesta la camorra, mafia turca, clan del marsigliesi, mafia cinese e mafia giapponese) operanti in maggior misura a Hong Kong e nel Nord America) e, da qualche anno, ma non in posizione subordinata, la mafia russa, con i suoi satelliti: mafie balcaniche e delle ex repubbliche sovietiche e mafia nigeriana.

 
 

Tratto in Parte dal Sito InfoStoriaNews

 

 

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Ultimo aggiornamento 02/01/2009 01.00.19
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