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Commento agli estratti dai NOTA 1 - Si può notare,
in questi primi passi della Regola, che i qumraniani si sono
costituiti come comunità dissidente nella convinzione di essere i depositari
della legge e di un patto autentico fra gli uomini e il Dio di Israele. "
la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta"
[Gv I, 5] NOTA 2 - Il dualismo cosmico che configura
il divenire come una lotta fra due principi opposti, il male e il bene,
rappresentati dalle tenebre e dalla luce, ha senza dubbio una derivazione
iranico-caldea con radici nella teologia dello Zend Avesta. L'angelo della
luce, spesso identificato col sole, e quello della tenebra, spiriti del bene
e del male, sono esattamente quelli che Zarathustra chiamava Ormudz (o Aura
Mazda) e Ahriman (o Anra Mainyu). Non si dimentichi che i qumraniani, come
può essere confermato dagli scritti di Filone e Flavio sugli esseni, durante
l'alba erano soliti rivolgere una preghiera al sole nascente. NOTA 3 - Sempre coerentemente con la
teologia avestica, l'idea fondamentale dei qumraniani è una concezione
escatologica [=relativa ai destini finali dell'uomo] in cui si prospetta una
conclusione definitiva della lotta fra il principio del male e quello del
bene, con la vittoria di quest'ultimo. Già lo stesso Zarathustra aveva
predetto una conclusione di questo genere, ad opera di un personaggio
incaricato di una missione salvifica (il Saoshyant): "Or,
la tremenda per noi s'adori Maestà regia che Aura Mazda fea creando, assai
laudabile... che un dì fia che discenda sovra il Saoshyante vincitor, su
quelli compagni suoi, perch'egli scevro da vecchiezza e da morte faccia il
mondo, scevro d'ogni bruttura e d'ogni tabe... araldo di Aura Mazda, figlio
di Vispataurva, avanzerà dal lago di Kansava, vincitrice novella
annunziando... verranno anche di lui, di lui vincente Astvatereta, i
discepoli, essi che hanno pie parole ed opere pie e pii pensieri e fede
integra, e in nessun modo hanno falso parlare... allora, orbato di ogni
potere, Anra Mainyu, autore d'ogni trista opera, cadrà prostrato"
[Zend Avesta, Yasht XIX, 88-96] Il quale salvatore
avrebbe dovuto comparire nel mondo in corrispondenza di un particolare evento
cosmico annunciatore: la congiunzione nella costellazione dei pesci dei
pianeti Giove e Saturno, capace di determinare un effetto di particolare
luminosità nel cielo notturno. Ora, tale congiunzione si è verificata
realmente (e questo è confermato da numerosi astronomi moderni) nel 7 a.C.,
ovverosia nella data che oggi molti studiosi, anche cattolici, concordano nel
ritenere come data di nascita di Gesù Cristo e mettono in relazione con la
profezia della stella presente nella natività di Matteo. NOTA 4 - Nella letteratura qumraniana
l'intervento divino, che dovrà avere luogo nel momento dello scontro finale
fra il principio del male e quello del bene, è spesso identificato con le
espressioni visita e visitare. Ora, la stessa cosa la troviamo
anche nella letteratuira evangelica, che pure si configura come annuncio di
un evento salvifico finale, e utilizza la stessa terminologia: "Benedetto
il Signore Dio d'Israele, perchè ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo,
come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo: salvezza dai
nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano" [LC I, 68-71] NOTA 5 - In questo passo della Regola
della Comunità troviamo descritta la modalità caratteristica con cui
veniva aperto il pasto comunitario, ovverosia con la cerimonia della
benedizione del pane e del vino, da parte del sacerdote capo, e successiva
distribuzione ai commensali. In essa riconosciamo la scenografia dell'ultima
cena di Gesù.
Del resto, ciò che Gesù
ha annunciato ad una assemblea pasquale di giudei, ovverosia il fatto che il
pane fosse la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli dovessero
cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come
incarnazione divina, sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente
sacrilego, dal momento che queste idee configuravano una tipica concezione
appartenente al mondo delle teologie e dei culti gentili, altamente
disprezzati dai giudei. In particolare corrispondono a certi culti pagani
teofagici (teofagia = cibarsi del dio), fra cui uno molto diffuso
nell'area di provenienza di Paolo di Tarso, consistente nell'identificazione
di un toro col dio che veniva sacrificato e del quale l'adepto doveva bere il
sangue e mangiare la carne. Sappiamo invece che per gli ebrei il sangue
costituisce un forte elemento di impurezza, che non è permesso toccare il
sangue senza poi eseguire pratiche purificatorie, figuriamoci bere il sangue;
anzi, una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste
proprio nell'assicurarsi che l'animale ucciso sia stato ben dissanguato.
Storicamente parlando, non possiamo considerare credibile che Gesù, volendo
trasmettere una novità teologica, avrebbe cominciato col proporre una
formulazione rituale apertamente offensiva nei confronti della sensibilità
ebraica e che avrebbe subito suscitato il ribrezzo dei suoi discepoli. NOTA 6 - In questo passo noi troviamo una
perfetta corrispondenza coi brani del vangelo relativi a Giovanni Battista: "...
Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri..." [Mc I, 2-3] NOTA 7 - In questo passo troviamo un altro
concetto fondamentale espresso dalla confraternita qumraniana: la figura del
Messia atteso non è singola, ma duplice. Infatti un Messia (il più alto in
dignità) rappresenta una figura sacerdotale, ed è definito Messia di Aronne.
Un altro Messia rappresenta una figura politica e militare, caratterizzata da
una dignità regale, ovverosia dal fatto di appartenere alla dinastia del
sangue di Davide (=figlio di Davide, come spesso Gesù Cristo è
definito nel vangelo), ed è definito Messia di Israele. A ciò, come abbiamo
detto nel capitolo "Premesse", è legato il significato
dell'immagine allegorica dei pani e dei pesci; i pesci infatti, che sono il
simbolo rappresentativo del Messia, sono due e non uno soltanto. NOTA 8 - In questo passo troviamo
contemporaneamente due delle cose già viste nella Regola della Comunità,
e cioè l'esistenza di due Messia distinti e la modalità di apertura del pasto
comunitario. NOTA 10 -
Ancora il concetto della visita. "E dopo aver cantato
l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti
rimarrete scandalizzati, poichè sta scritto: Percuoterò il pastore e le
pecore saranno disperse»" [Mc XIV, 26] "E dopo aver cantato
l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Voi
tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti:
Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge»" [Mt
XXVI, 30-31] "Mentre in tutta l'umanità
sono pressoché gli unici a vivere senza beni e senza possedimenti, per la libera
elezione e non per un rovescio di fortuna, si giudicano straordinariamente
ricchi giacché ritengono che la frugalità con la gioia sia come in realtà è,
un sovrabbondante benessere" A confermare il profondo legame esistente fra cristianesimo primitivo
ed essenato contribuisce il fatto che il nome della comunità giudeo-cristiana
era proprio "ebioniti". Possiamo addirittura constatare come
ciò fosse imbarazzante per Eusebio di Cesarea, agli inizi del quarto secolo,
il quale si adoperò perché tale legame non apparisse in tutta la sua
evidenza: "...costoro pensavano che
fossero da rifiutare tutte le lettere dell'apostolo (Paolo), chiamandolo
apostata della legge, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli ebrei,
tenevano in poco conto tutti gli altri... in conseguenza di un simile
atteggiamento hanno ricevuto il nome di ebioniti che indica la povertà della
loro intelligenza: il termine, infatti, presso gli ebrei significa povero...".
(Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl., III, 27). Eusebio ha giocato sull'accezione del termine, insinuando che gli
ebioniti fossero da considerare poveri dal punto di vista intellettuale, pur
di non riconoscere il suo significato originale e le sue implicazioni. Questo
atteggiamento mistificatorio non è isolato: addirittura Epifanio arrivò ad
affermare che il nome ebioniti derivasse da un eretico di nome Ebion,
presunto fondatore della setta (Haer. XXX, 3-7), ma questo ci conferma, senza
lasciare spazio ai dubbi, l'esistenza di un intento censorio, da parte dei
padri della chiesa, nel delineare le origini storiche del movimento
cristiano. "Una cosa sola ti manca:
và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi
vieni e seguimi" [Mc X, 21] Il brano si presta ad essere inteso come
un invito ad unirsi alla comunità, cedendo ad essa i beni personali. "Si poteva benissimo
vendere quest'olio a più di trecento denari e darli ai poveri!" [Mc
XIV, 5] Il brano si presta ad essere inteso nel senso che i soldi avrebbero
potuto servire per finanziare la comunità. "I poveri infatti li avete
sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre"
[Mc XIV, 7] Il brano si presta ad essere inteso nel senso: "i
confratelli li averete sempre vicini ecc...". "Beati i poveri in
spirito, perchè di essi è il regno dei cieli" "Mi ha mandato per
annunziare ai poveri un lieto messaggio" "Alzati gli occhi verso i
suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perchè vostro è il regno di
Dio»" [Lc VI, 20] In questo caso è chiaro che Gesù, col termine poveri
non indica genericamente i nullatenenti, ma si riferisce proprio ai suoi seguaci.
NOTA 13 - In
questo brano possiamo notare che l'espressione paese di Damasco
(ripetuta con questo significato molte altre volte nel testo) è stata
utilizzata dai qumraniani per indicare tanto sé stessi come comunità, quanto
il luogo o i luoghi del loro ritiro. L'opinione è condivisa da moltissimi
studiosi, compreso lo stesso Padre de Vaux (L'archeologie et les manuscrits
de la Mer Morte, London 1961), nonché da J.Barthelemy, A.Jaubert, G.Vermes,
N.Wieder.... Per quale ragione i qumraniani avrebbero adottato questa
denominazione? Essi si sono ispirati ad un testo biblico (Amos V, 26-27), che
infatti è citato dallo stesso Documento di Damasco (VII, 14-15), in cui si
parla della teologia della deportazione e dell'esilio (vedi anche Geremia ed
Ezechiele). In pratica Damasco è vista come un luogo d'esilio che svolge la
funzione di rifugio dei pii e dei puri di fronte all'ira di Dio. Geremia ed
Ezechiele parlano degli esiliati a Damasco come della parte migliore del
popolo di Israele, quella che gli è fedele, e con la quale stringerà un nuovo
patto. "Gesù le rispose: «Se tu
conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da
bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua
viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il
pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più
grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui
con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di
quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non
avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di
acqua che zampilla per la vita eterna»" [Gv IV, 10-14] Confermando così, per l'ennesima volta, i profondi legami esistenti
fra letteratura qumraniana e letteratura neotestamentaria. "...giacché questo è il
giorno, da lui determinato da molto tempo per la guerra di sterminio dei
figli delle tenebre" [Regola della Guerra] Gli studiosi sono piuttosto concordi nel ritenere che i Kittim, citati
nel testo, sono da intendere come i romani, mentre Assur può essere una
trasposizione che rappresenta quella che altrove è stata definita anche come
Babilonia. Si tratta di Roma, il cuore dell'impero terreno delle tenebre,
contro cui i messianisti, accecati da un fanatismo religioso che aveva tolto
loro ogni senso della realtà (purtroppo i tempi moderni non sono affatto
estranei a simili manifestazioni di integralismo delirante), speravano di
poter conseguire una schiacciante vittoria. La sicurezza veniva loro dal
sentirsi guidati dalla mano invincibile del Signore di Israele, lo stesso che
aveva inviato le piaghe sull'Egitto e che aveva fermato i carri del faraone
durante la traversata del Mar Rosso. Chi, fra costoro, avrebbe mai osato
esprimere il dubbio che "...la grande mano di Dio umilierà Belial e
tutti gli dèi del suo dominio, e per tutti gli uomini del suo partito vi sarà
uno sterminio eterno..." [Regola della Guerra, I 15, 16]. |