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IL PROBLEMA DEL DISCEPOLO SENZA NOME
Il quarto Vangelo Il quarto Vangelo, cosiddetto
"secondo Giovanni", è molto caro a tanti cristiani che lo
preferiscono agli altri tre. Quasi di sicuro perché fa apparire un Gesù che
largheggia in insegnamenti di grande profondità spirituale, contraddistinti
spesso da quel tono misterioso che è esclusivo delle discipline iniziatiche.
In esso è ricca la simbologia e l'uso di linguaggi pittoreschi.
Fin dall'inizio l'evangelista ha scelto di
toccare la corda del cuore con la lirica appassionata di una canto al logos,
principio ancestrale di tutto ciò che è, eterno faro di verità e di certezza
per tutti coloro che sono figli della luce. E poi c'è un episodio, che non è descritto
negli altri Vangeli, il quale basterebbe da solo a conquistare al testo
giovanneo la preferenza di una larga schiera di fedeli. Mi riferisco al
celebre miracolo avvenuto nel villaggio di Betania, dove Gesù richiamò in
vita il caro amico defunto, Lazzaro, il fratello di Marta e Maria. Il miracolo è descritto con tale
sentimento, con le sorelle trepidanti e i popolani partecipi al dolore e alla
speranza, che non poteva non suscitare un interesse particolare. E noi glie
ne dedicheremo molto, in questo scritto. Certamente
questo Vangelo è molto diverso dagli altri tre, ovverosia da quelli detti
"secondo Marco, Matteo e Luca", i quali sono definiti comunemente
"sinottici", per il fatto che le narrazioni sono spesso parallele,
quasi coincidenti nelle parole e nei periodi. Creare una quadruplice sinossi
(ovverosia uno schema in cui appaiono affiancati i brani che si assomigliano)
che comprenda anche il quarto Vangelo è estremamente difficile, perché spesso
il parallelismo si perde, i brani sono molto diversi e così anche la dinamica
degli eventi descritti. Prima di affrontare la questione che è l'oggetto
specifico di questo scritto, sarà bene esaminare alcune caratteristiche del
quarto Vangelo, la cui conoscenza permetterà di comprendere meglio aspetti e
implicazioni del problema che andremo a trattare. Personaggi sinottici e giovannei. Nei Vangeli secondo Marco, Matteo e Luca,
sono presenti elenchi dei cosiddetti dodici apostoli, che riportiamo qui di
seguito in uno schema di confronto:
Il
quarto Vangelo, al contrario, non riporta alcun elenco preciso, e si limita a
nominare i diversi apostoli nel corso della narrazione, man mano che questi
compaiono. Fin qui, naturalmente, non ci sarebbe niente di singolare, se non
dovessimo però constatare che, in realtà, alcune denominazioni sono diverse e
che in tutto si raggiungono solo otto identità. Vediamo chi sono:
Possiamo così notare che il quarto
Vangelo, oltre a non contemplare alcuni apostoli della tradizione sinottica,
ne contempla alcuni che gli sono propri. O, almeno, ha delle denominazioni
che gli sono proprie. C'è un particolare che dobbiamo aggiungere, sia di
Simone, che di Andrea, che di Filippo, si dice che provengono da Betzayda, un
villaggio sulla riva nord-orientale del Lago di Tiberiade, nel Golan. Se
vogliamo concludere la nostra breve rassegna delle discordanze nei personaggi
sinottici e in quelli giovannei, dobbiamo far notare che Marco, Matteo e Luca
contemplano altre identità assenti nel quarto Vangelo: per esempio i genitori
di Giovanni Battista, Elisabetta e Zaccaria, i due miracolati per
resurrezione, cioè la figlia di Giairo e il figlio della vedova di Nain;
mentre il testo giovanneo contempla Nicodemo, Lazzaro e le sue sorelle, Marta
e Maria, che sono assenti nei testi sinottici. A
dir la verità Luca parla di Marta e Maria, in questo episodio: "Mentre
erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo
accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale,
sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta
presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: "Signore, non
ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi
aiuti". Ma Gesù le rispose: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti
per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta
la parte migliore, che non le sarà tolta"" (Lc X, 38-42), però, noi possiamo notare che Luca, pur
nominando le due donne, non cita la località che è Betania, specificata in
altre occasioni, ed evita di precisare che esse sono le sorelle di Lazzaro,
quelle che erano presenti alla cena dell'unzione. In tal modo, mancando una
chiara caratterizzazione dei personaggi, che invece è effettuata con
esattezza e insistenza nel testo giovanneo, i nomi perdono la loro importanza
e le due figure restano avvolte in una sorta di anonimato. In pratica ci sono
nei gesti che compiono, ma è come se non ci fossero nelle identità. Del resto
anche il personaggio di Lazzaro manca completamente nei testi sinottici, e questo
fa pensare che Marco, Matteo e Luca avessero qualche motivo particolare per
omettere dal loro racconto le identità dei componenti di questa famiglia, i
quali svolgono delle funzioni di grande importanza nel quarto Vangelo. Assenza di brani nei sinottici e nel
quarto Vangelo. Possiamo adesso nominare alcuni brani di
rilievo, presenti nella tradizione sinottica, che sono totalmente assenti nel
quarto Vangelo: i quaranta giorni e le tentazioni nel deserto, l'arresto e la
morte di Giovanni Battista, l'ossesso di Cafarnao, la guarigione della
suocera di Simone, la resurrezione della figlia di Giairo, la resurrezione
del figlio della vedova di Nain, numerose guarigioni miracolose, numerose
parabole, la trasfigurazione sul monte, il fico disseccato, la questione del
tributo a Cesare, la piccola apocalisse ("non resterà pietra su
pietra"), la pronunciazione della condanna a morte a Gesù da parte
degli ebrei, l'ascensione al cielo. Mentre altri brani sono presenti nel
quarto Vangelo e assenti nei sinottici: le nozze di Cana, il paralitico in
piscina, il dialogo con la samaritana, l'adultera perdonata, la discussione
con Nicodemo, la resurrezione di Lazzaro, il lavaggio dei piedi agli
apostoli. Il primato di Pietro. Il
primato di Pietro, a cui Gesù avrebbe affidato il compito di guidare la
Chiesa con le parole: "E io
ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte
degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno
dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e
tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli" (Mt
XVI, 18-19), è completamente assente nel testo
giovanneo. Al contrario, in esso è esplicitamente mostrata la subordinazione
di Pietro rispetto ad un altro personaggio: "Ora
uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di
Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: "Dì, chi è colui a cui
si riferisce?". Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse:
"Signore, chi è?"" (Gv XIII, 23-25); "Pietro
allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello
che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato:
"Signore, chi è che ti tradisce?". Pietro dunque, vedutolo, disse a
Gesù: "Signore, e lui?". Gesù gli rispose: "Se voglio che egli
rimanga finchè io venga, che importa a te? Tu seguimi"" (Gv,
XXI, 20-22). Stiamo
già evidenziando una serie consistente di divergenze che allontanano il testo
giovanneo dagli altri tre. Con questo noi possiamo sicuramente permetterci di
ipotizzare che i Vangeli sinottici siano scaturiti dall'esigenza di esprimere
una particolare interpretazione ideologica e dottrinaria delle opere e
dell'insegnamento di Gesù. Come abbiamo visto altrove, tale interpretazione è
molto diversa da quella offerta nella letteratura giudeo-cristiana, anche se
in realtà noi non abbiamo la possibilità di leggere i testi giudeo-cristiani,
ma le informazioni che di essi possiamo avere, dalle citazioni confutatorie
presenti nelle opere dei padri della chiesa, sono già sufficienti a darci una
chiara misura delle grandi distanze che separano questo filone da quello
facente capo all'insegnamento di Paolo di Tarso, sfociato nella compilazione
del canone neotestamentario. Sebbene
il quarto Vangelo sia incluso nel canone neotestamentario, dobbiamo
riconoscere una certa quantità di divergenze che lo allontanano dagli altri
tre testi e, se avanziamo la ragionevole ipotesi che lo scritto di cui
disponiamo oggi non sia il testo integrale, come lo avrebbe redatto di prima
mano l'evangelista, possiamo riconoscere che l'ambiente in cui esso è stato
prodotto aveva presupposti ideologici e dottrinari abbastanza lontani da
quelli dell'ambiente paolino che ha generato i testi sinottici. Potremmo già
affermare che si nota nel testo giovanneo una sensibile componente gnostica,
caratteristica dell'ambiente originario che deve averlo creato, la quale,
naturalmente, sarebbe stata successivamente sottoposta ad interventi
correttivi, anche molto pesanti, atti a renderlo compatibile con la
tradizione affermatasi negli ambienti ecclesiastici. Linguaggi di stile qumraniano. Una
delle peculiarità del testo giovanneo è la terminologia che ricorre spesso ad
espressioni come figli della luce e figli delle tenebre, o
semplicemente luce e tenebre, per esprimere i concetti di bene
e male. La stessa lirica iniziale al logos contiene più volte queste
espressioni e, in seguito, troviamo passi come: "E il
giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito
le tenebre alla luce, perchè le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti
fa il male, odia la luce e non viene alla luce perchè non siano svelate le
sue opere. ]Ma chi opera la verità viene alla luce, perchè appaia chiaramente
che le sue opere sono state fatte in Dio " (Gv III, 19-21); "Di
nuovo Gesù parlò loro: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non
camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita"" (Gv VIII,
12) "Gesù
allora disse loro: "Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate
mentre avete la luce, perchè non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle
tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nella luce, per
diventare figli della luce"" (Gv XII, 35-36). Ora,
noi abbiamo visto altrove che questa terminologia è assolutamente indicativa
del linguaggio e della dottrina qumraniana, e ciò pone importanti
interrogativi sulle relazioni fra cristianesimo ed essenato.: "In una
sorgente di luce sono le origini della verità e da una fonte di tenebra le
origini dell'ingiustizia. In mano al principe delle luci è l'impero su tutti
i figli della giustizia: essi cammineranno sulle vie della luce. Ed in mano
all'angelo della tenebra è tutto l'impero sui figli dell'ingiustizia: essi
camminano sulle vie della tenebra" (Regola della Comunità III, 19). A
conclusioni del tutto analoghe possiamo arrivare se analizziamo un altro
passo del quarto Vangelo, in cui si utilizza l'immagine delle acque vive: "Gesù
le rispose: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice:
"Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti
avrebbe dato acqua viva". Gli disse la donna: "Signore, tu non hai
un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua
viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo
pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?". Rispose Gesù:
"Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua
che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò
diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna""
(Gv IV, 10-14). Da
confrontare con questo passo del Documento di Damasco, importante scritto
esseno di cui è stata rinvenuta copia nelle grotte di Qumran:
Assenza della istituzione della
eucarestia. Quando
abbiamo parlato dell'assenza nel quarto Vangelo di brani che sono presenti
nei sinottici, abbiamo trascurato un punto importante: l'istituzione della
eucarestia. Infatti si tratta di un fatto così significativo da meritare una
attenzione particolare, che gli dedicheremo adesso. Se
confrontiamo nei quattro Vangeli i brani relativi all'ultima cena, noteremo
che tutti e tre i sinottici contengono una descrizione della istituzione
della eucarestia, ovverosia del mistero della ripetizione del sacrificio di
Gesù sulla croce e, in particolare della trasformazione sovrannaturale (transustanziazione)
del pane e del vino in carne e sangue di Cristo, di cui i fedeli si cibano,
compiendo così un sacramento rituale, il cui significato è stabilito come
dogma di fede. Il
quarto Vangelo, sebbene sia estremamente più abbondante nella descrizione
dell'ultima cena, aggiungendo atti come la lavanda dei piedi e copiosi insegnamenti
che i sinottici ignorano, e occupando così uno spazio quattro o cinque volte
superiore a quello dedicato dai sinottici a questo brano (o più ancora), non
fa cenno alcuno all'istituzione dell'eucarestia. La ignora nella maniera più
completa.
Ora,
noi non possiamo fare a meno di ribadire che l'ultima cena, per una serie di
motivi che abbiamo esaminato altrove (sia la somiglianza sorprendente col
rito di apertura del pasto comunitario a Qumran, sia la datazione
dell'evento, che risulta coerente col calendario solare in uso presso la
confraternita essena e non con quello ufficiale degli ebrei di Gerusalemme)
era un banchetto ritualizzato secondo la tradizione ebraica, coerente con le
concezioni e i costumi degli intransigenti circoli messianici. In questi
ambienti, introdurre una concezione teofagica (teofagia = cibarsi del
Dio), che è peculiare di alcune religioni pagane dell'area mediterranea, e
proporre ai convitati ebrei della cena di cibarsi del sangue e della carne
del figlio di Dio, inteso come vittima scarificale, non solo sarebbe
stato blasfemo, ma letteralmente ed assolutamente impossibile. Qualcosa di
non lontano da quel famoso "abominio della desolazione", di
cui parla la Bibbia, quando descrive la profanazione del tempio con immagini
o insegne sacrileghe. Si tratta di empietà che più di una volta hanno
suscitato reazioni di violenza incontrollata da parte degli ebrei, come ci è
testimoniato dallo stesso Giuseppe Flavio. Ed
è per questo che abbiamo tutte le ragioni per insinuare molto più di un
semplice sospetto che tale irruzione di spiritualità pagana nella scenografia
di quel pasto ebraico non sia affatto il frutto della volontà di Gesù, ma
delle libere formulazioni teologiche che hanno avuto sviluppo negli ambienti
della predicazione paolina. La cronologia solare. Scrive Jean Daniélou, sacerdote cattolico
che ha avuto accesso ai manoscritti di Qumran, nel suo libro "Les
Manuscrits de la Mer Morte et les Origines du Christianisme" (Editions
de l'Orante, Paris, 1975): "...Sappiamo
che uno dei più difficili problemi dell'esegesi del Nuovo Testamento, è la
determinazione del giorno della Cena. I Sinottici la considerano un pasto
pasquale e la fissano quindi al 14 nizan (marzo-aprile) di sera. Ma per san
Giovanni, la crocifissione ebbe luogo prima della Pasqua: il Cristo è stato
dunque crocifisso nella giornata del 14 nizan ed ha istituito l'Eucaristia il
13 sera. In questo caso, la Cena non sarebbe più un pasto pasquale, e questo
contraddirebbe i Sinottici. A meno che il Cristo non avesse anticipato il
pasto pasquale. Ma come spiegarlo? Il problema sarebbe risolto se si potesse
dimostrare che in quell'epoca vi erano due date differenti per la
celebrazione della Pasqua... ...Ora,
esiste una vecchia tradizione secondo la quale il Cristo avrebbe consumato la
cena pasquale un martedì sera, sarebbe stato arrestato il mercoledì e
crocifisso il venerdì. Questa tradizione era stata fin qui quasi dimenticata. La Jaubert
ha dimostrato che le genti di Qumràn utilizzavano un antico calendario
sacerdotale di 364 giorni, che era costituito da quattro trimestri di 91
giorni, formati ciascuno da 13 settimane. Seguendo questo calendario, siccome
l'anno comporta esattamente 52 settimane, le feste cadono obbligatoriamente
lo stesso giorno del mese e della settimana. In questo calendario, la Pasqua
veniva sempre di mercoledì, e la vigilia era dunque di martedì. Così il
Cristo avrebbe celebrato la Cena alla vigilia della Pasqua secondo il
calendario esseno. Per contro, sarebbe stato crocifisso alla vigilia della Pasqua
ufficiale, che in quell'anno cadeva di sabato. Ma, una
volta scomparso e dimenticato il calendario degli Esseni, il ricordo di
questa data si è cancellato, e si è piazzata la Cena sia il mercoledì,
secondo san Giovanni, sia il giovedì. La scoperta del calendario di Qumràn
permette di restituirle la sua vera data, e per tale motivo uno degli enigmi
del Nuovo Testamento è spiegato...". Ci troviamo pertanto, ancora una volta,
davanti ad una inequivocabile indicazione che dimostra la stretta relazione
esistente fra l'ambiente originario di produzione del quarto Vangelo e la
confraternita essena che aveva dimora nel monastero di Qumran. Aggiunte e suddivisioni Il
quarto Vangelo sembra avere una duplice concusione. Infatti alla fine del
ventesimo capitolo noi possiamo leggere quanto segue: "... molti
altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati
scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù
è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo
nome." (Gv XX, 30-31). Eppure,
abbastanza sorprendentemente, il testo non si conclude a questo punto, bensì
riprende la narrazione con una terza apparizione di Gesù sul lago di
Tiberiade. Già questo fatto fa capire che il brano, molto probabilmente, è
una aggiunta successiva e l'idea appare fortemente rinforzata se esaminiamo
alcuni degli argomenti di questa parte. Infatti troviamo tre cose, due delle
quali stridono in modo abbastanza palese coi contenuti dei capitoli
precedenti, e la terza solleva importanti perplessità dal punto di vista
storico. Di
che si tratta? Innanzitutto noteremo che in questa parte vengono nominati per
la prima volta due apostoli altrimenti assenti, vengono definiti
semplicemente come "i figli di Zebedeo" (neanche Zebedeo era
mai stato nominato prima) e, per confronto coi sinottici, capiamo subito che
si tratta di Giacomo e di suo fratello Giovanni. Poi noteremo che c'è un episodio
in cui si cerca di recuperare il ruolo primario di Pietro rispetto a Gesù,
che in precedenza non era mai stato messo in evidenza. Infatti c'è un dialogo
in cui Pietro per ben tre volte risponde affermativamente alla domanda di
Gesù che gli chiede se egli gli vuole bene, e infine il maestro gli ordina:
"pasci le mie pecorelle", praticamente dichiarandolo capo
spirituale della comunità cristiana. Il
terzo fatto singolare riguarda la frase conclusiva: "Pietro
allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello
che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato:
"Signore, chi è che ti tradisce?"... Questo è il discepolo che
rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la
sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù,
che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe
a contenere i libri che si dovrebbero scrivere." (Gv XXI, 20-25), in cui si dichiara che l'autore del
Vangelo stesso è "quel discepolo che Gesù amava",
identificato dalla tradizione in uno dei due figli di Zebedeo, e precisamente
nell'apostolo Giovanni. Ora, questo fatto è contestato da molti studiosi che
mostrano le numerose contraddizioni di una identificazione di questo genere.
Per prima l'età che avrebbe dovuto avere l'evangelista, dal momento che il
quarto Vangelo è riconosciuto come un testo che ha visto la luce alla fine
del primo secolo o all'immediato inizio del secondo. Giovanni avrebbe dovuto
avere almeno novanta anni. Poi molte indicazioni storiche, fra cui una
profezia presente nello stesso Nuovo Testamento, ci indicano che Giovanni
sarebbe deceduto prematuramente come martire. Infine ci sono considerazioni
stilistiche e di contenuti: avrebbe potuto un ame-ha-aretz, cioè un
popolano ebreo incolto, pescatore semianalfabeta (o analfabeta del tutto),
iniziare a scrivere un testo in lingua greca dotta, attingendo alla filosofia
ellenica del Logos? Tutto questo ci porta con estrema chiarezza ad
intuire che il ventunesimo capitolo del quarto Vangelo non è che uno dei
pesanti interventi successivi, a cui abbiamo già accennato, atti a renderlo
compatibile con la tradizione affermatasi negli ambienti ecclesiastici
cristiani. Il testo originale non si estendeva oltre a ciò che oggi è
contenuto nei primi venti capitoli. Ora,
in aggiunta a quanto sopra, possiamo ancora notare che i primi venti capitoli
sembrano essere divisi con perfetta simmetria in due parti di dieci capitoli
ciascuna. Dal primo al decimo capitolo appare Giovanni Battista, che è un
protagonista primario di questa metà. Egli è annunciato fin dall'inizio con
le seguenti parole: "Venne
un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui."
(GV I, 6-7), ed è, per così dire, congedato da una
frase in cui si afferma che tutto ciò che egli aveva detto risponde a verità,
affinché gli altri credano: "Molti
andarono da lui e dicevano: "Giovanni non ha fatto nessun segno, ma
tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero". E in quel luogo
molti credettero in lui." (GV X, 41-42). Nella
seconda metà del Vangelo Giovanni Battista scompare completamente dalla scena
e diventano protagonisti primari persone che finora non si erano mai viste,
come Lazzaro di Betania ed un certo "discepolo che Gesù amava",
e noi vedremo in seguito che queste due individualità solo apparentemente
sono distinte. Questa personalità unica è annunciata subito all'inizio della
seconda metà, con parole che gli affidano una funzione di grande importanza,
celebrare la gloria di Dio con un evento di cui Lazzaro è protagonista: "Era
allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta
sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore
e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era
malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: Signore, ecco, il tuo amico è
malato. All'udire questo, Gesù disse: Questa malattia non è per la morte, ma
per la gloria di Dio" (Gv I, 1-4), e, con una sorprendente simmetria
strutturale rispetto alla prima metà del testo, anche questa volta abbiamo un
congedo tramite una frase in cui si afferma che tutto ciò che egli aveva
detto risponde a verità, affinché gli altri credano: "Questi
(fatti) sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il
Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome." (GV
XX, 31), ribadita anche nella conclusione aggiunta: "Questo
è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi
sappiamo che la sua testimonianza è vera." (GV XXI, 24). Tutto
questo è molto curioso, anche se destinato a rimanere abbastanza oscuro.
Certamente noi comprendiamo che all'interno del quarto Vangelo, nelle sue
parole e nelle sue architetture, sono celati significati che il suo autore
voleva trasmettere e che sono comprensibili solamente attraverso una analisi
molto approfondita e, talvolta, solo da un lettore in possesso di certe chiavi
interpretative. L'attribuzione della paternità del
quarto Vangelo Abbiamo
già parlato del fatto che la tradizione attribuisce questo testo all'apostolo
Giovanni, ma abbiamo anche detto che molte ragionevoli obiezioni mostrano la
consistente improbabilità di questa attribuzione, quasi una evidente
impossibilità. Giovanni sarebbe stato giustiziato insieme al fratello
Giacomo: "Allora
gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli, e si prostrò
per chiedergli qualcosa. Egli le disse: "Che cosa vuoi?". Gli
rispose: "Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno
alla tua sinistra nel tuo regno". Rispose Gesù: "Voi non sapete
quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?". Gli
dicono: "Lo possiamo". Ed egli soggiunse: "Il mio calice lo
berrete..."" (Mt XX, 20-23) [si noti che Gesù usa l'espressione
"bere questo calice" con riferimento al proprio martirio], "...secondo
non pochi moderni sarebbe stato martirizzato nel 41-44 d.C., insieme con il
fratello Giacomo, da Erode Agrippa I. L'affermazione si basa su due testi,
uno di Filippo Sidete (430 ca.) e l'altro di Giorgio Hamartolos o Peccatore,
sec. IX, che citano la notizia dal Secondo Libro o Discorso di Papia..."
(Grande Dizionario Enciclopedico UTET a cura di P.Fedele, voce
"Giovanni, apostolo"). In realtà, se fosse stato chiaro fin dal
primo momento che questo testo era stato scritto da un discepolo così
importante come Giovanni (a cui Gesù, sempre secondo l'interpretazione
tradizionale, con la quale non concordiamo, avrebbe addirittura affidato la
madre Maria, affinché egli la prendesse nella propria casa) non si capisce
perché a suo tempo ci siano state tante resistenze contro l'inclusione di
tale autorevole scritto nel canone neotestamentario e perché sia stato così
controverso il dibattito che si è concluso con la decisione di affiancarlo ai
tre Vangeli sinottici. In effetti, al tempo di questo dibattito, il
presbitero di Roma Gaio respingeva questo scritto affermando che l'autore era
un maestro gnostico dell'Asia minore, un certo Cerinto. Più tardi, quando
l'opera giovannea fu accettata ed inserita nel canone, l'obiezione di Gaio fu
superata affermando che Cerinto si era disonestamente attribuita la paternità
di scritture di cui, invece, era autore Giovanni. Ora, noi non possiamo sapere con certezza
chi sia stato l'autore della forma originaria di quel testo che oggi ci si
presenta come il quarto Vangelo, né convalidare l'eventuale attribuzione a
Cerinto. Però è certa una cosa: che il quarto Vangelo non è stato scritto
dall'apostolo Giovanni, e che la sua origine è da cercare in una comunità
gnostica dell'Asia minore. Il discepolo senza nome Come abbiamo già visto, uno dei personaggi
di questo scritto, diciamo pure un protagonista di rilievo, non è mai
chiamato per nome ma è caratterizzato solo dall'espressione "il
discepolo che Gesù amava". Egli, definito in questo modo, compare
solo nella seconda metà del Vangelo. Vediamo in quali occasioni: "Dette
queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: "In verità, in
verità vi dico: uno di voi mi tradirà". I discepoli si guardarono gli
uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che
Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un
cenno e gli disse: "Dì, chi è colui a cui si riferisce?". Ed egli
reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: "Signore, chi è?""
(Gv XIII, 21-25), "Intanto
Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo
era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del
sommo sacerdote; Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora
quell'altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla
portinaia e fece entrare anche Pietro" (Gv XVIII, 15-16), "Stavano
presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e
Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il
discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo
figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!". E da
quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv XIX, 25-27), "Nel
giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino,
quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù
amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non
sappiamo dove l'hanno posto!"" (Gv XX, 1-2), "Quando
già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano
accorti che era Gesù. Gesù disse loro: "Figlioli, non avete nulla da
mangiare?". Gli risposero: "No". Allora disse loro:
"Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La
gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora
quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "E` il Signore!".
Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il
camiciotto, poichè era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli
invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non
erano lontani da terra se non un centinaio di metri" (Gv XXI, 4-8), "Pietro
allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello
che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato:
"Signore, chi è che ti tradisce?". Pietro dunque, vedutolo, disse a
Gesù: "Signore, e lui?". Gesù gli rispose: "Se voglio che egli
rimanga finchè io venga, che importa a te? Tu seguimi". Si diffuse
perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però
non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: "Se voglio che rimanga
finchè io venga, che importa a te?". Questo è il discepolo che rende
testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua
testimonianza è vera" (Gv XXI, 20-24). Perché
l'evangelista avrebbe avuto la necessità di lasciare anonimo questo
personaggio? Si tratta di un fatto singolare, che non ha simili nel Nuovo
Testamento, ogni qual volta si parla di figure di grande rilievo ed
importanza. Noi siamo pertanto indotti a sospettare che si tratti di un
espediente finalizzato a nascondere la vera identità di un personaggio che
sarebbe stato molto pericoloso per l'interpretazione neocristiana del ruolo
storico di Gesù, il quale, dalla predicazione paolina, era stato reso
totalmente estraneo ad ogni coinvolgimento col messianismo degli ebrei. Nella
seconda delle citazioni che abbiamo appena visto, questo discepolo anonimo è
caratterizzato da un altro fatto, che può fornirci elementi utili alla
discussione sulla sua identità. Di lui viene detto che era noto al sommo
sacerdote, al punto da poter entrare nel cortile in cui era stato portato
Gesù arrestato, in quella circostanza tutt'altro che tranquilla e ordinaria,
e da poter fare entrare anche Simon Pietro, che alle guardie era totalmente
sconosciuto. Ora, un eventuale Giovanni apostolo, autore di un Vangelo nato
alla fine del secolo, pertanto molto giovane al tempo degli eventi in
questione, per di più popolano incolto proveniente dalle regioni
settentrionali della Palestina, non poteva essere certamente un uomo
conosciuto dal sinedrio e fidato al sommo sacerdote. Il personaggio, invece,
doveva essere una persona che risiedeva nell'area di Gerusalemme, che non
fosse proprio un adolescente e che avesse un'autorità tale da meritare questi
privilegi. Egli era introdotto negli ambienti altolocati della società
gerosolimitana. A meno che, naturalmente, la notizia offerta dal quarto
Vangelo non sia completamente fantasiosa. La contraffazione delle identità Nel
paragrafo precedente abbiamo accennato a espedienti finalizzati a nascondere
la vera identità del personaggio. Adesso dobbiamo precisare che una
operazione di questo genere, ovverosia la contraffazione dell'identità di una
figura della narrazione evangelica, è estremamente comune e riguarda quasi
tutti i più importanti personaggi. Tutte le volte che si evidenzia questo
procedimento è facile rendersi conto che lo scopo dell'evangelista è sempre
lo stesso: lo potremmo definire "intento di spoliticizzazione",
e riguarda il fatto di purgare i personaggi da ogni caratteristica che possa
farli riconoscere come individui coinvolti nella lotta messianica (ovverosia
nella causa sostenuta dalle sette esseno-zelote). Lo possiamo notare nelle
interpretazioni scorrette che sono state fornite a certi attributi associati
ai personaggi; per esempio cananaios inteso come cananeo,
quando invece deriva dall'ebraico qan'ana che significa zelota,
patriota; oppure bar Jona, proditoriamente sdoppiato in due
parole, per farlo apparire come figlio di Giona, mentre i manoscritti
originali recitano barjona, che è un altro termine ebraico che indica
gli zeloti. Anche il titolo Nazareno, che riguarda Gesù, è soggetto a
una contraffazione del suo significato, poiché non ha riferimento alla città
di Nazareth, ma è un titolo religioso e/o settario. Se eseguiamo una indagine approfondita,
finalizzata alla individuazione dei diversi procedimenti di contraffazione
delle identità, giungiamo inequivocabilmente a riconoscere che molti
personaggi hanno subito anche degli sdoppiamenti (compaiono più di una volta
con nomi diversi e quindi sembrano due persone distinte); ed inoltre
scopriamo che molti dei cosiddetti apostoli sono zeloti, e che spesso sono
anche membri della famiglia di Gesù: suoi fratelli. La redazione evangelica è
pervasa dall'intento di trasformare in semplici apostoli i fratelli
zeloti di Gesù. Noi vedremo in seguito un meccanismo simile, che avrebbe
sdoppiato Lazzaro facendolo diventare anche "il discepolo che Gesù
amava", e che avrebbe sdoppiato la sorella di Lazzaro, Maria di
Betania, facendola diventare anche Maria Maddalena. Ma ci sono altri casi
clamorosi che non possiamo esaminare in questa sede per motivi di spazio, che
riguardano Maria madre di Gesù e Maria di Cleofa; nonché Tommaso e Taddeo (si
tratta di soprannomi, il vero nome sarebbe Giuda); Simone fratello di Andrea
e Simone lo zelota (si tratterebbe di Simone detto Cefa = pietra, o Barjona =
brigante, fuorilegge); Giuseppe il padre di Gesù e Alfeo/Cleofa (si
tratterebbe del padre comune a molti degli apostoli/fratelli di Gesù). Lazzaro, non Giovanni, come discepolo
che Gesù amava Ed
eccoci finalmente, dopo una serie di considerazioni utili e necessarie ma pur
sempre preliminari, ad affrontare l'argomento specifico di questo articolo.
Inizieremo leggendo un passo del quarto Vangelo, proprio quello con cui si
apre la seconda metà: "Era
allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta
sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore
e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era
malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: "Signore, ecco, il tuo
amico è malato"" (Gv XI, 1-3; Vangelo e Atti degli Apostoli,
versione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, Edizioni Paoline,
1982) Concentriamo
la nostra attenzione sull'ultima frase: "Signore, ecco, il tuo amico
è malato". Se osserviamo il testo greco noteremo che esso recita
così: "Kirie,
ide, on fileiV asqenei" in cui
l'espressione "on fileiV" significa
"colui che ami", non "il tuo amico", e la
frase completa deve essere letta come segue: "Signore, ecco, colui
che ami è malato". Anche l'antico testo latino recita "Domine,
ecce quem amas infirmatur"
Perché molte traduzioni moderne tendono ad
ammorbidire il significato di quella frase trasformando il verbo amare
nel sostantivo amico? La risposta è semplice: perché, sempre nel
vangelo di Giovanni, c'è un personaggio indicato insistentemente come "colui
che Gesù ama" che in questo modo può essere identificato subito come
Lazzaro di Betania. Come si noterà, nel passo "Signore, ecco, colui
che ami è malato" sembra che il messaggero non abbia alcuna necessità
di specificare esattamente il nome del personaggio affinché Gesù capisca di
chi si sta parlando: colui che Gesù ama è Lazzaro. Ora, non c'è nessuna
circostanza in tutto il Nuovo Testamento in cui sia così esplicitamente
dichiarato l'amore di Gesù per qualche altra individualità particolare,
se non nei confronti di Lazzaro e... del discepolo che Gesù amava.
Ovviamente la traduzione ritoccata sembra il frutto dell'intenzione di
impedire che sorga spontanea l'associazione palese fra Lazzaro e il discepolo
amato.
Quando
mai, in tutto il Nuovo Testamento, si dice dell'apostolo Giovanni che Gesù lo
amasse in modo particolare? Perché dunque la tradizione ha identificato il
discepolo amato nell'apostolo Giovanni? Perché gli ha attribuito la paternità
del quarto Vangelo? Perché tutto ciò, a dispetto di alcune palesi evidenze
(come quella relativa al fatto che tale discepolo sarebbe stato noto al sommo
sacerdote) che mostrano l'inconsistenza di questa identificazione e di questa
paternità? Perché le cattive traduzioni? Perché l'aggiunta di una seconda
conclusione? Lazzaro censurato dai Vangeli sinottici Noi possiamo facilmente renderci conto che
la tradizione, dopo che il quarto Vangelo fu introdotto nel canone, aveva
qualche importante ragione per nascondere la vera identità storica di
Lazzaro, e con lui di tutta la sua famiglia. Infatti i tre sinottici
hanno eliminato questa famiglia e, soprattutto, hanno completamente eliminato
il miracolo della resurrezione di Betania. Marco e Matteo hanno fatto piazza
pulita della famiglia di Betania, mentre abbiamo visto che l'unica menzione
che Luca fa di Marta e Maria non consente di identificarle come sorelle di
Lazzaro, né di collocare geograficamente la loro abitazione, lasciandole così
in una posizione di semplici comparse, su uno sfondo volutamente indefinito. Quando poi i sinottici parlano della
unzione di Gesù, durante la cena di Betania, essi si sforzano con ogni mezzo
di "potare" l'episodio da ogni elemento che possa indicare
l'identità dei personaggi. Mentre il quarto Vangelo nomina Lazzaro e dice che
era uno dei commensali, dice che Marta era impegnata a servire a tavola
(evidentemente la casa era proprio quella di Lazzaro e delle sorelle), dice chiaramente
che Maria fu colei che portò il vaso di alabastro con l'essenza di nardo ed
eseguì l'unzione, i sinottici hanno reso tutti anonimi e Luca ha addirittura
attribuito il gesto a Maria Maddalena, invece che a Maria di Betania, mentre
Marco e Matteo lo fanno eseguire ad "una donna". Quale ragione al mondo avevano gli autori
sinottici per effettuare una censura così sistematica e per dimenticare la
resurrezione di Lazzaro? Noi non possiamo fare altro che pensare che queste
personalità fossero pericolose per l'interpretazione offerta dai seguaci di
Paolo del ruolo storico di Gesù, dopo che egli era stato trasformato in un
salvatore simile al Soter dei greci e al Saoshyant dei persiani, ovverosia un
maestro spirituale che non doveva avere più niente a che fare col Messia di
Israele dei Manoscritti del Mar Morto, l'aspirante re dei Giudei che era
stato giustiziato dal procuratore Pilato. Noi abbiamo senz'altro una buona ragione
per credere che, se gli evangelisti erano così interessati a
"ripulire" i Vangeli da ogni collegamento con la lotta messianica
degli esseni e degli zeloti, tutte le personalità che sono state sottoposte a
severa censura hanno avuto probabilmente un ruolo in qualche movimento
messianico. Questa è la prima solida indicazione che ci permette, se non
altro, di domandarci se il Lazzaro del quarto Vangelo non sia stato un
rappresentante ben conosciuto del patriottismo religioso dei messianisti. Gesù come parente di Lazzaro Betania
era un villaggio a poco meno di un'ora di cammino da Gerusalemme, sul
versante est del monte degli ulivi. Al suo posto oggi troviamo Al' Ayzariyah,
una cittadina palestinese il cui cielo è riempito dal canto dei muezzin.
Ma vi possiamo trovare anche molte chiese
cristiane e, in prossimità di una di queste, proprio sul ciglio della strada,
si apre la bocca di uno stretto e scuro budello che precipita in ripida
discesa, per una decina di metri, nelle viscere della terra. Un cartello
redatto con mezzi di fortuna avverte "Lazarus' tomb", ma il tutto
ha l'aspetto vano di una acchiapperella per turisti ingenui. Qual'era l'importanza del villaggio di
Betania per Gesù? "...uscì
fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte. La mattina dopo,
mentre rientrava in città..." (Mt XXI, 17-18) "...ed
entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno,
essendo ormai l'ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània. La mattina
seguente, mentre uscivano da Betània..." (Mc XI, 11-12). Come
possiamo notare, Gesù doveva conoscere nel paese delle persone che gli erano
molto vicine, dal momento che costoro gli offrivano una dimora per
trascorrere la notte. Di chi altri poteva trattarsi se non della famiglia di
Lazzaro? Di chi se non degli stessi che, proprio in quei brevi giorni prima
dell'arresto, avevano organizzato un banchetto solenne in suo onore, nel
quale le stesse Marta e Maria svolgevano il ruolo di inservienti? Sarà
bene meditare attentamente su un fatto assai significativo: gli evangelisti
sinottici hanno dunque ritenuto opportuno di cancellare dai loro racconti la
memoria di queste persone fondamentali nella vita di Gesù. Non possiamo
passare con indifferenza su questa constatazione. Adesso
ricorderemo che un Vangelo gnostico ritrovato casualmente, nel 1945, fra le
sabbie di Nag Hammadi (Egitto), una copia in lingua copta di un testo che
risale al secondo secolo, detto Vangelo di Filippo, così recita in due versi
distinti: "Erano
tre che andavano sempre con il Signore: sua madre Maria, sua sorella e la
Maddalena che è detta sua consorte. Infatti si chiamavano Maria sua sorella,
sua madre e la sua consorte" (Vangelo di Filippo, 32), "...la
consorte di Cristo è Maria Maddalena..." (idem, 55), così commenta la studioso italiano
Marcello Craveri, curatore della edizione Einaudi (Torino, 1969) del Vangeli
Apocrifi: "...la
tradizione che Gesù avesse una sorella di nome Maria è anche in Epifanio (Adv
Haeres. 78,8) e in altri apocrifi. Quanto ad un legame affettivo tra Gesù
e Maria Maddalena, confusa con Maria di Betania, vi sono altre testimonianze
apocrife..."; e ancora: "...
[Maria Maddalena] ... non avendo fatto alla tomba del Signore quanto
solevano fare le donne per i morti da loro amati, prese con se le amiche e
andò alla tomba dove era stato posto" (Vangelo di Pietro XII,
50-51); e infine: "...la
liturgia latina, diversamente da quella greca, identifica questa Maria
Maddalena con Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro, e con la
peccatrice anonima di cui parla Luca festeggiandola il 22 luglio..."
(Dizionario Enciclopedico UTET, a cura di P. Fedele, voce "Maria
Maddalena") Esistono
dunque tradizioni extracanoniche secondo le quali Maria Maddalena, intercambiabile
con Maria di Betania, sarebbe stata la moglie di Gesù. Tutto ciò è rafforzato
da altre tradizioni dell'alto medio evo che hanno a che fare col cosiddetto
Santo Graal. Di quest'ultimo sono state raccontate le cose più straordinarie:
si sarebbe trattato del calice dell'ultima cena, nella quale Giuseppe di
Arimatea avrebbe raccolto addirittura il sangue di Gesù che colava dalla
croce, per poi conservarlo nei secoli; avrebbe posseduto proprietà
sovrannaturali; sarebbe stato al centro di una ricerca spasmodica, che
ricorda quella del vello d'oro, dell'arca santa, della spada magica di
excalibur, ecc... Al di là di tutte queste cose affascinanti, è molto più
probabile che il significato di questa tradizione della coppa sia legato a
questioni dinastiche che hanno caratterizzato la vita politica del primo
millennio d.C., e forse anche dopo. Capisco
che ancora il lettore non veda il legame con la questione relativa a Maria
Maddalena, ma sarà presto chiarito. Il fatto è che, se Gesù era l'aspirante
re dei Giudei (così recitava l'iscrizione posta dai romani sulla croce come
capo d'accusa) e se, come tutti i rabbì di Israele, rispettava la
legge secondo cui un rabbì non poteva essere celibe ["E subito
si avvicinò a Gesù e disse: "Salve, Rabbì!"" (Mt XXVI,
49)] ed era sposato con Maria Maddalena/di Betania, noi possiamo immaginare
che avesse avuto dei figli e che questi vantassero, come il padre, figlio
di Davide, una discendenza regale. Ora, per quanto la cosa possa essere
considerata leggendaria, e magari lo è realmente, si dice che Maria Maddalena
si sia rifugiata nella Francia meridionale, presso una grossa comunità della
diaspora ebraica, e che alcuni secoli dopo i regnanti Merovingi, vantando di
essersi imparentati con un discendente di Cristo, rivendicavano un diritto
dinastico (per avere nelle proprie vene sangue della famiglia di Davide) sul
Sacro Romano Impero. Questo filone dinastico, cioè di sangue regale, è al
centro della questione del Santo Graal: in lingua provenzale antica (la
famosa laguedoc della Francia meridionale) sangue reale si dice sang
raal, che fa presto a diventare San Graal. Dunque il Santo Graal
non è tanto la coppa fisica in cui sarebbe stato raccolto il sangue di Gesù,
ma è il sangue della stirpe di Davide inteso come linea dinastica, che
implica un diritto di sovranità. Si tratta di una affascinante e misteriosa
questione in cui politica e religione si intrecciano intimamente e a noi, in
questa sede, non importa sapere quanto ci sia di vero, ma semplicemente
constatare che esistevano delle tradizioni il cui punto di partenza era il
fatto che Gesù sarebbe stato sposato con Maria Maddalena/di Betania. Forse il motivo per cui gli autori
sinottici hanno ritenuto opportuno di eliminare i componenti di questa
famiglia o di contraffarne le identità, e per cui il quarto Vangelo ha
incontrato tante difficoltà ad essere incluso nel canone, comincia ad emergere
da un oscuro oceano di misteri. E Lazzaro comincia ad apparire come il
cognato di Gesù. Maria Maddalena, controfigura di Maria
la sorella di Lazzaro Ma
sono proprio spariti i componenti della famiglia di Betania dai racconti
sinottici? Niente affatto. Essi compaiono spesso, ma con identità mascherate.
E, del resto, anche i componenti della famiglia di Gesù, suo padre, sua
madre, i suoi fratelli, compaiono con identità ritoccate; questi ultimi, per
esempio, attraverso cambiamenti di nomi, di paternità, e addirittura
sdoppiamenti, formano alcuni di quelli che conosciamo come apostoli. Naturalmente
non era possibile sopprimere del tutto alcuni personaggi così importanti, ed
ecco che la tradizione sinottica ha creato una controfigura della sorella di
Lazzaro e l'ha chiamata Maria Maddalena, tant'è vero che quando Luca ci parla
del banchetto di Betania ci dice che l'autrice del gesto di unzione fu Maria
Maddalena, la peccatrice da cui erano usciti sette demoni. E'
proprio vero che il quarto Vangelo aveva portato una lunga serie di pasticci
dopo la sua introduzione nel canone: come si poteva, per esempio, conciliare
il banchetto secondo Luca con quello secondo Giovanni? Quest'ultimo infatti
ci dice così chiaramente che la donna dell'unzione era Maria, la sorella di
Lazzaro, mentre il primo lascia intravedere l'identità di Maria Maddalena. - Niente di male - hanno pensato gli
interpreti - deve trattarsi per forza di due episodi distinti -. A questo
modo sembra che, quando Gesù si spostava per la Palestina e veniva ospitato
ad una cena, arrivassero di solito delle donne che, a dispetto della loro
modestia, era proprietarie di una ricchezza smisurata, ovverosia di un vaso
di alabastro contenente una libbra di olio di nardo, del valore di trecento
denari, e che tali donne si divertissero abitualmente a rovesciare il profumo
in testa a Gesù e sui suoi piedi, asciugandoli poi coi propri capelli. Altro
che anonima donna col vasetto di profumo! Maria, consorte
dell'aspirante Messia di Israele, aveva portato l'olio della unzione
messianica affinché il marito fosse dichiarato nella sua dignità regale di
fronte al popolo di Gerusalemme. Ora forse possiamo anche comprendere
perché... "...stavano
presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e
Maria di Màgdala" (Gv XIX, 25), e allora Gesù... "... vedendo
la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre:
"Donna, ecco il tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco la
tua madre!". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa
" (Gv XIX, 26-27), c'era una vera e propria riunione di
famiglia intorno alla croce, madre, moglie, cognato. Ed è abbastanza logico
che Gesù abbia affidato la madre a quei parenti cari presso i quali la donna
era già solita dimorare quando si trovava in Giudea. La controfigura sinottica dello stesso
Lazzaro Ovviamente
sorge la domanda se gli autori sinottici, dopo avere controfigurato Maria la
sorella di Lazzaro, non abbiano creato una immagine controfigurata anche per
lo stesso Lazzaro. A questo proposito è necessario elencare i miracoli di
resurrezione presenti nelle narrazioni evangeliche e sottoporli ad un
confronto analitico:
Ora,
noi possiamo osservare che qualsiasi racconto è costituito da almeno due
componenti strutturali: la successione degli eventi (che noi chiameremo in
questa sede "architettura dinamica") e i parametri statici,
ovverosia nomi di personaggi e località (che noi chiameremo
"architettura statica"). Com'è facile capire, se due racconti hanno
grandi somiglianze sia nell'architettura statica che in quella dinamica,
chiunque può giungere alla logica conclusione che si tratta dello stesso
racconto. Se invece una sola delle due architetture corrisponde nei racconti,
possiamo ancora pensare che si tratti dello stessa cosa? Ovviamente la
risposta è molto più positiva se la somiglianza si verifica nell'architettura
dinamica che non in quella statica; infatti, se i personaggi e le località
hanno nomi somiglianti, ma gli eventi sono completamente diversi, è
impossibile credere che si tratti dello stesso racconto. L'anima di un
racconto sono i fatti, non i nomi. Se, invece, si hanno architetture
dinamiche somiglianti ma diverse architetture statiche, ovverosia personaggi
con nomi diversi, in luoghi diversi, che danno luogo alla stesso concatenarsi
di eventi, allora è facile pensare che ci sia stato solo un cambiamento nei
nomi, ma che si stia parlando dello stesso racconto. Questo processo della riutilizzazione di
un racconto, previo mutamento della sola architettura statica, si verifica
spesso nella letteratura antica e, in particolar modo, religiosa. Molte
leggende sumere si trovano nella Bibbia con personaggi cambiati, trasformati
ora in Adamo ed Eva, ora in Noé (il Ziusudra dei sumeri e l'Uta-Napishtim dei
babilonesi), così come il Mosè della Bibbia ripercorre nel racconto della sua
nascita gli stessi eventi che riguardano Sargon di Accad ["Io sono
Sargon, il re possente, il re dal dominio universale, il re di Agade. Un'umile
madre mi generò in segreto, mi mise in un cesto di giunchi e con bitume ne
sigillò il coperchio; mi gettò nel fiume, che però non mi sommerse, ma mi
sostenne e mi portò da Akki, l'acquaiolo; questi mi allevò come suo figlio"
(tratto da A.Caocci, Conoscere per capire la storia, Mursia, Milano 1981)].
Lo stesso Gesù Cristo dei Vangeli riproduce cliché narrativi che gli
preesistono: "...la volontà dei Deva fu compiuta; tu concepisti nella
purezza del cuore e dell'amore divino. Vergine e madre, salve! Nascerà da te
un figlio e sarà il Salvatore del mondo [Krishna, n.d.a.]. Ma fuggi,
poiché il re Kansa ti cerca per farti morire col tenero frutto che rechi nel
seno. I nostri fratelli ti guideranno dai pastori, che stanno alle falde del
monte Meru... ivi darai al mondo il figlio divino..." (E.Shurè, I
grandi Iniziati, Bari, 1941). Adesso,
se confrontiamo i miracoli della resurrezione della figlia di Giairo e della
resurrezione del figlio della vedova di Nain, ci accorgiamo che abbiamo
differenze sostanziali tanto nell'architettura dinamica quanto in quella
statica, evidentemente si tratta di riferimenti originali totalmente
indipendenti l'uno dall'altro. Del resto sarebbe stato assurdo che Luca
ripetesse nello stesso Vangelo lo stesso episodio, cambiandone i personaggi. A
conclusioni completamente diverse possiamo giungere se confrontiamo il
miracolo di resurrezione che è comune a tutti i sinottici con quello che è
caratteristico del quarto Vangelo:
Osserviamo
un fatto che è sorprendente: i due racconti hanno esattamente la stessa
architettura dinamica e sono intercambiabili l'uno con l'altro mediante una
semplice correzione dei parametri statici. E' la situazione esemplare che si
verifica tutte le volte che abbiamo un innesto (come nei casi sopra osservati
relativi a Mosè e a Gesù Cristo), oppure quando ci si riferisce allo stesso
evento, ma se ne vogliono mascherare i protagonisti. La
figlia di Giairo non è che la controfigura di Lazzaro. Gli autori sinottici,
coerentemente con quello che abbiamo già visto, non volevano evidenziare
l'identità di questi personaggio, ma non hanno potuto rinunciare a questo
miracolo di resurrezione e ne hanno alterato l'architettura statica. La resurrezione e la rinascita Del significato spirituale nascosto dietro
le apparenze dei racconti evangelici non è possibile capire molto, sinché si
parte dal presupposto che si tratti di cronache lineari di fatti accaduti
così come sono narrati. Nel capitolo "premesse per l'analisi storica del
racconto evangelico" abbiamo già accennato alla necessità di una seria
analisi di tutti i racconti relativi ai cosiddetti miracoli, e al fatto che
spesso occorre essere in possesso di chiavi interpretative che presuppongono
una conoscenza di linguaggi simbolici e, talvolta, di espressioni
iniziatiche. Abbiamo visto che il raggiungimento di
quella che in oriente è chiamata illuminazione spirituale diventa
spesso, nel linguaggio evangelico, una rinascita (vedi il dialogo con
Nicodemo - Gv III, 3-8) o il passaggio dalla condizione di morte a
quella di vita, cioè una resurrezione. Ricordiamo a questo
proposito le molte frasi come "Non è un Dio dei morti ma dei viventi"
(Mc XII, 27), "Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti"
(Mt III,22), e le esplicite dichiarazioni che troviamo nei Vangeli gnostici
sul significato della resurrezione: "Coloro
che dicono che il Signore prima è morto e poi è risuscitato, si sbagliano,
perché egli prima è risuscitato e poi è morto. Se uno non consegue prima la
resurrezione non morirà, perché, come è vero che Dio vive, egli sarà già
morto" (Vang. Di Filippo, 21), "Mentre
siamo in questo mondo, è necessario per noi acquistare la resurrezione,
cosicché, quando ci spogliamo della carne, possiamo essere trovati nella
Quiete" (Vang. Di Filippo, 63). Assai
spesso, nelle confraternite spirituali, il discepolo riceveva dal maestro un
tipo di iniziazione che era strutturata cerimonialmente come una
resurrezione. Veniva simulata in tutto e per tutto una scenografia funebre:
l'adepto poteva essere avvolto in un panno funebre, poteva essere posto
all'interno di una cripta, poteva trascorrervi tre giorni nel buio e nel
silenzio, senza bere e senza mangiare (ma si trattava in realtà di non più di
36 ore, perché veniva seppellito la sera del primo giorno e riesumato
all'alba del terzo giorno). Ciò era comune in Egitto, come in Palestina, in
Caldea, in Persia, in India. In alcuni circoli iniziatici orientali, ancor
oggi la morte e la resurrezione non sono semplici esteriorità
liturgiche, ma complesse e pericolose acrobazie associate ad uno stato di
profonda catalessi e ad uno straordinario abbassamento del metabolismo
basale, documentato anche dagli scienziati (vedi il khechari mudra
degli yogi tantrici, che prevede il seppellimento reale dell'adepto sotto uno
spesso strato di terra). Senza
azzardarsi a sostenere che Gesù fosse un maestro di questi esercizi di
funambolismo fisiologico, possiamo senza dubbio pensare che la cosiddetta
resurrezione di Lazzaro fosse una cerimonia di iniziazione come quelle che
dovevano essere normali all'interno della confraternita essena, riservate
agli adepti avanzati. Eleazar ben Jair Durante
la orribile guerra che insanguinò la Palestina, negli anni dal 66 al 70,
indicibili catastrofi si abbatterono sugli ebrei. Gamla, nel Golan, che aveva
dati i natali ai principali esponenti della lotta zelotica, fu assediata e
distrutta e tutti i suoi abitanti morirono trucidati o suicidi essi stessi,
gettandosi spontaneamente nel precipizio che affiancava la città. Nel 70 la
stessa Gerusalemme, dopo un lunghissimo e tremendo assedio, cadde sotto il
ferro e il fuoco delle legioni di Tito e il tempio fu profanato e
saccheggiato. Un paio di anni prima, lo stesso monastero di Qumran, l'eremo
nella simbolica "terra di Damasco" degli esseni, presso le
rive nord occidentali del Mar Morto, fu distrutto dalle legioni di
Vespasiano, durante la marcia da Gerico a Gerusalemme. Qualche tempo prima i
confratelli, intuendo l'imminenza di questo pericolo, avevano nascosto le
loro scritture nelle grotte sulle scarpate sovrastanti, nella speranza che,
in un futuro mai giunto, essi potessero riappropriarsene. I più irriducibili
membri della confraternita evitarono di disperdersi e, sfruttando una lacuna
nell'organizzazione tattica dei romani, all'indomani della caduta di
Gerusalemme, si impadronirono della fortezza di Masada, sempre sulla riva
occidentale del Mar Morto, a sud di Qumran [vedi nel viaggio fotografico le
numerose fotografie di Masada]. Furono un migliaio coloro che la abitarono
per ben tre anni e la difesero a oltranza, sotto uno stretto assedio romano,
prima di essere a loro volta sconfitti. Anche questa volta si ebbe un tipico
esempio di martirio zelotico: tutti si dettero la morte, nell'imminenza dell'arrivo
dei legionari, e costoro non trovarono che cadaveri ad attenderli.
Giuseppe Flavio ci ha trasmesso il
discorso che questo Lazzaro avrebbe pronunciato a Masada, ai suoi seguaci,
per convincerli che l'unica cosa da fare, di fronte alla prospettiva della
sconfitta, era quella di togliersi la vita. Non credo che sia facile
convincere un migliaio di persone a suicidarsi tutte insieme. Ma se la
circostanza è quella che i romani stanno per arrampicarsi sulla montagna da
cui non è possibile fuggire, se il capo ha un grande ascendente spirituale,
com'è caratteristico di un autorevole maestro, e se i seguaci sono dei
fanatici fedeli degli ideali religiosi esseno-zeloti, allora una cosa del
genere può diventare possibile. Il discorso ha l'aria di un sermone
iniziatico degno di una disciplina orientale, né mancano espliciti
riferimenti alla religiosità dell'oriente, con l'elogio degli indiani che
accolgono la morte come una liberazione per l'anima: "...la morte,
infatti, donando la libertà alle anime, fa sì che esse possano raggiungere
quel luogo di purezza che è la loro sede propria, dove andranno esenti da
ogni calamità, mente finché sono prigioniere di un corpo mortale, schiacciate
sotto il peso dei suoi malanni, allora sì che esse son morte, se vogliamo
dire il vero; infatti il divino mal s'adatta a coesistere col mortale... comunque,
se volessimo ricevere una conferma attingendola dagli stranieri, guardiamo
agli indiani, che seguono i dettami della filosofia... essi salgono su un
rogo, perché l'anima si separi dal corpo nel massimo stato di purezza, e
muoiono circondati da un coro di elogi..." (Giuseppe Flavio, Guerra
Giudaica, VII, 8). Evidentemente non è così inverosimile pensare, come alcuni
studiosi sostengono, che le idee della confraternita essena fossero
influenzate da elementi di spiritualità indo-buddista, oltreché
iranico-caldea. Lazzaro dei Vangeli e Lazzaro di Masada Quando
abbiamo detto che la resurrezione di Lazzaro e quella della figlia di Giairo
sono le due versioni parallele, una giovannea e l'altra sinottica,
dell'iniziazione superiore ricevuta dal discepolo amato da Gesù, abbiamo
detto che gli autori sinottici hanno operato alcuni cambiamenti, nei
parametri statici dell'episodio, per mascherare le identità dei personaggi.
Lazzaro ha cambiato età e sesso, è diventato una ragazza. Il cambiamento è
abbastanza radicale da rendere assai difficile, se non impossibile, il
riconoscimento della persona. Forse non è cambiato il nome del padre, ed è
rimasto quello originale: Giairo. Se così è dobbiamo pensare che Lazzaro
fosse figlio di un certo Giairo. Ovverosia che egli fosse... Eleazar ben
Jair. Ora,
questa ipotesi non può certo essere dimostrata nel senso proprio del termine,
ma a suo sostegno si possono elencare diverse somiglianze fra il Lazzaro del
Vangelo e quello che fu la guida di Masada. A - entrambi erano coinvolti nel movimento
messianico. Infatti il Lazzaro dei Vangeli sarebbe stato fortemente censurato
dagli autori sinottici, proprio perché l'impegno principale di costoro era
quello di tenere Gesù e il suo intorno ben lontano da ogni coinvolgimento
nella lotta messianica. Il Lazzaro di Masada... beh, la sua storia parla
chiaro. B
- entrambi erano parenti di Gesù. Come abbiamo visto sopra. C
- entrambi erano figli di un certo Giairo. D
- entrambi erano depositari di una speciale iniziazione essena riguardante il
senso della morte. E
con questo credo che sia giunto il momento di chiudere questa trattazione sul
problema del discepolo che Gesù amava. La quale lascerà aperti tantissimi quesiti,
ma avrà senz'altro mostrato che i Vangeli devono essere letti con molta
attenzione. |
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