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Geopolitica della droga

Geopolitica della droga: il mercato mondiale.

 

LE POTENZE NASCENTI.

Il traffico è ovviamente il punto cruciale dell'industria delle droghe illecite. Nel passaggio dalla produzione al consumo si concentra la maggior parte del profitto che questa attività è in grado di creare. Nel far lievitare i prezzi è determinante come nelle economie ufficiali il rischio che i trafficanti corrono in fase soprattutto di distribuzione. In questo capitolo verrà ricostruita una mappa di come questi traffici si svolgono, di quali sono i paesi al centro delle attività illegali e di come il denaro ricavato dai traffici viene immesso nel mercato legale.

Gli studi sui quali mi sono basato sono quelli del direttore dell’Osservatorio di geopolitica di Parigi Alain Labrousse e del suo collaboratore Michael Koutozis, autori una ricerca sulle attività mafiose e gli intrecci politici, su quelli di Umberto Santino e Giovanni La Fiura, entrambi studiosi delle attività della mafia italiana ed internazionale autori di un testo che cerca di mettere in luce quello che è la struttura organizzativa della criminalità organizzata, su quelli di Gianluca Ferrara, autore di un recentissimo libro sulle questioni politiche inerenti le droghe con un’analisi dell’evoluzione legislativa italiana in materia e della situazione mondiale attuale, su quelli di Giorgio Pietrostefani le cui ricerche descrivono il sistema di organizzazione delle attività di narcotraffico a livello regionale in fine su quelli dell’ ex vicepresidente della Commissione per le libertà politiche e gli affari interni del Parlamento Europeo Rinaldo Bontempi, autore di un intervento incentrato sui paradisi fiscali nel libro “Droghe:le alternative possibili” antologia curata a Livio Pepino e Massimo Campdedelli per il Gruppo Abele.

 
Secondo Labrousse e Koutozis dopo anni in cui i canali di scambio privilegiati passavano dalla Turchia e dal Messico si è assistito negli anni '90 ad un cambiamento delle rotte della droga che vede in primo piano i paesi dell'est Europa e quelli africani oltre che i tradizionali produttori-commercializzatori asiatici e americani (cfr.Labrousse Koutozis, 1996). Paese leader nel narcotraffico africano è la Nigeria. La sua tradizionale appartenenza ai Paesi del Commonwealth, secondo Pietrostefani, gli ha permesso di avviare strette relazioni commerciali con il subcontinente indiano (grande produttore) e con il mondo anglosassone consumatore.


Alla fine degli anni '80 si registra un incremento importante nel ruolo di centro strategico e nel 1992 i ritrovamenti di cocaina nell'aeroporto di Lagos sono così rilevanti che le autorità nigeriane sospendono i voli diretti con Rio de Janeiro (cfr.Pietrostefani,1999). Da allora i trafficanti nigeriani sono considerati i principali vettori della droga, spiega Pietrostefani, una vera e propria industria al servizio del commercio dell'eroina e della coca. Essi sono presenti in tutti i punti chiave della produzione e del traffico delle droghe. Grazie a connazionali residenti all'estero, hanno formato clan criminali paragonabili a quelli colombiani, turchi e cinesi. Anche le mafie nigeriane infatti si basano su solidarietà etniche, di clan e di famiglie (cfr.Pietrostefani, 1999). Gli Stati Uniti nel 1995 stimavano nel 50% la quantità di eroina introdotta nel loro paese dai nigeriani, i quali usano invece la Polonia e l'Ungheria come basi da cui introdurre cocaina in Europa. Labrousse e Koutozis descrivono la corruzione interna alla Nigeria come diffusa a tutti i livelli con il National law drug enforcement agency (l'agenzia per la lotta alla droga) che è stato più volte epurato dagli uomini del narcotraffico che vi si erano introdotti.(cfr.Labrousse-Koutozis,1996)


I due autori affermano anche che dopo la caduta della cortina di ferro e la dissoluzione dell’Unione Sovietica anche l'est europeo è stato colonizzato dai trafficanti di droga. Il Mar Nero, il Caucaso e i Balcani offrono nuove rotte al transito dell'eroina proveniente dai paesi della Mezzaluna d'oro. Le antiche vie della seta sono diventate le nuove vie della droga. Particolare rilievo spetta alla Russia asiatica dalla quale è molto facile penetrare in Europa, ma nella quale soprattutto vivono decine e decine di etnie poste a ridosso dei confini degli Stati e che sono perennemente in fuga fornendo un potenziale enorme ai traffici illeciti di ogni tipo (cfr. Labrousse-Koutozis,1996).

A fare da collante tra nuovi fornitori e nuovi consumatori, sostengono, vi sono le popolazioni del Caucaso e dei Balcani e non è da escludere che all'origine delle numerose guerre che contraddistinguono queste zone vi sia anche la lotta per il controllo del cosiddetto "oro bianco"(cfr.Labrousse-Koutozis,1996). Anche nei paesi più pacifici comunque, sostiene Ferrara, il mercato è fiorente e le mafie turche e latino-americane hanno approfittato delle privatizzazioni selvagge per creare delle strutture legali di facciata, di certo non ostacolate da forze dell'ordine efficienti e zelanti (cfr.Ferrara,2001).

In questo contesto hanno dato vita anche a grosse produzioni di droghe sintetiche e a industrie di riciclaggio del denaro. La Polonia, dice Pietrostefani, è contemporaneamente uno dei paesi più colpiti dalla tossicomania, uno dei più grossi produttori di droghe sintetiche e un crocevia del traffico di cocaina. Il porto di Costanza in Romania è lo scalo marittimo maggiormente utilizzato dove numerose agenzie di viaggio hanno aperto sportelli con i fondi provenienti dalla mafie turche. Dallo sgretolamento della Jugoslavia che aveva per anni costituito un terreno neutro in cui la merce passava abbastanza tranquillamente, un caposaldo importantissimo del narcotraffico lo è diventata l'Albania.

Per finanziarsi nella costruzione della “Grande Albania”, l'Uck, la guerriglia albanese operante in Kossovo e in Macedonia, si è finora dedicata prevalentemente al traffico illecito di sigarette, droga e clandestini (cfr.Pietrostefani,1999). Secondo Pietrostefani, le comunità albanesi cresciute dall'esodo del Kossovo e insediatesi in tutta Europa e negli Stati Uniti hanno preso le redini della distribuzione e si contendono il monopolio dei traffici provenienti dal Medio oriente con i turchi. Nel frattempo è stato già siglato un patto con "Cosa nostra" e la Sacra corona unita. Le modalità di trasporto della droga dai porti albanesi (Valona e Durazzo su tutti) è noto. Durante la notte dalle coste albanesi partono decine di gommoni carichi di ogni tipo di merce (dai kalashnikof all'eroina), oltre che di immigrati. e approdano sulle coste adriatiche italiane (pugliesi in particolare). Da qui poi i carichi vengono divisi e preparati per il viaggio successivo verso il Nord Italia e il resto dell'Europa nord-occidentale(cfr.Pietrostefani,1999).

 
Nel settore delle droghe sintetiche invece il ruolo di leader del mercato Labrousse e Koutozis lo assegnano ad altri paesi dell'Est oltre che all'Olanda dove vi è il maggior centro di smistamento (la "farmacia d'Europa")(cfr.Labrousse-Koutozis,1996). La qualità di produzione migliore è all'est dove vi sono chimici altamente specializzati. Le droghe sintetiche per eccellenza sono Mdma e Mdea che vengono comunemente chiamate ecstasy. Secondo il Consiglio d'Europa sono dopo la cannabis la droga più diffusa in Europa tra i giovani dai 15 e 25 anni (cfr.Labrousse-Koutzois 1996). Un ruolo rilevante è ricoperto dalla Repubblica Ceca che disputa alla Polonia il titolo di secondo produttore dopo l'Olanda.

In questo paese la pervitimina, una metamfetamina liquida, sta soppiantando le droghe vegetali. Dai magazzini della ditta Rostokoi maggior produttrice di efedrina a livello mondiale sono scomparsi solo nei primi sei mesi del '94 200 kg di questa sostanza elemento importantissimo nella produzione di droga sintetica. Imprese di stato bulgare producono amfetamine sotto il nome di coptagone e le esportano senza autorizzazione verso Nigeria e golfo Persico o Europa(cfr.Pietrostefani,1999).


Per quel che riguarda l'ex Urss l'Azerbaigjan si è specializzato nella produzione di oppiacei di sintesi. Nel Kazakistan e Kirghizistan cresce naturalmente l'ephedra vulgaris da cui viene estratta l'efedrina. In Lituania tedeschi e olandesi investono in laboratori di produzione.(cfr.Labrousse-Koutozis,1996).

Nonostante questo proliferare di nuovi concorrenti i gruppi detentori storicamente del traffico restano in auge. In questo paragrafo verrà fatta una descrizione della loro diffusione e della loro organizzazione.
La lotta decisa portata avanti dallo Stato italiano non ha indebolito di molto i rappresentanti della cosiddetta Sicilian connection che continuano a mantenere posizioni di rilievo nel mercato. Secondo la magistratura palermitana vi è una partnership organizzata tra cartelli colombiani e siciliani che fa sì che carichi di coca vengano sbarcati al largo delle coste sicule per poi venire distribuiti in tutta Europa (cfr.Santino-La Fiura,1994). Ferrara sostiene che nonostante stia perdendo lentamente il proprio ruolo di leader nel traffico la mafia turca continua ad avere una certa rilevanza negli equilibri del narcotraffico. Da circa trent'anni morfina-base e oppio arrivano in Turchia dove operano numerosi laboratori per la trasformazione in eroina. Una parte di questi è in mano al Pkk ( il partito nazionalista curdo) e una parte ai mafiosi. Per entrare nall'Ue anche la Turchia sta procedendo alla privatizzazione di molte aziende consentendo al denaro mafioso di "ripulirsi".(cfr.Ferrara,2001).


Nulla comunque a che vedere con i fasti di questa organizzazione. All'inizio degli anni '70 la Turchia era il principale fornitore mondiale di oppiacei illegali. I trafficanti acquistavano dagli agricoltori l'oppio e lo trasformavano in morfina-base per spoi spedirla a Marsiglia dove veniva raffinata nei laboratori della mafia corsa. Con la proibizione voluta nel 1972 dagli Stati Uniti il governo turco riuscì a far calare la produzione interna distruggendo le coltivazioni, ma la Turchia rimase la base d'appoggio del traffico della merce proveniente dalla Mezzaluna d'oro e dal Triangolo d'oro (cfr.Santino-La Fiura,1994).


Anche secondo Santino e La Fiura nonostante un’apparente marginalità nel mercato queste due organizzazioni hanno saputo mantenere posizioni finanziarie rilevanti. In Sicilia ad esempio l’incremento di sportelli bancari e di società finanziarie è stato messo in relazione al flusso di capitali del narcotraffico. La Commissione parlamentare antimafia nel 1991 segnalò ad esempio l’anomalia della provincia di Trapani nella quale operavano 150 istituti finanziari, 120 società finanziarie e 89 sportelli bancari. Nel suo rapporto si legge “ in questa provincia vi sono stati un movimento di denaro superiore ad altre zone della Sicilia e un insediamento di sportelli superiore in percentuale all’intero paese”.(cfr.Santino-La Fiura, 1994 pp.244). Sempre in Sicilia sono presenti numerose attività di copertura delle attività illecite. La mafia comunque a differenza che in altri paesi come quelli sudamericani trova difficoltà ad agganciarsi al settore legale non essendoci grosse possibilità economiche da sfruttare. Per questo persegue una strategia del doppio binario in cui rimane prevalente l’accumulazione illegale. (cfr.Santino-La Fiura,1994)


Secondo Labrousse e Koutzois a beneficiare del divieto di coltivare il papavero in Turchia furono Afganistan e Pakistan ed in particolare la regione frontaliera tra i due paesi, il Pathanistan, che godeva di autonomia governativa. Gli abitanti di questa zona sono i pathani un popolo che nel corso della storia pur non avendo uno Stato proprio ha sempre ottenuto da parte dei governi pakistani e afgani libertà di movimento e riconoscimento del proprio status di popolo. L'attività principale dei pathani è il contrabbando di qualsiasi prodotto sia proibito: armi, munizioni, droga ma anche elettrodomestici, macchine fotografiche o qualsiasi altro oggetto, esentasse e a prezzi convenienti. Quindi, secondo i due autori, non c'è da stupirsi che le maggiori coltivazioni della Mezzaluna si trovino proprio nell'area di confine, al di fuori del controllo governativo. Una percentuale ridottissima dell'oppio qui coltivato va al mercato legale mentre la stragrande maggioranza alimenta quello clandestino dove i prezzi sono raddoppiati (cfr.Labrousse-Koutozis,1996).

 
Pietrostefani riferisce che anche all'interno dell'Afganistan vi è una grossa produzione. La storia di questo paese come produttore di oppio ha radici molto profonde, ma è dal 1979, da quando cioè scoppiò la guerra tra islamici e Unione sovietica, che si ha il fiorire di questa attività. I comandanti mullah esortavano i contadini alla coltivazione del papavero per finanziare la guerra santa contro l'Armata rossa.

Da Jalabad seconda città del paese decollava il "Tulipano nero" un aereo che trasportava quelle che dovevano essere le bare dei soldati morti e che invece contenevano eroina da piazzare sui mercati russi ed europei. Nel giro di un decennio la produzione afgana era passata dalle 400 tonnellate del '79 alle 1500 dell'88 (cfr.Pietrostefani,1999). Le analisi di Labrousse hanno però evidenziato come i proventi questi traffici non venissero utilizzati alla fine per comprare armi, che erano invece abbondantemente fornite dai governi occidentali, ma per alimentare esclusivamente le casse dei trafficanti tra i quali un ruolo importante lo detenevano i servizi segreti pakistani (cfr.Labrousse-Koutozis,1996).

Con la fine della guerra la situazione non cambiò di molto. Pietrostefani afferma che gli stessi talebani ,che dominano incontrastatamente negli anni '90, hanno favorito la coltura del papavero che oltre ad essere molto redditizia è una delle più semplici da realizzare In quanto non richiede particolari attrezzature o infrastrutture. Visto che quelle che le infrastrutture che esistevano sono state distrutte durante la guerra ovvio che si cerchino simili tipi di colture. Nel 1997, i talebani, hanno comunque firmato un accordo con l'Uncpd che prevede il finanziamento da parte dell'ente della distruzione dei campi di papavero.(cfr.Pietrostefani,1999).


Labrousse e Koutozis sostengono che la produzione pakistana è molto inferiore e che nel corso degli anni sta diminuendo a favore di altre colture aiutate da incentivi e dalla costruzione di infrastrutture ( dighe e canali) consententi il pieno sfruttamento delle potenzialità della terra. Nonostante questo nel 1999 l'oppio proveniente dal Pakistan era stimato tra le 150 e 200 tonnellate con il solo 2,5 % consumato all'interno del paese(cfr.Labrousse-Koutozis,1998). Se la produzione è in calo, secondo Pietrostefani, altrettanto non si può dire per le attività di trasformazione o ausiliarie ad essa. Una grossa parte degli agenti chimici necessari a produrre l'eroina viene infatti da questo paese(cfr.Pieterostefani,1999).


Un ruolo di diretta concorrenza con i paesi della Mezzaluna d'oro , scrive Pietrostefani, lo ha avuto per decenni l'Iran, la cui decisione di vietare la produzione di oppio ha consentito lo sviluppo di quest'economia nel resto del territorio. Attualmente i dati sulla situazione interna al paese sono ridottissimi anche se il governo e la Guardia rivoluzionaria islamica affermano di avere giustiziato più di mille persone dall'89 al ‘99 perchè coinvolte in traffici di questo tipo. L'Iran nonostante ciò conserva ancora il ruolo di base per il trasferimento della merce in Turchia e al suo interno vi sono circa un milione di consumatori (cfr. G.Pietrostefani 1999).

 
Altro nucleo nevralgico del mercato mondiale è individuato da Labrousse e Koutzois nella cosiddetta zona del Triangolo d’oro, o delle tre frontiere, perchè vi convergono i confini di Thailandia, Laos e Myanmar che è la maggior fornitrice mondiale di oppio. Il ruolo anche i questo caso è stato favorito dalla decisione turca di distruggere le piantagioni interne e come nella Mezzaluna d'oro la ripresa dello sfruttamento della risorsa droga è concomitante con una guerra (cfr.Labrousse-Koutozis,1996).

Secondo Labrousse e Koutozis fu il conflitto in Vietnam infatti ad incentivare per primo la produzione di oppio che veniva consumato prevalentemente dai soldati e dalle popolazioni del sud-est asiatico. Con la fine della guerra l'enorme quantità di droga disponibile venne riversata su quest'ultimo mercato. Ad approfittarne neanche a dirlo le mafie cinesi che come quella turca e quella albanese potevano contare su numerose comunità di emigrati. Base centrale di raffinazione e smercio era Hong Kong, dove l'eroina circolava nella strade tra i poveri ma anche negli ambienti più raffinati (cfr.Labrousse-Koutozis,1996).

Pietrostefani riferisce che la storia dell'oppio nel Triangolo d'oro ha origini anche più radicate, le popolazioni che vi abitano praticano da sempre una forma di agricoltura itinerante che li porta spesso ad attraversare le montagne. Il papavero è una pianta che cresce benissimo ad altitudini tra gli 800 e i mille metri, è molto leggera e facile da trasportare, richiede come detto attrezzature pressochè nulle, ovviamente offre un valore aggiunto notevole e non deperisce facilmente tanto che può essere conservata e tesaurizzata per parecchi anni. A sviluppare quest'economia vi sono anche responsabilità dei governi coloniali che per buona parte del secolo scorso hanno incentivato la produzione e il commercio (cfr.Pietrostefani,1999).


Labrousse e Koutozis affermano che l'organizzazione del Triangolo d'oro ha visto per decenni Bangkok come scalo di smistamento centrale. All'interno la produzione era gestita principalmente dalla tribù dei meo che praticavano un sistema di coltura distruttivo per la vegetazione. Essi infatti bruciavano la foresta e il manto vegetale per le loro coltivazioni itineranti tanto da causare gravi danni al sistema idrogeologico. Questo atteggiamento contribuì a inimicarsi il governo centrale che per combatterli utilizzò una frangia del Kuomintang (Kmt). Sennonché ridimensionata l'attività dei meo fu proprio il Kmt a prendere in mano le redini del traffico thailandese. Contro di esso però non si poteva intervenire perchè potente baluardo contro l'espansione comunista in Asia. Negli ultimi vent'anni il mutamento della situazione politica ha liberato gli organismi internazionali e il governo centrale da questo giogo e gli interventi di sradicamento e di incentivazione di altri prodotti hanno contribuito a ridurre l'oppio thailandese a livelli minimi di produzione. Bangkok resta in ogni caso centro di riferimento fondamentale per il traffico della regione(cfr.Labrousse-Koutozis,1996).
 

Nel Laos la situazione è analoga quella thailandese. Sempre Pietrostefani riferisce che droga e politica si sono mescolate negli anni della guerra del Vietnam, con la Cia che per garantirsi l'aiuto delle popolazioni locali chiudeva un occhio sulle attività illecite di narcotraffico o addirittura le favoriva. Dopo la guerra anche qui è stato avviato un tentativo di proibire la coltivazione che ha portato a buoni risultati finchè non sono state aperte le frontiere e la popolazione ha aumentato i propri bisogni. Diverse famiglie (circa 60.000 secondo stime governative) hanno ripreso a coltivare il papavero per far fronte alle nuove esigenze economiche.(cfr.Pietrostefani,1999) Anche nel Laos sono stati accertati diversi casi di collusione tra esercito e narcotrafficanti.

 
Labrousse e Koutozis sostengono che dove però si può parlare di vero governo della droga è in Myanmar (ex Birmania). Dalla metà degli '80 ha preso il potere lo Slorc partito sostenuto dai trafficanti e che tramite una serie di accordi con le etnie coltivatrici di oppio ha consolidato il proprio potere sedando rivolte che erano retaggio ancora del colonialismo britannico. Lo Slorc è anche il "controllore" e garante del commercio avendo preso il posto occupato per decenni dal Kmt caduto in disgrazia con la fine della "guerra fredda". In Myanmar vengono prodotte e raffinate oltre duemila tonnellate di oppio all'anno. (Labrousse e Koutozis,1996).

Il denaro che l'Uncpd (fondo mondiale contro la droga) stanzia per riconvertire le coltivazioni viene speso per l'acquisto di droga e armi. Khun-Sa uno dei più grandi trafficanti asiatici vive a Myanmar e conta su di un esercito personale di 18.000 uomini, il governo birmano ha sempre rifiutato le richieste di estradizione nei suoi confronti.(cfr.Pietrostefani,1999) Pietrostefani aggiunge anche che sullo sfondo di questo accordo ci sono le Triadi cinesi organizzatrici e maggiori beneficiarie del narcotraffico. La loro diffusione è ormai planetaria e segue di pari passo quella dell'immigrazione clandestina. Storicamente sono nate nel XVII secolo per contrastare la dinastia regnante Chin'g ma di quell'epoca hanno mantenuto solo i rituali di iniziazione. La loro sede principale è Hong Kong dove secondo l'Fbi circa il 3% della popolazione è direttamente attiva in queste organizzazioni (cfr.Pietrsotefani,1999).

Da Hong Kong per Labrousse e Koutozis viene smistata una grossa fetta dell'oppio birmano (l'altra passa per Bankgog) diretta verso i mercati dell'est asiatico, della Cina, dell'Australia e degli Stati Uniti. La "hung" così viene chiamata dai cinesi detiene la produzione di oltre la metà delle cassette pirata del pianeta, controlla la prostituzione, il traffico di immigrati e il gioco d'azzardo di Macao e delle Filippine (cfr. Labrousse-Koutozis, 1996).


Se per quel che riguarda l'eroina il centro nevralgico della distribuzione e della produzione è l'Asia, per la cocaina questo ruolo secondo Labrousse e Koutzois lo assume l'America latina. La coca è come nel caso del papavero in Asia una coltura che fa parte integrante della tradizione dei popoli indigeni. Colombia, Bolivia e Perù sono le regioni in cui vi è la più grande produzione. I dati relativi agli anni '90 parlano addirittura di saturazione del mercato e di una strategia dei cartelli colombiani tesa allo stoccaggio e immagazzinaggio della coca per garantire stabilità al mercato in vista di interventi repressivi su larga scala(cfr.Labrousse-Koutzois,1996). Per Pietrostefani questi interventi hanno assunto importanza in seguito alla "Dichiarazione di Cartagena", in cui i tre paesi andini e gli Stati Uniti si impegnavano a collaborare nella lotta alla droga. I risultati di questi sforzi sono stati pressoché nulli, tanto che Bolivia e Perù hanno chiesto di depenalizzare a livello internazionale la coltivazione.


Per la Bolivia la coca è sempre stata fonte di sopravvivenza. Nel secolo scorso braccianti e schiavi venivano ripagati dei loro sforzi con foglie di questa pianta. A seguito della crisi del mercato dello stagno di cui i boliviani erano tra i maggiori produttori, i minatori restati senza lavoro si sono trasferiti nelle zone di coltivazione dove circa 60.000 famiglie possiedono delle piantagioni di coca. Nel 1996 erano circa 50.000 gli ettari così coltivati e circa il 5% della popolazione dello Stato vive direttamente di questa attività.(Pietrostefani,1999).

Il prodotto grezzo viene esportato per la raffinazione in parte in Colombia (dove però la guerra alla droga ha reso meno sicura l'attività) e in parte sempre più crescente in Argentina, Brasile e Paraguay da dove parte per i mercati nordamericani. A detenere il record della produzione è però il Perù che produce circa il 60% del totale mondiale. Nella valle dell'Huallaga sono 150.000 gli ettari coltivabili. Proprio questa zona divenne tra il 1984 e il 1994 la base dei guerriglieri di Sendero Luminoso che in contrapposizione alle politiche della Dea e del governo (eradicazione delle piante, trattamento con pesticidi, affumigazione dei raccolti) organizzavano il traffico.

I colombiani che volevano comprare le foglie di coca per poi trasformarle, dovevano pagare anche una tassa agli uomini di Guzmann l'ex leader di Sendero. Fino all'avvento al potere del presidente Fujimori, l'Huallaga era comunque luogo di scontro per il suo controllo tra esercito, polizia, guerriglieri e narcos con alleanze incrociate a seconda delle esigenze dei singoli gruppi. Con Fujmori il governo aveva ripreso il controllo della zona ma in tutti i settori dello stato la corruzione era diffusissima e molti uomini al potere erano implicati nei traffici. Del resto i profitti netti provenienti dalla valle sono di duecento milioni di dollari l'anno, gli interventi da parte delle autorità internazionali antidroga non superano i budget di qualche milione (5milioni nel '93 ad esempio) (cfr.Pietrostefani,1999).

Secondo Labrousse e Koutozis a questa situazione di evidente inferiorità si aggiungono anche le condizioni di miseria in cui vivono gli abitanti del Perù, con 13 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia della povertà, e il 33% che si dedica ad agricoltura che non consente l'autosufficienza. La coltivazione di coca invece garantisce un reddito dignitoso. I campesinos che lavorano per i cartelli sono stimati in circa 480 mila. Oltretutto quando i raccolti vengono bruciati come è successo nel '96, i narcotrafficanti sostituiscono questa attività insediando centri di lavorazione delle foglie, che offrono occupazione ben retribuita. Il ruolo di leader nella distribuzione e commercializzazione della droga spetta ovviamente ai cartelli colombiani. Oltre che di coca essi riforniscono i mercati internazionali anche di eroina e marijuana.

A differenza che in Bolivia e Perù, in Colombia la coca non è cultura tradizionale ma introdotta nei primi anni '80. Da allora essa è diventata una delle principali fonti di ricchezza della borghesia locale. I cartelli di Medellin e di Calì che gestiscono questa risorsa hanno interessi in tutti i settori economici e controllano banche e imprese. I centri delle principali città sono pieni di grattacieli e altre strutture fatte costruire con i soldi della droga. Fino al 1993 tra i due cartelli c'era battaglia, ma con la morte di Pablo Escobar capo di quello di Medellin, il ruolo di attore protagonista è saldo nelle mani della famiglia Orjuela rappresentante del cartello di Calì (cfr. Labrousse-Koutozis,1996).


La storia di Escobar e degli Orjuela è molto simile: entrambi nati molto poveri hanno costruito imperi immensi, dei veri self made men diventati un modello a cui si ispirano molti giovani colombiani e non solo. Anche in Colombia le coltivazioni sono protette da guerriglieri, in particolare da quelli del Farc (Forze armate rivoluzionarie) che in cambio dei loro favori ricevono finanziamenti per l'acquisto di armi. La Dea nell'89 spiegava che essi ricevono dei compensi in base al tipo di servizio, che va dalla sorveglianza dei campi fino al trasporto sulle piste di decollo degli aerei destinati all'estero. Questo enorme giro di affari non ha naturalmente lasciato fuori il mondo politico governativo. Gli Stati Uniti hanno più volte tacciato i governi colombiani di essere stretti collaboratori dei cartelli e escluso dagli aiuti questo paese.(cfr. Pietrostefani ,1999).

Il riciclaggio dell’enorme massa di denaro che proviene dai traffici illeciti costituisce la faccia più oscura di questa attività. Secondo Santino e La Fiura l’esatto giro di affari delle droghe non è quantificabile con esattezza, ma sicuramente frutta migliaia di milioni di dollari. Tutto questo denaro viene quasi per magia “ripulito” da attività lecite. I canali di queste operazioni sono molteplici e coinvolgono numerosi Paesi del Terzo Mondo, nonché i cosiddetti paradisi fiscali. Importanti mezzi di riciclaggio sono le società finanziarie o fiduciarie e i fondi comuni di investimento che assicurano all’operatore la possibilità di agire nell’ombra(cfr.Santino-La Fiura,1994).


Un caso emblematico dell’estrema capacità delle narcomafie di agire sui mercati è dimostrato , a parere dei due autori italiani, da ciò che avvenne in Sudamerica negli anni ‘80. In Bolivia, in Colombia e in Perù seguendo le direttive del FMI (Fondo monetario internazionale) vennero liberalizzati i cambi, decretando che non si sarebbe tenuto conto dell’origine dei dollari che si convertivano in valuta nazionale nel borsino delle Banche centrali. Si realizzava così una contraddizione di fondo. Mentre gli Stati Uniti decidevano di distruggere le piantagioni di coca sudamericane, il FMI favoriva una politica cambiaria liberale che rendeva più facile il riciclaggio di denaro sporco (cfr.Santino-La Fiura,1994).

 
Grazie a questa libertà di movimento i cartelli mafiosi riuscirono ad ottenere il controllo delle politiche monetarie di questi Stati. Vista la carenza di moneta straniera infatti le banche centrali per evitare svalutazioni delle monete nazionali già di per se in condizioni disastrose furono costrette a rivolgersi al mercato parallelo interno che naturalmente era già sotto il controllo dei cartelli. Questi infatti esportavano la coca in tutto il mondo richiedendo come contropartita dollari (cfr.Santino-La Fiura,1994).

Labrousse e Koutozis aggiungono che la loro organizzazione li aveva portati già alla fine degli anni ’70 ad assumere il controllo di numerose banche locali che avevano aperto agenzie a Panama, nelle Bahamas, a Miami, a New York, in Cile, in Argentina. Nel 1983 poi il Cartello di Calì aveva acquisito il controllo della First Interamericas Bank di Panama.

Nel 1988 un’inchiesta del governo americano scoprì che oltre un miliardo di dollari del cartello di Medellin era stato trasferito in conti correnti delle filiali panamensi e di Atlanta del Banco de Occidente de Colombia. Attraverso queste banche il denaro viene poi investito in attività legali. I narcotrafficanti investono in vari settori proprietà immobiliari , allevamento, agricoltura, edilizia, commercio e servizi, attività immobiliari, attività ricreative e sportive. Soprattutto queste ultime sembrano avere un fascino particolare, in quanto club e società calcistiche si prestano particolarmente al riciclaggio viste le difficoltà a controllare gli accordi per i trasferimenti dei giocatori e le vendite dei biglietti. Altro settore di preferenza dei cartelli è, sempre secondo Labrousse e Koutozis, quello culturale e di beneficenza. Pablo Escobar ad esempio, quando era in auge fece costruire università e alloggi popolari. Con un ventaglio di attività così vasto il narcotraffico ha raggiunto in Colombia un ruolo di primaria importanza sia come soggetto economico che politico (cfr.Labrousse-Koutzois,1996).


Molto importanti nel meccanismo del riciclaggio sono i cosiddetti paradisi fiscali. “Si intende per paradisi fiscali o tax heaven o centro offshore, un paese che presenti le seguenti caratteristiche: 1) una bassa tassazione o la mancanza completa di tasse per tutte o per alcune categorie di reddito; 2) un notevole livello di segretezza bancaria o commerciale; 3) la dotazione di servizi necessari per consentire e facilitare complesse transazioni multinazionali” (cfr.Santino-La Fiura,1994pp.214). Secondo Bontempi un paese “paradiso fiscale” è un importante punto di passaggio dei capitali internazionali attirati da facilitazioni che altri paesi non sono in grado di offrire. Così facendo una piccola isola delle Antille o del Pacifico può sopravvivere mantenendosi con le briciole delle migliaia di miliardi di dollari che gli evasori fiscali del pianeta fanno girare illecitamente.(cfr.Bontempi,1997).

Da qualche anno a questa parte, sostiene poi Bontempi, sono nati molti di questi tax heaven approfittando del fatto che paradisi fiscali tradizionali quali Lussemburgo e Svizzera, per fare un esempio, sono costretti dalle norme internazionali ad una trasparenza maggiore o trovano comunque difficoltà a soddisfare le richieste di clienti sempre più esigenti. Come detto in tutti questi isolotti vige il segreto bancario pressochè assoluto, in modo che nessun conto possa essere controllato ed eventuali accertamenti fiscali risultino quasi impossibili.

Vi sono inoltre agevolazioni particolari per le operazioni finanziarie anche al di fuori del paese. A seconda del tipo di agevolazioni si possono suddividere il paradisi bancari e paradisi fiscali anche se di norma il ventaglio di offerta copre entrambi i settori(cfr.Bontempi,1997). Bontempi aggiunge poi una definizione a detti paesi: “La questione è se non sarebbe più chiaro e rispondente ai fatti chiamare questi rifugi con il loro vero nome, quello di rifugi o paradisi penali almeno quando le chanches di immunità per eventuali autori di transazioni illecite o di origine criminale sono elevate.

Renè Wack capo dell’Ufficio centrale per la repressione della grande delinquenza finanziaria di Parigi sostiene che circa un decimo dell’economia mondiale sia occulto, dalla zona grigio chiara dell’evasione fiscale a quella nera del traffico di droga” (Bontempi,1997 pp39) . Sempre secondo l’autore italiano, di fronte a problemi di questa grandezza è assai difficile immaginare una soluzione, perché manca una reale volontà internazionale che intenda sconfiggere il fenomeno.


Un caso tipo di paradiso fiscale è costituito dalle Isole Seychelles le quali oltre alle solite garanzie fiscali e bancarie ne offrono anche a livello penale e giudiziario. L’Assemblea nazionale ha approvato nel 1995 l’Economic Development Act che prevede che coloro che investono somme pari o superiori ai 10 milioni di dollari nel paese, seguendo uno schema di investimento che deve essere sottoposto al vaglio di un apposito Ufficio pubblico, possono ottenere immunità penale e giudiziaria oltre alla protezione dei loro beni da sequestri e confische; a meno che non abbiano commesso atti di violenza e abbiano praticato il traffico di droga nel territorio dello stato.

 A maggior garanzia della sicurezza dei capitali la norma in questione prevede di non venire modificata se non dopo aver indetto un referendum consultivo della popolazione che ottenga almeno il 60% dei consensi. In aggiunta, dopo un eventuale risultato referendario positivo, è necessaria la ratifica parlamentare con un voto che ottenga la maggioranza dei due terzi dei membri dell’Assemblea Nazionale. Forse solo la Costituzione di alcuni paesi tra i più democratici della terra richiede simili maggioranze per venire modificata.(cfr.Bontempi,1997)

Quello che rende la situazione internazionale ancor più contraddittoria infine , secondo Bontempi, è il fatto che tra questi paradisi vi è una concorrenza sfrenata. Essi detengono all’incirca un quinto del totale mondiale dei depositi esteri. I più noti sono le Isole Cayman, le Bahamas (dove la violazione del segreto bancario è punita con 5.000 dollari di ammenda e due anni di reclusione anche se si tratta di risposte a domande di inquirenti stranieri), le Bermuda, Panama. Anche il Liechtenstein comunque continua a mantenere delle barriere sui conti bancari, qui la violazione del segreto è punita con 20.000 franchi svizzeri di multa e sei mesi di reclusione. Accanto ai paradisi tradizionali da qualche anno si affacciano su questo particolare mercato anche nuove realtà quali Andorra, Malta e San Marino dove la frode fiscale da qualche anno non è più reato. Alla lista va aggiunto infine un paese come l’Austria che sembrerebbe insospettabile ma che spinto dal bisogno di capitali stranieri e nonostante sia entrato nell’Unione europea, risulta essere il paese dove il segreto bancario è meglio garantito(cfr.Bontempi,1997).


Secondo Santino e la Fiura vi sono diversi modi per riciclare il denaro proveniente dalle attività illecite. I due autori ne elencano alcuni tra i più utilizzati:


1)Cambio di biglietti di piccolo taglio in biglietti di taglio superiore.


2)Trasporto materiale di denaro in paesi sicuri (paradisi fiscali).


3)Trasferimento di capitali attraverso società dal “guscio vuoto” (società per azioni al portatore, società fiduciarie) con la creazione di documenti falsi.


4)Esportazioni fittizie: emissione di fatture false e loro pagamento con denaro pulito;


5)Autofinanziamento e prestiti alle imprese paravento o strumentali.


6)Doppia fatturazione: una per le attività legali, l‘altra per le attività illegali.


7)Compensazioni. Il sistema delle compensazioni prevede quattro passaggi: a)raccolta all’estero delle rimesse di emigrati e di altra valuta estera destinata a persone residenti nel paese d’origine; b) raccolta, nel paese d’origine, di valuta nazionale destinata all’esportazione clandestina; c) utilizzo di tale valuta per corrispondere ai residenti l’equivalente della valuta straniera che avrebbero dovuto ricevere dall’estero; d) utilizzo della valuta straniera, che avrebbe dovuto essere rimessa nel paese d’origine, per la creazione all’estero di disponibilità finanziaria a favore degli esportatori clandestini di capitali;


8)Uso di casinò e altre attività lecite come società sportive o culturali.(cfr.Santino-La Fiura,1994 schede pp.219-220).


Uno dei casi maggiormente noti di riciclaggio è stato scoperto a cavallo nel 1991 dalla Banca centrale d’Inghilterra e riguardava la Bank of Credit and Commerce International di Londra che in quell’anno venne fatta chiudere. Santino e La Fiura ne fanno un breve resosconto.La banca era la centro di numerosi traffici illeciti e finanziamenti ad attività terroristiche. Numerosi erano i suoi clienti eccellenti da Manuel Noriega, al terrorista Abu Nidal, ad Oliver North uno dei maggiori responsabili dello scandalo Iran-Contras fino a Pablo Escobar. Fina dalla fine degli anni ‘70 fu il veicolo di trasferimento di fondi provenienti da ogni genere di attività criminale internazionale.

Da un articolo del “Sole 24 ore” del luglio 1991che riporta un articolo del “Financial Times” dello stesso periodo si legge: “La rete diffusa a livello mondiale e l’abitudine a non fare domande, ne facevano una scelta obbligata per quei clienti che avevano qualcosa da nascondere”. Il cliente di maggior lustro è stata però la Cia che la utilizzò per le sue attività antiterroristiche nel Medio oriente. Il legame tra la banca e i servizi americani è testimoniato dal fatto che un loro agente l’arabo Kamal Adham (ex capo dei servizi segreti sauditi) aveva agito come uomo di copertura per diverse operazioni della BCCI. Sempre secondo il succitato articolo del “Financial Times” era impossibile che la Cia non conoscesse le attività illecite della banca. “La Cia –si legge- iniziò a compilare rapporti sulla BCCI già nel 1983 quando –come afferma- fece della banca un obiettivo. Il primo rapporto della Cia sui legami con la BCCI intratteneva con i gruppi terroristici fu preparato nel 1986. Collegamenti della BCCI con i trafficanti secondo i documenti della Cia furono rilevati già nel 1984”.

Il potere di questa banca era quindi enorme. Anche dopo che le autorità inglesi ne decretarono il crollo durante i processi non si riuscì a individuare precise responsabilità. Coloro che subirono condanne o ammende infatti ebbero delle punizioni quasi ridicole. Una delle ammende inflitte ad esempio non arrivava alla metà di una data l’anno prima ad una ditta kenyota rea di aver violato alcune norme sull’importazione del caffè (cfr.Santino-La Fiura,1994).
 

Di: Costantino Tomasin

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